Midterm: Donne, moderati e suburbs regalano la vittoria ai democratici

Il settimo distretto della Virginia è molto noto a chi si occupa di politica americana. Era il collegio di Eric Cantor, il capogruppo repubblicano di maggioranza alla camera quando John Boehner era Speaker (2011-2015). Conservatore, da sempre un sostenitore dello small governmente della responsabilità fiscale,Cantor aveva sempre evitato riferimenti al conservatorismo sociale che caratterizza la parte più a destra del partito (pur votando in linea con quest’ultima ogni volta ). Era una delle nuove leve del partito repubblicano, un probabile futuro candidato presidenziale. Tuttavia, nel 2014 un insospettabile avversario lo sfida alle primarie, è un politico molto vicino ai temi del cosiddetto Tea Party (pur non facendone ufficialmente parte), si chiama David Alan Bratt. Questo candidato, non preso sul serio dalla stampa, locale e nazionale, e nemmeno dallo stesso Cantor, fa suoi i temi cari all’ala radicale del partito, tra cui la campagna contro ObamaCare. Bratt fa una campagna tutta basata sulla propria “purezza” contrapposta alla “palude di Washington”, denunciando quel “deep schism” tra la base repubblicana di contee come Chesterfield e l’ala moderata “pro-business” del partito, contestando soprattutto il pragmatismo di Cantor sulla sanità, una “scusa” di un candidato lontano dai problemi dei cittadini della Virginia. Bratt vince sorprendentemente alle primarie contro colui che già era in lizza per il posto di Speaker della Camera. E come lui tanti i candidati radicali che vincono le primarie repubblicane contro dei moderati in distretti suburbani. È un segnale. Il partito si rende conto che la sanità e soprattutto l’opposizione a ObamaCare sono argomenti che galvanizzavano gli elettori, narrazioni che ritroviamo soprattutto durante le elezioni presidenziali di due anni dopo. Come se non bastasse, dietro la candidatura di Dave Bratt si nasconde un personaggio allora abbastanza sconosciuto, Steve Bannon. L’anno dopo quest’ultimo individua lo stesso potenziale che aveva visto in Bratt in un altro candidato, Donald J. Trump, che nel 2016 vince nel Virginia 7th di 6 punti.

Attiviste del comitato Liberal Women of Chesterfield County (fonte: CNN)

C’è però un’altra storia che cambia le carte in tavola. Negli ultimi 4 anni infatti il distretto è cambiato. Geograficamente questo va dai sobborghi più meridionali di Washington D.C., come Culpeper e Stafford a quelli occidentali di Richmond, Chesterfield ed Henrico. Per capirci, comprende aree che furono grandi campi di battaglia della guerra civile, come Manassas, Fredericksburg e Spotsylvania. Ebbene, le contee suburbane di questo distretto negli ultimi 4 anni hanno accolto sempre più persone in fuga dai prezzi alle stelle soprattutto della capitale federale (86000 solo nella contea di Chesterfield). E tra queste molte donne laureate insieme alle loro famiglie, spaventate da Trump e soprattutto dalla sua retorica manichea riguardo sanità e copertura assicurativa. Negli anni queste persone hanno potuto apprezzare i benefici dell’Affordable Care Act e ora vedono come una minaccia la svolta a destra del partito repubblicano. Gruppi di donne (alcune di queste parte del comitato Liberal Women of Chesterfield County) cominciano a presentarsi ad eventi e rally di Dave Bratt, lo interrompono continuamente e lo contestano. Lui non sottovaluta il problema. Viene registrato ad un evento mentre dice, a microfoni spenti, “women are in my grill (…) they come up, ‘When is your next rally?’ And believe me, it’s not to give positive input” (“le donne mi stanno dando addosso, mi fanno ‘quando è il prossimo raduno?’ e credimi, non è perché vogliano sostenermi”). Il Richmond Times Dispatch, un giornale locale della capitale dello Stato, riporta continuamente storie del genere. Donne come Karen Conley, una madre che abita nel distretto suburbano di Chesterfield, telefonano continuamente all’ufficio del deputato per lamentarsi riguardo le sue posizioni su Obamacare, l’unica opzione per moltissime famiglie. Le contestazioni continuano e durante un evento in una scuola una donna esclama che avere un’assicurazione ad un prezzo a buon mercato è un suo diritto, al che il deputato non sa come rispondere. Su Facebook la situazione non cambia, la pagina di David Bratt è piena di commenti negativi riguardanti le sue posizioni sulla sanità. Molti di questi vengono dalle donne. Una di queste convince una sua amica che è ora che qualcuno dia voce a questo movimento. Si chiama Abigail Spanberger. Ex Cia, nata in Virginia trasferitasi nuovamente nel distretto con il marito e le tre figlie, cattura istantaneamente il supporto di donne e moderati. Nei suoi spot parla molto di sanità e si proclama portavoce di quei cittadini che hanno usufruito dei benefici di Obamacare e che sono preoccupati dai tentativi repubblicani di abolire la legge. Spanberger sostiene la necessità di un intervento pubblico nel campo delle assicurazioni ma è contro l’estensione del Medicare per tutti, cioè il programma della parte più radicale del partito democratico. Si oppone alle cosiddette “sanctuary city” ed è molto convincente quando parla di responsabilità fiscale. Durante i raduni accusa i repubblicani di essersi affrettati a introdurre inutili tagli alle imposte sulle corporations, ma si trattiene dal promettere di abolirli. E quando si tratta di Trump, Spanberger evita qualsiasi menzione alla possibilità di indagare sul presidente o cominciare il processo di impeachment. “Non è una priorità per gli elettori del settimo distretto”. Il suo passato nella CIA convince molti elettori conservatori che probabilmente non avrebbero mai votato per un democratico, soprattutto una donna. Moderata, con un programma focalizzato su un problema concreto come la sanità, diventa subito il bersaglio di una campagna repubblicana che punta proprio a sminuire l’appeal che esercita sull’elettorato conservatore una volta appartenuto a Eric Cantor. Viene descritta da Bratt come “city liberal”, come “Nancy Pelosi jr”. Lei risponde tenendosi lontana dalla leadership democratica, esprimendo dubbi riguardo il “single payer”, esclamando di non essere “né Pelosi, né Obama”. Il 6 novembre del 2018 quello del settimo distretto è l’ultimo risultato ad essere annunciato in Virginia. Questo perché il conteggio dei voti nella contea di Chesterfield, cioè l’area che più ha visto la propria popolazione cambiare negli ultimi anni, è andato a rilento. Questa contea costa a Dave Bratt il seggio. Nel 2014 aveva vinto colui che giurava di abolire Obamacare, nel 2018 vince una candidata che promette di proteggerlo.

