La storia della marcia da Selma a Montgomery raccontata in <i>Selma</i>, con una prospettiva afro-americana

La storia della marcia da Selma a Montgomery raccontata in Selma, con una prospettiva afro-americana

Selma-castLe tre marce che esattamente cinquant’anni fa portarono migliaia di attivisti a Selma, in Alabama, per difendere il diritto di voto dei neri, furono tra gli eventi più importanti del movimento per i diritti civili. Il film Selma – la strada per la libertà, diretto dalla regista afro-americana Ava DuVernay, racconta magistralmente quelle settimane di battaglie adottando una prospettiva chiaramente afro-americana degli eventi. In Selma non ci sono presidenti con poteri salvifici che “liberano” i neri dalla schiavitù (Lincoln) né idealisti agenti bianchi dell’FBI che scendono nel Sud per fare giustizia (Mississippi Burning). In Selma la storia è raccontata con gli occhi degli attivisti del movimento, e non stupisce che diversi detrattori del film sostengano che il ruolo del presidente Lyndon B. Johnson sia mal rappresentato. Selma è uno di quei rari casi in cui la storia non viene alterata dalle esigenze della spettacolarizzazione cinematografica (un po’ come era successo, rimanendo sui film afro-americani, con Malcolm X nell’omonimo film di Spike Lee, anche se l’intento del regista era in quel caso diverso) ed è anche l’unico film che vede come protagonista Martin Luther King, una mancanza non di poco conto nella cinematografia statunitense. Selma inizia con King a Oslo, dove nel dicembre del 1964 gli venne conferito il premio Nobel per la Pace, un riconoscimento che contribuì ad aumentare il consenso internazionale intorno a lui e al movimento. Il Nobel, tra l’altro, arrivò in un periodo travagliato della vita dell’attivista, dato che proprio in quei giorni il COINTELPRO (il servizio di controspionaggio dell’FBI) lo minacciava di rendere pubbliche le sue relazioni extraconiugali e lo istigava al suicidio. Lo spettatore fa poi un salto indietro di un anno, e il contrasto è molto forte. La scena successiva racconta infatti dell’esplosione di una bomba in una chiesa di Birmingham, Alabama, per mano del Ku Klux Klan. Quell’attentato causò la morte di quattro ragazzine afro-americane e scosse fortemente gli Stati Uniti, soltanto un mese dopo il discorso “I Have a Dream” di King. La scelta della regista è dettata sia dalla necessità di far comprendere al pubblico il profondo clima di terrore in cui vivevano i neri dell’Alabama, sia dalla volontà di “dare una voce alle ragazzine di Birmingham e per dire che anche la loro vita valeva” (citando le parole della DuVernay, che fa riferimento al recente movimento “blacklivesmatter”).

Dopo quella che può apparire come una doppia introduzione al film, l’attenzione si sposta su Selma, dove a partire dal gennaio del 1965 la campagna per la registrazione al voto stava catalizzando le attenzioni nazionali sul movimento. Da alcuni anni organizzazioni come lo Student Non-Violent Coordinated Committee (SNCC) stavano lavorando instancabilmente in Alabama per convincere i neri a registrarsi e votare, ma le intimidazioni, le minacce e le violenze continuavano a far sembrare inattaccabile un sistema di supremazia razziale che aveva pochi eguali negli Stati Uniti. All’inizio della campagna, infatti, gli afro-americani costituivano solo il 2 per cento dei registrati al voto, sebbene fossero più del 50 per cento della popolazione di Selma. Al suo arrivo in Alabama, King, interpretato magistralmente dall’attore britannico David Oyelowo, stava cercando una nuova battaglia per sfidare apertamente il razzismo e per capitalizzare il momento di notorietà internazionale del movimento. La decisione di scegliere Selma e di sostenere la marcia verso Montgomery, capitale dello stato, incontrò però diverse resistenze tra i giovani dello SNCC. In molti infatti videro l’arrivo della Southern Christian Leadership Conference (SCLC) a Selma come un tentativo da parte di King di impossessarsi del loro lavoro su un territorio che stavano organizzando da anni. King, d’altronde, portava (e cercava) le telecamere nel Sud. Credeva che solo mostrando la parte più cruda del terrorismo razziale il movimento avrebbe potuto godere di quel consenso necessario per far promuovere leggi in favore della protezione del diritto di voto dei neri. Furono infatti le immagini della polizia che picchiò brutalmente i manifestanti intenti ad attraversare pacificamente il Pettus Bridge nel primo tentativo di marcia (che non a caso viene ricordato come “Bloody Sunday”), a fare il giro del mondo e a spingere Johnson a difendere pubblicamente gli attivisti nel celebre discorso al Congresso del 15 marzo.

