Obama, un Roosevelt mancato?

edit_1_c20141110Nei commenti alla sconfitta di Obama nelle recenti elezioni intermedie, i giornali hanno avanzato svariate interpretazioni: chi sottolinea che il disastro è il risultato dell’eccesso di promesse che Obama aveva fatto, e dell’eccesso di entusiasmi che aveva suscitato, che entrambe non potevano che sgonfiarsi; altri sottolineano la incerta leadership che ha deluso i propri sostenitori e li ha tenuti lontani dalla cabina elettorale, diversamente dalle due ultime elezioni presidenziali. Altri, ancora, pongono l’accento sul fatto che per molte fasce conservatrici della pubblica opinione l’arrivo di un nero alla Casa Bianca suonava come l’usurpazione di una ininterrotta tradizione di bianchi alla presidenza, e quindi tutte le incertezze di Obama venivano moltiplicate dalla non accettazione della sua identità razziale ascesa alla suprema magistratura. C’è infine chi si consola coll’opinione che i voti etnici, urbani, liberali che sono mancati alle elezioni di midterm, sono solo in temporanea libera uscita. I repubblicani – dicono questi commentatori – al di là di avere dato una impressione di sé più aperta alla varietà etnica del paese, non hanno presentato veri programmi alternativi. Hanno invece adottato la tattica dell’oppositore di un presidente impopolare, radicalizzando le critiche in negativo, e semplicemente attendendo che il risultato positivo gli cadesse in grembo senza rischiare di alienare nessun gruppo di votanti con proposte programmatiche nette. Ne risulterebbe la fiducia diffusa tra i democratici e i loro sostenitori  che la sconfitta abbia carattere temporaneo, sia più la critica di un  presidente screditato che l’adesione ad una alternativa. Si salverebbe così la tesi che nel paese esiste ormai una potenziale coalizione maggioritaria di liberali urbani, minoranze etnico-razziali e donne, che avrebbe aperto una fase storica di prevalenza democratica in cui i successi repubblicani sarebbero limitati alle fasi di errore o impopolarità dei primi. Ai democratici resterebbe quindi la possibilità e la responsabilità di ricostruire l’alleanza con un candidato o candidata (per esempio, Hillary Clinton), con più appeal per l’elettorato maggioritario di un Obama eroso da otto anni di potere.

Certamente alcune di queste spiegazioni hanno un importante rilievo, tra cui quella che le elezioni di midterm sono quasi sempre contrarie al presidente in carica, e che ci sono americani che tacitamente ma tenacemente non hanno accettato un presidente non bianco. Tuttavia vorrei prospettare una opinione, che è già stata ampiamente diffusa, e che è basata proprio sull’idea della delusione provocata dalla presidenza nei ranghi più centrali del suo elettorato, ma con una tempistica anticipata rispetto alle recenti elezioni. Questa opinione dice che la debolezza di Obama che adesso emerge nella sconfitta elettorale, ma che era già stata anticipata dal cattivo risultato delle midterm precedenti, è da riportare soprattutto alla sua prima amministrazione, e che gli errori decisivi sono quelli fatti nei primi due anni di potere, che hanno segnato la presidenza tutta quanta.

