Movimenti, intersezionalità ed elezioni di midterm: la rivoluzione delle “women of color”

Il prossimo 6 novembre negli Stati Uniti si svolgeranno le elezioni di medio termine, durante le quali i cittadini americani saranno chiamati a esprimere la propria preferenza in vista del rinnovamento dell’intera Camera (435 seggi), di un terzo del Senato (35 seggi), e a votare per diverse assemblee e governatori statali. Oltre al fatto che l’esito della consultazione sarà certamente interpretato come una sorta di feedback sulla prima metà del mandato del presidente Donald Trump, ciò che più incuriosisce, e su cui numerosi commentatori si sono concentrati nel corso degli ultimi mesi, è la numerosa partecipazione femminile alla corsa elettorale: ben 260 donne tra Camera e Senato, se si tiene in considerazione soltanto il livello federale. La grande maggioranza è candidata col partito democratico, molte di loro provengono dalle fila dei Democratic Socialists of America, alle primarie democratiche hanno sconfitto i loro colleghi moderati e adesso potrebbero passare alla storia.

Da un lato, molti analisti hanno mostrato un certo ottimismo a riguardo, arrivando a definire il 2018 “l’anno delle donne”. Tenendo in considerazione che gli Stati Uniti hanno escluso dal riconoscimento del diritto di voto l’intera popolazione femminile per circa i due terzi della loro storia, ratificando il diciannovesimo emendamento nel 1920 in seguito ad almeno un settantennio di lotte di rivendicazione da parte del movimento suffragista, è in effetti evidente come dal 1920 a oggi la partecipazione politica femminile sia progressivamente aumentata e abbia raggiunto nel 2018 cifre senza precedenti1. Appare legittimo però d’altra parte chiedersi se il 2018 sia davvero “l’anno delle donne” oppure se l’utilizzo di questa retorica, persino non troppo originale, possa invece contribuire a porre su un piano di secondaria importanza dinamiche più complesse e rilevanti. Anche se i risultati delle elezioni di medio termine dovessero raggiungere cifre mai viste prima per quanto riguarda i seggi ricoperti da donne, siamo senza dubbio ancora lontani dal raggiungimento della piena parità di genere, sia a livello istituzionale che di società civile, a causa dell’esistenza di gerarchie patriarcali che permeano ogni aspetto del vivere quotidiano.

Anche il 1992 aveva a suo tempo ricevuto l’appellativo di “anno della donna”, in quanto alla Camera furono elette ben 54 candidate, un record rispetto alle 32 deputate vincitrici nella precedente tornata elettorale, mentre il numero di senatrici era passato da 4 a 7. Tra i vari fattori che avevano contribuito all’elezione di un numero di donne allora senza precedenti, un ruolo di primo piano aveva giocato la vicenda che coinvolse Anita Hill, ex assistente dell’attuale giudice della Corte Suprema Clarence Thomas, denunciato dalla stessa per molestie sessuali durante la sua procedura di conferma nel 1991. Un episodio analogo al caso del giudice Brett Kavanaugh, accusato del medesimo reato e, nonostante questo, insediatosi qualche settimana fa. Questo parallelismo 26 anni dopo ci ricorda come, nonostante i numeri facciano ben sperare, il problema della violenza patriarcale rimanga una questione ancora irrisolta. È lecito dunque interrogarsi, oggi più che mai, sul reale significato e sulle implicazioni politiche della candidatura di un numero così consistente di donne rispetto al passato, evitando da un lato di cadere in eccessive semplificazioni che oscurerebbero la complessità del fenomeno e, dall’altro, cogliendone la profondità storica per comprenderne le dinamiche e le potenzialità future.

Innanzitutto è importante sottolineare come la sconfitta di Hillary Clinton alle presidenziali del 2016, una candidata non pienamente apprezzata da tutte le anime del movimento femminista statunitense, ma supportata in quanto in molti casi considerata “il male minore” rispetto a un candidato presidente misogino e razzista, ha da un lato mostrato il fallimento di un modello di partecipazione politica femminile moderato e ancorato ai principi neoliberali e, dall’altro, ha accresciuto la consapevolezza della necessità di un attivismo femminile differente all’interno della società statunitense.

