Stato interventista, politiche sociali e definizioni di libertà nel Novecento americano. Lezione di Maurizio Vaudagna, di Demetrio Anolini, Giulio Chiofalo, Laura Fotia, Annalisa Mogorovich, Andrea Ostuni, Francesco Pellegrini

Stato interventista, politiche sociali e definizioni di libertà nel Novecento americano. Lezione di Maurizio Vaudagna, di Demetrio Anolini, Giulio Chiofalo, Laura Fotia, Annalisa Mogorovich, Andrea Ostuni, Francesco Pellegrini

«In the future days, which we seek to make secure, we look forward to a world founded upon four essential human freedoms.

The first is freedom of speech and expression—everywhere in the world.

The second is freedom of every person to worship God in his own way—everywhere in the world.The third is freedom from want—which, translated into world terms, means economic understandings which will secure to every nation a healthy peacetime life for its inhabitants—everywhere in the world.

The fourth is freedom from fear—which, translated into world terms, means a world-wide reduction of armaments to such a point and in such a thorough fashion that no nation will be in a position to commit an act of physical aggression against any neighbor—anywhere in the world». 

 

 

Con queste parole il 6 gennaio 1941 F.D. Roosevelt si rivolgeva al Congresso per giustificare l’abbandono della scelta isolazionista, che aveva caratterizzato la politica estera americana dopo la fine della Prima guerra mondiale. Questo discorso, passato alla storia come The four freedoms speech, giungeva a coronamento di un decennio, gli anni Trenta, cruciale per la ridefinizione del concetto di libertà sia negli Stati Uniti sia nel panorama internazionale attraverso un dibattito politico ed economico, ma anche linguistico, sui termini “freedom” e “liberty”, da sempre centrali nella vita pubblica americana. Come Eric Foner ha sottolineato in The Story of American Freedom (1998), nell’ultimo scorcio del XIX secolo il problema principale che riguardava la libertà era se l’individuo doveva “essere lasciato libero di inseguire il suo interesse economico personale senza vincoli esterni o se con libertà economica si intendeva sicurezza economica, un salario che permetteva una vita decente e un sistema di tutele sociali”. Dopo il crollo di Wall Street, questi temi politici e sociali assunsero un ruolo di primo piano.

Infatti, come hanno affermato lo storico Michael Kammen (1986) e lo stesso Foner (1998), fu proprio negli anni Trenta che si verificò uno slittamento semantico del termine libertà, la cui causa va ricercata nella complessa contingenza del periodo, nel quale lo spartiacque era stato definito dalla Great Depression del 1929, parzialmente risolta nel New Deal. Questa fase pose gli americani di fronte ad una situazione nuova che ebbe ripercussioni notevoli, costringendoli a ripensare alcuni concetti dati per scontati e a rivedere le interdipendenze fra libertà, Stato interventista e politiche sociali: la convinzione che il progresso sociale si fondasse sulla ricerca sfrenata della ricchezza venne screditata, mentre si rafforzò l’idea secondo cui il compito primario dello Stato fosse quello di proteggere i cittadini americani dalle vicissitudini e dall’imprevedibilità del mercato.

Brooklyn Daily Eagle, 24 ottobre 1929: "Wall St. in panic as stocks crash".

Brooklyn Daily Eagle, 24 ottobre 1929: “Wall St. in panic as stocks crash”.

