I confini della libertà: L’intersezionalità nelle categorie di razza, etnia, genere, classe. Lezione di Elisabetta Vezzosi, di Michele Tondi, Alice Sirio, Ilaria Manzetti, Stafania Bertoldo, Martina Bonfiglio, Manuela Altomonte

I confini della libertà: L’intersezionalità nelle categorie di razza, etnia, genere, classe. Lezione di Elisabetta Vezzosi, di Michele Tondi, Alice Sirio, Ilaria Manzetti, Stafania Bertoldo, Martina Bonfiglio, Manuela Altomonte

La lezione della professoressa Vezzosi in occasione della Decima Summer School organizzata dal CISPEA ha avuto come tema centrale l’evoluzione del concetto di intersezionalità quale strumento di analisi storica, con l’obiettivo di dimostrarne le potenzialità espresse e quelle future. Nel corso del presente lavoro si cercherà, da un lato, di riassumerne i principali punti critici emersi durante l’incontro mentre, dall’altro, si proverà a fornire una prospettiva nuova e alternativa che renda ancora utile ed efficace l’uso dell’intersezionalità come categoria multidisciplinare di comprensione e analisi delle soggettività emarginate ed oppresse.

A tal proposito, l’intersezionalità si può applicare sia allo studio dei movimenti sociali nel contesto statunitense – largo utilizzo ne è stato fatto con riferimento all’esperienza afroamericana – sia per quelle soggettività, come ad esempio donne e migranti, che hanno rivendicato maggiori diritti in campo politico, sociale ed economico perché più penalizzati dall’esclusione del godimento dei benefici della “piena” cittadinanza.

L’intersezionalità venne formulata compiutamente come teoria da Kimberlè W. Crenshaw alla fine degli anni ’80, attraverso l’individuazione del concetto di “intersezionalità giuridica” volta a esplicitare la molteplicità e simultaneità dei sistemi di oppressione che coinvolgevano le donne afroamericane.

Nonostante la sua teorizzazione risalga alla fine degli anni ’80, il concetto di intersezionalità emerge nell’ambito giuridico statunitense già in occasione di un intervento della Corte Suprema del 1976, durante il processo DeGraffenreid vs. General Motors, in cui venne evidenziata  la double jeopardy di cui soffrivano le donne afroamericane, ossia una doppia discriminazione incentrata sia sul genere sia sulla razza. L’impianto accusatorio nei confronti della General Motors si basava su un semplice dato di fatto, ovvero che prima del 1964, anno in cui venne promulgato il Civil Rights Act, l’impresa americana non aveva mai assunto una donna nera. Dal 1970 in poi, la fabbrica iniziò a ridimensionare il proprio personale cercando di tutelare chi aveva più anzianità di servizio, e le operaie nere furono licenziate come conseguenza dell’esiguo numero di anni lavorativi alle spalle. La sentenza della Corte però, respinse le accuse di discriminazione sessuale dimostrando come la fabbrica avesse assunto in passato donne bianche e non procedette sul versante della discriminazione razziale perché la General Motors era già imputata per lo stesso motivo in un altro processo ancora aperto.

In un suo articolo del 1989 la Crenshaw riprende il Caso DeGraffenreid, considerato come esemplificativo delle difficoltà incontrate dalle lavoratrici nel portare avanti le proprie rivendicazioni in quanto donne di colore, riconoscendo implicitamente la simultaneità di un doppio livello di oppressione. 1

jabobsQuesto nuovo paradigma nello studio dei soggetti emarginati trovò subito una diffusa applicazione nel più ampio campo dei women’s studies in quanto strumento per far emergere le relazioni tra le multiple dimensioni di appartenenza individuale e collettiva (genere, classe e razza), e le modalità di formazione delle soggettività. 2 Tale prospettiva non rappresenta comunque un contributo inedito: già dal XVIII secolo infatti, alcune donne afroamericane iniziarono a denunciare la propria particolare condizione di esclusione. A tal proposito ricordiamo Harriet Jacobs che, in Incidents in the Life of a Slave Girl, Written by Herself (1861), racconta il modo in cui le donne schiave interiorizzavano le violenze e gli abusi (soprattutto di carattere sessuale) in maniera nettamente diversa rispetto agli uomini, proprio per la natura stessa del corpo femminile.