Cartoon4Obama, dicono i critici, aveva creato troppe promesse e troppe illusioni. Entrambe non potevano che sgonfiarsi. Ma è proprio vero? Quando Obama fu eletto nel 2008, il paese si trovava in una gravissima crisi economica che accentuava il senso di declino, l’impoverimento delle fasce sociali medie e basse, il discredito dei repubblicani, con la convinzione popolare che grossi pezzi della classe dirigente economica e soprattutto finanziaria si fossero arricchiti vergognosamente con speculazioni a spese delle persone comuni in un quadro di crescenti ineguaglianze semplicemente inaccettabili. L’elezione di Obama avveniva in una situazione di eccezionalità socio-economica del paese che creava le condizioni storiche per una grande presidenza o per un accentuato fallimento. Non era un caso che frequentemente la figura di Obama e la sua ascesa venissero paragonate a quella di Franklin D. Roosevelt, che aveva fondato la propria eccellenza storica non soltanto sulla vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, ma prima ancora sull’avere saputo con piglio determinato affrontare il disastro della Grande Depressione. Non si tratta tanto quindi di avere suscitato promesse eccessive ma di una contingenza storica che creava una richiesta di iniziative e di misure decise e coraggiose, di un nuovo New Deal che, come molti commentatori avevano chiesto,  affrontasse l’eccezionalità della situazione. Obama aveva conquistato una grossa cambiale politica che chiedeva soprattutto di affrontare la situazione economica e por rimedio alle vergognose speculazioni e arricchimenti che la crisi aveva messo in rilievo. Aveva inoltre dalla sua entrambi i rami del Congresso, una situazione che venne presto a mancare quando il presidente perse il dominio della Camera a favore dei repubblicani nelle prime elezioni di midterm del 2010. Si potrebbe sostenere che fu da allora che la presidenza Obama perse il proprio slancio, e si trovò in una situazione istituzionale che non gli permetteva più di procedere con quella determinazione e quel vigore che la situazione e il suo elettorato richiedevano.

Ma a quella svolta debilitante Obama arrivò per non essere stato all’altezza nei primi due anni della sua amministrazione, della richiesta popolare di cambiamento soprattutto economico-finanziario che lui aveva suscitato e incarnato. Obama salito al potere con un ampio mandato scelse di attestarsi su una posizione di unità e concordia nazionale. Si convinse che la sua forza politica uscita dalle elezioni presidenziali stravinte avrebbe conquistato al suo programma anche segmenti del partito repubblicano congressuale. Scelse quindi di agire diversamente sia da Franklin Roosevelt che da Ronald Reagan, che avevano capito che il loro seguito politico-elettorale chiedeva coraggiose scelte di parte a favore della loro definizione di interesse pubblico. Lasciò ai margini la regolamentazione e la riforma del mondo finanziario, portando nei ministeri economici e negli uffici di consulenza del governo uomini di Wall Street che avrebbero dovuto regolare Wall Street. Le sirene indirizzate ai repubblicani fallirono: il partito proseguì la sua deriva populista di destra, cavalcò la critica radicale del presidente, come aveva già fatto con Clinton, e non un solo repubblicano in Congresso votò la riforma sanitaria che era intanto divenuta la bandiera di Obama. La scelta conciliativa e onnicomprensiva si rivelò costosa e avara di risultati, e tolse slancio alla presidenza proprio in quella fase decisiva in cui più ampia era la sua possibilità di iniziativa.

In realtà Obama aveva coniugato l’approccio onnicomprensivo con una scelta partigiana: quella di spendere una grande fetta (che si rivelò poi ben più grande del previsto) del capitale politico di cui era in possesso per realizzare la riforma sanitaria. Fu una scelta politicamente saggia quella di darle priorità sulla riforma finanziaria?

