La crisi dell’ordine liberale: 1968-2018. Lezione di Bruno Cartosio. Relazione di Giovanni Frezzetti, Giovanni Militello, Matteo Umbro

L’ordine liberale prima della crisi

Per comprendere meglio la crisi dell’ordine liberale, e in particolare gli effetti che questa ha avuto sulle disuguaglianze all’interno degli Stati Uniti, è utile adottare un’analisi di lungo periodo dei mutamenti occorsi all’interno del mondo del lavoro e del sistema politico statunitense.

L’ordine liberale venne creato durante il New Deal ed era basato sulla protezione sociale dei lavoratori dagli shock capitalistici, spesso facendo dialogare sindacati ed associazioni imprenditoriali. Inoltre, aveva un grande ruolo lo stimolo della domanda.

Già dopo la morte di Franklin Delano Roosevelt e la fine della seconda guerra mondiale, si cominciò a discutere se chiudere definitivamente l’esperienza newdealista; non casualmente il Congresso a maggioranza repubblicana approvò la legge antisindacale Taft-Harley nel 1947. Harry Truman si oppose strenuamente a quella legge, ma tuttavia, dopo la terza revisione congressuale, si vide costretto a firmarla dal voto di due terzi dei membri del Congresso favorevoli alla legge. Ciononostante, Truman riuscì ad avere i voti operai e sindacali della coalizione newdealista per vincere le elezioni presidenziali del 1948. Successivamente, a partire dai primi anni Sessanta, diminuì progressivamente l’appoggio dei lavoratori verso i sindacati, diventati strutture sempre più burocratizzate, e verso il Partito Democratico. Proprio a partire dagli anni Sessanta il problema verrà denunciato in modo sempre più palese.

Le proteste: movimenti e contro-movimenti

Se in un primo momento sia i Democratici che i sindacati considerarono la disaffezione gestibile, ritenendo possibile mantenere la storica coalizione sociale newdealista che teneva insieme lavoratori dell’industria e dell’agricoltura, il ruolo giocato da neri e donne dentro i movimenti sociali e nei sindacati, soprattutto quelli considerati più progressisti, complicò ben presto il quadro. Tra il 1966-67 e il 1975, infatti, si assistette al più lungo e intenso periodo di mobilitazione operaia della storia statunitense.

I temi di contestazione erano plurimi: anzitutto, sull’onda dei movimenti sociali sorti negli anni Sessanta, vennero criticati il moderatismo e l’introversione del sindacato. La sua colpa, secondo alcune componenti interne, era di pensare prevalentemente al mondo della fabbrica e di accettare solo timidamente le istanze di estensione dei diritti nella società.

Oltre a ciò giocò un ruolo determinante la guerra del Vietnam, in quanto – malgrado l’opposizione crescente dalla metà del decennio – l’impegno statunitense in Indocina venne contestato apertamente dai sindacati solo a partire dal 1968; In precedenza i sindacati si erano espressi timidamente contro di essa, e perché, non criticandola, il presidente democratico Johnson avrebbe esteso loro i benefici della Great Society. Ma i postumi dell’offensiva del Têt mostrarono come la guerra stesse domandando un prezzo troppo alto agli operai. Infatti, afroamericani a parte, la maggior parte dei coscritti era composta da figli di operai che, non potendo permettersi di andare all’università, finivano al fronte. Le proteste legate al Vietnam tuttavia svanirono con la fine del conflitto stesso; la mobilitazione sindacale, invece, rimase attiva per molto tempo, proprio perché vi erano altri motivi di malcontento, principalmente economici. Dalla fine degli anni Sessanta, l’inflazione iniziò ad aumentare e, sotto la presidenza Nixon, venne introdotto il blocco dei salari a partire dal 1971.

Data la lunga e massiccia mobilitazione operaia, sorse una forma di contro-mobilitazione perseguita da diversi attori. Attori imprenditoriali anzitutto che, per contenere l’influenza operaia, iniziarono ad adottare tutta una serie di strategie e tattiche. Per esempio, il processo produttivo venne automatizzato in senso post-taylorista e gli impianti vennero rinnovati per aumentare la produttività del capitale, diminuendo così il peso degli operai. Si iniziò poi a delocalizzare, prima negli stati del Sud che presentavano una legislazione anti-sindacale e, successivamente, in Messico e nel resto del mondo. Contestualmente, le corporation diversificarono sempre più i propri investimenti, anche in ambito finanziario. Questa politica, che venne definita de-industrializzazione, implicava de-localizzazione e riduzione degli impianti, anche se ciò non comportava una perdita di capacità produttiva. Inoltre, i sindacati vennero tollerati fintantoché furono visti come corpi di controllo all’interno del posto di lavoro. In caso contrario si adottavano delle tattiche anti-sindacali, minacciando gli iscritti, i delegati e i rappresentanti sindacali. Per il mondo imprenditoriale era cruciale ridurre i costi della produzione e migliorare la produttività, riducendo il costo del lavoro. Bisogna inoltre sottolineare come l’accelerazione e l’unilateralità del cambiamento misero i sindacati in una scomoda posizione, dato che questi ultimi non riuscirono ad adattare la loro azione alle nuove tecnologie e a trovare delle nuove forme efficaci di rappresentanza.