Un’altra figura importante nello sviluppo di una letteratura afroamericana femminista è certamente Zora Neale Hurston spesso citata in articoli riguardanti la teoria dell’intersezionalità per il suo celebre romanzo, Their Eyes Were Watching God (1937), in cui, attraverso l’affermazione «De nigger woman is de mule uh de world», elabora una metafora rimasta attuale anche negli anni più recenti. 3 La figura del “mulo” infatti ricorda sia la relazione tra i masters bianchi ed i loro schiavi, sia il peso delle difficoltà che le donne di colore dovevano sopportare quotidianamente nel contesto di una società patriarcale che le dipingeva attraverso gli stereotipi di mammies o prostitute. Per questi motivi, per decenni il loro status si è collocato nel gradino più basso della scala sociale, in posizione inferiore rispetto sia alle donne bianche sia agli uomini afroamericani.

Un ulteriore contributo fornito dalla teoria dell’intersezionalità deriva dalla possibilità di formulare un nuovo vocabolario in grado di fornire interpretazioni e risposte adeguate alle esigenze delle identity politics e delle politics of location così come formulate dalle femministe afroamericane, e in particolare da Adrianne Rich, affermando cioè come la condizione di cui si parla influenzi ciò che si dice, invitando a una piena consapevolezza di sé e a una maggiore responsabilità verso ciò che ci circonda. 4 Coerentemente con questo approccio è possibile rilevare come l’esperienza delle donne di colore non possa essere considerata come un “archetipo” dello sfruttamento, in quanto questo comporterebbe  un appiattimento delle differenze interne alla stessa comunità afroamericana. Già in passato, in nome di una presunta solidarietà tra femministe, si era infatti verificato un annullamento delle differenze interne a questo gruppo, attraverso l’individuazione di un’idea di “donna” come categoria universale. Il rischio di semplificazione e omogeneizzazione di realtà diverse è infatti sempre presente, e la stessa considerazione della categoria delle “donne di colore” potrebbe condurre a ignorare la differenziazioni interne comunque riscontrabili, quali per esempio quelle determinate dalla classe socioeconomica e dall’identificazione o meno con una fede religiosa.

L’intersezionalità offre quindi più strumenti multidisciplinari e diverse angolazioni per differenziare e analizzare con uno sguardo maggiormente critico le esperienze storiche di gruppi e movimenti sociali, e proprio questo aspetto rappresenta uno dei punti di forza della teoria. Sono numerosi infatti i contributi che intervengono nel sottolineare come l’intersezione tra razza, genere e classe – quindi l’appartenenza ad una minoranza razziale, l’essere donna e l’appartenenza a ceti economicamente inferiori – sia uno degli aspetti più rilevanti e influenti all’interno dell’esistenza politica e sociale degli individui. I condizionamenti derivanti dall’intersezione di queste tre dimensioni si esplicano in diversi aspetti, coinvolgendo, per esempio, il comportamento elettorale, le scelte in merito all’utilizzo dei sussidi statali e le stesse decisioni giudiziarie. 5

Il punto di forza del concetto di intersezionalità consiste, dunque, nel superamento dello storico  dualismo razza/genere come unici vettori di discriminazione a svantaggio quasi esclusivo delle donne e di tutti coloro non appartenenti al “circuito” WASP (white-anglosaxon-protestant) nordamericano. La teoria ha infatti permesso di dimostrare la limitatezza dei precedenti approcci che, teorizzando l’oppressione delle donne afroamericane sulla sola base della razza o dell’appartenenza di genere, non permettevano di considerare e contestualizzare di volta in volta la multidimensionalità che caratterizza l’identità dei soggetti sociali.

Oltre che nel campo degli studi femministi e anti-razzisti, l’utilizzo della teoria dell’intersezionalità potrebbe condurre a risultati interessanti qualora questo strumento di analisi venisse applicato anche all’ambito degli studi post-coloniali, di genere e letterari.