Se dunque il diritto di voto è figlio indiscusso del movimento suffragista e della sua lunga lotta attraverso pressioni sia fisiche che intellettuali, come marce, manifestazioni, scioperi, picchetti davanti alla Casa Bianca, ma anche libri, pamphlet, scambi di idee, incontri privati e discorsi pubblici, le numerose candidature femminili del 2018 sono le eredi dirette di altri movimenti: primo tra tutti quello del #MeToo. Esse, infatti, riflettono le energie e le speranze sollevate da un movimento che, nato nel 2006 ma alimentato dalle accuse pubbliche di molestie sessuali contro il produttore hollywoodiano Harvey Weinstein a partire dallo scorso anno, ha contributo al rafforzamento di una coscienza politica femminile e femminista che denuncia a gran voce gli episodi di violenza patriarcale subiti da milioni di donne soprattutto (ma non soltanto) sul luogo di lavoro, come testimonia il grande sciopero delle lavoratrici del McDonald’s di qualche settimana fa, e in pochi mesi si è diffuso in tutto il mondo, grazie sia all’utilizzo dei social media che alla forza transnazionale delle sue denunce e rivendicazioni. Come si legge sul sito del movimento, incoraggiando e supportando «millions to speak out about sexual violence and harassment», l’obiettivo è quello di provocare un cambiamento sistemico di portata globale. Le numerose candidature femminili alle midterm riflettono anche l’ondata riformatrice di un altro movimento, il Time’s Up. Mentre il #MeToo si occupa principalmente di violenza e molestie sessuali, e il suo obiettivo è quello di portare cambiamenti a livello prevalentemente culturale, il Time’s Up si focalizza su temi legati alla sicurezza, alle pari opportunità e alla parità di salario, contro l’ingiustizia e la diseguaglianza sistemica sul luogo di lavoro.

A queste considerazioni va aggiunta l’ostilità dei movimenti delle donne contro il presidente Trump, accusato da più parti di molestie sessuali, oltre che di sessismo e misoginia, che si è concretizzata già dal primo giorno dell’insediamento della sua amministrazione quando, il 21 gennaio 2017, 500.000 persone scesero in piazza a Washington D.C. e si diressero verso la Casa Bianca al grido di “We’re not going away”, dando vita alla Women’s March che, anche quest’anno, ha visto un’ondata di donne, ma anche uomini, famiglie e bambini, scorrere come un fiume in piena attraverso le arterie delle principali città di tutto il mondo. È bene sottolineare, tuttavia, che le accuse di questo tipo verso il presidente non provengono soltanto dal partito democratico e, in particolare, dalla sua ala sinistra più radicale, ma voci femminili di aperto dissenso sono emerse anche all’interno dello stesso GOP, potenziale segno dell’elaborazione di un embrionale discorso femminista anche a destra, come testimonia la recente lettera della repubblicana Carly Fiorina al Washington Post, unica donna candidata alle primarie repubblicane per le presidenziali del 2016, a cui Trump aveva pubblicamente rivolto duri attacchi sessisti.

In ogni caso le numerose candidature femminili alle prossime elezioni di medio termine, seppure in molti casi apertamente antri-trumpiane, non rappresentano soltanto la mera “resistenza” a un presidente misogino e razzista, ma si confermano essere l’espressione della necessità impellente di dare voce a chi, quella voce, non l’ha mai avuta. Molte di loro, infatti, sono esponenti di minoranze storicamente sottorappresentate, ed è per questa ragione che certi commentatori si sono spinti a parlare del 2018 come “the year of women of color”.