Abigail Spanberger (fonte: Win McNamee/Getty Images)

La storia di questo distretto ci dice molto dei motivi per cui i democratici sono riusciti a vincere la maggioranza alla Camera con il risultato migliore dal 1976. “Se l’istinto, dopo il 2016, era quello di presentarsi alle elezioni di midterm con il messaggio votateci perché Trump è un buffone, si capì immediatamente che questo non sarebbe servito a vincere in quei distretti suburbani essenziali a conquistare la Camera”, dice Jonathan Martin per il New York Times. Quindi era evidente che fosse necessario non replicare quello che invece è stato poi l’errore di Trump, cioè fare affidamento unicamente sulla propria base. E questa strategia è stata adottata in pieno dalla leadership democratica, guidata in questo dal pragmatismo di Nancy Pelosi. Quale tema poteva allargare quindi il bacino elettorale per i candidati del partito democratico? L’unico, la sanità. Questo infatti rimane un tema popolare sia nei ricchi distretti suburbani liberal di Philadelphia e Chicago, che nei distretti conservatori come il secondo del Mayne, che comprende Portland e Augusta, dove Trump ha vinto di 10 punti nel 2016. Quindi la propaganda dei candidati si è concentrata sul tema e sulla difesa di Obamacare, senza rimanere impantanati nella denuncia dell’inadeguatezza di Trump. E se i repubblicani si sono focalizzati moltissimo sull’immigrazione, che ha galvanizzato la base soprattutto negli stati in cui si lottava per i seggi al senato, i democratici hanno puntato su un tema su cui il presidente e la leadership GOP hanno più di qualche problema, non essendo riusciti nel 2017 a mantenere nessuna delle promesse fatte in campagna elettorale. L’elettorato repubblicano quindi, soprattutto in sobborghi pieni di donne, laureati e minoranze, si è diviso tra la base radicale del trumpismo, che si è comunque presentata in massa alle urne, e la parte moderata, convinta dal messaggio pragmatista di molti candidati democratici, soprattutto nella misura in cui promettevano di salvare le parti più popolari di Obamacare, come la garanzia di un equo premio assicurativo per cittadini con condizioni mediche pregresse e l’espansione del Medicaid.

La storia del Virginia 7th cattura quindi l’immagine di un’era di forte polarizzazione politica negli Stati Uniti. Un distretto storicamente repubblicano, con un rappresentante parte dell’ala moderata e pragmatica del partito, viene spinto a destra attraverso un tipo di politica “single-issue”, usando una strategia architettata da quello che diventerà l’eminenza grigia dietro la vittoria di Donald Trump, Steve Bannon, ed elegge un candidato come David Bratt. Questa stessa strategia però, dopo un po’ motiva e galvanizza simmetricamente la “resistenza” dall’altro lato che, con un messaggio meno radicale, convince anche molti appartenenti alla parte moderata dell’elettorato repubblicano. E questo si è replicato in moltissimi collegi suburbani che i democratici sono riusciti a vincere. Forse, e qui si entra nel campo delle speculazioni, se avesse vinto le presidenziali Rubio, Kasich o anche Ted Cruz, collegi come il Virginia 7th non sarebbero stati neanche in bilico.