Se quelli sopra elencati costituiscono importanti punti di partenza per ulteriori sviluppi analitici che la teoria potrebbe avere, esistono anche alcune criticità legate agli aspetti metodologici  dell’intersezionalità. Il recente studio promosso dalla Texas Association of Scholars ha evidenziato come il fattore razziale abbia spesso eccessivamente dominato i settori dell’istruzione universitaria e della ricerca, finendo per offuscare altri indici di disuguaglianza e oppressione. 6 Molte delle soluzioni proposte, come quella di ridurre l’assunzione di studiosi interessati alla ricerca sul tema della razza, genere e classe, fanno del report un documento eccessivamente critico verso l’intersezionalità ma, ad ogni modo, sollevano un problema sull’utilizzo a volte eccessivo della triade di vettori in ambito accademico e non solo.

Una parziale risposta a questo problema può essere ricercata in una revisione delle categorie sociali di emarginazione, atta a rivalutare la loro considerazione e a riconoscerle come processi dinamici. E’ proprio questo dinamismo che riproduce di volta in volta, per i soggetti coinvolti, un diverso ordine di priorità, variabile in base alle diverse fasi storiche. Cogliere la dinamicità delle categorie che determinano l’emarginazione e le modalità attraverso cui si esprime e si evolve l’identità dei vari attori sociali permette di comprendere il grado in cui le varie forme di oppressione possono modificarsi, affiancarsi e sovrapporsi nel corso del tempo.

Rilevante per l’arricchimento storiografico è infatti il contributo fornito della storia dei movimenti sociali e della formazione delle identity politics, nei cui confronti la teoria dell’intersezionalità offre una risposta alternativa. La valutazione di un solo elemento all’interno della triade razza, genere e classe, permette di giungere a una comprensione limitata rispetto a quella che si avrebbe ricorrendo ad un approccio che privilegi invece la trasversalità e la reciproca combinazione di fattori identitari. Una possibile soluzione al problema di un’eccessiva chiusura metodologica potrebbe derivare dalla positiva ibridazione dell’intersezionalità con gli studi di genere, al fine di minare la stessa definizione di gender. Positivi potrebbero essere ad esempio le relazioni che si potrebbero creare tra la presenza di donne migranti nel lavoro domestico e in altre forme di assistenza, per la questione delle differenze culturali. 7 Un possibile ulteriore sviluppo potrebbe derivare dall’intersecare questi studi con il concetto di cittadinanza, e con l’attivismo di chi ne reclama i benefici in termini di diritti derivanti dallo status di cittadino. Da questa prospettiva ci si potrebbe ulteriormente spingere oltre, inglobando parzialmente i queer studies e mettendo in luce da un lato, i processi di produzione e regolazione delle identità attraverso la prospettiva della sessualità; dall’altro svelare i meccanismi di potere che regolano la concessione o meno di diritti ad altre categorie e soggettività marginali quali quelle LGBT. 8

Da questa prospettiva è possibile (ri)leggere  la storia sociale e razziale statunitense, considerando la trasversalità di rivendicazioni politiche – nell’ambito della labor history, di cittadinanza, integrazione, e welfare – avvenute in un contesto caratterizzato da una molteplicità di gruppi oppressi e marginali. 9

Marcia per i diritti delle donne a Washington, 1970.

Marcia per i diritti delle donne a Washington, 1970.

In un documento dell’American Political Science Association del 2004 viene chiaramente descritto come il peso della razza sia ancora presente e urgente negli Stati Uniti, ricordando come la stessa diseguaglianza economica sia aumentata in maniera evidente anche dopo gli anni dei movimenti per i diritti civili. 10 Dagli anni Sessanta in poi, infatti, non sono diminuiti i casi di emarginazione e subordinazione delle afroamericane anche all’interno di quei gruppi fondati sulle categorie tradizionalmente considerate, come dimostrano le discussioni interne all’ambito femminista. Il tema dell’autodeterminazione elaborato dal black feminism per esempio, è nato come conseguenza di una profonda critica rivolta al femminismo bianco, accusato di aver colonizzato ed astrattamente stereotipato la donna di colore, imponendo al movimento obiettivi politici eccessivamente legati all’orizzonte della middle-class americana.

