Le politiche energetiche e l’emergenza ambientale. Lezione di Elisabetta Bini. Relazione di Roberta Meloni, Alessandro Costolino, Ludovico Semerari

Introduzione

Nella presente relazione l’obiettivo sarà quello di mettere in luce la stretta connessione esistente tra l’importanza del petrolio nella definizione degli interessi egemonici e di politica estera americana. Come sostenuto dall’autore David S. Painter nel suo articolo Oil and the American Century: “Understanding how oil fueled the ‘American century‘ is fundamental to understanding the source, dynamics, and consequences of U.S. global dominance”.1 Cruciale sia per scopi militari che per l’avanzamento della società moderna, il petrolio ha costituito la principale fonte di potere e prosperità durante il XX secolo. A supporto di tale tesi, ovvero di come il petrolio abbia costituito un pilastro fondamentale nella costruzione delle politiche estere americane, il presente elaborato sarà strutturato in tre macro-sezioni.

Nella prima sezione, l’accento verrà posto sull’importanza storica del petrolio come risorsa che ha permesso agli Stati Uniti di vincere due guerre mondiali, dando anche ampio spazio agli eventi verificatisi nel periodo della Guerra fredda. La seconda sezione sarà interamente dedicata all’analisi di come il nesso petrolio-politica estera sia stato il focus centrale di alcune amministrazioni americane. Nel dettaglio, l’indagine verrà condotta sull’amministrazione Nixon e Carter.

Nella seconda parte verrà posto in evidenza come il petrolio e le risorse energetiche abbiano rappresentato un valido strumento all’interno della politica interna e soprattutto estera dell’amministrazione Reagan, sottolineando le differenze con le precedenti politiche dell’amministrazione Carter in tema di energia alternativa e di regolamentazione del mercato energetico e i pur presenti punti di contiguità, soprattutto in tema di approvvigionamento di petrolio mediorientale e di relazioni con l’Unione Sovietica.

Infine la relazione si concluderà con l’analisi delle amministrazioni americane che si sono succedute in seguito alla fine della Guerra fredda quando, in un contesto unipolare, il meccanismo per cui ad un aumento dei consumi interni corrispondeva una riduzione della produzione di petrolio statunitense, continuò ad accentuarsi ulteriormente nel ventennio successivo al crollo del muro di Berlino, portando gli Stati Uniti a dipendere sempre più dall’importazione di petrolio estero.

Il petrolio come risorsa storico-strategica

Il petrolio ha rappresentato una fonte preziosa nella definizione delle politiche energetiche degli Stati Uniti negli ultimi cinquant’anni, sia a livello nazionale che internazionale.

Tra gli anni ‘20 e ’70 del XX secolo, gli Stati Uniti furono tra i maggiori produttori mondiali di petrolio: cinque delle sette maggiori corporazioni petrolifere di quegli anni, infatti, erano americane. Di conseguenza, risulta evidente come una parte consistente della politica estera americana fu incentrata nella definizione e nel controllo delle riserve petrolifere nel mondo, in un contesto in cui gli interessi nazionali si andavano a sovrapporre a quelli delle varie compagnie. Il mantenimento dell’accesso al petrolio diventò una delle priorità chiave della politica estera americana, tale da portare gli Stati Uniti all’interno di continui conflitti in America Latina, Medio Oriente ed altre aree affini.