A questo bisogna aggiungere che gli Stati Uniti vissero tra gli anni ‘60 e gli anni ‘70 una profonda crisi politica, legata alla guerra del Vietnam e all’ondata di opposizione, ma anche ai movimenti contro-culturali che chiedevano un’estensione dei diritti della cittadinanza. Nixon vinse proprio il suo primo mandato promettendo di riportare l’ordine ad una situazione ritenuta fuori controllo, usando tutti i mezzi necessari. I sindacati, attraverso scioperi e manifestazioni, stavano creando malcontento nell’elettorato e, poichè il Partito Repubblicano era sempre stato prossimo alle istanze del mondo degli affari, venivano tenute ampliamente in considerazione eventuali richieste anti-sindacali. Infine, anche dei fattori esogeni giocarono un ruolo verso la ristrutturazione del patto newdealista; in particolare, la crisi petrolifera del 1973 e la perdita di competitività delle imprese statunitensi sul mercato globale spinsero verso la ristrutturazione della produzione. Il processo di ristrutturazione economica e di progressivo abbandono dei sindacati anche da parte del Partito Democratico non si fermò sotto l’amministrazione Carter, anzi si deteriorò ulteriormente.

La rivoluzione neo-conservatrice degli anni ‘80

Mentre era in corso il processo di ristrutturazione dell’economia statunitense, l’amministrazione Reagan represse i movimenti sindacali tramite diversi strumenti legali, anche di natura federale. Il primo caso di questo tipo si verificò contro i controllori di volo. Ad esso si accompagnò un’offensiva mediatica e culturale contro i sindacati, che nel corso degli anni ‘80 ebbero un’emorragia di iscritti e videro sempre più ridotta la propria influenza. La pressione mediatica altro non era che l’altra faccia del neoliberalismo, la cui affermazione politica e istituzionale passava – non solo negli USA – per le elezioni di Ronald Reagan e Margaret Thatcher e l’instaurazione della dittatura in Cile di Augusto Pinochet. A loro volta, seppur in diversa misura, durante questi episodi si misero in pratica i principi della supply-side economics. Inoltre, i governi neoliberisti provarono, tramite varie politiche, a ridefinire le quote della produzione nazionale a favore dei decili più ricchi. Infine, vennero perseguite delle forme di atomizzazione sociale, in cui ebbe un ruolo chiave l’indebolimento dei sindacati.

Negli anni ‘80 sorsero forme di precarizzazione diffusa, con bassi salari, sindacalizzazione decrescente, svuotamento di coperture assistenziali e polarizzazione economica. Una parziale eccezione alla sindacalizzazione decrescente fu provocata dal downsizing, ovvero dalla riduzione del personale nel settore pubblico causato dallo sviluppo tecnologico. Ciò spinse la classe impiegatizia ad avvicinarsi al mondo del sindacato, che era sempre stato guardato con diffidenza.

Così, quando si innescò una recessione durante gli anni finali della presidenza di George H. W. Bush, la maggioranza degli elettori non poté che votare contro quell’establishment che pareva aver causato tutto. Anche per questo William Jefferson Clinton trionfò alle elezioni presidenziali del 1992.

Clinton: continuità o rottura?