Una prima premessa essenziale riguarda proprio il significato dell’espressione “people of color” che, se da un lato risulta ampiamente usata da politici, giornalisti e attivisti sia bianchi che non-white, dall’altro lato essa è ancora oggetto di un intenso dibattito sia all’interno della comunità accademica che nell’ambito dell’opinione pubblica. Le sue origini risalgono ai primi decenni di vita della repubblica americana quando, nel 1807, il Congresso varò l’Act Prohibiting Importation of Slaves, definendo gli schiavi come «any negro, mulatto, or person of colour»2. Se quindi nel corso della storia statunitense il termine è stato prevalentemente utilizzato per indicare persone di origine africana, a partire dagli anni ‘70 la linea del colore, per dirla con Du Bois, si è progressivamente spostata per inglobare tutte le persone (auto)definite(si) non-white. Da un lato, mettendo insieme all’interno della stessa astratta categoria persone di diversa origine, cultura, lingua e religione, e non considerando in alcun modo le singole esperienze individuali di subordinazione ed esclusione, appare evidente come l’utilizzo di questa espressione contribuisca a rinforzare l’idea che la whiteness sia da considerarsi la norma. Dall’altro lato, tuttavia, esso mette in evidenza le discriminazioni e i processi di marginalizzazione vissuti da tutti coloro che non fanno parte del “mondo bianco”, riconoscendo una implicita solidarietà interna al gruppo (la «colored solidarity»3 di Du Bois) e creando una sorta di coalizione unita contro il razzismo. Tenendo ben presenti i limiti e le criticità della definizione “people of color” nel suo uso contemporaneo, l’espressione “women of color” appare un utile indicatore per interpretare non tanto la candidatura di molte donne in sé, quanto il significato, le finalità e le implicazioni politiche di tali candidature.

In secondo luogo, al fine di comprendere la partecipazione politica femminile delle donne “di colore” alle prossime elezioni di medio termine, è necessario fare brevemente cenno ai diversi percorsi storici che i movimenti femministi bianchi e neri hanno avuto durante il corso della storia statunitense. Nel diciannovesimo secolo durante l’epoca della Ricostruzione, infatti, si assistette ad un vero e proprio cambio di rotta da parte del movimento suffragista americano. Se nei decenni precedenti all’approvazione degli emendamenti che riconoscevano la cittadinanza e il diritto di voto agli uomini afroamericani le esponenti del suffragismo bianco avevano sposato la causa abolizionista, evidenziando la comune condizione di subordinazione di donne e schiavi, a partire dagli anni ’70 del secolo esse si ritrovarono a dover «ridefinire la propria posizione sociale», evidenziando «il carattere non meritocratico della nuova gerarchia, fondata sulla sola condivisione della mascolinità». Come ha evidenziato Brunella Casalini, l’idea della «educated suffragist» adottata dal suffragismo bianco escludeva di fatto le donne nere che, nella maggior parte dei casi, non avevano ricevuto alcuna forma di istruzione, e trasformava la lotta per il suffragio femminile «in una battaglia per il suffragio delle donne bianche»4. Le donne nere, quindi, da quel momento in avanti inizieranno a muoversi in maniera autonoma, portando avanti le loro rivendicazioni attraverso associazioni separate, come la National Association of Colored Women. Oltre mezzo secolo dopo la conquista del voto, in seguito alla lunga battaglia per il riconoscimento dei diritti civili degli afroamericani degli anni ’60, negli Stati Uniti emerse una nuova voce nera femminista che denunciava sia il femminismo bianco che il movimento per i diritti civili di aver ignorato l’esperienza delle donne nere. Tale accusa, in realtà, non era del tutto nuova: già nel diciannovesimo secolo alcune donne afroamericane, tra cui Harriet Jacobs nella sua autobiografia Incidents in the Life of a Slave Girl, Written by Herself (1861), curata dalla nota abolizionista bianca Lydia Maria Child, avevano denunciato la propria marginalità rispetto ai tradizionali discorsi di emancipazione portati avanti sia dal femminismo Wasp che dal movimento abolizionista nero, evidenziando i diversi assi di oppressione che si intersecavano nell’esperienza del corpo femminile nero. A partire dalla fine degli anni ’70 del Novecento, questi discorsi vennero ripresi dal movimento femminista nero che, introducendo il concetto di “intersezionalità” come strumento per leggere i rapporti di potere, incrociando così i diversi sistemi di oppressione basati su genere, razza, classe e sessualità, sviluppò nuove metodologie di analisi per descrivere e comprendere l’esperienza della donna nera all’interno della società statunitense5.

