Libertà e sicurezza globale nel contesto di post-Guerra fredda. Lezione di Mario Del Pero, di Alice Balestrino, Marianna Bettini, Adriano Cicerone, Arianna Pianca, Lucia Ponzo, Elena Tosti

Nell’ordine internazionale post-bipolare si è venuto a creare un nuovo equilibrio tensivo fra egemonia statunitense, sicurezza del sistema internazionale e idea di libertà americana. Con l’implosione dell’Unione Sovietica e il venir meno dello scontro ideologico che aveva caratterizzato la Guerra fredda, si è assistito all’intensificazione del dibattito interno, politicamente trasversale, sulla crisi dell’egemonia statunitense. In seguito all’improvviso venir meno della superpotenza antagonista, mentre alcuni vedevano gli Stati Uniti ad affrontare l’emergere di altri centri di potere sia statali sia regionali, altri teorizzavano, nonostante il temporaneo declino statunitense, la fine della storia in quanto tale e l’affermarsi del liberalismo. La scarsa produttività e il confronto con quei Paesi – Germania e Giappone fra tutti – che si erano concentrati sulla crescita economica piuttosto che sulle spese militari sembravano mettere in evidenza l’erosione della potenza statunitense, anche alla luce delle teorie che ne vedevano la causa nella “sovraestensione imperiale”, ovvero in un aumento degli impegni globali statunitensi senza un adeguato contro-bilanciamento di risorse.

Tuttavia tra la fine della Guerra fredda e l’11 settembre 2001 il sistema internazionale non si è evoluto in senso multipolare, ma gli Stati Uniti sono rimasti ancora l’unica potenza globale per almeno quattro motivi. Da un lato, gli accordi e le istituzioni creati dopo la Seconda guerra mondiale per rinsaldare le alleanze statunitensi non avevano subito modifiche, al contrario furono rafforzati a partire dagli anni Novanta grazie al nuovo internazionalismo statunitense. Dall’altro, il boom del settore tecnologico aveva portato a una forte crescita economica, in parallelo alla recessione giapponese causata dallo scoppio della bolla speculativa, dalla liberalizzazione dei mercati finanziari e da politiche monetariste espansive. Inoltre il dollaro rimaneva la valuta dominante del sistema monetario internazionale, nonostante il gold standard, che garantiva la convertibilità della moneta statunitense in oro, fosse stato abolito nel 1971. Non da ultimo, gli Stati Uniti si dimostrarono gli unici ad avere le potenzialità militari per agire come garanti dell’ordine mondiale e fronteggiare le crisi umanitarie che emergevano a livello regionale, per esempio nei Balcani o in Medio Oriente. Pertanto lo scenario che si venne delineando dopo la fine della Guerra Fredda mostrava che la potenza statunitense era tutt’altro che in declino, ma allo stesso tempo metteva in luce una serie di contraddizioni che ne segnavano i limiti e le incoerenze.

Copertina di Time, 16 novembre 1992

Copertina di Time, 16 novembre 1992

Con la prima presidenza Clinton arrivò una ventata di freschezza nell’economia americana. Dopo la crisi economica degli anni Ottanta, che aveva contribuito ad alimentare il dibattito su un probabile declino del Paese, ci fu un cambio repentino, con una crescita media annua che arrivò anche al 4–4,5% durante i due mandati del presidente democratico. Nello stesso periodo l’inflazione scese sotto il 2% e il tasso di disoccupazione arrivò al 4% nel 2000, mentre il budget federale tornò nuovamente in surplus dopo diversi anni in passivo. La crescita era trainata dal settore della cosiddetta new economy che garantiva un alto livello di produttività, un aumento dei salari e dei consumi, nonché la possibilità di una maggiore mobilità sociale. Lo sviluppo economico durante quegli anni non fu però privo di debolezze: in primo luogo, il tasso d’indebitamento sia pubblico sia privato aumentò vistosamente e, allo stesso modo, crebbe la percentuale di treasury bond posseduti da investitori stranieri (Giappone e Cina in primis). In secondo luogo, il boom della borsa, che accompagnò lo sviluppo della new economy, assunse forme altamente speculative che culminarono poi con lo scoppio della cosiddetta “bolla tecnologica”. Inoltre, il deficit commerciale del Paese e il passivo della bilancia delle partite correnti aumentarono e, insieme alla crescita di capitali investiti dall’estero, contribuirono a trasformare gli Stati Uniti – che prima avevano un’economia produttrice – in un “impero dei consumi”. Il miracolo economico degli anni Novanta era infatti destinato ad esaurirsi presto. Già a partire dal 2001 la crescita media del PIL si ridusse ad un massimo del 2% annuo durante l’amministrazione Bush. Mentre tutto il resto del mondo produceva e risparmiava, negli Stati Uniti la diseguaglianza di reddito soprattutto nelle fasce più alte divenne incredibilmente ampia e i consumi, sia a livello pubblico sia privato, erano sostenuti dagli acquisti a debito, creando un incremento dell’interdipendenza tra gli Stati Uniti ed i Paesi del polo confuciano. Un paradosso tutt’altro che scontato: la principale potenza economica mondiale non esportava investimenti ma ne attraeva.

