Midterm elections e politica estera

Il fatto che negli Stati Uniti la politica estera non rappresenti uno dei temi centrali per le elezioni di metà mandato pare oramai essere considerato un dogma; numerosi studi sembrano confermare tale tendenza e, nell’ultimo anno, molti quotidiani americani hanno riportato sondaggi che testimoniano il deciso disinteresse degli statunitensi verso le questioni di politica estera, superate per distacco da temi come la sanità, il lavoro ed i trend economici in generale.

The Hill, ad esempio, in un articolo dello scorso 7 agosto mostrava come dai risultati di un sondaggio effettuato la scorsa primavera, «nel quale si chiedeva [agli intervistati] di stabilire le priorità tra vari temi», si evincesse come «solo il 19% dell’elettorato citava una questione inerente alla politica estera (politiche di sicurezza/antiterrorismo). […] Altri quattro temi –  il lavoro (48%), la sanità (42%), il deficit (38%) e l’educazione (31%) – venivano tutti considerati più prioritari». 1 Tutto ciò, secondo i giornalisti, poteva essere fatto risalire al «ruolo limitato del Congresso in politica estera, il che spiega perché la politica estera non influenzi direttamente il voto degli elettori». 2

Questa tendenza generale verso un ruolo marginale dei temi di politica estera per le elezioni di metà mandato del prossimo 4 novembre sembra essere stata completamente ribaltata con gli avvenimenti occorsi nell’ultimo mese e mezzo. Numerose testate giornalistiche nelle ultime settimane sembrano aver cambiato decisamente opinione, come ad esempio il National Journal sul quale, lo scorso 10 settembre, è apparso un articolo intitolato “Republicans Newest 2014 Weapon: Foreign Policy”. 3 «La politica estera e il Medio Oriente», esordiva l’articolo, «come uno dei maggiori temi nelle elezioni di midterm? Pochi mesi fa sarebbe sembrato ridicolo, ma con le notizie provenienti dall’estero che campeggiano sui maggiori titoli di giornale e nella testa degli elettori i repubblicani vedono questo tema come il pezzo finale di un puzzle che ha lo scopo di usare la paura suscitata dal mandato di Obama per concorrere contro i democratici candidati alle elezioni». Opinione confermata da Neil Newhouse, sondaggista del Partito repubblicano, che sottolineava che «se ci aveste chiesto due o tre mesi fa quale sarebbe stato il ruolo che avrebbe giocato la politica estera in queste elezioni, nessuno avrebbe detto che avrebbe potuto averne alcuno. Ma gli accadimenti degli ultimi giorni stanno avendo un impatto notevole sull’interesse degli elettori. Sono gli accadimenti stessi di questi giorni che hanno fatto diventare il tema di primaria importanza».Le prossime elezioni di midterm potrebbero quindi essere condizionate in modo rilevante dai temi di politica estera; è per questo motivo lecito chiedersi su cosa possa vertere la strategia dei Repubblicani su questa particolare tematica e cosa potrebbe cambiare se dovessero conquistare la maggioranza nel Congresso.[/caption]In quest’ottica due scenari meritano di essere trattati in maniera approfondita: il primo di carattere contingente, il secondo determinato dalle strategie di lungo periodo proprie dell’amministrazione Obama. Da una parte, dunque, il Medio Oriente e la guerra all’ISIS rappresentano oggi la questione più rilevante per la politica estera statunitense; gli avvenimenti degli ultimi mesi hanno determinato la centralità della questione ed il dibattito, sempre più infuocato, tra Repubblicani e Democratici potrebbe influire in maniera non incidentale sulle elezioni del 4 novembre. Dall’altra parte, però, è necessario non lasciare in secondo piano uno dei pilastri su cui l’intera strategia obamiana in politica estera ha operato in questi anni: il rebalancing nell’area dell’Asia-Pacific; anche da questo punto di vista le elezioni di novembre potrebbero essere decisive nel segnare un cambio di passo in uno degli scenari principali della politica estera americana.

ISIS, Medio Oriente e la “non strategia” di Obama

Conferenza stampa alla Casa Bianca, 28 agosto 2014.

Conferenza stampa alla Casa Bianca, 28 agosto 2014.