Nel 1920 gli Stati Uniti sostenevano quasi i due terzi della produzione petrolifera mondiale e, insieme all’Unione Sovietica, rappresentavano una delle uniche due nazioni al mondo dotate di larghe riserve di petrolio all’interno dei loro confini. A partire dal 1940, gli Stati Uniti rinforzarono la loro posizione di grandi produttori petroliferi mondiali per via della scoperta di alcuni giacimenti, in California ed Oklahoma, insieme alla riserva del Texas a partire dagli anni ’30 grazie alla quale fu possibile far fronte alla Grande Depressione. Fu a partire dagli anni ’40 del XX secolo che gli Stati Uniti cercarono di assicurare ulteriormente la loro posizione internazionale ottenendo l’accesso a zone di produzione petrolifera oltremare. In linea con il nesso petrolio-politica estera citato nell’introduzione, gli Stati Uniti posero la loro attenzione sulle risorse presenti in America Latina e nel Medio Oriente2. Nel dettaglio, per assicurarsi il controllo sulle riserve in Medio Oriente, nel 1943 l’amministrazione Roosevelt comprò alcuni diritti di concessione in Arabia Saudita detenuti dalla Standard Oil della California e del Texas.

Viceversa, durante la Guerra fredda, il controllo del petrolio assicurò agli Stati Uniti un ruolo essenziale nel contenimento dell’Unione Sovietica, decretando una partecipazione sempre più attiva da parte americana nella messa in sicurezza della stabilità del Medio Oriente. In particolare, l’Iran fu visto come un partner strategico tra gli interessi petroliferi americani e sovietici nel Golfo Persico. In tal senso, la dottrina Truman pose un accento essenziale sull’importanza strategica del petrolio, acquisendo delle concessioni in Arabia Saudita per includere la Standard Oil del New Jersey e la Socony. Il risultato fu la creazione di un sistema privato di produzione mondiale che favorì lo sviluppo del Medio Oriente e la sua integrazione nei mercati internazionali.

Tuttavia, a seguito della guerra dei sei giorni3, gli Stati Uniti persero ufficialmente l’accesso alle risorse nel Medio Oriente, esacerbando i rapporti con i paesi arabi e, a causa degli accordi del 1971 e 1972 tra paesi produttori e consumatori con gli OPEC protagonisti, l’impennata sul prezzo del greggio si inasprì nel 1973 con la prima crisi petrolifera. I paesi dell’OPEC posero un embargo a seguito del supporto statunitense ad Israele, che portò ad una ridefinizione dei rapporti tra produttori e consumatori con conseguenze importanti di medio periodo.

In tale ottica, la crisi degli anni ’70 si inserisce in un già delicato momento storico per gli Stati Uniti e per l’amministrazione Nixon: la guerra in Vietnam; la crisi domestica; quella economica; l’inflazione a cui seguirà la stagnazione; lo scandalo del Watergate; la rivoluzione del Terzo Mondo e l’acquisizione del medesimo potenziale nucleare degli Stati Uniti da parte dell’Unione Sovietica. In tale contesto, gli elevati prezzi del greggio intensificarono i problemi economici fronteggiati in America e da altri paesi europei durante il 1970.

In aggiunta, gli Stati Uniti risentirono della crisi petrolifera anche dal punto di vista culturale-simbolico. Gli alti prezzi del petrolio furono determinanti nell’influenzare l’American way of life4. La cultura popolare statunitense, che tendeva ad eguagliare l’automobile alla mobilità personale come simbolo della libertà individuale, dovette ridimensionarsi a causa di una crisi del greggio senza precedenti, per la quale anche i valori americani subirono un duro colpo.

Il petrolio nelle amministrazioni Nixon e Carter

Fu in tali circostanze che l’amministrazione Nixon, nel pieno di una crisi domestica ed internazionale, si fece promotrice di nuove soluzioni. Dovendo fronteggiare un embargo, la politica portata avanti dall’amministrazione Nixon fu quella di elaborare delle specifiche strategie tese a diminuire la dipendenza degli Stati Uniti dagli OPEC. In via esemplificativa, è possibile delineare le azioni dell’amministrazione Nixon secondo tre punti essenziali:

  1. Fine delle import quotas per ridurre lo shock e diminuire la dipendenza dell’economia statunitense dall’estero;
  2. Focus su politiche di promozione della difesa dell’ambiente per ridurre l’inquinamento e sensibilizzare la nazione sull’impatto ambientale. Tale azione fu possibile grazie al National Environmental Policy Act del 1969, che fu ulteriormente implementato ponendo l’accento sull’importanza di incentivare l’uso dei mezzi di trasporto pubblici;
  3. Estrazione off-shore per favorire l’indipendenza americana dagli OPEC con il Project Independence, promuovendo la creazione, entro gli anni ’80, di un oleodotto dall’Alaska (Trans-Alaska Pipeline).

