Una società senza classi? Note di ricerca dalla settima edizione di “How Class Works”, SUNY at Stony Brook (5-7 giugno 2014)

Una società senza classi? Note di ricerca dalla settima edizione di “How Class Works”, SUNY at Stony Brook (5-7 giugno 2014)

How Class WorksBenché, secondo la tradizione, la società americana sia per antonomasia l’esempio di classless society, negli ultimi anni i media hanno ripetutamente scandito  “la scomparsa della middle class” e l’inarrestabile crisi della working class, diventata progressivamente una entità quanto mai elusiva e indefinibile. Ma l’uso di queste formule è controverso: come possiamo definire middle e working class? Dove tracciamo il confine che separa queste due classi sociali? Che cosa sappiamo delle loro composizioni etnico-razziali e culturali?  Da storici e cittadini, possiamo comprendere le classi sociali come costruzioni intellettuali usate dalle persone per auto-rappresentarsi? “How Class Works”, una conferenza biennale organizzata dal Center for Study of Working Class Life at Stony Brook (http://www.stonybrook.edu/commcms/workingclass/index.html) e dal Working-Class Studies Association (http://www.wcstudies.org), nasce con l’intento di discutere queste importanti domande.

Dal 5 al 7 giugno si è svolta a Stony Brook la settima edizione di questo evento, con un denso programma di tre giorni, con più di quaranta panels e tre sessione plenarie. Michael Zweig, docente di Political Economy a Stony Brook e principale organizzatore della conferenza, ha aperto l’evento annunciando orgogliosamente che, con circa 250 studiosi provenienti da 18 paesi, quella del 2014 era l’edizione più partecipata di sempre.

allen_invention_of_the_white_race_event_image02-04b144f6fadd56a2c201912555d9d077Il primo panel è stato incentrato sui rapporti tra razza e genere nella percezione dei bianchi maschi. Nel primo intervento, Sean Ahern e Jeffrey B. Perry hanno discusso l’importanza di combattere l’idea di white supremacy, in primo luogo, nella mentalità dei bianchi, rispettivamente riportando le cifre della costante crescita della separazione tra persone di razza differente nelle scuole pubbliche di New York City (Ahern) e tracciando un rapido riassunto delle teorie di Theodore H. Allen, autore di The Invention of the White Race, un excursus storico alle radici del razzismo americano (Perry). 1 Tina M. Bampton (SUNY at Buffalo) ha analizzato le dinamiche di esclusione di classe nell’accademia americana presentando i risultati di un sondaggio svolto tra graduates provenienti da contesti sociali variegati. Chris Cimaglio (University of Pennsylvania) ha presentato una ricerca sulla contea di Macomb (Michigan): originariamente un contesto operaio solidamente democratico, negli anni Ottanta è diventata patria dei cosiddetti “Reagan Democrats”, salvo poi venir riconquistata da Clinton nel 1992. Soffermandosi sulla copertura mediatica nazionale di Macomb, Cimaglio ha suggerito che i cittadini di questa contea hanno rappresentato per un paio di decenni l’idealtipo dell’elettorato working/middle class indispensabile da conquistare per vincere la Casa Bianca. Infine, Andrew Levison ha presentato le tesi del suo libro The White Working Class Today (2013), che respinge l’idea che la classe operaia bianca sia ormai strutturalmente conservatrice articolando una distinzione concettuale tra conservatorismo e tradizionalismo culturale.

L’eredità del Labor Party di Tony Mazzocchi è stato il tema del secondo panel della giornata. Fondato nel 1996, il partito nacque come tentativo di rappresentare istanze politiche originatesi in contesti sindacali e operai in giro per il paese. Caratterizzato dalla contro intuitiva decisione di partecipare alle elezioni solo in caso in cui questo non andasse a far danno al Partito Democratico, il partito crebbe nei tardi anni Novanta, ma non sopravvisse alla morte del suo leader Mazzocchi nel 2002. Il panel, organizzato da Mark Seidman (Buffalo University) ha riunito ex-militanti (Jennie Brown e Eddie Rosario) e l’ultimo chair del partito (Mark Dudzic). Nel corso di una vivace discussione finale, si sono discussi gli errori da non ripetere per un futuro partito dei lavoratori in America.