Copertina di Time, 25 dicembre 2000

Copertina di Time, 25 dicembre 2000

Sul piano globale, una volta venuto meno l’ordine bipolare e con la prima presidenza Clinton, gli Stati Uniti si proposero come “nazione indispensabile”. Il “cosmopolitismo liberale” che caratterizzò – non senza ambiguità – la politica estera durante la presidenza Clinton mirava a uscire dagli schematismi della Guerra Fredda, a ribadire l’impegno nella tutela dei diritti umani e al contempo a ridurre le spese militari per avere un maggior appoggio dall’opinione pubblica. L’uso della forza aveva infatti subito una forte delegittimazione agli occhi dell’opinione pubblica, stanca di accettare i costi umani e materiali di operazioni militari in nome della democrazia e dei diritti umani. L’11 settembre 2001 segnò però un punto di svolta, consentendo all’amministrazione Bush jr. di riprendere la dottrina Powell che giustificava l’attacco preventivo con qualsiasi pericolo percepito di un attacco verso gli Stati Uniti. La nuova dottrina Bush, che sosteneva con fermezza la diretta relazione tra potere militare e democrazia, ottenne un ampio consenso internazionale per l’intervento in Afghanistan, che declinò però quando fu il momento di allargare la guerra all’Iraq. Gli Stati Uniti si trovarono ben presto a pagare gli errori di una governance “ideologica e disattenta” che non aveva fatto altro che rimodellare gli equilibri geopolitici nel quadro mediorientale soprattutto a favore delle forze radicali filoislamiste. 1 Gli altissimi costi sostenuti per la guerra al terrore e l’insuccesso della guerra agli occhi dell’opinione pubblica evidenziarono le contraddizioni del pilastro militare statunitense.

Va anche considerato che il primato statunitense e la forza della sua egemonia dipendono  contemporaneamente da due sfere di consenso: una all’interno e una all’esterno della nazione. Nell’ultimo trentennio il consenso internazionale non è sempre andato di pari passo con il consenso creato all’interno dalla mobilitazione dell’opinione pubblica americana. Se negli Stati Uniti il consenso è il prodotto di una retorica nazionalista e messianica, a livello internazionale esso è generato da azioni di politica estera attive, coerenti e dal respiro internazionalistico. A partire da queste considerazioni non risulta dunque difficile capire perché, in particolare durante l’amministrazione Bush, la forbice tra i due consensi sia stata così ampia. Clinton, da bravo equilibrista, era riuscito a mantenere una certa armonia tra le due sfere del consenso, bilanciando abilmente lo spirito nazionalista americano e il coinvolgimento delle istituzioni internazionali, permettendo in tal modo un’accettazione della leadership americana a livello nazionale e mondiale. Il successo ottenuto da Clinton non fu però replicato dal suo successore che, soprattutto dopo l’insuccesso della guerra in Iraq, non riuscì a limitare il divario tra consenso interno e forte impopolarità sul piano esterno. L’indebolimento dell’egemonia statunitense sulla scena internazionale finì comunque per polverizzare anche il sostegno interno sulla politica estera tanto che Bush jr. viene ricordato come uno dei presidenti più impopolari della storia americana insieme a Truman e Nixon.