Sin dal principio Clinton si dimostrò un difensore incoerente del mondo del lavoro. Ad esempio, nel 1993 aumentò l’imposizione fiscale sull’1,5% della popolazione più ricca, ma lo fece solo per incrementare le entrate federali ed aggiustare il carico fiscale. Nel medesimo anno, egli sostenne il NAFTA (North American Free Trade Agreement), pensato da George H. W. Bush, che abbattendo le barriere tariffarie tra Canada, Messico e Stati Uniti, consentiva al mondo imprenditoriale statunitense di sfruttare i bassi costi del lavoro in Messico, dove la tutela dei lavoratori era minore ed i vincoli ambientali erano meno restrittivi di quelli statunitensi. Tutto ciò andò a discapito del mondo del lavoro, ma permise un grosso miglioramento dei conti pubblici, dando il via a uno dei periodi più grandi di crescita ininterrotta dai tempi della seconda guerra mondiale, proprio mentre i prodotti e i servizi statunitensi sembravano avere recuperato un’egemonia nelle quote di mercato simile a quella del periodo post-bellico. Due aziende incarnarono le caratteristiche di questo boom: Microsoft e Wal-Mart. Se la prima basava la sua superiorità sul suo primato tecnologico, la seconda costruì una rete capillare di supermercati che sfruttava una manodopera part-time e non sindacalizzata, pagata con un compenso inferiore al minimo salariale.

Più in generale, Clinton ebbe un rapporto abbastanza controverso con il mondo del lavoro. Egli seguì una linea di lieve discostamento dalle due amministrazioni precedenti, in quanto non osteggiava apertamente i lavoratori né li favoriva. Nello specifico, aumentò il salario minimo, avviò dei programmi di riqualificazione professionale e di avviamento al mondo del lavoro, ma al contempo ristrutturò i sussidi di disoccupazione per costringere i disoccupati ad accettare qualsiasi tipo di lavoro, spesso precari e part-time. Il vantaggio politico era di poter affermare che la disoccupazione era in calo. In generale Clinton credeva che questo calo, anche tramite precarizzazione, attivasse delle forme di redistribuzione, in particolare tramite il mercato. Sussisteva tuttavia anche una moderata continuità tra gli anni delle amministrazioni Reagan e quelle di Clinton, data dalla volontà di atomizzare la forza lavoro: se negli anni di Reagan era stata intaccata la classe operaia, questa volta sarebbero stati colpiti i colletti bianchi. In entrambi i casi si giustificava tutto ciò nel nome della produttività. Anche in questo caso, la diminuzione dei lavoratori e un aumento dell’orario e dell’intensità del lavoro negli uffici attraverso l’introduzione di processi di automazione avrebbero garantito un notevole incremento della produttività, quindi dei profitti. Questo però andava a scapito dei lavoratori e a favore delle imprese, che potevano godere di un incremento nel rendimento del capitale. Infine, come ha sottolineato James K. Galbraith, poiché aumentarono i lavori che richiedevano delle competenze intellettuali e tecniche molto precise, quali le tecnologie informatiche, si assistette ad un’ulteriore polarizzazione dei salari. Così, quando Clinton incoraggiava le imprese a cooperare con i sindacati, inevitabilmente l’appello suonava con una nota di ipocrisia.

Al netto delle sue ambiguità, Clinton effettuò diversi tentativi di riforma del welfare state. Tra i suoi maggiori tentativi troviamo il Family and Medical Leave Act nel 1993, con il quale veniva consentito ai lavoratori dipendenti un congedo, non retribuito, di dodici settimane all’anno per assistere familiari malati o figli neonati senza perdere il posto di lavoro. Fallì invece il suo più grande progetto sociale, ossia il tentativo di fornire un’assicurazione sanitaria a tutti gli americani indipendentemente dal reddito. Un grande ruolo fu giocato dalle lobby delle compagnie di assicurazione, preoccupate dalla decurtazione dei profitti qualora Clinton avesse calmierato i prezzi delle assicurazioni per renderle accessibili a tutti. Infine, nel 1996 Clinton dichiarò conclusa l’era del Big Government”, ovvero del welfare state newdealista. Lo strumento attraverso cui avvenne ciò fu il Personal Responsibility and Work Opportunity Reconciliation Act, che trasferì agli Stati parte dei programmi assistenziali e introdusse limiti temporali per l’accesso ai sussidi federali, che potevano essere fruiti per un periodo massimo di 5 anni durante l’arco della vita e per non più di 24 mesi consecutivi.

Gli attacchi di Clinton al welfare state dovrebbero essere inquadrati da un punto di vista elettorale. Infatti, ideologicamente e politicamente parlando, l’opinione pubblica statunitense si era da almeno un decennio spostata a destra. Nel dibattito politico avevano ad esempio molto peso gli attacchi contro le welfare queens, generalmente identificate con donne nere o latine che costituivano l’antitesi dei protestanti valori di industriosità, autonomia, castità ed autocontrollo. Nel contempo gli stessi programmi assistenziali governativi, alcuni dei quali risalenti addirittura al New Deal, venivano visti come immorali. Non a caso, per la maggior parte del tempo Clinton operò in una situazione di governo diviso con Camera e Senato controllate da maggioranze repubblicane.

