Il post-fordismo e la società post-industriale. Lezione di Michele Cento. Relazione di Matilde Ciolli, Matteo Rossi, Hermann Lee

Il fallimento del keynesismo, la crisi di accumulazione di capitale cui va incontro il sistema fordista e la minaccia rappresentata dall’organizzazione della classe operaia che, a cavallo degli anni Sessanta e Settanta, aveva riacceso la contestazione dello status quo costringono il capitale, negli Stati Uniti dell’inizio degli anni Ottanta, a una ristrutturazione tanto del sistema di produzione, quanto dei rapporti sociali che ne derivano. Il modello parsoniano di società come organo di sistemi integrati in maniera funzionale inizia a dare segni di cedimento: i movimenti dei neri, degli operai, delle donne e degli omosessuali costituiscono vettori che eccedono i limiti e i confini su cui si reggeva il sistema fordista. Essi rifiutano gli strumenti di governo, ordine e controllo impiegati dalla fabbrica e dalla società fordista e svelano i rapporti di forza soggiacenti al patto industriale e sociale, denunciando le gerarchie di classe, genere e razza che da esso sono istituzionalizzate. Il grande Stato del welfare, il mediatore del conflitto fra capitale e lavoro viene messo in discussione: svelandone la piena funzionalità alla riproduzione e alla conservazione di un ordine gerarchico e denunciando il tradimento delle promesse su cui si era fondato. A causa della crisi fiscale e dall’aumento esponenziale della disoccupazione, la sua legittimità viene fatta vacillare.

La crisi del fordismo pone al capitalismo un fondamentale problema di ordine: il disvelamento e la denuncia dell’uguaglianza formale, del sistema di sfruttamento e subordinazione su cui il fordismo si è retto. La rivendicazione di pari riconoscimento avanzata dalle donne, dai neri e dagli omosessuali minaccia fortemente la tenuta di quell’ordine sociale gerarchico di cui il capitale ha bisogno per riprodursi. Il punto è allora per il post-fordismo e per la società post-industriale pensare un ordine che sappia contenere queste differenze e metterle a valore, che sappia ricreare nuove forme di governo del lavoro vivo e minare le condizioni della sua politicizzazione. Prendendo le mosse dall’intervento di Michele Cento – “Il Post-fordismo e la società post-industriale” – si cercherà qui di illustrare le trasformazioni strutturali del post-fordismo, o del neoliberalismo, conseguenti ai problemi appena posti, prendendo poi in esame il pensiero di Daniel Bell e Pedro Domingos e le loro ipotesi di governo della società post-industriale tramite l’algoritmo e il machine learning.

L’astuzia del capitale neoliberale tende a integrare la contestazione dell’ordine e a neutralizzarla1. Così, il rifiuto della rigida regolamentazione degli individui tanto nella sfera lavorativa, quanto in quella privata, condotto dai movimenti sociali negli anni Sessanta e Settanta viene sussunto dal capitalismo e cambiato di segno: divenendo la cifra del post-fordismo, la flessibilità si presenta come strumento di liberazione del tempo degli individui, finendo in realtà per commutarsi in precarietà. La “rigidità” dei contratti, dei salari, della giornata lavorativa, delle tutele e dei servizi di epoca fordista viene sostituita dalla loro piena deregolamentazione, o meglio da una costituzionalizzazione della ragione economica che permette di fare della concorrenza l’unica vera regola che organizza non solo il mercato, ma anche il lavoro, lo Stato, la società e gli individui a partire dagli anni Settanta. Allo stesso modo, il rifiuto da parte dei nuovi movimenti sociali di un sistema di welfare che inquadrava le donne, i neri e i poveri entro un ordine sociale patriarcale, razziale e classista viene sussunto, riducendo la libertà rivendicata a responsabilità personale, cui lo Stato sociale non deve più nulla2. Divenuto un’«impresa al servizio di altre imprese»3 e inseritosi pienamente nei meccanismi della governance globale, lo Stato non solo riduce drasticamente l’erogazione di servizi, ma diventa un catalizzatore fondamentale della norma della concorrenza agente su tutta la società. La logica dell’integrazione sociale viene sostituita, appunto, da quella della concorrenza, della responsabilità privata e dell’autoimprenditorialità, conservando e riproducendo però la differenza di condizioni materiali a partire dalle quali ai diversi capitali umani è dato mettersi a valore. Si produce così un ordine sociale gerarchizzato, frammentato e individualizzato che deve fare i conti con la complessità portata dal venir meno di un orizzonte economico, politico e sociale esclusivamente nazionale, e dall’affermarsi di uno Stato e di una società eminentemente globali4.