Il Medio Oriente è sicuramente al momento il fronte più caldo per quanto riguarda la politica estera statunitense. Nonostante fin da prima dell’inizio dell’estate l’avanzata dell’ISIS abbia posto sul tavolo la centralità della questione mediorientale, la situazione ha subito un’improvvisa accelerata con l’uccisione del giornalista freelance americano James Foley, il cui video dell’esecuzione è apparso sul web lo scorso 19 agosto, come rappresaglia dei militanti dell’ISIS in risposta ai bombardamenti statunitensi in Iraq. Dopo aver espresso il proprio cordoglio alla famiglia di Foley e condannato il gesto dei militanti il giorno seguente la pubblicazione del video – senza però spiegare all’America come intendesse reagire all’accaduto – Obama il 28 agosto ha tenuto una conferenza stampa alla Casa Bianca nella quale ha ammesso di non avere ancora una strategia. «I don’t want to put the cart before the horse, we don’t have a strategy yet», sono state le parole esatte pronunciate dal Presidente che, come prevedibile, hanno fatto il giro del mondo, suscitando forti reazioni tanto tra i repubblicani quanto tra i democratici. 4

Le dichiarazioni di Obama etichettate comprensibilmente come “gaffe” da numerosi commentatori politici, oltre a creare qualche grattacapo all’interno del Partito democratico, tanto che alcuni rappresentanti si sono dissociati palesemente da tali affermazioni, hanno anche avuto il non invidiabile merito di compattare il fronte repubblicano, scisso da tempo tra isolazionisti ed interventisti in tema di politica estera. A questo ha contribuito anche l’intervento dell’ex vice-Presidente Dick Cheney che, nelle ore successive alle parole di Obama, si è recato a Capitol Hill per tenere una riunione con i rappresentanti del Partito repubblicano. “Cheney Urges House GOP to Abandon Isolationism” titolava il giorno dopo il New York Times 5 che riportava come «nel breve discorso tenuto durante il meeting a porte chiuse dai rappresentanti repubblicani del Congresso Mr. Cheney ha voluto sottolineare la necessità per i repubblicani di spingere affinché vi sia una forte risposta militare e ha anche aggiunto che il suo partito deve fare di tutto per fermare la creazione di uno Stato terrorista in Medio Oriente».

L’invito ai rappresentanti repubblicani, rivolto da Cheney, di ricompattarsi attorno all’idea che fosse necessario portare avanti una linea dura sulla politica estera è effettivamente andato a buon fine tanto che anche chi fino a quel momento non vedeva di buon occhio una politica estera statunitense di tipo assertivo (come ad esempio il Senatore del Kentucky Rand Paul) ha decisamente cambiato opinione. In un articolo apparso su The Wire il 4 settembre, intitolato “A Brief History of Rand Paul’s Evolving I’m not An Isolationist”, si poteva leggere che «dopo settimane di strigliate a politici con atteggiamenti assertivi (sia di sinistra che di destra) e richiami alla cautela circa la possibilità di una nuova invasione dell’Iraq, Paul tramite e-mail ha riferito all’Associated Press: “Se fossi io il Presidente convocherei il Congresso in seduta comune. Spiegherei perché l’ISIS oggi rappresenti una minaccia per la nostra sicurezza nazionale e chiederei al Congresso stesso l’autorizzazione per distruggere militarmente l’ISIS”». 6

L’iniziale timidezza di Obama e l’ammissione della mancanza di una strategia hanno indebolito sicuramente tanto la posizione del Presidente quanto quella del Partito democratico, offrendo il fianco ai numerosi attacchi dei repubblicani. Molti esponenti della destra, nei giorni successivi alle dichiarazioni del Presidente, hanno fatto circolare dei video delle proprie candidature in cui puntavano il dito contro la mancata risposta americana a una minaccia per la sicurezza come l’ISIS, dimostrando una volta di più quanto siano centrali i temi di politica estera nella campagna elettorale di midterm.

