L’esplosione della white rage: il nazionalismo bianco nel contesto delle guerre culturali statunitensi. Lezione di Marco Mariano. Relazione di Serena Mocci, Alberto Cavallini, Maria Elena Cantilena.

Nell’ambito del suo intervento alla Quattordicesima Summer School CISPEA, il professor Marco Mariano ha approfondito la questione della white rage, riferendosi in particolare al testo di Carol Anderson del 2016, White Rage. The Unspoken Truth of Our Racial Divide. Il docente ha innanzitutto definito la white rage come l’insieme delle espressioni del “risentimento bianco” che, figlie del razzismo strutturale, hanno dato vita negli Stati Uniti ad un vero e proprio fenomeno di reazione da parte dei bianchi alle rivendicazioni di diritti e pari opportunità della comunità afroamericana.

Nel tentativo di ripercorrere in maniera fedele ma non pedissequa l’intervento di Mariano, attraverso la presente relazione ci si interrogherà in primo luogo, utilizzando una prospettiva storica, sulla questione della periodizzazione della white rage, chiedendosi se questo sia un fenomeno relativamente recente oppure se possa essere inserito all’interno di un percorso di lungo periodo. In secondo luogo, sarà analizzato il processo di istituzionalizzazione della white rage a partire dagli anni Sessanta del ventesimo secolo e il suo rafforzamento nei decenni successivi durante la presidenza Nixon. L’ultima parte dell’elaborato sarà dedicata all’approfondimento della cosiddetta war on drugs portata avanti da Reagan, una politica apparentemente race neutral ma caratterizzata da forti connotati razziali e uno dei principali strumenti utilizzati a livello istituzionale per incanalare il risentimento bianco verso la comunità afroamericana negli anni Ottanta del secolo scorso.

Alle radici della white rage: una prospettiva storica e di genere

Il professor Mariano ha sostenuto che la white rage si sia sviluppata in seguito alle conquiste dei diritti civili da parte della comunità afroamericana negli anni Sessanta del Novecento. In particolare, secondo il professore questo fenomeno affonderebbe le sue radici nella storica sentenza Brown del 1954 sulla desegregazione delle scuole e avrebbe preso una forma più definita in seguito all’approvazione del Civil Rights Act nel 1964 e del Voting Rights Act nel 1965. Come evidenziato anche da Carol Anderson, «this latest round of African American advances set the gears of white opposition in motion»1.

Sempre in riferimento agli anni Sessanta, il docente ha evidenziatomesso in luce, citando lo studio pubblicato nel 2010 dalla celebre studiosa Nell Irvin Painter, The History of White People, come l’idea stessa di whiteness sia mutata in risposta a queste conquiste legislative, mettendo in evidenzaevidenziando la presenza di una linea del colore mobile, contingente e storicamente determinata. In quegli anni, infatti, la whiteness si è allargata fino ad includere immigrati che in precedenza erano stati considerati non-white, come irlandesi, ebrei, italiani e asiatici.

È importante sottolineare, tuttavia, come hanno fatto sia Mariano che Anderson, la complessità di questo fenomeno: alle radici della white rage, infatti, non vi è soltanto la svolta di Johnson degli anni Sessanta, ma anche la guerra in Vietnam, che ha rappresentato una forza destabilizzante nei confronti delle gerarchie sociali e razziali, e lo stesso Immigration Reform and Nationality Act del 1965, che ha abolito il sistema delle quote e introdotto una nuova politica migratoria basata sul ricongiungimento familiare e sull’attrazione di forza-lavoro qualificata, in particolare da paesi asiatici, africani e latinoamericani. Sia Mariano che Anderson hanno dunque approfondito il fenomeno della white rage nel ventesimo secolo, in particolare a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, e hanno poi analizzato la sua istituzionalizzazione durante le presidenze Nixon e Reagan.