I termini “post-fordismo” e “post-industriale” aiutano a fare chiarezza sulle trasformazioni, affermatesi nella fase neoliberale del capitalismo, nel primo caso del sistema di produzione e delle relazioni lavorative, nel secondo caso della società.

L’organizzazione della produzione post-fordista è descrivibile attraverso quella che David Harvey ha chiamato «accumulazione flessibile», cioè un modello che poggia

«su una certa flessibilità nei confronti dei processi produttivi, dei mercati del lavoro, dei prodotti e dei modelli di consumo. È caratterizzata dall’emergere di settori di produzione completamente nuovi, nuovi modi di fornire servizi finanziari, nuovi mercati e, soprattutto, tassi molto più elevati di innovazione commerciale, tecnologica e organizzativa. Ha determinato rapidi cambiamenti nel quadro del disuguale processo di sviluppo, fra settori e fra regioni geografiche, determinando, per esempio, una grande crescita dell’occupazione nel cosiddetto ‘settore dei servizi’ e la nascita di complessi industriali assolutamente nuovi in regioni fino ad allora sottosviluppate»5.

L’accumulazione flessibile fa i conti al contempo con l’allargamento della produzione a una dimensione costitutivamente globale e con la necessità di diminuire i tempi di rotazione del capitale per aumentare il profitto. Pertanto, da un lato l’integrazione verticale, che consentiva l’intera realizzazione di un prodotto in uno stesso stabilimento industriale, viene sostituita dall’integrazione orizzontale, che segmenta i vari momenti della produzione dislocandone le diverse unità nelle zone del globo che consentono un maggior risparmio sui costi del lavoro vivo. Dall’altro, proprio questa “de-territorializzazione” della produzione richiede la costruzione di un raffinato sistema logistico di comunicazione, trasporto e distribuzione just-in time che consenta di stare al passo con la volatilità della domanda. La velocizzazione di produzione e consumi e la continua creazione di nuovi bisogni si regge su spostamenti geografici del capitale, il quale “crea distruggendo”, colonizza continuamente nuovi spazi abbattendo ciò che c’era prima e rinnovandolo secondo nuove mode e bisogni che si premura di indurre. Proprio la necessità di soddisfare un consumo specifico e in continuo cambiamento porta al riemergere, agevolato dal sistema predominante del subappalto, di vecchi sistemi di lavoro a domicilio, artigianale e famigliare che non solo consentono un risparmio sulla forza-lavoro, ma ostacolano l’organizzazione dei lavoratori che, prima ancora che con il capitale, devono fare fronte ai rapporti di potere interni alle famiglie o ai clan.

Il venir meno della centralità della grande fabbrica, almeno nei paesi occidentali, richiede al capitale neoliberale la messa a punto di un nuovo sistema di controllo e gestione dei lavoratori. Si ottimizza così una organizzazione logistica del lavoro vivo che agisce tramite la sua frammentazione e il governo della sua mobilità. I lavoratori vengono da un lato atomizzati attraverso la loro messa in concorrenza e l’individualizzazione delle mansioni, dall’altro gerarchizzati mediante la proliferazione di contratti flessibili ad hoc, sulla cui diversa attribuzione intervengono criteri di genere e razza. La dimensione compiutamente transnazionale della produzione e della distribuzione delle merci incide ulteriormente sulla frammentazione della forza-lavoro, imponendole la disponibilità ad essere continuamente assemblata e disassemblata entro catene globali del lavoro secondo le esigenze del capitale.

Questa stessa frammentazione è riscontrabile anche nella società. Venuto meno il sistema sociale prodotto dalla fabbrica, il neoliberalismo deve fare i conti con la messa in discussione delle gerarchie e dei ruoli sociali condotta dai movimenti degli anni Sessanta e Settanta. Anche in questo caso il capitale si adatta accogliendo la spinta anti-autoritaria e la rivendicazione di libertà provenienti dai movimenti, privandole però delle condizioni di presa di parola collettiva e riducendole così a istanze libertarie cooptabili dal sistema concorrenziale del mercato. L’individualizzazione, la frammentazione, l’isolamento si configurano allora come strategie di assoggettamento degli individui e depoliticizzazione della società. I legami comunitari sono consentiti solo laddove veicolano e consolidano quei rapporti sociali gerarchici che il capitale è interessato a riprodurre per assicurarsi il profitto derivante dallo sfruttamento differenziale di individui con diverso status sociale.