Il primo giorno si è concluso con una sessione plenaria animata da Saket Soni, executive director della “National Guestworkers Alliance” (http://www.guestworkeralliance.org) e del “New Orleans Workers’ Center for Racial Justice” (http://nowcrj.org). In un incisivo ed emozionante intervento, il giovane attivista ha raccontato la sua esperienza come rappresentante sindacale della forza lavoro indiana sotto pagata nella New Orleans post-Katrina. Il suo intervento ha sottolineato l’importanza di abbandonare vecchie categorie per analizzare nuove circostanze: la globalizzazione del mercato del lavoro e l’esplosione della richiesta di lavoro flessibile sotto qualificato hanno rivoluzionato la realtà dei lavoratori americani. La teorizzazione di nuove categorie intellettuali per inquadrare le nuove circostanze è, secondo Soni, il contributo fondamentale che l’accademia può dare per avviare la nascita di un movimento operaio veramente internazionale.

La plenary di apertura di venerdì si è concentrata sul tema dell’odierna esperienza di classe degli afro-americani. Tre interventi, di breve durata ma di grandissima qualità, hanno messo in luce nuove prospettive di analisi per la contemporaneità della comunità nera statunitense.  Frederick Harris (Columbia University), si è concentrato sul tema della respectability: svariando tra gli scritti di B. T. Washington e W.E.B. Du Bois,  e giungendo fino a recenti casi di cronaca, Harris ha mostrato come la rispettabilità sia, ancora oggi, un dato non acquisito per gli afro-americani, costretti a “guadagnarsi” quotidianamente la possibilità di far parte della società rispettabile. Kris Marsh (University of Maryland), in un intervento denso di analisi sociologiche, ha dimostrato l’aumento esponenziale della categoria sociale da lei definita SALA (Single and Living Alone household) nella middle class nera. L’adeguamento statistico di questa categoria, sovente sottostimata nelle ricerche, ribalta l’idea che la black middle class sia in pesante contrazione. Infine, Rashaw Ray (University of Maryland) ha presentato uno stimolante paper incentrato sul ruolo dell’identificazione sociale nella middle class bianca e nera. Nella sua ricerca, Ray ha dimostrato che gli upper middle-class afro-americani, benché abbiano lo stesso livello di salario, preparazione, e accesso a lavori di prestigio sociale, tendono a rivendicare e sottolineare di meno il loro status di middle class. Ray ha parlato di una “racialized middle class tax” per spiegare questo fenomeno, che si concretizza nella minore possibilità, da parte degli afro-americani, di esercitare il loro status.

Il dibattito su questi temi è continuato in un panel nella mattina di venerdì, sebbene si sia passati da un approccio sociologico a uno più marcatamente storico. Andor Stoknes (Sage College) ha discusso le relazioni tra sindacati e movimento per l’emancipazione degli afro-americani a Baltimora tra il 1930 e il 1960, sostenendo che i due si integrarono nelle loro battaglie alla perfezione, differentemente da quanto sostenuto finora dagli studiosi della materia. Traci Parker (University of Chicago) ha ricostruito le dinamiche di segregazione nel settore dei centri commerciali nel Sud degli USA negli anni Sessanta, focalizzandosi su alcuni casi a Charlotte (NC), e analizzando la progressiva evoluzione verso una situazione di moderato miglioramento per i lavoratori neri. Muata Green, in un deciso intervento, ha posto al centro auto-consapevolezza e “ethnic pride” dei neri come il solo mezzo per raggiungere una reale emancipazione negli Stati Uniti contemporanei.

boganPer ragioni di spazio mi limito a citare ancora due soli panel dei diversi che hanno animato questo evento: con un’interessante incursione nella storia dell’arte e dei media, il panel “Representing class” ha visto l’intervento di Francine Tyler (Long Island University) analizzare un monumento funebre di fine Ottocento, ricostruendone la composizione pensata per sottolineare la classe del committente. Sarah Attfield (University of Technology, Sidney) ha analizzato un gruppo di shows TV australiani basati sui “bogans”, specifico “tipo” sociale solitamente di estrazione working class, criticandone gli elementi di derisione e stigmatizzazione sociale. Michael Salzer (Oslo University), infine, ha proposto una provocatoria interpretazione della serie tv Breaking Bad, descrivendo il telefilm come un mascherato elogio della mentalità middle class capitalista americana.