Il crollo della borsa di Wall Street del 29 ottobre 1929 giunse al culmine di un periodo passato alla storia come i Roaring Twenties: l’America, uscita vincente dalla guerra, aveva ritrovato nuova vitalità e nuovo ottimismo, le industrie avevano cominciato a produrre su larga scala grazie alle nuove tecniche di produzione di massa, i consumi erano significativamente aumentati anche grazie al ruolo della pubblicità e somme enormi venivano introdotte nel mercato finanziario. Come ha ricordato Foner, il modello di vita americano veniva in questi anni declinato in una “cultura dell’abbondanza”, nel mito della realizzazione personale. Anche l’Europa liberale, estenuata da anni di guerra sul proprio territorio, guardava agli Stati Uniti, a questo sogno americano in cui la libertà sembrava avere una sua concretezza, in contrasto con i fermenti autoritari che di lì a poco sarebbero sfociati nelle dittature. In America l’individuo e la sua libertà personale sembravano essere al centro: la libertà del “consumatore”, essendo pensata dal punto di vista economico, si traduceva anche in un aumento dell’attivismo politico, poiché l’esclusione dal mondo del consumo di massa veniva considerata come “una negazione dei diritti altrettanto grave di quanto lo era stata una volta l’esclusione dal voto” (Foner, 1998). Per possedere e consumare – perché questo era l’imperativo di quegli anni – era fondamentale un “salario vitale” (Foner, 1998), che poteva essere garantito tramite l’iscrizione ai sindacati, e si faceva sempre più insistente l’idea di un necessario intervento statale che si preoccupasse di garantire ai cittadini/consumatori un eguale accesso ai beni di consumo: i Progressisti dell’epoca sostenevano il ruolo dello Stato come “agente morale”, che avrebbe dovuto stabilire le regole sulla base delle quali la società avrebbe dovuto condurre i propri affari. Questi anni videro l’arricchirsi di milioni di persone ma anche l’allargamento del divario dalle fasce più povere, poiché un decimo dell’1% più ricco della popolazione aveva entrate pari a quelle totali del 42% delle famiglie della fascia inferiore (Zinn, 1980). Gli esclusi dalla ricchezza diventarono dunque sempre più numerosi: sfruttamento e precarietà dei posti di lavoro erano all’ordine del giorno, l’eccessiva industrializzazione fece sì che i contadini abbandonassero la terra per riversarsi nelle città, il flusso migratorio dei neri dal Sud alle città del Nord e Nord–Est aumentò a dismisura. Tutto ciò contribuì ad incrementare una latente tensione sotterranea – complice la convinzione di molti che la guerra fosse stata combattuta per interessi di altri (imprenditori, banchieri e politici) –, tensione che si amplificò, come vedremo, con l’avvento della Great  Depression: “So we beat on, boats against the current, borne back ceaselessly into the past” (Fitzgerald, 1925).

Il 24 ottobre 1929, “il giovedì nero”, questo sistema crollò: la caduta della borsa colpì in particolar modo la media borghesia che nel corso degli anni Venti aveva sostenuto la domanda di beni di consumo durevoli e aveva investito capitali; il mercato, incapace di assorbire tutte le merci, si saturò e divenne drammatica la visibilità degli squilibri sociali acuiti dalla crisi e documentati dalle numerose inchieste, corredate di fotografie, di quegli anni.

Unemployed queued up at Chicago soup kitchen, Febbraio 1931

Unemployed queued up at Chicago soup kitchen, Febbraio 1931

L’allora presidente repubblicano Herbert Hoover, fedele al principio per cui il beneficio di un intervento dello Stato per risolvere problemi di tipo economico sarebbe stato più dannoso per la libertà dei cittadini che vantaggioso per la ripresa economica, autorizzò politiche anti-crisi di stampo liberista che si rivelarono però inefficaci. Per tentare di uscire dalla crisi andava perciò ripensato il concetto e il fine della libertà, che non poteva essere più soltanto libertà economica o, meglio, la libertà economica e individuale poteva essere garantita anche da una libertà di tipo sociale. Se seguiamo la tripartizione dei diritti di cittadinanza elaborata dal sociologo britannico T.H. Marshall in Citizenship and the Social Class nel 1949, negli anni Trenta l’accento fu posto sui diritti socio-economici: furono proprio i diritti economico-sociali e la libertà individuale a comporre il Welfare State. Lo Stato sociale o del benessere diventava necessario per sostenere un’economia e una società americana in caduta libera dopo il crollo di Wall Street: per questo  F.D. Roosevelt, democratico, eletto nel 1932 con la promessa di misure speciali per il rilancio dell’economia, decise di approvare un piano di riforme passato alla storia come New Deal che, dal 1935, garantì maggiore protezione e tutele sociali  alle classi più deboli.

