Le trasformazioni dei partiti politici 1968-2018. Lezione di Arnaldo Testi. Relazione di Emanuele Nidi, Elisabetta Tenca, Giovanni Zannier


Trasformazioni dei flussi elettorali americani: il Sessantotto

Nella storia del Novecento il 1968 è considerato un anno chiave per molti aspetti, soprattutto per quanto riguarda l’avanzamento dei diritti civili e sociali in Europa e negli Stati Uniti: da Praga a Washington, un’intera generazione è scesa in piazza per rivendicare i propri diritti. L’esperienza americana è sicuramente una delle più interessanti in tal senso: la lotta per i diritti civili, infatti, si intreccia con le vertenze operaie e l’opposizione alla guerra del Vietnam, dove ormai gli Stati Uniti si erano impantanati da anni. È interessante notare come tutto quel fermento sociale abbia influenzato anche le elezioni presidenziali del 1968, che sono da considerarsi un momento di svolta per il sistema politico americano. Il presidente in carica Lyndon B. Johnson era deciso a non ripresentarsi, viste le percentuali tutt’altro che lusinghiere ottenute dalla sua potenziale candidatura nei sondaggi elettorali; così a contendere la presidenza a Richard Nixon fu l’ex vicepresidente Hubert Humphrey, mentre un terzo nome si inseriva nella contesa scompaginando il tradizionale scontro bipartitico: quello dell’indipendente George Wallace, ex governatore democratico dell’Alabama e severo oppositore della serie di provvedimenti, primo fra tutti il Civil Rights Act del 1964 che, sul piano giuridico, aveva posto fine alla segregazione razziale e aperto le porte al voto afroamericano. La presenza di Wallace nella contesa elettorale costò cara a Johnson, che perse in molti stati del Sud da sempre fedeli al Partito Democratico. La vittoria finale andò così a Richard Nixon con il 43,4% del voto popolare, contro il 42,7% di Humphrey. Notevole fu il risultato della campagna di Wallace, che raggiunse un non indifferente 13,5%.
La nuova conformazione dell’elettorato americano nata dalle elezioni del 1968 poneva fine a quell’alleanza tra Nord e Sud del paese inaugurata dal New Deal rooseveltiano: da questo momento in avanti la nuova linea di frattura Nord-Sud si sarebbe cristallizzata sempre di più, caratterizzando le elezioni negli Stati Uniti negli anni a seguire. A tal punto che, secondo l’analisi di Arnaldo Testi, la divisione che influenzava gli esiti del voto non sarebbe più stata propriamente di classe, ma legata alla componente etnica dell’elettorato (il Sud bianco contro il Nord delle minoranze).

Elezioni 1968: Risultati su base statale. e il 2016

Può sembrare curioso accostare, seppur in modo provocatorio, la campagna elettorale che ha portato alla vittoria di Donald Trump a quella che ha fatto da sfondo alle lotte del ’68. Il tratto comune tra questi due momenti cruciali è rappresentato dalla rottura di consolidate dinamiche elettorali. Le elezioni del 2016 hanno infatti rappresentato per molti analisti una sorpresa. Un miliardario newyorkese, Donald Trump, è riuscito prima a scalare le vette del Partito Repubblicano, vincendo la resistenza dell’intero establishment dello stesso, e poi a guadagnarsi la presidenza in una sorprendente campagna elettorale che lo ha visto contrapposto a Hillary Clinton, una veterana della politica americana (moglie dell’ex presidente Bill Clinton, senatrice e Segretaria di Stato nella prima amministrazione Obama). Trump ha vinto pur perdendo sul piano del voto popolare, ottenendo solamente il 46,1 % contro il 48,2% della Clinton. Ma il sistema elettorale statunitense permette anche questo.
La novità rappresentata dai risultati delle elezioni del 2016 suggerisce la necessità di analizzare il voto democratico e quello repubblicano per capire i motivi della sconfitta, per molti impronosticabile, di Hillary e comprendere quindi se il 2016 possa essere considerato un anno di svolta per quanto riguarda i flussi elettorali.
Può essere utile a tal fine esaminare la conformazione dei due elettorati a partire da indicatori di genere, razza e classe. È necessario dedicare particolare attenzione ai dati relativi alla sindacalizzazione dei lavoratori che si sono presentati alle urne, dal momento che proprio vincendo nelle aree deindustrializzate del Midwest, quelle che formano la cosiddetta Rust Belt, Trump ha potuto conquistare la presidenza.
Prendendo in considerazione i dati relativi al genere si può osservare come le donne abbiano votato in misura maggiore il Partito Democratico rispetto agli uomini; l’esatto opposto è avvenuto invece all’interno dell’elettorato repubblicano.