Infine, in “Exploring Class Consciousness”, Jeremy Sawyer (CUNY) ha comparato svariati studi psicologici fatti mettendo a paragone membri della working class e membri della upper middle class, dimostrando tutti i potenziali aspetti positivi dell’essere membro della working class (come una marcata facilità ad intraprendere relazioni sociali, la tendenza a fidarsi delle persone, ecc.); Sylvia Hahn (University of Salzburg), in un paper esaustivo e dettagliato, ha dimostrato come, nonostante decenni di governo social-democratico, le università in Austria siano ancora “bastioni di valori borghesi”; Matthew Kendrick ha esplorato le tensioni di classe dietro l’Astor Place Riot, una rivolta di piazza originata da una rappresentazione di Shakespeare all’Astor Opera House a Manhattan nel 1849.

La conferenza “How Class Works” ha reso evidente come l’idea di “classe sociale” sia chiave per analizzare la società americana contemporanea. Se utilizzata in maniera indipendente da impostazioni troppo politicizzate (o quantomeno, nella cosciente consapevolezza del proprio utilizzo politicizzato di questa categoria), il concetto di classe sociale diventa fondamentale per studiare come la società sia organizzata, come si evolva, e come le persone si auto-concepiscano in essa. Ma la conferenza ha anche avuto l’innegabile pregio di proporre molte riflessioni “meta-analitiche” in merito alla natura stessa dell’idea di classe e alla sua funzionalità: declinando i parametri di ricerca in base al contesto e alla disciplina, molti interventi hanno indagato i limiti stessi dell’idea di classe, e le difficoltà che possono derivare da un’applicazione troppo semplicistica di questa categoria. Un esempio: dato comune per molti studiosi che hanno presentato le loro ricerche è che il reddito (da solo) non funziona come criterio per stabilire l’appartenenza sociale. Più accurato risulta essere il livello di educazione, ma anche la provenienza geografica, l’appartenenza etnica, la possibilità di accedere a certi lavori. Ma, appunto, il fatto che molti abbiano utilizzato modalità differenti per tratteggiare i loro confini tra le classi indica l’importanza di usare il concetto con la dovuta cautela.

Molti interventi hanno evidenziato la progressiva convergenza al ribasso tra middle e working class e si sono interrogati su come la percezione delle due classi sociali sia cambiata in un contesto di forte crisi economica come quello recente. Pur sottolineando il cambiamento dell’idea di middle class, però, è difficile individuare un trend comune che possa far pensare a un mutamento sostanziale della società americana.

Ma gli elementi da notare, forse, sono altri: in primo luogo, la conferenza ha riflettuto bene alcune peculiarità specifiche del contesto sociale americano, che filtrano inevitabilmente nelle analisi storiche. Due su tutte: la centralità delle divisioni di razza e il dualismo tra “labor” e “left”. In primo luogo, come il resoconto stesso evidenzia, il rapporto tra divisioni di classe e di razza rimane uno snodo chiave per la comprensione della realtà americana. In secondo luogo, in molti interventi si è avvertita la forte dualità (talvolta non proprio amichevole!) tra mondo del lavoro e mondo della sinistra politica, secondo una modalità ereditata dallo specifico sviluppo storico della realtà operaia americana. Il mondo delle trade unions, benché meno potente di un tempo, è vivo e contribuisce ancora ad organizzare i rapporti “a sinistra” del Partito Democratico.

L’intreccio tra queste due realtà è risultato evidente anche alla luce di un’altra peculiarità della conferenza, con cui concludo: il ricercato balance tra interventi di accademici e interventi di attivisti o sindacalisti. “How Class Works”, infatti, nasce con l’idea non solo di comprendere il mondo, ma anche di elaborare collettivamente modalità concrete e fattive per contribuirne al miglioramento. Una caratteristica che rende questo evento decisamente unico nel suo genere.

How Class Works 2014

Per chi volesse approfondire alcune delle tematiche trattate alla conferenza, tutte le presentazioni fatte nel corso dell’evento sono state filmate e saranno disponibili appena possibile sul sito: http://www.stonybrook.edu/commcms/workingclass/hcw2014.html.

Note:

  1. L’intervento di Jeffrey Perry, in una versione allungata e rivista, può essere visto qui: http://www.jeffreybperry.net.

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