Si ritiene, tuttavia, che una questione interessante che meriterebbe di essere indagata più a fondo sia rappresentata dalla possibile ricostruzione in chiave storica di una genealogia del risentimento bianco, basata sull’analisi dell’eredità della guerra civile degli anni Sessanta del diciannovesimo secolo e della conseguente ratifica del Quattordicesimo e del Quindicesimo emendamento, rispettivamente nel 1868 e nel 1870. Questi, infatti, avevano riconosciuto gli uomini neri liberati come cittadini, ma non avevano menzionato in alcun modo il suffragio femminile, né nero né bianco, creando così una linea di discontinuità tra i primi movimenti di emancipazione femminile, che avevano visto nella popolazione afroamericana un alleato a causa della comune condizione di subordinazione dei neri e delle donne, e il successivo movimento suffragista bianco di impianto razzista, che evidenziava la superiorità razziale e culturale delle donne bianche rispetto agli uomini neri ma anche rispetto ai nuovi immigrati che avevano ottenuto la cittadinanza. La stessa Susan B. Anthony, che negli anni Quaranta e Cinquanta dell’Ottocento era stata una fervente abolizionista e aveva lottato per l’emancipazione civile e politica di donne e uomini neri, nel periodo della Ricostruzione aveva manifestato la propria opposizione a quello che, insieme ad altre femministe, definiva «the Republicans’ betrayal of women»2. Allo stesso modo nel 1869 Elizabeth Cady Stanton, durante la riunione della Woman Suffrage Convention a Washington, D.C., rivendicando la necessità della ratifica di un Sedicesimo emendamento che riconoscesse la cittadinanza femminile, denunciava con queste parole quella che riteneva essere una nuova gerarchia di genere, che ignorava le differenze razziali di educazione e virtù nell’attribuzione dei diritti politici: «Think of Patrick and Sambo and Hans and Yung Tung, who do not know the difference between a monarchy and a republic, who can not read the Declaration of Independence or Webster’s spelling-book, making laws for Lucretia Mott, Ernestine L. Rose and Anna E. Dickinson»3.

Come ha evidenziato Louise Michele Newman all’interno della sua opera pubblicata nel 1999, White Women’s Rights. The Racial Origins of Feminism in the United States, la crescente percezione delle donne bianche di aver subito un’enorme ingiustizia si tramutò in un vero e proprio fenomeno di risentimento e rancore nei confronti degli uomini neri durante il periodo della Ricostruzione. La Newman utilizza più volte le espressioni «anger» e «resentment over the enfranchisement of black men»4 per indicare quello che a suo avviso rappresenta il principio alla base della creazione del movimento femminista di impianto razzista nella seconda metà del secolo.

L’utilizzo di una prospettiva di genere può dunque aiutare a cogliere la complessità di questo processo e aggiungere profondità storica al fenomeno della white rage che indubbiamente, come messo in luce da Marco Mariano durante il suo intervento, ha assunto forme istituzionali nella seconda metà del ventesimo secolo.

Da Nixon a Reagan: le manifestazioni istituzionali della white rage negli anni Settanta

Quali furono le manifestazioni concrete del risentimento bianco a livello istituzionale in seguito all’approvazione del Civil Rights Act nel 1964 e del Voting Rights Act nel 1965? Questa prima fase, basata sulla strategia della non violenza e capace di segnare l’ascesa della figura del pastore battista Martin Luther King, non coincise tuttavia con la fine delle rivendicazioni le quali, a partire dal 1965, assunsero una forma diversa. Si diffusero spontaneamente, infatti, riots urbani all’interno dei ghetti di diverse città americane, soprattutto del Nord, come avvenne ad esempio a Los Angeles nell’agosto dello stesso anno. Tutto ciò contribuì ad acuire le tensioni all’interno della cosiddetta “casa divisa”, termine che Lyndon Johnson utilizzò per definire gli Stati Uniti; tensioni che furono successivamente cavalcate da Richard Nixon durante le elezioni del 19685.

Con Richard Nixon, già candidato repubblicano alla Casa Bianca nel 1960, vi fu infatti una prima vera e propria istituzionalizzazione del risentimento bianco maturato nelle coscienze di molti bianchi in seguito all’ascesa del già citato Civil Rights Movement. Nixon non a caso, durante la campagna elettorale, pose l’accento proprio sull’instabilità creata dalle contestazioni degli anni Sessanta, in cui la comunità afroamericana aveva avuto un ruolo particolarmente rilevante.