Dovendo fronteggiare uno scenario sempre più problematico, reso ancora più infuocato dalla comparsa il 2 settembre scorso del video di una seconda esecuzione da parte dei guerriglieri dell’ISIS, ancora una volta con vittima un giornalista statunitense, il corrispondente del Time  Steven Sotloff, Obama ha preso in mano la situazione. Nel discorso alla nazione tenuto dal Presidente alla vigilia del tredicesimo anniversario dell’11 settembre Obama ha esordito spiegando di voler «speak to you about what the United Staes will do with our friends and allies to degrade and ultimate destroy the terrorist group known as ISIS», chiarendo fin da subito come la strategia statunitense, mancante fino a pochi giorni prima, fosse finalmente stata delineata. Quattro sarebbero stati i punti fondamentali su cui puntare: l’intervento statunitense sarebbe dovuto essere per via aerea, non solo in Iraq ma anche in Siria se ciò fosse stato necessario; non ci sarebbe stato l’invio di truppe americane sul campo ma solo di personale di intelligence; gli Stati Uniti avrebbero dovuto guidare una coalizione internazionale; le operazioni militari, soprattutto quelle di terra, sarebbero dovute essere affidate ad alleati presenti nell’area, come l’esercito iracheno.

Il così repentino cambio di tono di Obama, e il suo scivolamento verso l’interventismo, hanno in qualche modo messo a tacere le pressanti richieste dei repubblicani, scatenando però la reazione della base democratica, contraria a qualsiasi intervento diretto. Obama, conscio che la tornata elettorale di novembre potrebbe essere caratterizzata in maniera pregnante dalle questioni di politica estera, ha provato ad accontentare tutti, salvando forse le elezioni di metà mandato ma rischiando di impantanarsi in un’operazione militare che ancora non sembra avere chiari gli obiettivi da raggiungere né in quali modi possano essere realizzati. Il punto è stato ben sottolineato da Mario Del Pero in un articolo apparso sul Messaggero dell’11 settembre; «per quanto depurata dagli eccessi nazionalisti e unilateralisti di Bush – scriveva Del Pero – anche la (non) strategia obamiana sembra accettare l’idea di una campagna militare infinita contro un nemico che, per quanto oggi territorialmente definito, rimane elusivo, sfuggente e capace di riprodursi e reinventarsi continuamente. E anche quella di Obama rischia di diventare una guerra illimitata e permanente, come tutte le guerre nelle quali all’identificazione di un nemico non corrisponde, e forse non può corrispondere, l’individuazione di obiettivi chiari, precisi e circoscritti». 7

È lecito così pensare che all’interno della strategia del Presidente vi sia una commistione tra questioni riguardanti le elezioni di metà mandato e meri aspetti di politica estera e di sicurezza. Decidendo per un intervento diretto Obama ha messo a tacere le tante voci, provenienti soprattutto dal mondo repubblicano, che per tutta l’estate lo avevano accusato di un’eccessiva timidezza in materia di sicurezza nazionale; inoltre, spiegando come gli Stati Uniti sarebbero stati coinvolti soltanto in operazioni militari tramite forze aeree e di intelligence, il Presidente ha scongiurato l’invio di truppe di terra, rassicurando la stragrande maggioranza degli americani, contrari all’utilizzo di «boots on the groud».

La costruzione di una coalizione internazionale eterogenea comprendente ad oggi più di 60 paesi ed impreziosita dal fatto che anche numerosi stati del mondo arabo vi abbiano aderito può infine essere considerata un ulteriore asso nella manica del Presidente; se la strategia delineata dagli Stati Uniti riuscisse ad essere legittimata in seno alle Nazioni Unite, Obama potrebbe effettivamente arrivare alle elezioni di metà mandato in una posizione molto più favorevole di quanto potesse sembrare poche settimane fa.

La strategia di “rebalance to Asia”

Obama davanti alle bandiere degli stati membri dell'ASEAN in occasione della sua prima visita all'estero dopo la rielezione, 19 novembre 2012.

Obama davanti alle bandiere degli stati membri dell’ASEAN in occasione della sua prima visita all’estero dopo la rielezione, 19 novembre 2012.