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La riforma sanitaria era da tempo centrale nella piattaforma democratica, avevano fallito su questo terreno Roosevelt, Truman e Clinton, e l’unico vero successo era stata l’istituzione di Medicaid e Medicare nel contesto della Great Society del Presidente Johnson negli anni sessanta. Era una misura benemerita: estendeva la copertura sanitaria agli oltre 40 milioni di americani non assicurati, soprattutto poveri e giovani con pochi soldi e molta fiducia nella propria buona salute, e voleva contenere il rapido aumento delle spese mediche e ospedaliere che pesava sia sulle casse dello stato che sui premi assicurativi pagati dai privati. Ma era anche una misura molto complicata politicamente: andava a sbattere contro alcuni dei più potenti gruppi di pressione del paese, i medici, gli ospedali, le assicurazioni, e sembrava soddisfare una quota minoritaria non protetta della popolazione in quanto, benché discutibili, le sistemazioni mediche e assicurative private erano accettate e avevano creato abitudini consolidate in una fascia molto significativa dell’elettorato di ceto medio del presidente, che temeva talvolta più statalismo e nuove tasse per sostenere la riforma. Inoltre il timing della riforma di Obama era molto sfavorevole: se Roosevelt aveva operato in un decennio in cui le iniziative statali sembravano le uniche ad avere la forza politico-economica necessaria ad affrontare la crisi, e le misure di Johnson avevano coinciso con il culmine dell’età d’oro del welfare state, Obama operava in un contesto tutto diverso. Dai tardi anni settanta era cominciata la cosiddetta “crisi dello stato sociale”, e la riforma sanitaria americana si poneva in controtendenza con tagli e riduzioni di spesa che affliggevano la sicurezza sociale dei paesi anche più socialmente protettivi. Peraltro il neoconservatorismo, che aveva ripreso molta quota tra anni ottanta e novanta, si era fatto le ossa proprio nelle campagne contro le politiche sociali di Johnson e aveva fatto dei servizi pubblici “socialisti” il proprio bersaglio polemico preferito. E sotto i suoi colpi era drammaticamente diminuita la fiducia nel governo e nello stato come risolutore di problemi, allocatore efficiente e giusto di risorse, prestatore di servizi. Certo il capitombolo economico del 2008 aveva drammaticamente smentito la fiducia nel mercato senza limiti, ma le vocazioni antistataliste e antigovernative erano ancora ben vive. Le infinite riformulazioni della legge sanitaria con l’abbandono di alcune delle sue caratteristiche più significative, soprattutto quella assicurazione pubblica, la “public  option,” che doveva garantire una copertura universale a buon prezzo e operare come calmiere sui prezzi delle assicurazione private, furono un segno della strada molto in salita percorsa dalla riforma, con un successo ridimensionato nei contenuti. E la “socialista” Obamacare non smise di essere da allora una costiera su cui si abbatterono i cavalloni infuriati della critica repubblicana.

Forse a causa dei timori di un approfondirsi della crisi, quando più tardi fu effettivamente approvata la legge di regolamentazione del mondo finanziario, il presidente era già indebolito, e la legge, malgrado i lamenti di Wall Street, fu giudicata piuttosto debole (vedasi il ritiro dell’impegno di porre un tetto ai guadagni dei manager finanziari) e largamente svuotata dalle pratiche di una finanza rapidamente ritornata alle vecchie abitudini. Gli elettori democratici del 2008 avevano soprattutto chiesto al presidente di mettere le redini a Wall Street. Avere cambiato l’ordine delle priorità è stato probabilmente tra i fattori che ha inficiato nel lungo periodo la presidenza Obama. Scegliendo la riforma sanitaria come proprio cavallo di battaglia Obama si è esposto alla violenta critica sulla base di vere o presunte tradizioni americane da parte dei suoi avversari, mentre si è spaventato di fronte al rischio di peggioramento della crisi nel momento in cui doveva affrontare a viso aperto, come fece Roosevelt negli anni  trenta, le patologie del mondo finanziario americano che è quello che l’opinione pubblica gli chiedeva. A quel punto l’entusiasmo dei sostenitori si attenua, Obama è sconfitto alle prime elezioni di medio termine, perde il controllo di una delle camere del Congresso, e quindi la sua possibilità di attuare un programma di radicale innovazione viene bloccata.

La personale opinione dello scrivente è che da questo passo falso iniziale derivano molte delle successive difficoltà, ancora non sufficientemente radicalizzate al momento delle elezioni presidenziale del 2012, dove Obama vince la rielezione anche per la debolezza del suo avversario, ma sicuramente sono in piena azione nelle ultime elezioni di midterm. Il potenziale nuovo Roosevelt delle origini diviene un presidente di ordinaria amministrazione e poi nettamente impopolare.

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