Il concetto di libertà fu essenziale e prioritario nelle argomentazioni portate avanti dai New Dealers e fu anche l’elemento che distinse questi provvedimenti e misure economiche di riforma dalle altre forme di interventismo statale a livello internazionale. Alla Great Depression, infatti, fu riconosciuto il ruolo di “Great Internazionalizer”, per cui il dibattito sulle politiche per combattere la crisi con misure di interventismo statale coinvolse i due continenti affacciati sull’Atlantico: esperimenti, oltre al New Deal, si svilupparono in Italia con il fascismo, ma anche in Russia con il comunismo e in Svezia con il Welfare scandinavo. Il New Deal si inserì in questo contesto internazionale come alternativa liberale al decennio dei dittatori e come una possibile “third way” o “via mediana” (come definita da William Beveridge, teorico inglese del Welfare, 1942) tra le iniziative di stampo totalitario e il laissez-faire. L’obiettivo era trovare il bilanciamento tra “active government and social security” da un lato e “liberties of democratic citizenship” dall’altro (Vaudagna, 2009), riuscire, cioè, a conciliare libertà civili e sicurezza economica e a trovare la via mediante cui giustizia sociale e sicurezza economica fossero garantite dall’intervento dello Stato nell’economia ma senza che l’azione del governo intaccasse la sfera delle libertà personali.

John Dewey, uno dei principali intellettuali americani sostenitori del New Deal, sviluppò un linguaggio capace di riassumere questo compromesso, definendo la necessità di una “cooperative democratic freedom” che comprendesse libertà, individualismo e cooperazione (Dewey, 1939). L’unione di individualismo e cooperazione costringeva dunque a ridefinire il concetto di libertà, che non poteva più mirare a “[to] pursue economic selfinterest without outside restraint” (Vaudagna, 2009) ma che, invece, significava libertà all’interno di un interesse comune, libertà non “dallo Stato”, bensì libertà “protetta” dallo Stato. In questo cambio di prospettiva lo Stato, la comunità, tutelava le libertà dell’individuo anziché limitarle.

Le critiche rivolte a questo ripensamento del concetto di libertà furono immediate e innumerevoli: l’economista austriaco F. Von Hayek fu uno dei principali detrattori del New Deal. Egli era contrario alle teorie keynesiane d’intervento statale nell’economia ma, nel caso specifico, era convinto che non esistesse la nozione di “common good” o “common interest” nella vita pubblica. Per Hayek, dunque, lo Stato, in quanto fornitore di determinati servizi ai cittadini, era un limite e non un incentivo alla libertà. La sua argomentazione, riportata in The Road to Serfdom del 1944, veniva giustificata partendo dal presupposto che uno Stato interventista, per applicare le sue politiche pubbliche, avrebbe dovuto godere di un consenso unanime impossibile da raggiungere in una società moderna: l’unico modo attraverso il quale la cosa pubblica avrebbe potuto attuare i propri provvedimenti sarebbe stata la costrizione dei cittadini dissidenti con la forza, provocando così un’ovvia limitazione della libertà. Per i critici del New Deal, i provvedimenti presi da Roosevelt erano un vero e proprio attentato alla libertà individuale americana e potevano, secondo l’opinione di Robert Taft – leader dell’ala repubblicana del Congresso – spingere il paese verso il comunismo. La principale argomentazione avanzata da populisti e conservatori, che si opponevano alla pianificazione economica e alla regolamentazione dei rapporti di lavoro ad opera del governo federale, era, infatti, che esso costituisse la più grande minaccia alla libertà individuale. Secondo Hoover, libertà di iniziativa significava opportunità economiche senza restrizioni per l’iniziativa individuale e l’interventismo statale, insieme alla richiesta di sicurezza economica, stava trasformando gli americani in “parassiti passivi” dipendenti dallo Stato. L’ex presidente degli Stati Uniti rivendicava per sé il termine liberale sostenendo che, attraverso il suo utilizzo da parte dei democratici, esso fosse stato privato di tutti i suoi significati reali. La paura comune era che le politiche di assistenza avrebbero danneggiato chi voleva perseguire la pursuit of happiness senza restrizioni a favore di chi, invece, voleva vivere sulle spalle dello Stato. Roosevelt, dal canto suo, era convinto che “the test of our progress is not whether we add more to the abundance of those who have much; it is whether we provide enough for those who have too little”  (One Third of a Nation: FDR’s Second Inaugural Address, 1937).