Le politiche innovative promosse dall’amministrazione Nixon ebbero un duplice effetto. Da un lato, si cercò di portare all’attenzione dell’opinione pubblica l’importanza di temi come la protezione ambientale e l’uso di fonti di energia alternative al petrolio. Dall’altro, questa nuova sensibilità aprì la strada alle politiche di self-efficiency portate avanti dall’amministrazione Carter durante la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80.

Secondo il presidente Carter, per ottenere la totale indipendenza americana dai paesi produttori di petrolio era necessario seguire una doppia strategia. Da un lato, era doveroso proseguire lungo il percorso avviato dalla precedente amministrazione Nixon e ulteriormente incentivare l’estrazione off-shore con l’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza petrolifera. A tale scopo, Carter promosse la creazione di un Department of Energy, che fu istituito per incentivare l’uso di energie alternative e sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della protezione ambientale. In secondo luogo, la strategia adottata da Carter mirava anche ad un altro obiettivo: era oltremodo indispensabile ridefinire alcuni tratti essenziali della condotta di vita americana, il già citato American way of life. Non a caso, nel famoso discorso del 19795, il presidente Carter pose un forte accento sulla critica alla conspicuous consumption6 come pilastro da contrapporre alla self-indulgence. Secondo Carter, l’unica via percorribile per uscire dalla crisi petrolifera che stava attraversando l’economia e la società americana a partire dagli anni ’70 era quella di riformulare i canoni dell’American way of life.

Il petrolio e la politica energetica sotto l’amministrazione Reagan

Sebbene la politica energetica reaganiana presenti caratteristiche proprie e peculiari, ad una attenta considerazione non appare improprio ritenere che le sue profonde ragioni siano da ricercarsi negli avvenimenti degli anni immediatamente precedenti.

Nonostante Reagan avesse una visione in tema di politica energetica diversa rispetto al suo predecessore in alcuni ambiti come quello relativo alla politica estera, le differenze furono più sfumate, dettate da scelte obbligate e contingenti, non abbandonando affatto la “dottrina Carter”, ma rendendola meno centrale nei progetti dell’amministrazione e adattandola alle esigenze della sua idea politica e alle mutate circostanze internazionali.

Da un punto di vista interno la critica formulata da Carter alla conspicuous consumption fu duramente messa in discussione da Reagan fin dalla campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 1980 che lo portarono alla Casa Bianca. In secondo luogo, i piani per l’efficientismo energetico furono riletti dall’amministrazione Reagan in chiave liberista, non confermando i benefici fiscali per le energie rinnovabili promossi dall’amministrazione Carter e facendo ampio ricorso ad altre soluzioni energetiche7, implementando la deregolamentazione mediante l’apertura di terre pubbliche per l’esplorazione anche off-shore8. Si abbandonarono quindi, in larga parte, i programmi federali tesi ad una più responsabile politica energetica del governo, affidandosi invece totalmente alle forze di mercato e si insistette affinché il Department of Energy fosse abolito (traguardo peraltro non raggiunto). Al 1981 risale il primo ordine esecutivo di Reagan, che eliminò di fatto i controlli sui prezzi del petrolio e del gas naturale, additati come simbolo di un’eccessiva regolamentazione, così da liberare risorse per le attività di esplorazione petrolifera sul suolo americano. Un cardine della politica reaganiana era infatti il rafforzamento di quei piani di innovazione tecnologica e sviluppo industriale che avrebbero avuto un grande effetto sul PIL degli Stati Uniti.