Allargando un po’ lo sguardo, ciò che è certo è che quella dei risultati è stata in ogni caso una nottataccia per molti degli “incumbents”, soprattutto coloro che difendevano il proprio seggio alla Camera e al Senato in zone “ostili”. In stati conservatori sta infatti diventando impossibile votare per candidati democratici al Senato, i cosiddetti Red-State Democrats, tre dei quali hanno perso il proprio seggio in stati vinti a grande maggioranza da Trump: Indiana, North Dakota e Montana. Allo stesso modo un senatore repubblicano come Dean Heller ha perso in Nevada, uno stato che Hillary Clinton vinse due anni fa. E non sono i soli, dei venti congress-men/women repubblicani che hanno perso il loro seggio, dieci erano in distretti che Hillary Clinton vinse nel 2016 e gli altri erano incumbentsin distretti suburbani diventati in bilico per dinamiche simili a quelle della Virginia. Quattro le grandi soprese in questo senso. La congress-woman repubblicana Mia Love nel 4° distretto dello Utah (che comprende le zone suburbane di Salt Lake City), che ha perso il proprio seggio a favore di Ben McAdams, in uno stato vinto da Donald Trump con un vantaggio di venti punti; il 5° distretto dell’Oklahoma, molto popolato e che comprende l’intera area urbana di Oklahoma City, e repubblicano dal 1975, passato ai democratici con la vittoria di Kendra Horn; l’11° distretto di New York City, comprendente Staten Island e l’ultimo grande distretto suburbano in mano ai repubblicani sulla costa est, dove Trump vinse con il 54% e dove il candidato democratico Max Rose ha sconfitto l’incumbent Dan Donovan con il 52%; il 1° distretto della South Carolina, comprendente l’area urbana di Charleston, passato ai democratici dopo 30 anni.

Come è possibile vedere dal grafico, vi è stata una crescita del “voting gender gap” durante l’ultimo decennio.

Ciò che quindi accomuna la maggior parte dei casi di exploit del Partito democratico (almeno il 75% dei seggi conquistati lo scorso 6 novembre), è che sono avvenuti in distretti di solito definiti dense suburban o sparse suburban (cioè gli immediati sobborghi delle città e quelli in periferia vicini alle aree più rurali), il che ci riporta al vero tema di queste elezioni: la polarizzazione tra città e campagne. Un problema non nuovo nella storia del paese, ma che diventa sempre più dirompente. Lo spostamento dei voti nelle zone suburbane, infatti, aiuta a spiegare molto della vittoria democratica per il controllo della Camera. I dati raccolti da City Lab e Associated Press mostrano che persino i distretti rurali molto conservatori hanno eletto candidati repubblicani con margini minori rispetto al 2016. Ciò cambia molto la prospettiva che i maggiori analisti avevano scelto per giudicare il risultato di queste midterm e per capire dove i democratici avrebbero vinto più seggi. La domanda che molti si facevano era: i democratici vinceranno nei 13 distretti che Mitt Romney conquistò nel 2012, ma che Hillary Clinton riprese nel 2016? Oppure l’exploit avverrà nei 21 distretti che andarono da Obama a Trump? Come ha osservato Nathaniel Rakich, i democratici hanno ottenuto un grande successo in entrambi i tipi di distretto. Quindi ciò che ha contato non è tanto il candidato presidente che ha vinto in certi distretti, ma se questi fossero suburbani o rurali. Quelli che tutti i sondaggi descrivevano come lean-republican, ma che includevano grosse zone suburbane (come appunto Virginia 7th, Oklahoma 5th, S. Carolina 1st, Utah 4th e New York 11th) si sono dimostrati un’impressionante opportunità per i democratici, dando ragione a chi prevedeva un maggiore dividetra aree urbane e rurali in queste elezioni[1]. E, come abbiamo visto il giorno delle elezioni, questa dinamica ha funzionato in favore dei democratici, che, si prevede, otterranno tra i 30 e i 41 seggi in più. Di questi, 27 rientrano nella categoria di dense e sparse suburban, come per esempio il Virginia 10th, che chi ha visto la diretta dei risultati sulla CNN ricorderà essere stato citato spesso, visto che include i sobborghi di Washington DC, o California 25th, nei sobborghi di Los Angeles. Oltre a questi i democratici hanno ottenuto otto seggi in zone più periferiche delle città, al confine con le aree rurali. L’unica categoria nella quale i democratici non hanno guadagnato voti è stata quella dei distretti “Pure Rural”. I democratici hanno vinto solo in uno di questi distretti, il New York 19th, e ne hanno persi due, in Minnesota e Maine. Incrociando le caratteristiche di questi distretti e i risultati delle presidenziali, è quindi interessante notare che i democratici hanno ottenuto un vantaggio in posti dove aveva vinto Romney e poi Clinton, ma anche in luoghi in cui il GOP ha vinto in entrambi i turni del 2012 e del 2016. In conclusione, sono stati i suburbsa permettere ai democratici di vincere il controllo della Camera, e sarà interessante osservare se questa “alleanza” città-periferia giocherà un ruolo nei prossimi cicli elettorali.