Ma Nixon non fu l’unico a intercettare questo sentimento durante le elezioni presidenziali del 1968: anche il candidato George Wallace, che aveva rifiutato di partecipare alle primarie democratiche e si era presentato con l’American Independent Party, riuscì a incanalare il risentimento bianco ottenendo circa il 13% dei voti, gran parte provenienti dal Sud, storicamente democratico e legato al proprio recente passato segregazionista. La reazione quindi, come fatto notare Marco Mariano, fu immediata e per questo probabilmente già radicata all’interno del tessuto sociale americano.

Fu durante la presidenza Nixon, tuttavia, che si assistette ad un’effettiva delegittimazione delle conquiste fatte dal movimento per i diritti civili attraverso l’utilizzo di un linguaggio delle cosiddette dog-whistle politics, cioè non esplicitamente razzista e apparentemente neutrale, ma che tuttavia non rinunciava ad esprimere la sua vera essenza6. Basti pensare alla retorica basata sul principio del law and order, utilizzata con forza dallo stesso Nixon in campagna elettorale per sottolineare la necessità di sicurezza di un paese travolto dalle agitazioni di quegli anni. Una simile logica, infatti, lasciava intendere come le battaglie del movimento fossero la prima causa di disordine ed instabilità all’interno del Paese7. Peraltro, il principio del law and order avrebbe ispirato anche l’emergere di un nuovo sistema penale a partire dagli anni Ottanta basato sulla cosiddetta war on drugs e accusato da più parti di colpire in primo luogo gli afroamericani. È necessario dunque sottolineare che, in seguito all’affermarsi della legislazione sui diritti civili, il dibattito pubblico iniziò a concentrarsi maggiormente sulla diffusione della criminalità. Ma l’opposizione dei bianchi si delineò anche attraverso altre modalità come la forte critica nei confronti del busing e delle affirmative actions. Il busing era una pratica diffusa nelle città del Nord che prevedeva lo spostamento di parte degli studenti bianchi nei quartieri periferici abitati prevalentemente dagli afroamericani, e viceversa, al fine di superare la segregazione all’interno degli istituti scolastici venutasi a creare indirettamente per via della segregazione razziale che, di fatto, vigeva. Soprattutto in seguito ai tumulti razziali, la popolarità della misura divenne ancora più bassa poiché buona parte dei genitori bianchi iniziò a preoccuparsi per l’incolumità e la salute dei propri figli8.

Allo stesso modo le affirmative actions, azioni positive che si proponevano di promuovere l’integrazione e la partecipazione degli afroamericani in settori dove erano tradizionalmente sottorappresentati, sarebbero state considerate sempre di più forme di discriminazione nei confronti dei bianchi in quanto si credeva avrebbero favorito lavoratori e personalità ritenute impreparate o inadatte a svolgere determinate mansioni. Come ricordato da Stefano Luconi, in prima linea nel sostenere tali posizioni vi sarebbero stati i rappresentanti delle minoranze provenienti dall’Europa orientale e meridionale i quali sostenevano che, dopo aver sopportato la discriminazione sulla propria pelle, avevano successivamente ottenuto una posizione all’interno della società senza bisogno dell’intervento del governo federale9.

In conclusione, durante la presidenza Nixon la white rage fu un fenomeno allo stesso tempo attivo e reattivo alle rivendicazioni nere degli anni Sessanta e si presentò, a livello istituzionale, come una sorta di controffensiva alle conquiste legislative della comunità afroamericana.