Ne consegue che la fine della coalizione newdealista con la presidenza Clinton è in questo senso almeno in parte spiegabile in termini di adattamento alle mutate condizioni politico-culturali della società statunitense. Complice la diffusione in quegli anni della cosiddetta “sondocrazia”, ossia la tendenza da parte dei principali attori politici a rivedere le proprie posizioni politiche in base agli umori mutevoli dell’opinione pubblica, così come registrati dai sondaggi. Al fine di pescare voti nel bacino elettorale dell’avversario, Clinton cercò voti diversi rispetto al passato, spesso puntando alla cosiddetta classe media e strizzando l’occhio al mondo imprenditoriale. Egli infatti aveva perso il voto del mondo del lavoro. Inoltre i sindacati non erano più molto utili come macchine per ottenere voti, dato che nel corso del tempo avevano perso sia membri, sia forme di legittimazione endogene ed erano stati fortemente colpiti da offensive antisindacali sia da parte delle imprese che da parte di forze politiche e culturali. D’altro canto, come dimostra la vicenda del NAFTA, Clinton condivideva la visione neo-liberista.

Nel contempo, bisogna ricordare l’importanza di altri fattori istituzionali ed esogeni. In primo luogo, a partire dagli anni ’70, era stato difficile avere presidenze forti capaci di sostenere un’azione legislativa coordinata a sostegno di una coalizione come quella newdealista. In secondo luogo, il collasso del nemico esterno, ossia dell’Unione Sovietica, aveva fatto sì che venisse meno la necessità di creare una forma di collante sociale, mentre al contempo l’attenzione si spostò verso le tematiche interne, e particolarmente verso quelle economiche e sociali, come esemplificato dallo slogan della campagna presidenziale di Clinton nel 1992: “It’s the economy, stupid!”. Infine, all’epoca le imprese stavano affrontando processi di finanziarizzazione e internazionalizzazione intense, che resero ulteriormente obsoleto il vecchio big government. Di conseguenza, per Clinton divenne vieppiù necessario avere anzitutto il sostegno del mondo delle imprese, mentre gradualmente – lavoratori e sindacati compresero che non potevano pensare al Partito Democratico come ad un interlocutore.

La crescente polarizzazione sociale e politica fra Bush Jr. e Obama

Negli anni successivi sotto le due amministrazioni di George Walker Bush, che si mossero nel solco del conservatorismo compassionevole, le disuguaglianze economiche continuarono ad aumentare, al punto che nel 2003 Kevin Phillips affermava che gli USA fossero diventati una plutocrazia. Inoltre, tra il 2001 ed il 2009, i servizi di welfare vennero assottigliati ulteriormente, senza che però al contempo il mercato riuscisse a fornire dei servizi equivalenti.

Le due amministrazioni Obama, del resto, non furono capaci di invertire la rotta rispetto al passato, sebbene lo stesso presidente avesse più volte sottolineato come gli Stati Uniti soffrissero di eccessive disuguaglianze economiche. Diversi fattori spiegano lo iato tra la retorica e la prassi dell’amministrazione. In primo luogo, Obama agì in una società profondamente polarizzata da un punto di vista politico. Un caso esemplificativo del clima di quegli anni è dato dal movimento del Tea Party, i cui membri dichiaravano che le disuguaglianze erano eccessive, ma che il miglior modo di affrontarle non fosse quello di aumentare il peso del governo federale nella società, estendendo ad esempio la copertura sanitaria. In realtà, questo movimento era costituito prevalentemente da maschi bianchi ed anziani che volevano evitare l’espansione dei servizi di welfare alle minoranze. In ogni caso, essi riuscirono ad avere un peso notevole da un punto di vista elettorale, dato che contribuirono, dal 2010 in poi, a garantire l’elezione di un Congresso dominato dal Partito Repubblicano che, figlio della suddetta polarizzazione, rifiutò ogni possibile compromesso con l’amministrazione Obama. Inoltre, Obama era disposto a prendersi dei rischi e spendere capitale politico, ma solo sapendo di avere delle discrete probabilità di successo. Questo elemento, unito alla presenza stabile dei repubblicani al Congresso, impedì di fatto ogni azione di incisivo contrasto alle disuguaglianze economiche.