Mentre la questione mediorientale continua a occupare un posto centrale sia nel dibattito politico americano che si avvia nella fase calda prima delle elezioni di novembre, sia nel dibattito interno alla foreign policy community, sullo sfondo rimane uno dei pilastri della politica estera di Obama: il cosiddetto «Pivot to Asia» o, più propriamente, la strategia etichettata come «rebalance to Asia». Quest’ultima ha preso corpo nella seconda metà del 2011, formalizzata da un ormai celebre articolo apparso su Foreign Policy a firma dell’allora Segretario di Stato Hillary Clinton, 8 e si fonda su un presupposto molto chiaro: riorientare il focus della politica estera americana rendendo la regione dell’Asia-Pacific prioritaria in termini di risorse militari, diplomatiche ed economiche, diminuendo al contempo la tradizionale attenzione al teatro mediorientale. Questa strategia è in realtà un insieme di policies atte a rafforzare la centralità americana in una regione considerata come il futuro fulcro del sistema internazionale.

Sotto il profilo militare, il rebalancing si sostanzia attraverso un deciso aumento della presenza della U.S. Navy nell’area, nell’introduzione di un nuovo concetto operativo quale l’Air-Sea Battle, 9 nel rafforzamento delle alleanze con gli attori regionali e nella ricerca di nuove partnership strategiche che rafforzino l’architettura di sicurezza regionale, che rimane imperniata sullo schema hub and spokes, 10 sviluppatosi dopo il secondo conflitto mondiale. Dal punto di vista diplomatico si può rilevare una nuova enfasi, posta dall’amministrazione sulla presenza statunitense nei principali forum e meccanismi multilaterali regionali, quali l’Association of Southeast Asian Nations (ASEAN) e lo East Asia Summit (EAS).

La componente economica del rebalance è costituita dall’ambizioso accordo commerciale multilaterale che prende il nome di Trans-Pacific Partnership (TPP), che coinvolge 11 paesi oltre agli Stati Uniti (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam), fondato su una forte apertura del commercio tra i paesi coinvolti e su elevati standard di protezione della proprietà intellettuale, delle condizioni di lavoro e di protezione ambientale. L’accordo è ancora in fase negoziale e incontra molteplici difficoltà, in particolare relative alla posizione del Giappone, attore fondamentale per aggiungere peso specifico all’architettura commerciale immaginata da Washington, che pone seri ostacoli per quanto riguarda l’annoso tema dell’apertura del settore agricolo. 11

È possibile rilevare come la strategia di rebalancing incontri un generale favore nella foreign policy community statunitense, e come forse risponda all’identikit di classico tema dallo scarsissimo impatto nella dinamica delle elezioni di medio termine. Questo però non significa che il risultato delle elezioni congressuali non possa avere qualche ripercussione sullo sviluppo di una tale strategia di lungo termine. Paradossalmente, come sottolinea Zachary Keck su Diplomat, un eventuale Congresso completamente repubblicano potrebbe essere addirittura una fattore consolidante delle linee fondamentali del rebalancing. In primo luogo perché sarebbe ancora più difficile per Obama avere il necessario mordente sulle tematiche di politica interna, e questo potrebbe indurlo a porre l’accento ancor di più sull’azione esterna, terreno più adatto per procedere senza un consenso maggioritario nel ramo legislativo.

In secondo luogo, per alcuni aspetti i repubblicani sono potenzialmente più ricettivi delle priorità necessarie al sostenimento del rebalancing, quali una linea più morbida a riguardo dei tagli del budget per la difesa e soprattutto un maggiore sostegno delle trattative che riguardano la TPP, in particolare per quel che riguarda le procedure che riguardano la concessione a Obama della Trade Promotion Authority, che renderebbe possibile la ratifica dell’accordo in regime di fast track, sulla scorta del Trade Act del 1974 e di quello del 2002. Paradossalmente, infatti, il Presidente ha trovato l’opposizione più tenace in Congresso, su queste tematiche, in seno al proprio stesso partito. 12

A questo si aggiunga il fatto che il Senatore democratico Max Baucus e il Congressman repubblicano Dave Camp, promotori del Bipartisan Congressional Trade Priorities Act of 2014 – che voleva rappresentare un ponte tra le due parti per velocizzare l’iter che avrebbe condotto alla procedura di fast track in materia di politica commerciale – si sono (il primo) o si stanno per ritirare (il secondo), indebolendo di fatto il fronte bipartisan a sostegno di un rapido consenso in merito all’accordo TPP.