Da questa frattura emerse una nuova prospettiva politica definita come third wave feminism e una nuova forma di sorellanza tra donne di colore che si saldò con le istanze e le rivendicazioni dei movimenti di decolonizzazione e terzomondisti. 11 La“razza” (che sempre più viene considerata in termini di appartenenza etnica) e il “genere” non vennero più intese come esperienze separate ed additive da sommare l’una all’altra, ma considerate come vettori simultanei e interconnessi che contribuivano, influenzandosi reciprocamente, a formare e riconoscere il processo identitario delle soggettività marginali e oppresse. Il black feminism infatti, mettendo in discussione la prospettiva occidentale, ha concentrato l’attenzione sulle profonde differenze che intercorrono tra le esperienze di vita e di lavoro interne alle donne non bianche, inserendo nel dibattito politico una visione dinamica della triade classe, razza, genere. Non a caso, in alcuni passaggi storici della lunga stagione di lotte inaugurata negli anni Sessanta le attiviste di colore privilegiarono a più riprese una  collaborazione politica su base razziale, di genere o di classe, ottenendo così un più ampio spettro di opzioni per le proprie rivendicazioni. 12

"We all can do it! Feminism is worthless without intersectionality and inclusion."

“We all can do it! Feminism is worthless without intersectionality and inclusion.”

Il merito di queste soggettività intersezionali negli Stati Uniti è stato quello di evidenziare l’incapacità di cogliere la dimensione complessiva di un problema che non si esauriva né nelle lotte antirazziste né nelle battaglie femministe ed ogni intervento fu mirato all’implementazione di azioni concrete nella comunità di riferimento, cercando di creare un ponte fra comunità ed istituzioni, destando in quest’ultime un interesse concreto e promuovendo un’azione collettiva volta al cambiamento sociale.

In questo quadro, la teoria dell’intersezionalità ha permesso la considerazione di molteplici aspetti e ha favorito la capacità di gestire diversi punti di vista portando alla comprensione di complesse e differenti condizioni sociali, in favore di un incremento dell’efficacia dell’empowerment all’interno della società. L’intersezionalità dunque descrive il parallelo funzionamento di classe, razza e genere, mettendo a fuoco anche la simultaneità dei processi di subordinazione e sfruttamento che negarono diverse possibilità alle donne colored di rovesciare la propria oppressione. L’intersezionalità si presenta quindi come un concetto multilivello, che si lega bene alla definizione di empowerment elaborata da Nina Wallerstein che la definisce come un «processo dell’azione sociale attraverso il quale le persone, le organizzazioni e le comunità acquisiscono competenza sulle proprie vite, al fine di cambiare il proprio ambiente sociale e politico per migliorare l’equità e la qualità della vita». 13

Utilizzata in chiave storica soprattutto per teorizzare la condizione di subordinazione di determinati soggetti e con il fine ultimo di promuoverne la libertà e l’emancipazione, il ricorso alla teoria dell’intersezionalità ha avuto un’enfasi crescente.  Il suo contributo risulta ancora più interessante nei tempi più recenti, periodo durante il quale sono emersi una serie di attori sociali e politici, su scala locale e globale, che complicano/problematizzano la nozione di cittadinanza e i diritti ad essa legati, richiedendo una ridefinizione delle politiche pubbliche di inclusione ed esclusione in tema di lavoro, cittadinanza e welfare. La crescente rilevanza dei flussi migratori ad esempio, arricchisce notevolmente le categorie sociali che devono essere incluse nelle scelte di policy, tanto più se si considera come la categoria dei “migranti” sia stata poi arricchita da una serie di differenziazioni interne, derivanti dalla molteplicità degli status legali cui questa categoria corrisponde, soprattutto negli Stati Uniti.