La divisione si fa ancora più netta nel momento in cui si va ad analizzare la componente etnica: qui si evidenzia come la larga maggioranza degli afroamericani, al pari di una significativa percentuale di elettori ispanici, abbia votato per Hillary Clinton; verso Trump, invece, è stato in larga parte indirizzato il voto bianco. Passando poi all’ultimo indicatore, la sindacalizzazione, osserviamo come il gap tra democratici e repubblicani si sia assottigliato rispetto alle scorse presidenziali: infatti soltanto il 60% dei lavoratori sindacalizzati ha votato per i democratici1, mentre il Partito Repubblicano ha guadagnato tre punti percentuali rispetto alle elezioni del 2012, quando il candidato alla presidenza era Mitt Romney. Queste elezioni hanno messo in evidenza una polarizzazione interna all’elettorato americano. È possibile leggere questo fenomeno a partire da fattori economici, come l’aumento della disuguaglianza, oppure considerarlo legato ai cambiamenti sociali e culturali, come l’aumento delle nascite di cittadini stranieri negli Stati Uniti: il dato che emerge è comunque quello di un inedito posizionamento di importanti percentuali di elettori sulle due ali estreme dello schieramento. Una novità per gli Stati Uniti, paese tradizionalmente estraneo ai radicalismi.

Un’analisi del voto

La lettura basata sul voto per contea fornisce un quadro più chiaro sull’andamento generale delle elezioni: notiamo quindi come le contee dove ha vinto Hillary Clinton coincidano con le aree dove risiede la maggioranza della popolazione (circa il 55%) e dove vengono prodotti quasi i 2/3 del PIL americano (circa il 64%). Si tratta per lo più delle grandi metropoli, situate sulle coste del paese. Un fenomeno, quello della presa democratica sui centri urbani, già ravvisabile nelle elezioni precedenti, ma che nel 2016 si è mostrato con ancora maggiore evidenza. Questo dato ha incoraggiato letture che individuano le linee di frattura strategiche all’interno dell’elettorato americano nella divisione tra élite e periferia, città e campagna e minoranze etniche e popolazione Wasp.

ExitPoll CNN data

Attraverso lo studio dei dati storici dei polls fino al 2016, inoltre, è possibile determinare se l’influenza dell’appartenenza di classe nella determinazione del voto sia o meno in diminuzione. Ovviamente l’analisi cambia a seconda del significato che si attribuisce al termine “classe”.
Esso viene utilizzato da alcuni per identificare prestigio o status, mentre da altri per descrivere strettamente il rapporto dei soggetti presi in esame con i mezzi di produzione; per altri ancora, invece, riguarda attributi che riflettono la posizione economica (educazione, reddito, condizione socio-economica, ecc.). Secondo questa ultima lettura, gli indicatori più utili per l’analisi sarebbero quelli relativi ad educazione e reddito: il livello di educazione condizionerebbe le opportunità di lavoro, salario e status, mentre attraverso l’analisi del reddito sarebbe possibile stabilire la collocazione sociale dell’elettore. Il reddito non è in realtà un indicatore preciso, in quanto tende a variare di anno in anno; ma, rispetto al livello di educazione, offre una base migliore per studiare fenomeni come i mutamenti negli standard di vita delle famiglie americane o il
relative income, spesso annoverato tra gli indicatori più credibili.

Un tempo era parte del senso comune l’idea che la classe operaia votasse il Partito Democratico e la classe medio-alta quello Repubblicano in nome della presunta presenza di interessi ben definiti: i democratici erano per lo più considerati difensori delle grandi unions, promotori di riqualificazione sociale e di leggi per la sicurezza sul lavoro, laddove i repubblicani proponevano un minor intervento dello stato nell’economia, tasse meno elevate, norme right-to-work negli Stati e tagli al welfare state. Ma questa narrazione è stata confermata nel corso degli anni dalle elezioni?