Ciò portò immediatamente alla presenza di prezzi del petrolio incontrollati ma anche di una produzione che aumentò vertiginosamente e, nel brevissimo periodo, si arrivò ad una riduzione del prezzo del barile di oltre il 50%. Tuttavia, se Reagan avesse approfittato di questo per ridurre la dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio straniero imponendo una tassa per l’importazione di petrolio, avrebbe lasciato il suo successore meno prigioniero degli eventi in Medio Oriente, come invece poi avvenne con George H. W. Bush. Ma Reagan non aveva intenzione di implementare misure di tassazione, non soltanto perché riponeva la propria fiducia nel mercato, ma soprattutto per ragioni elettorali9.

Con la liberalizzazione petrolifera voluta da Reagan già nel 1982, la produzione petrolifera OPEC venne superata da quella non OPEC. L’aumento della produzione nazionale di petrolio portò ad un calo delle importazioni degli Stati Uniti del 47 per cento tra il 1977 e la fine del 198510. Se i benefici a livello interno furono evidenti, le cause di tali politiche sono da ricercare soprattutto nell’ambito della politica estera. Mentre infatti attraverso una maggiore produzione interna si cercava di abbassare il costo energetico così da implementare in modo massiccio una ripresa economica che vedesse nel mercato il suo unico riferimento, la riduzione dei prezzi energetici può essere ricondotta soprattutto alla sfida sulle risorse tra le superpotenze Stati Uniti e Unione Sovietica.

Si scatenò un feroce dibattito interno circa l’opportunità di esportare una tecnologia che contribuiva al nuovo boom energetico sovietico. Washington in un certo senso si trovava ad un bivio. Una strada portava al proseguimento delle esportazioni tecnologiche a beneficio delle imprese a stelle e strisce con il supporto della lobby degli industriali. L’altra, invece, imponeva un embargo alle esportazioni tecnologiche, danneggiando le imprese, ma limitando gli effetti negativi della nuova offensiva petrolifera sovietica sul piano internazionale. Nei primi anni della sua amministrazione, in ossequio alla dottrina economica liberista, Reagan non ridusse le esportazioni di tecnologia americana verso l’URSS, anche perché a soddisfare gli antisovietici erano le dure dichiarazioni del presidente verso quello che egli stesso definiva “Impero del male”. Tuttavia, ben presto fu chiaro come l’opportunità di infliggere un duro colpo all’economia sovietica fosse più reale del previsto e che l’attesa americana verso il naturale deterioramento dell’URSS rischiasse di prolungarsi per ancora troppo tempo.

Attraverso la costante ricerca di un abbassamento del prezzo del petrolio a livello mondiale si cercava così di dare l’ultima e definitiva spallata al già traballante sistema economico sovietico, che aveva trovato dalla fine degli anni Settanta un salvagente nella scoperta di immensi giacimenti di petrolio in Siberia e nella loro successiva esportazione a tutto vantaggio del bilancio statale. Il crollo dei prezzi decimò come previsto i guadagni valutari sovietici e indebolì i piani di riforma del nuovo governo di Mikhail Gorbachev11.

Dopo un decennio difficile, l’amministrazione Reagan fu in grado di rendere definitiva la propria strategia, che prevedeva prezzi del petrolio più bassi al fine di intaccare le riserve finanziarie sovietiche, di ridurre la forza dei produttori OPEC e di sostenere il rilancio economico, in chiave liberista, del paese. Nonostante alcune perdite delle compagnie petrolifere statunitensi, il prezzo basso del petrolio fu essenziale e risolutivo per diversi obiettivi che la presidenza Reagan raggiunse nei suoi otto anni di amministrazione12.