L’introduzione di nuove categorie attraverso cui considerare la realtà politica e sociale appaiono sempre più urgenti in un contesto di crescente aumento delle soggettività intersezionali, e sarebbe riduttivo prediligere un registro analitico non realmente onnicomprensivo della complessità della realtà sociale.

L’intersezionalità, intesa come analisi volta a considerare la multidimensionalità dei soggetti emarginati, ha ancora notevoli contributi da fornire, e grandi potenzialità di applicazione nelle scienze sociali, negli studi sull’identità e il genere, e nell’analisi delle minoranze etniche. Proprio per questi motivi, la prospettiva da percorrere dovrebbe bilanciare, da un lato, le ovvie esigenze di analiticità e sintesi delle soggettività analizzate e, dall’altro, costruire un paradigma inclusivo e quanto più possibile dettagliato dei gruppi presi in esame. L’ibridazione con altri filoni di ricerca, ad esempio la labour history, e lo studio dei fenomeni migratori risulta quindi indispensabile per una rappresentazione quanto più possibile attuale e non idealtipica della complessa realtà sociale. Un recupero del paradigma dell’intersezionalità passa quindi attraverso l’uso di più vettori mobili e in comunicazione tra loro, al fine di evitare l’ennesima versione stereotipata di gruppi e movimenti politici ai margini del discorso pubblico e politico.

Note:

  1. K. Crenshaw, Demarginalizing the intersection of race and sex: a black feminist critique of antidiscrimination doctrine, feminist theory, and antiracist politics, in «University of Chicago Legal Forum», 1989, p.139; C. Botti (a cura di), Le etichette della diversità culturale, Le Lettere, Firenze, 2013, pp. 133–148.
  2. L. McCall, The Complexity of Intersectionality, in «Chicago Journal», Vol. 30, No. 3 Spring 2005, pp. 1771–1800.
  3. Z. N. Hurston, Their Eyes Were Watching God, Harper Perennial Modern Classics, New York, 2006, p. 14.
  4. A. Rich, Notes Toward a Politics of Location, in Ead, Arts of the Possible, Essays and Conversation, Norton & Company, London, 1987, pp. 62–82.
  5. T. Collins, L. Moyer, Gender, Race, and Intersectionality on the Federal Appellate Bench, in «Political Research Quarterly», Vol. 61, No. 2, June 2008, pp. 219–227.
  6. Recasting History. Are Race, Class, and Gender Dominating American History?, http://www.nas.org/images/documents/Recasting_History.pdfconsultato il 20 agosto 2014.
  7. E. Bernacchi, Ridefinire i confini della cittadinanza attraverso l’attivismo delle donne migranti, in E. Bellè, B.  Poggio, G. Selmi (a cura di), Attraverso i confini del genere, Atti del convengo, Febbraio 2012, pp. 102–123, p. 102.
  8. T. Motterle, “Conformità di genere e discorso eteronormativo”pp. 30–46, in E. Bellè, B. Poggio, G. Selmi (a cura di), Attraverso i confini del genere, op. cit., p. 39.
  9. K. Crenshaw, Mapping the Margins: Intersectionality, Identity Politics, and Violence against Women of Color, in «Stanford Law Review», Vol. 43, No. 6, July 1991, pp. 1242.
  10. American Political Science Association, American Democracy in an Age of Rising Inequality, http://www.apsanet.org/imgtest/taskforcereport.pdf, consultato il 21 agosto 2014.
  11. C. T. Mohanty, Under Western Eyes:Feminist Scholarship and Colonial Discourses, http://blog.lib.umn.edu/raim0007/RaeSpot/under%20wstrn%20eyes.pdf, consultato il 19 agosto 2014.
  12. D. H. King, Multiple Jeopardy, Multiple Consciousness: The Context of a Black Feminist Ideology, in «Chicago Journals», Vol. 14, No. 1, Autumn 1988, p. 44.
  13. N. Wallerstein, What is the evidence on effectiveness of empowerment to improve health?, WHO Regional Office for Europe (Health Evidence Network report), Copenhagen, 2006, p. 18.

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