Attraverso l’analisi dei risultati elettorali dal 1952 fino al 2016, descritta nell’articolo The Puzzle of Class in Presidential Voting di Jeffrey M. Stonecash del 2017, è possibile studiare l’influenza dell’appartenenza di classe nelle elezioni presidenziali per capire se gli individui hanno votato “come previsto” o se si sono verificati cambiamenti nel periodo analizzato.

Considerando soltanto l’elettorato bianco e focalizzando l’attenzione sugli indicatori relativi al livello di istruzione, è possibile individuare alcuni elementi di continuità, almeno fino alla crisi del 2008. Osserviamo così che, fino al 2008, soltanto il 40% degli elettori che hanno frequentato una scuola superiore (ma non l’università) votava democratico2. Nello stesso lasso di tempo le differenze di voto tra elettori di diversa estrazione culturale si assottigliavano, dal momento che, tra chi era in possesso di una laurea, era crescente il numero di “transfughi” dal Partito Repubblicano a quello Democratico. Assumiamo ora come punto di partenza le statistiche relative al reddito: noteremo che, nel periodo preso in esame, il voto democratico è maggioritario nell’elettorato di fascia bassa.

I dati 2008-2016 sembrano presentare un cambiamento significativo rispetto alle elezioni precedenti. Se ancora nel 2008 le fasce più povere della popolazione, considerate secondo indicatori d’istruzione e di reddito (e al netto dell’astensione), hanno sostenuto la candidatura di Barack Obama, dal 2012 il supporto della working class al Partito Democratico è iniziato a venire meno, fino a toccare il fondo nel 2016: il sostegno ad Hillary Clinton in questa fascia della popolazione è stato tra i più bassi dal 1952, a conferma di un cambiamento profondo nella percezione politica della classe lavoratrice americana bianca.
Fino agli anni Settanta, il fenomeno più rilevante non consisteva tanto nella trasfusione di voti operai al Partito Repubblicano quanto, al contrario, nel passaggio in campo democratico di una significativa percentuale di elettori
upper class3. E se negli anni successivi gli equilibri di forza erano rimasti relativamente intatti, tra il 2012 e il 2016 si è assistito a mutamenti significativi nel voto della working class, un calo nei consensi per il Partito Democratico tale da poter parlare di un vero e proprio shift verso il Partito Repubblicano.
Questo spostamento di voti può essere interpretato in diversi modi, individuando differenti cause: l’emergere di nuove problematiche socio-culturali, l’acuirsi del risentimento verso le élite liberali, la rabbia per la propria condizione economica. Le interpretazioni “culturali” partono da un’analisi dell’opinione pubblica per individuare fenomeni come il cosiddetto
racial resentment, cioè il pregiudizio, diffuso in settori della working class bianca, secondo il quale i problemi della minoranza di colore non deriverebbero dall’oppressione di un sistema razzista ma dal comportamento disfunzionale degli stessi afroamericani. Queste interpretazioni suggeriscono che la classe operaia abbia votato Trump (e quindi repubblicano) in virtù di una comune visione conservatrice. Altri studi si sono invece concentrati sulla condizione economica in cui è versata la classe lavoratrice americana dopo il 2008: i salari sono diminuiti (soprattutto per quei lavoratori con un livello di istruzione più basso) ed è aumentato l’isolamento sociale (e con esso il tasso di suicidi). A partire da questo disagio sociale si spiegherebbe il voto operaio per il Partito Repubblicano nel 2016. È il cosiddetto retrospective voting: chi si trovava in buone condizioni durante la precedente amministrazione (in questo caso quella democratica), ha continuato a votare per il partito precedentemente al governo, mentre chi si trovava in condizioni svantaggiate si è schierato contro il vecchio presidente.
I risultati elettorali 2012-2016 rappresentano un caso significativo perché proprio in questo periodo la divaricazione sociale si è fatta più evidente nell’elettorato americano, anche all’interno della classe lavoratrice. Già nel 2012 i democratici avevano perso un 25% di voti
working class, pur mantenendo un insediamento nelle cosiddette “aristocrazie operaie”4. Il 2016 è stato dunque al contempo un momento di rottura decisivo e il punto di arrivo di un processo già in atto.
Il Partito Repubblicano ha potuto rappresentare un’alternativa agli occhi dei lavoratori in ragione della difficoltà strutturale del Partito Democratico nel fornire risposte alla parte della società più colpita dalla crisi.
Si è già rilevato come, limitandosi all’analisi dei “freddi” numeri dei voti reali, sia possibile affermare che gli Stati determinanti per la vittoria di Trump, o per meglio dire per la sconfitta della Clinton, siano stati quelli della
Rust Belt: Michigan, Wisconsin, Pennsylvania, un tempo zone densamente industrializzate, da anni in crisi verticale. È proprio qui, nelle aree vinte dalla globalizzazione, che Trump è riuscito ad ottenere il largo consenso degli operai bianchi con il suo famoso slogan «America First!»; è in questi stati, insieme a Florida e Iowa, che il Partito Repubblicano ha guadagnato maggior consenso rispetto al 2012. Nel prossimo paragrafo l’analisi si concentrerà proprio su una delle contee della Rust Belt: Macomb, in Michigan.