Se alcuni commentatori hanno ravvisato delle incongruenze nella politica energetica dell’amministrazione Reagan, forse sbilanciata verso un’eccessiva deregolamentazione e fondamentalmente basata sull’ottimismo nei confronti del libero mercato, che avrebbe risolto ogni problema13, risulta tuttavia pacifico anche come nel decennio degli anni Ottanta non ci si discosti della visione americana classica che ha sempre fatto delle risorse energetiche strumenti adatti alla politica internazionale, accentuando la funzione politica del petrolio evidente in Medio Oriente, ma ben presente, come visto, anche in altri scenari, come quello della sfida tra le due superpotenze al tramonto della Guerra fredda.

La politica energetica americana post-Guerra fredda

Le varie presidenze che si sono succedute a partire dalla fine della Guerra fredda hanno tutte agito avendo ben presente la necessità di mantenere costanti i consumi energetici interni, onde evitare possibili ripercussioni sulla società americana il cui stile di vita dipendeva sempre più dalla disponibilità di ampie quantità di energia a basso costo. Prima di passare ad analizzare più nel dettaglio il modo in cui le varie presidenze americane, a partire da Clinton, hanno operato nel contesto internazionale, sarà opportuno fornire qualche dato per comprendere quanto gli Stati Uniti fossero diventati dipendenti dal petrolio estero. I consumi energetici, che avevano visto un declino negli anni Settanta, infatti, crebbero in maniera costante fino agli anni Duemila, la produzione interna nel 2003 si ridusse fino al 8,3 percento della produzione mondiale mentre la percentuale di petrolio estero consumato all’intero degli Stati Uniti aumentò dal 47,1 percento del 1990 al 61,1 del 200314.

Le amministrazioni di Clinton e G.W. Bush

Come sopramenzionato, la fine della Guerra fredda vide un aumento della dipendenza energetica statunitense dall’estero. Ciò fu dovuto da un lato all’accentuazione di processi di urbanizzazione che portarono all’aumento dell’uso di automobili, a fronte di una sempre maggior riduzione del trasporto pubblico; dall’altro lato al fatto che, per mantenere l’egemonia a livello globale che gli Stati Uniti avevano guadagnato con il crollo dell’Unione Sovietica, occorreva mantenere in efficienza l’apparato militare che era stato eretto durante la Guerra fredda. L’esercito americano restava il primo consumatore di petrolio al mondo e la ridefinizione della dottrina strategica americana avvenuta nel contesto della “Revolution in Military Affairs” confermò la sua necessità di avere accesso ad ampie risorse petrolifere.

In questo contesto le amministrazioni Clinton e Bush operarono sostanzialmente in due modi. Da un lato, si tentò di aumentare la produzione energetica interna, mentre dall’altro esse agirono in politica estera in modo da mantenere l’accesso alle risorse petrolifere dei principali paesi produttori di greggio. Da questo punto di vista fondamentale è stato il ruolo del Medio Oriente, in quanto gran parte della dottrina strategica americana riteneva l’accesso al mercato petrolifero mediorientale un interesse vitale degli Stati Uniti per almeno tre motivi. Innanzitutto, la necessità di accedere alle risorse petrolifere mediorientali per motivi legati al consumo interno. In secondo luogo, vi era il timore che qualora uno Stato dell’area ottenesse una posizione egemone, questo potesse arrivare a monopolizzare il quaranta percento delle riserve energetiche mondiali. L’ultimo motivo riguarda, invece, la forte instabilità nell’area e il rischio che, in caso di conflitto, si potesse generare uno shock petrolifero tale da avere ripercussioni sui mercati globali con conseguente danno per le economie occidentali15.