È alla luce di queste considerazioni che dobbiamo leggere la candidatura di Alexandria Ocasio-Cortez, 28 anni, ex barista del Bronx di origini portoricane che è stata capace di sconfiggere alle primarie dello stato del New York un deputato bianco di pluriennale esperienza, Joe Crowley. Supportando riforme radicali tra cui il Medicare (sanità) per tutti, il diritto alla casa, l’accesso gratuito all’università, la garanzia dell’occupazione (la cosiddetta “Federal Jobs Guarantee”) e l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora, Alexandria ha da subito galvanizzato le speranze della working class multietnica e multirazziale newyorchese maschile e femminile. Sostenendo un approccio intersezionale consapevole ed inclusivo che fonde femminismo, lotta di classe e antirazzismo, la Ocasio-Cortez ha evidenziato la stretta connessione tra la storia razziale e le questioni di classe degli Stati Uniti. E il fatto che sia una donna “di colore” a portare sulla scena pubblica questo tipo di considerazioni, seppur non nuove nell’ambito accademico statunitense, non è certo da sottovalutare, all’interno di un partito ancora in fase di ripresa dopo la sconfitta di Hillary Clinton alle scorse presidenziali.

Ocasio-Cortez non è però l’unica, né la più radicale, tra le candidate progressiste “di colore” alla Camera dei Rappresentanti. Rashida Tlaib, 42 anni di origine palestinese, e Ilhan Omar, 36 anni, somala rifugiata negli Stati Uniti, dopo aver vinto le primarie democratiche rispettivamente in Michigan e in Minnesota, potrebbero diventare le prime donne musulmane mai elette al Congresso, in un paese, non dimentichiamolo, che sotto la presidenza Trump ha varato il Muslim ban in materia di immigrazione. Ilhan sarebbe anche la prima rifugiata a vincere un seggio al Congresso nella storia degli Stati Uniti. A livello statale appare rivoluzionaria la vittoria alle primarie per la carica di governatore della Georgia di Stacey Yvonne Abrams, 44 anni, avvocata, scrittrice e afroamericana. Diventare Governatrice in uno stato del Sud storicamente schiavista, segregazionista e fortemente razzista, sembrerebbe quasi la realizzazione delle parole, al tempo quasi utopiche, pronunciate da Martin Luther King nel suo celebre discorso dell’agosto 1963: «I have a dream that one day on the red hills of Georgia, the sons of former slaves and the sons of former slave owners will be able to sit together at the table of brotherhood»6. “And the daughters”, potremmo finalmente aggiungere, dopo 55 anni. Stacey, infatti, potrebbe essere la prima donna nera a ottenere quella carica, dopo ben 82 governatori bianchi di sesso maschile. Deb Haaland in New Mexico e Paulette Jordan nell’Idaho potrebbero invece passare alla storia come le prime donne native americane elette rispettivamente al Congresso e alla carica di Governatore di uno stato, insieme a Sharice Davids, candidata in un distretto del Kansas, proveniente da una tribù del Wisconsin e dichiaratamente lesbica.

E anche questo dovrebbe far ragionare, in un paese il cui presidente ha più volte ridicolizzato pubblicamente l’attuale senatrice Elizabeth Warren, rivolgendosi a lei con l’appellativo di “fake Pocahontas” a causa delle sue incerte origini Cherokee. Altre candidate “of color” sfidano apertamente l’eteronormatività istituzionale, disallineando la sessualità dalla norma biologica e dall’identità di genere e alimentando le speranze nel pieno riconoscimento dei diritti di un movimento LGBTQ+ ancora sconvolto dalla strage di Orlando del giugno 2016. Se la strada era stata aperta nel 2015 da Kate Brown, governatrice dell’Oregon apertamente bisessuale, Gina Ortiz Jones potrebbe essere la prima veterana di guerra filippino-americana apertamente omosessuale in Congresso a ricoprire il seggio texano mentre Lupe Valdez potrebbe diventare la prima Governatrice ispanica e lesbica dichiarata dello stesso stato. Ancora, Christine Hallquist, 62 anni, prima candidata transgender in tutta la storia statunitense ad aspirare alla carica di Governatrice di uno Stato. E la sua vittoria non sembra così impossibile, data la forte tradizione liberal dello stato del Vermont in cui concorre.