Questa sua idea fu ribadita con forza nella campagna elettorale del 1936, al termine della quale Roosevelt fu rieletto,  che si trasformò in un intenso dibattito sulla Costituzione e una lotta contro i “realisti dell’economia” (Foner 1998). Quello che il presidente e il suo gabinetto volevano era una democrazia più egualitaria, nella quale la pursuit of happiness resa assoluta dalla Dichiarazione d’Indipendenza non fosse appannaggio di pochi privati, ma della comunità. L’idea di comunità nella mente di Roosevelt subiva tuttavia diverse limitazioni nella realizzazione pratica delle politiche newdealiste: i primi a essere esclusi da queste riforme erano gli afroamericani. Come ha evidenziato Howard Zinn in A People’s History of the United States (1980), per la popolazione di colore il New Deal fu incoraggiante dal punto di vista psicologico, soprattutto grazie al ruolo della first lady Eleanor Roosevelt, sensibile alla questione razziale, e alla presenza di alcuni neri nell’amministrazione che si impegnarono costantemente nel tentativo di allargare i beneficiari delle riforme. Tuttavia, la maggior parte degli afroamericani continuò a rimanere totalmente esclusa dai provvedimenti del New Deal: in quanto prevalentemente fittavoli, domestici e migranti, essi non avevano diritto alla sicurezza sociale, al salario minimo e agli assegni di disoccupazione e una delle ragioni di ciò derivava dai sottili equilibri politici che resero lo stesso New Deal possibile, il forte sostegno, cioè, dei democratici bianchi degli stati del Sud, detentori della metà circa dei comitati del Congresso.

F. D. Roosevelt firma il Social Security Act, 14 agosto 1935.

F. D. Roosevelt firma il Social Security Act, 14 agosto 1935.

Il concetto di libertà introdotto negli anni Trenta faticò quindi a scrollarsi di dosso quell’idea per cui la libertà degli uni era possibile anche grazie alla non libertà degli altri: per gli americani bianchi degli anni Trenta, i neri rimanevano invisibili. Come ha sottolineato Foner (1998), la dichiarata universalità del New Deal non si dimostrò tale nella pratica: il Social Security Act del 1935, che definì i caratteri fondamentali della politica sociale federale per i successivi cinquant’anni istituendo programmi diretti a settori diversi della popolazione, fissò di fatto nuovi limiti di genere e di razza per il concetto di libertà economica, riflettendo la prassi sociale prevalente. Se da una parte i benefici derivati dalle misure federali di assistenza contribuirono a provocare un profondo cambiamento nel comportamento elettorale degli afroamericani, che dalle elezioni del 1936 divennero fedeli sostenitori del partito alfiere del New Deal, dall’altra l’inevitabile riversarsi di questa minoranza nelle mani della “assistenza generale” (Foner, 1998), creando le basi di una separazione sociale che dura ancora oggi, spinse le organizzazioni nere a farsi attive promotrici di una reale universalizzazione del New Deal.

La legge del 1935, inoltre, istituzionalizzò la convinzione diffusa che l’uomo fosse l’unico breadwinner responsabile del mantenimento della famiglia portando al licenziamento delle donne sposate, i cui mariti guadagnavano un “salario vitale”, e alla richiesta di allontanamento dal lavoro delle stesse per far posto ai mariti disoccupati. Le donne, che soltanto quindici anni prima avevano ottenuto il diritto di voto, si trovarono così escluse dai programmi di indennità e da quel mercato del lavoro nel quale erano prepotentemente entrate durante la Prima guerra mondiale: il vicepresidente della United Auto Workers, citato da Foner, affermò che “la moglie lavoratrice il cui marito è impiegato dovrebbe essere interdetta dall’industria” (Foner 1998, p. 275 dell’edizione italiana).