Se il Medio Oriente restava fondamentale per le politiche energetiche americane, era altresì necessario ridurre la dipendenza dal petrolio mediorientale in modo da limitare l’influenza che i paesi dell’area esercitavano nella pianificazione strategica americana. Fondamentale in quest’ottica fu la ricerca di nuovi mercati. A tal riguardo, si sviluppò una partnership strategica con i paesi dell’emisfero occidentale che comprendeva Stati Uniti, Canada, Messico e Venezuela. Si tentò poi di aumentare la produzione dei paesi dell’Africa Occidentale e di accedere ai mercati centroasiatici che fino a quel momento erano stati parte dell’Unione Sovietica. Quest’ultimo caso è particolarmente rilevante in quanto le politiche dell’amministrazione Clinton per i paesi del Caspio rientravano in una più ampia strategia all’interno del contesto geopolitico mondiale. Il progetto del BTC16 fu letto da più parti come un tentativo da parte degli Stati Uniti di affermare in maniera definitiva la loro egemonia a livello mondiale. Si riteneva, infatti, che il progetto potesse essere un utile viatico per l’integrazione dei paesi del Caspio nel sistema politico occidentale. Questo avrebbe comportato l’affermazione dell’egemonia statunitense sull’Heartland eurasiatico, accentuando ancor di più il ruolo degli Stati Uniti come unica superpotenza17.

Le amministrazioni Obama e Trump

A differenza delle politiche delle amministrazioni precedenti, che furono sostanzialmente in continuità l’una con l’altra, lo scarto tre le politiche di Obama e di Trump non potrebbe essere maggiore.

Per quanto riguarda l’amministrazione Obama, si accentuò la volontà di ridurre la dipendenza strategica del Medio Oriente con la ricerca di mercati alternativi e l’aumento della produzione energetica interna. Sotto quest’ultimo aspetto, accanto ad innovative politiche di investimento in risorse rinnovabili, l’amministrazione Obama fu aiutata dalla riduzione del prezzo del petrolio e dalla scoperta di nuove tecniche di estrazione quali il fracking. Gli elementi particolarmente innovativi furono due: la definizione, nella NSS 2010, del cambiamento climatico come principale minaccia per gli Stati Uniti, equiparandolo al terrorismo ed alle armi di distruzione di massa, ed il tentativo di dare una risposta multilaterale alle questioni energetiche. Il momento forse più emblematico in cui furono presenti entrambe queste idee è rappresentato dalla firma degli accordi sul clima di Parigi nel 2015.

Per quanto riguarda le politiche energetiche dell’amministrazione Trump è forse presto per trarre delle conclusioni, ma si possono già rilevare alcune tendenze alla base delle future politiche dell’attuale amministrazione.

Innanzitutto, come detto in precedenza, vi è un completo rifiuto delle politiche di Obama. L’approccio multilaterale è stato totalmente abbandonato, la questione climatica da principale minaccia alla sicurezza americana ha perso qualsiasi peso, in quanto è stata apertamente negata e contestata da vari membri dell’amministrazione. Più in generale, le politiche energetiche di Trump possono essere inserite nella più ampia politica di “America First”. La parola d’ordine è diventata l’indipendenza energetica da raggiungersi attraverso un aumento della produzione di carbon fossile, riducendo al contempo gli investimenti in energie rinnovabili.

Per concludere si può affermare che, al di là delle divergenze ideologiche e delle differenti politiche attuate, tutte le amministrazioni americane hanno avuto come obiettivo politico fondamentale quello di mantenere un livello interno di consumi energetici tale da non dover intaccare lo stile di vita americano. Un American way of life che, a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, è divenuto sempre più dipendente dalla possibilità di consumare grandi quantità di energia a basso costo. Queste necessità economico-sociali hanno contribuito notevolmente a guidare la politica estera americana nella ricerca di mercati esteri dove poter soddisfare le richieste del mercato interno. Come messo in luce da Painter, questo processo fu ulteriormente accentuato nel momento in cui la produzione interna non riuscì più a soddisfare la sempre maggior domanda da parte dei consumatori18.

 

Bibliografia

Art, Robert J., and Waltz, Kenneth N. ed. The Use of Force. Military Power and International Politics, Lahnam, Rowman and Littlefield, 1988.

Bromley, Simon, American Hegemony and World Oil: Industry the State System, and the World Economy, Ithaca, Cornell University Press, 1988.