Questioni di genere, di razza e di classe si intrecciano all’interno di una sfida elettorale complessa e dagli esiti incerti: se queste donne passeranno alla storia o se l’entusiasmo nato intorno alle loro candidature sia il frutto di un eccessivo ottimismo progressista e radicale, nessuno è in grado di dirlo con certezza. Ciò che è certo è che la candidatura di un numero così ampio di donne “di colore”, impensabile soltanto pochi decenni fa, rappresenta l’esito di un percorso storico di lungo periodo che è riuscito ad arrivare finalmente fino alle soglie del Congresso. A prescindere dai prossimi risultati elettorali, è chiaro che i semi del cambiamento in senso femminista, intersezionale e progressista siano già stati piantati e vengano quotidianamente coltivati dall’attivismo di milioni di donne e uomini che agiscono dal basso. Non resta che attendere la loro fioritura.

1 Per un approfondimento storico sul rapporto tra donne e sfera pubblica si veda, tra gli altri, Ellen Carol DuBois, Feminism and Suffrage: The Emergence of an Independent Women’s Movement in America, 18481869 (Ithaca: Cornell University Press, 1978); Paula Baker, ‘The Domestication of Politics: Women and American Political Society, 1780–1920’, The American Historical Review, 89.3 (1984), pp. 620–47; Mary P. Ryan, Women in Public: Between Banners and Ballots, 1825-1880 (Baltimore: Johns Hopkins University Press, 1992); Jay S. Kleinberg, Women in the United States, 18301945 (Basingstoke: Macmillan, 1999); Nancy F. Cott, No Small Courage: A History of Women in the United States (New York: Oxford University Press, 2000).

2 U. S. Laws, Statutes, Etc. An act to prohibit the importation of slaves into any port or place within the jurisdiction of the United States, from and after the first day of January, in the year of our Lord, one thousand eight hundred and eight … March 2. Approved. Washington, 1810, https://www.loc.gov/item/rbpe.22800200/ (consultato in data 10/10/2018).

3 Si veda William E. Du Bois, Sulla linea del colore. Razza e democrazia negli Stati Uniti e nel mondo, a cura di Sandro Mezzadra (Bologna: Il Mulino, 2010).

4 Brunella Casalini, “Femminismo suffragista bianco e razzismo negli Stati Uniti d’America”, «Storia e Politica», vol. IX (2017), pp. 511–519, p. 513. Per una lettura completa della nascita del suffragismo di stampo razzista negli Stati Uniti si veda Louise Michele Newman, White Women’s Rights: The Racial Origins of Feminism in the United States (New York: Oxford University Press, 1999).

5 Per un approfondimento sull’approccio intersezionale si vedano, tra gli altri, i lavori di Kimberlé Williams Crenshaw, Patricia Hill Collins, Angela Davis, bell hooks e Audre Lorde. Sandro Mezzadra ha evidenziato come, ancor prima della formalizzazione della categoria da parte della giurista Crenshaw nel 1989, sia possibile rinvenire una prima anticipazione del concetto di «intersezionalità» nel Manifesto del 1977 del collettivo femminista nero Combahee River Collective che «non si limitava ad accusare il femminismo bianco mainstream di trascurare il razzismo, ma assumeva l’“appartenenza a due caste oppresse, razziale e sessuale”, come chiave per riqualificare e approfondire una critica radicale del capitalismo». Sandro Mezzadra, “I confini aperti dell’identità”, EuroNomade, 28/09/2018, http://www.euronomade.info/?p=11102 (consultato in data 26/10/2018).

6 Martin Luther King, Jr., “I Have a Dream. Speech by the Rev. Martin Luther King. At the ‘March on Washington’”, https://www.archives.gov/files/press/exhibits/dream-speech.pdf (consultato in data 10/10/2018).

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