Proprio il rapporto di King con Johnson, e in particolare il ritratto del presidente, è costato a Selma diverse critiche, quasi come se il film fosse incentrato sulla figura di LBJ e non sul movimento. Ma la rappresentazione di Johnson, interpretato dall’ottimo Tom Wilkinson, non appare forzata, né tantomeno viene sminuito il suo importante contributo alle riforme sui diritti civili. Johnson era fortemente sotto pressione in quelle settimane e il suo personaggio – nervoso, teso e mal disposto ad accogliere la pressante richiesta di King di leggi che tutelassero il diritto al voto dei neri – trasmette efficacemente quei momenti. Il presidente aveva da poco firmato il Civil Rights Act e certamente condivideva gli obiettivi del movimento, ma pensava anche che gli americani avrebbero dovuto digerire gradualmente le riforme, e non intendeva forzare troppo la mano per non compromettere il suo ambizioso progetto di Great Society. Inoltre, sebbene il film eviti intelligentemente di parlare della guerra, quelli della campagna di Selma furono i giorni in cui Johnson decise di intensificare i bombardamenti aerei sul Vietnam del Nord, nel tentativo di tenere sotto controllo un conflitto che già allora pareva avere esiti molto incerti (lo stesso King, durante la campagna di Selma, disse per la prima volta che la guerra in Vietnam non stava portando da nessuna parte). Nel rappresentare il presidente e restituire al pubblico quella dimensione di tensione, la regista ha certamente tenuto conto anche di questo aspetto. Ma il film racconta soprattutto la storia di un movimento e particolarmente interessante è la rassegna sui personaggi che ne furono i protagonisti. L’instancabile organizzatrice Diane Nash, il futuro membro del Congresso John Lewis, il leggendario e poliedrico attivista Bayard Rustin, la coraggiosa signora Anne Lee Cooper (interpretata da Oprah Winfrey), che divenne famosa per aver messo KO con un pugno lo sceriffo Jim Clark, il maggior oppositore alla registrazione al voto dei neri a Selma. E poi Coretta Scott King, una vera eroina, capace di sopportare i tradimenti e le bugie del marito per difendere una causa più grande, consapevole del fatto che voltargli le spalle avrebbe significato indebolire il movimento (purtroppo solo di recente gli storici hanno compreso la centralità del suo ruolo). E infine Malcolm X, ritratto negli ultimissimi giorni della sua vita in un (quasi) inedito incontro segreto proprio con Coretta, nel tentativo di stabilire un contatto con King. In pochi minuti, la DuVernay è riuscita a presentare un Malcolm X inedito – distante dal nazionalismo teologico della Nation of Islam – e far assaggiare al pubblico le potenzialità di un’unione mancata tra le due anime più rappresentative del movimento di liberazione afro-americano degli anni Sessanta.

A pochi giorni dagli Oscar, stupisce un po’ che Selma corra per ricevere solo due statuette, quella come miglior film e quella come miglior canzone originale. Pesano soprattutto la mancanza di nomination tra gli attori del film, in primis quella di David Oyelowo. Agli Oscar di quest’anno, tra l’altro, non c’è nessun attore/attice afro-americano candidato a ricevere una statuetta. Non proprio una notizia inaspettata se si pensa che il 90 per cento dei votanti è bianco, che il 76 per cento è composto da uomini e che la media di età è di 63 anni. Forse aveva ragione l’Oakland Tribune, che qualche settimana fa, dopo l’annuncio delle nomination, titolava: “And the Oscar for Best Caucasian goes to…..”

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