Un fatto, diversi giudizi

Allo stato attuale, i divari dati dalle disuguaglianze economiche nei primi due decenni del XXI secolo sono diventati impressionanti. Ciò che emerge è però la differente valutazione che viene fatta di tali iniquità: da un lato, vi sono studiosi come Thomas Piketty che l’hanno giudicata eccessiva, in quanto ingiustificata e basata anzitutto su uno spostamento artificioso di ricchezze. Dall’altro, vi sono istituzioni e grandi gruppi finanziari che invece affermano che queste disuguaglianze siano positive. Un esempio è dato dal Fondo Monetario Internazionale, una delle istituzioni cardine della diffusione del modello economico neoliberista su scala mondiale. Un altro caso interessante è Citigroup, i cui analisti nel 2005 hanno creato la categoria di plutonomia, di fatto un sinonimo di plutocrazia. Essi hanno riconosciuto che il modello economico vigente crea delle sperequazioni sociali e che sussistono due gruppi, ossia le élite, che sono coloro che godono dei frutti della crescita, e tutti gli altri, che sono destinati a conoscere forme di stagnazione. Secondo gli analisti di Citigroup, le cause che avevano portato alla nascita delle plutonomie erano molteplici: bassi salari agli immigrati ed acquisizione di asset all’estero, creazione dei brevetti e diritti di proprietà garantiti dalla legge, aumentata produttività data dalle nuove tecnologie, governi volenterosi di collaborare con il mondo degli affari e finanza creativa. Sebbene parte dell’analisi coincida con quella dei gruppi liberal, lo scopo di Citigroup era mostrare come le disuguaglianze siano positive, se si fa parte delle élite. Occupy, che nel 2011 parlò di un 99% di poveri contro l’1% di ricchi, esasperava un problema realmente esistente.

Gruppi finanziari come Citigroup hanno contribuito allo scoppio della Grande Recessione. Ma sono poi sopravvissuti proprio grazie al perpetuarsi delle condizioni che avevano portato allo scoppio della crisi e che erano indicati nel rapporto. La crisi del 2008 e gli anni successivi non hanno fatto altro che aumentare i divari economici.

Quo vadis, capitalismus?

In generale uno dei fattori che fanno aumentare le disuguaglianze economiche sono i tassi di sindacalizzazione bassi. Allo stato attuale il livello di atomizzazione è tale che solo circa il 7% dei lavoratori del settore privato è sindacalizzato. Tuttavia, inaspettatamente, sono cominciati a sorgere dei movimenti di sindacalizzazione, specie nei settori più poveri, dove hanno un ruolo preponderante le minoranze etniche operanti nelle aree urbane. Esempi di questo tipo sono i sindacati dei settori alberghieri o dei servizi di pulizia a Los Angeles. Tuttavia la loro frammentazione e le dimensioni degli Stati Uniti intaccano l’efficacia di questi sindacati. Nelle elezioni presidenziali del 2016, meno del 10% dei lavoratori era sindacalizzato. È dunque probabile che al netto delle sue inefficienze strutturali, i sindacati abbiano ancora delle potenzialità sfruttabili in termini elettorali, specie se riescono a sovrapporre alla difesa dei lavoratori altre questioni capaci di mobilitare l’elettorato. In futuro questo potrebbe spostare l’andamento elettorale? Un altro fattore da considerare sarà l’eventuale comparsa di attori politici in grado di sfruttare questo bacino di voti, anche proponendo delle piattaforme di politiche pubbliche che vadano incontro alle esigenze delle fasce più provate dalla crisi economica.

In conclusione, ricordiamo che il capitalismo è un’istituzione che si è adattata a diverse condizioni nel corso della sua storia, ma forse il progresso tecnologico, e in particolare la sua velocità di diffusione, è tale da poter portare alla distruzione del capitalismo stesso e soprattutto della società su cui attecchisce. Nello specifico, negli Stati Uniti si è innestata una forma di “capitalismo democratico” che per definizione è reattiva alle domande provenienti dai cittadini, i quali sono tali grazie all’estensione dei diritti. Almeno dalla seconda metà degli anni ‘70 sembra che l’obiettivo sia diventato anzitutto la preservazione della plutocrazia. Ciò però provoca due problemi. In primo luogo, se il capitalismo non ridistribuisce i profitti, può portare alla sua stessa delegittimazione nella società in cui si è innestato. In secondo luogo, la disuguaglianza economica può generare disuguaglianza politica. Ciò può produrre a sua volta forme di risentimento popolare contro le élite che trovano oggi espressione nel populismo anti-establishment che ha portato all’elezione di Trump nella consapevolezza che le élite o sono incapaci di risolvere i problemi che affliggono la comunità politica o sono organiche a quei problemi. Questa contestazione suona oggi come un campanello d’allarme.

Bibliografia:

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