Cannon, Lou, President Reagan: The Role of a Lifetime, New York, Simon and Schuster, 1991.

Katz, James E., US Energy Policy: Impact of the Reagan Administration (1984), Congress and National Energy Policy. New Brunswick.

Painter, David S. “Oil and the American Century”, The Journal of American History, Vol. 99, No 1, 2012, pp. 24-39.

Valigi, Marco, ed. Il Caspio: sicurezza, conflitti e risorse energetiche, Roma, Bari, GLF editori Laterza, 2014.

Note

1 Si veda David, S. Painter. “Oil and the American Century”, The Journal of American History, Vol. 99, No 1, 2012, pp. 24-39, esp. p. 24.

2 Termine coniato da Enrico Mattei per indicare le compagnie petrolifere mondiali che formarono il cartello Consorzio per l’Iran e dominarono per fatturato i mercati internazionali dagli anni ’40 alla crisi petrolifera del ’73.

3 Conflitto che fu combattuto tra Israele contro l’Egitto, la Siria, la Giordania all’interno del conflitto arabo-israeliano terminato con la vittoria di Israele.

4 Il termine fa riferimento al modello di vita statunitense secondo il concetto di “eccezionalismo” americano che venne diffuso durante gli anni della Guerra fredda in contrapposizione al modello culturale proposto dall’Unione Sovietica.

5 Nel celebre “Crisis of Confidence Speech” del 15 luglio 1979, Carter identificò la crisi energetica come il primario fattore della crisi economica del paese e denunciò la necessità di portare avanti politiche tese alla conservazione energetica per restringere le importazioni sul petrolio estero e aumentare politiche tese alla promozione del sistema di trasporto pubblico.

6 Tradotto come “consumo ostentativo”, l’espressione si riferisce al termine coniato dal sociologo Thorsein Veblen per esprimere un consumo di beni, merci e servizi teso ad ostentare il proprio status sociale.

7 “This Nation has been portrayed for too long a time to the people as being energy-poor when it is energy-rich. The coal that the President mentioned: Yes, we have it, and yet 1/8 of our total coal resources is not being utilized at all right now. The mines are closed down. Most of this is due to regulations which either interfere with the mining of it or prevent the burning of it. With our modern technology, yes, we can burn our coal within the limits of the Clean Air Act. The other thing is that we have only leased out and begun to explore 2% of our Outer Continental Shelf for oil, where it is believed by everyone familiar with that fuel and that source of energy that there are vast supplies yet to be found”. The Reagan-Carter Presidential Debate, Oct 28, 1980.

8 James E. Katz, US Energy Policy: Impact of the Reagan Administration (1984), Congress and National Energy Policy. New Brunswick, p. 138.

9 Lou Cannon, President Reagan: The Role of a Lifetime, New York, Simon and Schuster, 1991, p. 823.

10 Painter, op. cit., p. 36.

11 Ibidem.

12 Simon Bromley, American Hegemony and World Oil: Industry the State System, and the World Economy, University Park: Pennsylvania State University Press, 1991, p. 4, p. 161; G. John Ikenberry, Reasons of State: Oil Politics and the Capacities of American Government, Ithaca: Cornell University Press, 1988.

13 Katz, op. cit.,, pp. 144-145.

14 Painter, op. cit., p. 37.

15 Art Robert J., “The Strategy of Selective Engagement”, Art, Robert J., and Kenneth N. Waltz. The Use of Force. Military Power and International Politics, Lanham, Rowman and Littlefield, 1988, p. 136.

16 Oleodotto Baku-Tiblisi-Ceyan.

17 Al riguardo si veda: Valigi, M. “Sicurezza e potenza nel XXI secolo. Il ruolo del Caucaso Meridionale e del Caspio”, Valigi, Marco, ed. Il Caspio: sicurezza, conflitti e risorse energetiche, Roma, Bari, GLF editori Laterza, 2014, pp. 3-21.

18 Painter, op. cit., p. 38.

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