American Sniper, un Oscar mancato per la macchina della guerra negli occhi di Clint Eastwood

American Sniper, un Oscar mancato per la macchina della guerra negli occhi di Clint Eastwood

American SniperIl tema della guerra in Iraq affrontato da un regista dichiaratamente repubblicano come Clint Eastwood non poteva non far piovere sul suo ultimo film American Sniper polemiche accesissime, alimentando un dibattito che è andato avanti fino alla consegna dei Premi Oscar 2015, avvenuta il 22 febbraio, a più di un mese di distanza dall’uscita del film.

Alla premiazione ha trionfato Birdman del messicano Alejandro Gonzales Iñárritu (premiato anche per la regia) mentre come migliori attori sono stati premiati Eddie Redmayne (La teoria del tutto) e Julianne Moore (Still Alice). American Sniper si è dovuto “accontentare” del premio per il miglior sonoro, a fronte delle più prestigiose candidature per il miglior film e il miglior attore protagonista Bradley Cooper.

Le scelte di quest’anno possono essere senz’altro lette come il tentativo dell’Academy di Los Angeles di tenere la politica fuori dalla consegna del più ambito premio cinematografico del mondo. Ciò nonostante, il palco del Kodak Theatre di Los Angeles è stato usato dalle varie star per lanciare appelli a sostegno di tematiche o iniziative a loro care. In tanti momenti diversi durante lo show, attori, registi e artisti che si sono succeduti sul palco hanno lanciato appelli a favore della parità di genere, di razza, a difesa degli omosessuali e di tolleranza per gli immigrati, confermando lo stereotipo della Hollywood liberal la cui scelta di non premiare American Sniper suona più come un giudizio sulla politica repubblicana e sulla disastrosa esperienza della guerra in Iraq che un verdetto sul film in quanto tale.

Accolto al botteghino da uno straordinario successo di pubblico (428 milioni di dollari incassati in tutto il mondo di cui più di 300 milioni solo negli Stati Uniti), 1 American Sniper racconta la storia di Chris Kyle, il cecchino più letale della storia delle forze speciali americane. Cresciuto nel Texas, Kyle si arruola nei Navy Seal nel 1999 all’indomani degli attentati terroristici alle ambasciate USA in Kenya e Tanzania. Perché come diceva suo padre da bambino lui è “nato pastore di gregge, votato alla tutela dei più deboli contro i lupi famelici”. 2 Operativo dal 2003, parte per l’Iraq e diventa in sei anni, mille giorni e quattro turni una leggenda a colpi di fucile: centosessanta uomini abbattuti (certificati). Al rientro a casa, dalla moglie e dai figli, si impegna per il recupero dei reduci affetti da stress post-traumatico; un impegno che gli sarà fatale.

Non è la prima volta che il Clint Eastwood regista si cimenta con il tema della guerra. Ma al contrario di film come Flags of our fathers e Letters from Iwo Jima, in American Sniper, Eastwood decide di mostrarci l’una accanto all’altra, due facce per lui essenziali della guerra: la dura realtà della battaglia e il fronte interno della società americana, soprattutto quella parte più conservatrice di essa che la guerra ha deciso fino in fondo di non volerla vedere nonostante abbia politicamente deciso di farla in tutti i modi. American Sniper è allora tutto attraversato dal tentativo di affiancare queste due dimensioni, l’una vera e sporca di polvere e sangue, spesso censurata agli occhi del pubblico; e l’altra che invece popola il campo visivo nella forma di una ideologia di guerra chirurgica e quindi igienica. E’ quest’ultima la guerra irakena degli anni duemila: senza storie, senza immagini di morti né di prigionieri. E’ questa una guerra pulita e umanitaria, dove fanno da padrone i droni computerizzati e manovrati a migliaia di chilometri di distanza da quel Medio Oriente che ne è effettivamente il teatro d’azione. Ma alla fine la guerra, quella vera fatta di polvere e sangue, qualcuno deve pur combatterla: e quel qualcuno è la working class americana, che finisce per pagare il più alto contributo in vite umane e che Kyle in qualche modo incarna. Il triste epilogo della vicenda, con l’assassinio di Kyle da parte di un altro reduce con problemi di stress post-traumatico, rappresenta un paradosso tutto americano, come quanto profondamente americano è l’eroismo di cui è ammantato il ricordo di Kyle, dipinto come “un martire contemporaneo di una delle nazioni più contraddittorie del pianeta”. 3