I dati elettorali in Michigan e nella contea di Macomb

Per la sua valenza politica, la tornata elettorale del 2016 ha stimolato riflessioni di carattere generale che investono problematiche centrali nella storia recente, non soltanto per quanto riguarda gli Stati Uniti, ma la democrazia occidentale nel suo complesso: la dialettica centro-periferia, attraversata da contraddizioni sempre più profonde; il progressivo allontanamento dell’elettorato operaio (e, più in generale, working class) dai propri partiti di riferimento; lo smottamento di equilibri politici consolidati in seguito all’acuirsi della crisi della globalizzazione.
I dati elettorali, per quanto frutto di dinamiche peculiari che rifuggono generalizzazioni troppo ampie, sono in grado di offrire un contributo all’analisi di questi fenomeni. E se è vero che la mobilitazione dell’elettorato della
Rust Belt ha giocato un ruolo decisivo nell’elezione di Donald Trump, può valer la pena accendere i riflettori su uno Stato paradigmatico: un vecchio centro industriale, lo Stato che ospita Detroit, il Michigan. Secondo le statistiche ufficiali, la disoccupazione nel Michigan, dopo il picco del 2008, è andata progressivamente calando5. Eppure, le manifestazioni più visibili della crisi economica si sono evidenziate, per quanto riguarda il dato elettorale, proprio negli anni in cui si è registrata una relativa ripresa a livello occupazionale; a dimostrazione dell’impossibilità di misurare gli effetti politici di uno sconvolgimento di tale portata a partire da dati economici astratti dal loro contesto. Ma se è vero che il 2016 di Trump è figlio del 2008 di Wall Street, la dinamica che ha portato all’elezione del miliardario newyorkese affonda le radici in processi più profondi.
Anche se annoverato, nelle ultime elezioni presidenziali, tra gli Swing States
6, il Michigan nondimeno ha espresso, a partire dall’inizio degli anni Novanta, una maggioranza democratica riconfermata ad ogni tornata elettorale fino al 2016. È l’inizio dell’era Clinton, altamente significativa se riletta attraverso le lenti della crisi del 2008. A partire dalla presidenza Clinton, infatti, il Partito Democratico ha abbracciato con sempre maggiore convinzione e coerenza una piattaforma politica di impianto liberista. È qui che la cesura tra il Partito Democratico e i maggiori sindacati del paese è diventata più profonda7. E in effetti già durante gli anni Novanta si è assistito alla crescente disaffezione dell’elettorato democratico che, pur consegnando la maggioranza al proprio partito di riferimento, sempre più spesso ha disertato le urne. Da questo punto di vista il 2016 rappresenta più l’esito finale di un processo ventennale che un punto di rottura. È vero che nel 2008 è possibile rilevare una significativa inversione di tendenza, laddove anche contee conquistate negli anni precedenti dal Gop sono tornate a votare democratico. Ma questo è un dato che si inscrive nel clima di grandi aspettative suscitato dalla campagna elettorale di Barack Obama. Significativamente, già nelle successive elezioni presidenziali, la riconferma di Obama si deve collocare all’interno di un quadro che vede i repubblicani guadagnare la maggioranza in aree fino a quel momento a prevalenza democratica. Il travaso di voti ha luogo soprattutto nelle contee più piccole. Anche nel cuore della Rust Belt quindi sembra riproporsi la dinamica valida per il paese nel suo complesso. In altri termini, anche in quella che, se osservata da una prospettiva nazionale, appare come zona “periferica” rispetto ai centri produttivi e demografici delle coste, sono le contee più marginalizzate quelle in cui il voto democratico si disperde maggiormente. Questo risulta particolarmente evidente nelle elezioni del 2016: nella contea di Wayne, a Detroit, la Clinton ottiene più del doppio dei voti rispetto al suo avversario; ma nella quasi totalità delle altre contee, è Trump a vincere8. Sembrerebbe sostanzialmente