Copertina di Time, 17 novembre 2008

Copertina di Time, 17 novembre 2008

Nel contesto in divenire appena delineato, è possibile notare come l’egemonia statunitense sia oggi minata non solo dalle contraddizioni descritte, ma anche dalla più vasta evoluzione dell’ordine internazionale in senso unipolare piuttosto che multipolare, dinamica che è emersa in seguito alla fine della Guerra fredda. Le contraddizioni sin qui brevemente analizzate sono state ben colte da Obama che sembra essersi fatto interprete del desiderio di radicale cambiamento espresso sia dai cittadini statunitensi sia dal resto del mondo. Il presidente si è dimostrato cauto soprattutto in ambito militare, conscio che l’opinione pubblica americana non sia più disponibile ad accettare nuovi conflitti armati, come si evince dalla recente passività mostrata in Siria e in Iraq. Obama ha cercato di proporre gli Stati Uniti come una potenza intenzionata ad agire nel quadro di una cooperazione multilaterale, in accordo con i grandi organismi internazionali. Probabilmente stiamo assistendo a uno spostamento dell’asse degli interessi geopolitici statunitensi dall’area mediorientale a quella dell’Asia e del Pacifico, grazie anche alle nuove politiche di autosufficienza energetica. Non si nota tuttavia una notevole discontinuità con le precedenti presidenze se si va ad analizzare una delle questioni più controverse, ossia il binomio sicurezza nazionale-libertà personale. Tra queste due dimensioni è sempre esistita una forte tensione che, soprattutto dopo l’11 settembre 2001, si è sbilanciata fortemente a favore della prima e di cui il Patriot Act divenne emblema proprio quell’anno. Come evidenziano diversi sondaggi, dopo più di dieci anni, i cittadini statunitensi sembrano essere sempre meno disposti ad accettare ingerenze nella loro sfera privata da parte del governo federale in nome della sicurezza pubblica. L’amministrazione Obama si trova quindi ancora imbrigliata nella contraddizione di fondo tra lotta al terrorismo e tutela della libertà personale anche se, a quanto sembra, gli Stati Uniti non sono mai stati tanto sicuri come oggi.

Il collasso dell’URSS ha reso gli USA la potenza dominante, priva di forti concorrenti in termini economici, militari e culturali a livello globale. Grazie alle grandi istituzioni internazionali create durante la Guerra fredda, gli Stati Uniti sono riusciti a vincolare gli altri Stati alle proprie decisioni politiche e strategiche, promettendo in cambio una porta d’accesso al mercato e alla politica statunitense e internazionale. Il fatto che gli Stati Uniti siano rimasti una potenza quasi incontrastata e che non siano riemerse rivalità tra le forze dell’occidente, nonostante il venir meno del balance of power, è stato per molti studiosi uno sviluppo non scontato e quasi inatteso. Infatti, associando l’idea gramsciana di egemonia, quale manifestazione di potere basata su forza e consenso, con la definizione di Ikenberry, secondo cui l’egemonia è una forma di espressione di ordine politico, appare anomalo il persistere dei meccanismi internazionali nell’era post-bipolare. Questo perché l’ordine politico è dato da una distribuzione del potere secondo una gerarchia verticale di forze in gioco che vede una sua estremizzazione in un impero. Tale situazione non è però duratura ma destinata a crollare con il crollo dello Stato-guida. L’equilibrio contemporaneo è dimostrazione, secondo Ikenberry, di un momento totalmente nuovo in cui permangono le strutture e le alleanze preesistenti al crollo dell’Unione Sovietica ed è positivo perché implica che la vera forza che aveva tenuto insieme il blocco filostatunitense era la forte istituzionalizzazione dell’ordine post-bellico e non la minaccia del nemico sovietico. Secondo Bull invece con fine della Guerra fredda si sarebbero liberate una serie di correnti che prima erano trattenute dalla logica bipolare ma che essendo antagoniste fra loro si scontreranno e metteranno fine alla società internazionale così come è conosciuta.

In questo orizzonte in evoluzione, la politica internazionale di multilateral retrenchment – condivisione di costi ed oneri militari con gli alleati – adottata della presidenza Obama fino a questo momento sembra implicare un apparente disimpegno sul piano globale. Inoltre, cercando di collocare la politica di retrenchment in una dimensione unipolare non è scontato chiedersi se sia una scelta dettata dalla sicurezza di essere una potenza egemone oppure dal timore di non essere sostenuto da un consenso interno abbastanza forte e quindi di non poter prendere una posizione netta. Tuttavia il nuovo ordine post-Guerra fredda sembra configurarsi come un ordine ancora unipolare, seppur imperfetto e pieno di contraddizioni, dove si vanno formando ed esaurendo incessantemente nuove spinte che lasciano intravedere la possibilità, ancora remota, di un ampliamento del sistema in senso multipolare, mentre la potenza statunitense sembra aver assunto un ruolo quasi passivo e “consequenzialista”.

Note:

  1. M. Del Pero, Gli Usa e l’America Latina durante le due amministrazioni Bush in Tra innovazione e continuità. L’America Latina nel nuovo millennio, Padova, Cluep, 2009, cit., pp. 141–157.

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