Si capisce quindi come la politica congressuale possa rappresentare un fattore importantissimo nel determinare l’incisività e la credibilità del rebalancing, in un anno nel quale l’amministrazione si è spesa fortemente nel segnalare ai propri partner asiatici la consistenza e la priorità assoluta di questa strategia. Basti pensare che nel 2014 l’attività diplomatica relativa alla regione ha avuto un picco notevole dopo un 2013 che ha portato a una serie di contrattempi sul piano sia operativo che soprattutto di immagine, primo fra tutti il viaggio autunnale di Obama cancellato a causa dello shutdown. 13 Il Presidente ha quindi recuperato il proprio tour nella primavera di quest’anno, seguito a ruota dall’incisiva partecipazione di Chuck Hagel allo Shangri-La Dialogue e dalla partecipazione del Segretario di Stato John Kerry al meeting dell’Asean Regional Forum lo scorso agosto.

La politica asiatica dell’amministrazione Obama può quindi non rappresentare un tema centrale della campagna elettorale per le elezioni di medio termine, ma il suo futuro è intrecciato a doppio nodo con la politica congressuale e quindi con le elezioni stesse.

Note:

  1. http://thehill.com/blogs/pundits-blog/foreign-policy/214243-does-foreign-policy-affect-midterm-elections.
  2. Ibid.
  3. http://www.nationaljournal.com/politics/republicans-newest-2014-weapon-foreign-policy-20140910.
  4. È possibile trovare l’intero discorso del Presidente Obama su https://www.youtube.com/watch?v=H_DV_uiW9zE.
  5. http://www.nytimes.com/2014/09/10/us/politics/cheney-goes-to-capitol-hill-to-counter-gop-isolationism.html.
  6. http://www.thewire.com/politics/2014/09/a-brief-history-of-rand-pauls-evolving-im-not-an-isolationist-op-eds/379643/.
  7. Il Messaggero, 11 settembre 2014 e http://mariodelpero.italianieuropei.it/2014/09/guerre-illimitate-e-non-strategie/.
  8. http://www.foreignpolicy.com/articles/2011/10/11/americas_pacific_century.
  9. Air-Sea Battle è un concetto operativo sviluppato dall’esercito statunitense al fine di fronteggiare lo sviluppo di strategie di Anti-Access/Area Denial (A2/AD) da parte di attori regionali, che hanno come effetto quello di limitare la proiezione di potenza americana in alcuni contesti regionali, uno dei pilastri dell’egemonia statunitense. Per ulteriori approfondimenti si veda Jan Van Tol, Mark Gunzinger, Andrew Krepinevich, Jim Thomas, AirSea Battle: a Point-of-Departure Operational Concept, Washington, Center for Strategic and Budgetary Assessments, 2010.
  10. Con hub and spokes ci si riferisce al sistema di alleanze bilaterali che caratterizza la struttura del sistema di sicurezza regionale in Asia-Pacifico, che vede gli Stati Uniti fungere da hub e quindi da garante primario della sicurezza e stabilità regionali, mentre gli alleati intrattengono relazioni di sicurezza primariamente bilaterali con gli Stati Uniti stessi, diversamente da quanto accaduto in Europa con la NATO. Per capirne le origini si veda Victor Cha, “Powerplay Origins of the U.S. Alliance System in Asia”,  International Security 34, 3 (2009/10), pp. 158–196.
  11. http://www.washingtonpost.com/opinions/momentum-for-the-trans-pacific-partnership-needs-to-be-revived/2014/09/30/6fa7290a-480f-11e4-891d-713f052086a0_story.html.
  12. http://thediplomat.com/2014/04/the-midterm-elections-and-the-asia-pivot/.
  13. https://www.ceraunavoltalamerica.it/2014/02/sorry-we-are-shutdown-le-origini-costituzionali-delle-crisi-di-budget-federali.

COMMENTI

WORDPRESS: 0
DISQUS: 0

VOL 3 (2019) CALL FOR SUBMISSIONS!

FIND MORE HERE