confermata la lettura che vede nelle aree meno popolate e meno produttive il bacino di voti principale del trumpismo, relativizzando quindi il ruolo del voto operaio nella sconfitta della Clinton. Ma uno sguardo a una delle contee più popolate del Michigan, quella di Macomb, mette in crisi questa narrazione. Con più di ottocentomila abitanti, Macomb offre uno spaccato rappresentativo della classe operaia bianca americana. Lasciatisi alle spalle lo status middle class conquistato nella “golden age” successiva alla Seconda Guerra mondiale, i lavoratori di Macomb avevano costituito motivo di interesse per gli analisti politici quando, ventiquattro anni dopo aver tributato un consenso largamente maggioritario alla candidatura di John Fitzgerald Kennedy, avevano votato in percentuali ancora più elevate per eleggere Ronald Reagan. Il caso divenne oggetto di studio per Stan Greenberg che, nel suo Middle Class Dreams, scelse proprio Macomb per analizzare la figura del “Reagan Democrat”. Elettore tradizionalmente democratico, il “Reagan Democrat” era un esponente della classe lavoratrice impoverita che, facendo il bilancio della propria condizione sociale, individuava nell’amministrazione Carter pesanti responsabilità politiche.
Trent’anni dopo, una dinamica simile sembra essersi ripresentata a Macomb che, dopo aver consegnato per due volte la maggioranza ad Obama nel 2016, ha svolto un ruolo decisivo nella vittoria di Trump nel Michigan. Il fenomeno è stato oggetto di uno studio del Roosevelt Institute, basato sull’analisi comparata di campioni rappresentativi dell’elettorato di questa contea, in larga maggioranza bianco e
working class. L’indagine restituisce un’immagine dell’elettore di Trump diversa da quella più diffusa. Essa mostra come molti lavoratori non si siano lasciati ammaliare dalle sirene della xenofobia trumpista, restando fedeli ad una visione sostanzialmente multiculturale degli Stati Uniti. Ma di fronte alla candidatura di Hillary Clinton, individuata come esponente per eccellenza della conservazione e degli interessi di una ristretta élite, questi elettori si sono mostrati disposti ad ignorare gli aspetti più virulenti della campagna elettorale repubblicana riponendo le loro speranze in quello che appariva come un candidato diverso, un outsider. A dimostrazione di ciò, l’aperta simpatia per la figura di Bernie Sanders, quanto di più lontano dal trumpismo vi sia nel panorama politico statunitense9.
Si presentano così crepe in una lettura del voto tutta schiacciata sullo scontro tra multiculturalismo progressista e reazione conservatrice. Per quanto abbiano pesato temi come immigrazione e islamofobia, nel Michigan a spostare voti operai sono state esigenze materiali legate all’occupazione e al costo della vita. L’estraneità di Trump al vecchio entourage politico (compreso quello repubblicano) e le sue prese di posizione altisonanti rispetto a fenomeni che hanno interessato da vicino le famiglie operaie, come la delocalizzazione di importanti centri produttivi, hanno fornito una risposta alle esigenze della
working class. Anche nell’affrontare un tema centrale nel dibattito elettorale, il destino del Affordable Care Act e dell’Obamacare, la working class di Macomb non sembra essersi fatta guidare da preconcetti ostili all’estensione della protezione sanitaria. Al contrario, tra gli intervistati, pochi denunciano i sussidi per i poveri e le minoranze; ma tutti imputano all’aumento delle spese assicurative, che associano alla riforma di Obama, un peggioramento nelle proprie condizioni di vita. Ancora una volta si delinea il profilo di un voto contro lo status quo, il cui rappresentante viene individuato per motivi contingenti nel Partito Democratico, che sembra poco condizionato dall’emergere o meno di una proposta credibile in campo repubblicano.
A tal punto che in diversi non escludono che le misure promosse dai democratici possano essere migliorate ed integrate, più che cancellate.