Tenendo conto di tutto questo, c’è stata quindi una blue wave? Per rispondere bisogna considerare alcuni fattori. Se guardiamo ai risultati e a come è andata la notte dello spoglio, c’è stato bisogno di aspettare molto tempo prima che venisse annunciata una chiara vittoria democratica in una delle gare cosiddette toss-ups, in bilico, il che ha influenzato la narrativa di queste elezioni nelle analisi a caldo del giorno seguente, che descrivevano un’ottima performance repubblicana e una vittoria a metà dei democratici. Ma analizziamo i dati più a freddo. Se prendiamo il voto popolare, cioè la percentuale di voti a livello nazionale, i democratici hanno avuto un vantaggio del 7-9% sui repubblicani (al risultato iniziale va sempre aggiunto un punto e mezzo a favore dei democratici, perché i risultati di California e Washington tardano sempre a venire) e hanno vinto 41 seggi alla Camera. Non è la landslide victory repubblicana del 2010, ma è oggettivamente una wave, anche se non dell’entità che il partito sperava. E il Senato? È difficile inserire un turno di elezioni per la camera alta all’interno di una narrativa nazionale, ma è pur sempre vero che quella del 2018 era una mappa molto difficile per i democratici, soprattutto per le dinamiche precedentemente descritte di estrema polarizzazione e debolezza dei candidati in stati e distretti vinti dalla controparte nelle elezioni presidenziali. Quindi, anche se i repubblicani possono ben festeggiare una maggioranza rafforzata, di poco, al Senato, non possono che essere scontenti della mappa elettorale che esce fuori da questo turno elettorale, soprattutto in vista del 2020. Naturalmente se si riproponesse, il debole vantaggio che ha permesso a Trump di vincere gli stati chiave (soprattutto Wisconsin e Pennsylvania) potrebbe benissimo permettergli di ripetere l’exploit tra due anni, senza preoccuparsi più di tanto del voto popolare. Ma come sa chiunque guardi alle serie storiche, una vittoria nei collegi elettorali è piuttosto effimera e degli spostamenti anche minimi dell’elettorato possono trasformare il vantaggio di quattro anni prima in un incubo, come accaduto ad Hillary Clinton. Ecco, la mappa di queste elezioni assomiglia moltissimo non a quella del 2016, ma a quella del 2012, con i Democratici che ottengono ottime performance in Wisconsin, Michigan e Pennsylvania, i tre stati che hanno permesso la vittoria di Donald Trump nel 2016. Nate Silver su FiveThirtyEight ha fatto un esperimento, sommando il voto popolare di tutti i distretti della Camera per ogni Stato e proiettando i risultati in un contesto di elezione presidenziale (un test abbastanza controverso e pieno di “ma”, visto che non tutti i voti sono stati contati, che in molti collegi non c’erano sfidanti, soprattutto repubblicani, e che le modalità di spoglio dei voti sono diverse da stato a stato). La mappa che viene fuori è identica a quella delle elezioni presidenziali del 2012, tranne che per l’Ohio, con 314 grandi elettori per i democratici. Anche presumendo che in un’elezione del genere il margine nel voto popolare sia più piccolo, vincere anche di poco nella Rust Belt permetterebbe di essere molto competitivi per la Casa Bianca. Tutto sta ora nel vedere che tipo di candidato, e di campagna, uscirà dalle primarie, ma i Repubblicani e Trump hanno sicuramente di che preoccuparsi.

[1] Stuart Rothenberg, Analysis: Will the Suburbs Flip the House? Watch These Seats, RollCall, 28 febbraio 2018; Elena Schneider, Scott Bland, Trump blows up GOP’s formula for winning House races, Politico, 7 settembre 2018; Ronald Brownstein, There’s a suburban tsunami driving 2018, CNN, 26 settembre 2018; Geoffrey Skelley, Democrats Can Get Close To A House Majority With Suburban Seats Alone, FiveThirtyEight, 1 novembre 2018.

 

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