Il protagonista Bradley Cooper e lo stesso Eastwood hanno più volte dichiarato che il film non è una discussione politica sulla guerra, ma che piuttosto vuole mostrare ciò che la guerra fa alla famiglia e alla persona che poi deve tornare alla vita civile. Se Clint Eastwood comprende in profondità la fragilità umana, la sua espressione etica segue traiettorie talmente cristalline da essere talvolta confuse per moralismo. Il suo scopo sembra essere quello di far identificare la macchina da presa con il disfacimento psicologico e morale in corso nel corpo/macchina da guerra e, più in esteso, nel dispositivo guerrafondaio statunitense. 4

La narrativa del film è stata accusata di semplificare brutalmente tutto lo scenario dell’intervento americano in Iraq, dipingendo l’invasione come una giusta risposta agli attentati dell’11 settembre, in una prospettiva “buoni contro cattivi”, dove i buoni (gli americani e Kyle nello specifico) combattono i cattivi, gli Iracheni definiti senza mezzi termini come selvaggi. 5 Non un cenno sulle presunte armi di distruzione di massa possedute da Saddam Hussein o sulla possibilità che anche tra gli Iracheni ci sia qualcuno che non solo non è membro di Al Qaeda ma la combatte attivamente. Su questa linea di pensiero, American Sniper viene accusato di essere un film di propaganda sfacciata con l’obiettivo di esaltare la grandezza dell’esercito americano e dei suoi eroi, privando i nemici di qualunque sfumatura e profondità psicologica.

Ma ha davvero senso giudicare un film dal punto di vista morale e non solo per il suo valore artistico? In fondo American Sniper non è un documento storico, né un film storico, perché quella storica è una dimensione che al regista non interessa proporre. Al netto di tutta la sovrastruttura ideologica, American Sniper può essere equiparato ai film western, con tanto di duelli tra pistoleri nemici, l’attacco al fortino e l’arrivo della cavalleria. E’ un western, proprio perché racconta una storia di uomini e di violenza dipingendola in bianco e nero, non sfumando nulla, un film dove manca la retorica propria della propaganda. Con American Sniper, Eastwood si è inserito con successo nella filmografia che dagli anni Novanta ha provato a mettere ordine nell’ambiguo mare di sensazioni suscitate negli Stati Uniti dalla guerra in Iraq (sia la prima sia la seconda) o a funzionare qualche volta da supporto narrativo alla costruzione di una legittimità di finzione per il governo americano. Questa nuova sfida cinematografica alla follia della guerra da parte del regista e attore dimostra che egli è talmente innamorato del suo Paese da esserne divenuto una sorta di Padre amorevole e severo, inattaccabile e incorruttibile dal dilagante “pensiero debole”. 6

Note:

  1. Arianna Finos, Oscar 2015, vincitori e sconfitti: il gioco delle parti sul palco di Hollywoodhttp://www.repubblica.it/speciali/cinema/oscar/edizione2015/2015/02/23/news/oscar_2015-107969968/ (22 febbraio 2015).
  2. Marzia Gandolfi, American Sniperhttp://www.mymovies.it/film/2015/americansniper/ (01 gennaio 2015).
  3. Anna Maria Pasetti, American Sniper, il racconto epico del cecchino leggenda di Clint Eastwood, http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/31/american-sniper-clint-eastwood-racconto-epico-cecchino-leggenda/1298955/ (31 dicembre 2014); Pietro Bianchi, Eastwood, l’Iraq e la fine della storia, http://www.leparoleelecose.it/?p=17460 (18 gennaio 2015).
  4. Anna Maria Pasetti, ibid.
  5. Zach Beauchamp, American Sniper is a dishonest whitewashof the Iraq Warhttp://www.vox.com/2015/1/21/7641189/american-sniper-history  (21 gennaio 2015).
  6. Andrea Coccia, American Sniper un bel film westernhttp://www.linkiesta.it/american-sniper-clint-eastwood-western (23 gennaio 2015).

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