Reagan, la white rage e la war on drugs

Come accennato in precedenza, è possibile analizzare la campagna della war on drugs come la massima espressione del fenomeno della white rage durante la presidenza Reagan negli anni Ottanta. L’espressione war on drugs, legata alle politiche di Reagan, in realtà era già stata utilizzata dalla stampa dopo un discorso di Richard Nixon del giugno 1971, il quale aveva definito la droga il «nemico pubblico numero uno». Un sondaggio di quell’anno testimoniava infatti come la droga fosse considerata il terzo problema nazionale, dopo il Vietnam e l’economia10. Il contesto a cui Nixon faceva riferimento era soprattutto quello del consumo di eroina tra i militari e i reduci del Vietnam; per contrastare questo fenomeno, il governo federale aveva finanziato dei trattamenti di disintossicazione attraverso la somministrazione controllata di metadone. A partire dalla fine degli anni Settanta e per tutto il corso degli Ottanta la situazione cambiò notevolmente. L’epicentro del dibatto pubblico sulla droga si spostò infatti dall’eroina, alla marijuana e poi alla cocaina, rendendo inutile l’utilizzo del metadone. Un rilevamento statistico rivela: «In 1972 about 28 percent of 18-to-25-year-olds had used the drug in the past month. By 1979 the figure had risen to more than 35 percent, and well over two-thirds of Americans in this age group admitted to having tried marijuana at least once»11.

La marijuana era una delle principali preoccupazioni dei genitori della classe media, che diedero vita alla National Federation of Parents for Drug-Free Youth. Composta principalmente da elettori repubblicani, chiedeva «protezione per i propri figli», attraverso proibizioni, rigidi controlli di polizia e tolleranza zero. Questa linea divenne quella governativa con l’elezione presidenziale di Ronald Reagan e con l’impegno personale della first lady proprio nel contrasto alla droga.

I fondi per le terapie di disintossicazione furono tagliati, rendendo le cure sempre più difficili per chi non disponeva di un’assicurazione sanitaria. La droga aveva così effetti più devastanti in base all’appartenenza sociale del tossicodipendente. L’approccio governativo, inoltre, si contraddistinse per una forte carica moralistica: la differenza tra consumatore e tossicodipendente non era contemplata, entrambi erano considerati criminali, causa del loro stesso male e fattore di disordine sociale, per cui l’unico approccio adottato per affrontare il problema era quello punitivo.

Nel corso del decennio, intanto, la cocaina diventava sempre più diffusa, il suo prezzo diminuiva e iniziava a diffondersi sempre più anche un suo derivato, il crack, fumabile, potente e molto più economico, che circolava soprattutto nei ghetti neri. La risposta dell’amministrazione Reagan fu l’emanazione dell’Anti-Drug Abuse Act (1986) che prevedeva una pena minima di cinque anni per possesso di droga ma considerava in maniera impari le diverse sostanze: cinque anni di reclusione se in possesso di cinque grammi di crack, sempre cinque anni per ben cinquecento grammi di cocaina. In questo modo la legge, giustificata come securitaria e di contrasto alla droga, finiva per introdurre una discriminazione su base razziale e sociale, dato che il consumo di crack, a causa del suo basso costo, era diffuso tra gli strati della popolazione più povera e marginale, soprattutto nei ghetti urbani afroamericani.

La studiosa Anderson ha analizzato la rappresentazione del fenomeno sulla stampa, attraverso l’analisi degli articoli del periodo 1986–1987 del New York Times, del Chicago Tribune, del Washington Post e del Los Angeles Times12. All’interno di questi quotidiani, quando si parlava di crack lo si associava sempre ad alcune parole chiave, come inner-city e termini simili che alludevano ai quartieri abitati dagli afroamericani. La parola white, invece, appariva soltanto in un terzo dei casi. Il messaggio era quindi chiaro: la piaga era black e veniva descritta in termini tali da causare national panic. Nello stesso periodo si registrava anche un aumento del tasso di violenza legato allo spaccio, che colpiva principalmente gli afroamericani.

L’Anti-Drug Abuse Act del 1986 non migliorò la condizione dei consumatori e dei tossicodipendenti afroamericani mentre, a causa della forte criminalizzazione che colpiva queste categorie, li spingeva verso una crescente marginalità sociale, legata alla condizione di carcerati o ex carcerati. Una nuova legge nel 1988 rese le pene ancora più severe, introducendo anche la pena di morte per gli omicidi legati alla droga. Il consumo di droga associato a gruppi sociali marginali o contestatari consentiva la loro criminalizzazione per via indiretta e, in questo processo, l’immagine fornita all’opinione pubblica giocava un ruolo notevole. Tale aspetto è sottolineato anche da Courtwright quando afferma: «The crack epidemic, given the full crime treatment by the media, likened to the Black Death in Congress, and called an “uncontrolled fire” by President Reagan, catalyzed the passage of additional federal laws in 1986 and 1988»13. Queste leggi, presentate come motivate da ragioni di sicurezza sociale dalla war on drugs, colpivano però soprattutto lungo la linea del colore (come esemplificato dalla disparità di trattamento sul possesso di crack e cocaina). Considerando anche la perdita del diritto di voto e i problemi legati alle pene detentive, la difficoltà nel reinserimento sociale e nel trovare un’occupazione, si può affermare, in linea con quanto sostenuto da Anderson, che la war on drugs ebbe tra i suoi effetti anche quello di emarginare gli afroamericani, configurandosi quindi come uno degli strumenti attraverso i quali esprimere e soddisfare la white rage.