Questo ridimensionamento del concetto di libertà, veicolato dal New Deal, va però contestualizzato nell’epoca storica: il New Deal rafforzava la democrazia come era intesa all’epoca, non come viene intesa oggi. La storia americana insegna, infatti, che parlare di libertà e democrazia non significava escludere la possibilità della segregazione razziale o delle discriminazioni di genere. A questo punto, però, la domanda che fa da sfondo all’intera relazione ritorna: che tipo di libertà viene concepita dal New Deal? Per fare chiarezza e quindi cercare di dare una risposta a questa domanda ricorrente, può essere d’aiuto analizzare la libertà del New Deal tramite le parole a cui questa fu associata. La questione linguistica è importante, basti pensare soltanto all’uso che Roosevelt fece della parola liberalism. Questa parola venne “confiscata” ai liberali classici, sostenitori del laissez-faire, dando il via ad un dibattito che avrebbe portato il liberalismo da “unica traduzione” alla “L-word” degli ultimi vent’anni (Mariano, 2011), e reintrodotta nell’arena politica traslata ad una nozione di generosità/liberalità di ispirazione wilsoniana, ovvero generosità del governo nel garantire, come un diritto di cittadinanza, “a dignified socio-economic life”, senza però un aumento nell’uso della coercizione. Paradossalmente, con il termine “liberalismo” s’intendevano tutte le politiche pubbliche (ad esempio l’educazione pubblica) che in quest’ottica diventavano necessarie ai cittadini per conquistare libertà (Vaudagna, 2009). Per Roosevelt tutto questo faceva parte di una strategia comunicativa che cercava di rendere accettabile e rassicurante un’azione riformatrice, che in realtà modificava profondamente la vita pubblica americana: “Etichettare queste novità piuttosto radicali come liberal […] significava metabolizzarle nella storia e nell’identità nazionale e metterle al riparo dai violenti attacchi del conservatorismo” (Mariano, 2011). A rafforzare questa evoluzione linguistica contribuì fortemente il già citato John Dewey – per il quale “freedom is not a given but, rather, must always be achieved” (Vaudagna, 2009) – attraverso diversi articoli sull’argomento, tra cui l’eloquente The Meaning of Liberalism del 1935.

La libertà del New Deal, oltre che al termine “liberalismo”, venne associata anche al termine “pianificazione”: l’ispirazione, in questo caso, erano chiaramente i piani quinquennali di Stalin in Unione Sovietica che anche oltreoceano venivano guardati con sincero interesse. Pianificare, infatti, secondo il pensiero di Karl Mannheim (1940), significava pianificare la società per renderla più libera, più democratica, giusta e senza classi: in questo senso, pianificazione diventava sinonimo di libertà. Come abbiamo già scritto in precedenza, però, la possibile deriva comunista del New Deal era proprio una delle principali critiche rivolte all’operato del presidente. In realtà il rischio era assolutamente irreale: piuttosto, il New Deal si configurava come un tentativo di produrre e correggere gli errori del capitalismo senza mai però metterne in discussione le basi. A questo proposito può essere utile fare riferimento alle parole di Adolf A. Berle, diplomatico e membro del “brain trust” di Roosevelt, riportate da Francesco Villari in Il New Deal (1977): “Una cosa è non aver timore dei cambiamenti e un’altra è rinnegare una civiltà che, generalmente parlando, ci ha reso un buon servizio; basta modificarla per far fronte alle mutate condizioni. In un mondo in cui le rivoluzioni avvengono ormai facilmente, il New Deal ha scelto la via, più difficile, della moderazione e della ricostruzione. In poche parole questa è l’economia sociale – l’economia politica della vecchia terminologia – del New Deal”. Il New Deal e di conseguenza il concetto di libertà che da esso scaturiva erano il risultato di un’evoluzione dettata dalla necessità impellente della crisi, che allo stesso tempo si inseriva in un discorso più ampio di ridefinizione del ruolo dello Stato in un capitalismo maturo e non più spensierato. Si trattava di un’evoluzione di significato che Isaiah Berlin nel 1958 tentò di riassumere (e chiarire) nella distinzione tra libertà negativa e positiva: la libertà negativa “identified and demarcated the spere of the individual from the sphere of political authority”, mentre la libertà positiva “linked the idea of freedom with the concept of self-realization. The individual was to considered free if he/she could realize its potentialities”. Negli anni Trenta, seguendo questa distinzione, avvenne quindi un passaggio da libertà negativa a positiva, senza che la prima venisse ripudiata; infatti, la libertà individuale rimaneva un valore imprescindibile della società del New Deal e statunitense, soprattutto se confrontata con la libertà nel blocco sovietico.

Il dibattito linguistico, politico e sociale sul concetto di libertà, secondo Maurizio Vaudagna in Democracy and Social Rights in the “Two Wests” (2009), servì a preparare il terreno per gli argomenti a giustificazione dell’intervento americano nella Seconda guerra mondiale. Proprio il conflitto, però, sancì il fallimento delle politiche del New Deal: la sicurezza sociale venne accantonata a favore della crescita economica e, in generale, l’idea del guadagno economico come ottenibile solo mediante il lavoro rimaneva predominante sull’idea di un diritto al benessere economico indipendentemente dal lavoro.

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