[T]hey are no longer talking about “repealing” Obamacare. In fact, the word repeal was not uttered once over the two evenings. They “don’t know what the alternative is, but something had to be changed” and they are totally focused on bringing down costs10.

Il voto a Trump si riconferma così espressione di un’esigenza profonda di cambiamento, ricerca di un’alternativa le cui ragioni non possono essere ridotte all’attrattiva che il programma elettorale del Partito Repubblicano o la figura del suo leader possono aver suscitato nell’elettorato.

Bibliografia

Cartosio B.,
I lunghi anni Sessanta. Movimenti sociali e cultura politica negli Stati Uniti. Milano, Feltrinelli, 2012.

Cartosio B., L’autunno degli Stati Uniti. Neoliberismo e declino sociale da Reagan a Clinton. Milano, ShaKe, 1998.

Greenberg S., Middle Class Dreams. The Politics and Power of the New American Majority. New Haven, Yale University Press, 1996.

Greenberg S., Zdunkewicz N., “Macomb County in the Age of Trump”, https://static1.squarespace.com/static/582e1a36e58c62cc076cdc81/t/58c2c5b53a04110deeef0e3c/1489159605800/Dcor_Macomb_FG+Memo_3.10.2017_FINAL.PDF.

Stonecash J. M., “The Puzzle of Class in Presidential Voting”, The Forum: A Journal of Applied Research in Contemporary Politics, 2017, Volume 15, Issue 1, pp. 29-49.

Testi A., Il secolo degli Stati Uniti. Bologna, Il Mulino, 2017.

Note

1 Philip Bump, “Donald Trump got Reagan-like support from union households”, Washington Post, November 10, 2016, disponibile online: https://www.washingtonpost.com/news/the-fix/wp/2016/11/10/donald-trump-got-reagan-like-support-from-union-households/?noredirect=on&utm_term=.1953bbdfa716 (ultima cons: 30/08/2018)

2 J. M. Stonecash, “The Puzzle of Class in Presidential Voting”, The Forum: A Journal of Applied Research in Contemporary Politics, 2017, Volume 15, Issue 1, p. 34.

3 Ivi, p. 38.

4 Ivi, p. 44.

5 Fonte: Bureau of Labor Statistics. Disponibile online: https://data.bls.gov/timeseries/LASST260000000000003 (ultima cons.: 29/08/2018).

6  Nate Silver, “The Odds Of An Electoral College-Popular Vote Split Are Increasing”, Five Thirty Eight, October 31, 2016, disponibile online: https://fivethirtyeight.com/features/the-odds-of-an-electoral-college-popular-vote-split-are-increasing/ (ultima cons: 28/08/2018).

7 Cfr. Cartosio B., L’autunno negli Stati Uniti, Milano, Shake, 1998, pp. 135-141.

8 Matthew Bloch, Larry Buchanan, Josh Katz, Kevin Quealy, “An Extremely Detailed Map of the 2016 Election”, New York Times, July 25, 2018, disponibile online: https://www.nytimes.com/interactive/2018/upshot/election-2016-voting-precinct-maps.html#2.60/16.48/ (ultima cons.: 28/08/2018).

9 Greenberg S., Zdunkewicz N., “Macomb County in the Age of Trump”, Democracy Corps, p. 2.  Disponibile online: https://static1.squarespace.com/static/582e1a36e58c62cc076cdc81/t/58c2c5b53a04110deeef0e3c/1489159605800/Dcor_Macomb_FG+Memo_3.10.2017_FINAL.PDF (ultima cons.; 30/08/2018).

10 Ivi, p. 13.

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