Conclusione

Marco Mariano ha illustrato l’importanza del fenomeno della white rage che, oltre a essere una chiave di lettura essenziale per interpretare il periodo della Ricostruzione durante la seconda metà del diciannovesimo secolo e i decenni successivi al riconoscimento dei diritti civili negli anni Sessanta del Novecento, appare ancora un valido strumento di analisi ai fini di comprendere le dinamiche politiche alla base dei processi di inclusione ed esclusione che hanno caratterizzato, e ancora oggi caratterizzano, seppur secondo modalità diverse, la democrazia americana.

Bibliografia

Alexander Michelle, The New Jim Crow. Mass Incarceration in the Age of Colorblindness, New York: The New Press, 2010.

Anderson Carol, White Rage. The Unspoken Truth of Our Racial Divide, New York: Bloomsbury, 2016.

Cartosio Bruno, I lunghi anni Sessanta. Movimenti sociali e cultura politica negli Stati Uniti, Milano: Feltrinelli Editore, 2012.

Casalini Brunella, “Femminismo suffragista bianco e razzismo negli Stati Uniti d’America”, «Storia e Politica», 2017, vol. IX, pp. 511–519.

Courtwright David T., Dark Paradise: A History of Opiate Addiction in America, Cambridge: Harvard University Press, 2001.

Luconi Stefano, La questione razziale negli Stati Uniti dalla Ricostruzione a Barack Obama, Padova: Cleup, 2008.

Newman Louise Michele, White Women’s Rights: The Racial Origins of Feminism in the United States, New York: Oxford University Press, 1999.

Scott Anne Firor e Scott Andrew MacKay (a cura di), One Half the People: The Fight for Woman Suffrage, Urbana and Chicago: University of Illinois Press, 1982.

Note

1 Carol Anderson, White Rage. The Unspoken Truth of Our Racial Divide, New York: Bloomsbury, 2016, p. 99.

2 Louise Michele Newman, White Women’s Rights: The Racial Origins of Feminism in the United States, New York: Oxford University Press, 1999, p. 4. Si veda anche Brunella Casalini, “Femminismo suffragista bianco e razzismo negli Stati Uniti d’America”, «Storia e Politica», 2017, vol. IX, pp. 511–519.

3 Elizabeth Cady Stanton, “Speech before the Woman Suffrage Convention, Washington DC, 18 January 1869”, citato in Anne Firor Scott e Andrew MacKay Scott (a cura di), One Half the People: The Fight for Woman Suffrage, Urbana and Chicago: University of Illinois Press, 1982, p. 65.

4 Newman, op. cit., p. 5.

5 Bruno Cartosio, I lunghi anni Sessanta. Movimenti sociali e cultura politica negli Stati Uniti, Milano: Feltrinelli Editore, 2012, p. 163.

6 Anderson, op. cit., pp. 98-137.

7 Michelle Alexander, The New Jim Crow. Mass Incarceration in the Age of Colorblindness, New York: The New Press, 2010, p. 46.

8 Stefano Luconi, La questione razziale negli Stati Uniti dalla Ricostruzione a Barack Obama, Padova: Cleup, 2008, pp. 197-198.

9 Ivi, p. 198.

10 David T. Courtwright, Dark Paradise: A History of Opiate Addiction in America, Cambridge: Harvard University Press, 2001, p. 170.

11 Ivi, p. 175.

12 Anderson, op. cit., p.131.

13 Courtwright, op. cit., p. 176.

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