Una prima risposta al problema della produzione di un ordine e del controllo degli individui che la società post-industriale si trova a dover affrontare è offerta già all’inizio degli anni Settanta da Daniel Bell. Il pensiero di Bell nasce in un’America in crisi di identità, sul piano interno e sul piano internazionale, nasce dalla constatazione della crisi dell’ordine fordista e newdealista, dopo i movimenti degli anni Sessanta e Settanta e dopo l’inizio del contrattacco capitalistico teso a ristrutturare la produzione in senso post-fordista, flessibile e globale.

Bell descrive l’avvento di una nuova forma di organizzazione sociale, che definisce appunto post-industriale, caratterizzata sul piano economico da una crescente prevalenza del settore terziario dei servizi sull’industria e da una crescente trasformazione tecnologica dell’industria stessa. La società post-industriale per Bell nasce dalla crisi portata dai movimenti afro-americani e studenteschi, che, mettendo in discussione la morale borghese americana, hanno sfidato i pilastri della società fordista di massa. La preoccupazione di Bell proviene dalla sua considerazione che da un certo momento in avanti ai movimenti non interessi più l’integrazione, ma il rovesciamento della società: l’ordine americano fondato formalmente su merito ed eguaglianza di opportunità non è più l’orizzonte in cui vogliono essere inclusi. Il risentimento dei neri e delle donne si scaglia contro l’America del consenso liberale. Bell porta avanti un attacco ai movimenti volto a depoliticizzarne la portata. La controcultura è pensata dal sociologo americano come fautrice di un’“etica dell’atto gratuito”, secondo la definizione di Gide, un atto privo di scopo e di razionalità: le azioni non rispondono a nessun valore, a nessun senso, sono atti di pura onnipotenza personale e contro la società. Questi imperial self, come li definisce Bell, vogliono fare dei loro desideri dei diritti garantiti dallo Stato, degli entitlements, delle spettanze legate a qualità di tipo ascrittivo. Mentre nella società industriale la classe operaia portava avanti una politics of interest, una logica di rivendicazione che stava senza difficoltà nell’etica dell’achievement, i movimenti degli anni Sessanta e Settanta si fanno portatori secondo Bell di una politics of identity. Bell osserva individui che non vogliono più stare nel ruolo che la sociologia degli anni Cinquanta aveva immaginato per loro: gli individui reclamano di essere persone e in quanto tali di non sottostare a logiche dell’efficienza.

Bell si chiede come sia possibile governare questa società anti-gerarchica, disordinata e contraria a ogni principio di autorità. La società post-industriale deve essere, a suo avviso, una società della scienza, di una theoretical knowledge, di una scienza pura che sia il principio di ordine di una società in disordine. La conoscenza teoretica è un tipo di conoscenza talmente astratta e pura da poter essere applicata a qualsiasi cosa. Nella società industriale la scienza era tecnica e tecnologica per produrre merci, mentre nella società post-industriale per Bell essa serve a governare tutta la società. La scienza è necessaria perché introduce un principio di ordine in una società frammentata e ne assicura la tenuta attraverso il controllo di tutte le variabili. La scienza che Bell ha in mente come elemento di ordine è in particolare la matematica, la scienza pura che ha come oggetto simboli e che è in grado di dare un’organizzazione all’ordine incerto delle variabili attraverso il calcolo delle probabilità. Che cosa cambia nella società post-industriale? Che i calcoli matematici si possono appoggiare a dei computer. Si creano delle tecnologie intellettuali che sono in grado di moltiplicare a dismisura i calcoli stessi. Se mettiamo l’intelligenza matematica nei computer possiamo provare a immaginare quale sarà il comportamento delle variabili in una società complessa. L’algoritmo nasce da qui, è l’intellectual technology per eccellenza, una regola codificata secondo simboli matematici che serve non solo a organizzare il processo di produzione, ma può anche diventare una tecnologia politica per organizzare la società nel futuro. L’applicazione dell’algoritmo alla società è per Bell l’elemento più promettente che emerge dalle trasformazioni in corso.

Tutto questo si collega a una serie di trasformazioni del sistema politico americano. Per Bell la tecnologia intellettuale permetterà di passare dal government by discussion al government by commission. Si tratta di commissioni di esperti e di scienziati che vengono chiamati dal governo ad affrontare una serie di problemi. Le commissioni non sarebbero parte del governo degli Stati Uniti ma eserciterebbero comunque un ruolo politico, preparando provvedimenti che sarebbero assunti dal potere esecutivo. Le commissioni dovrebbero essere proiettate verso il futuro, per prevedere in che modo le politiche possano avere effetto su tutte le altre variabili. Il tempo della politica post-industriale deve essere il futuro. L’esecutivo deve quindi funzionare come coordinatore di una serie di agencies in cui università, fondazioni e organizzazioni devono entrare a far parte di questo governo scientifico della società. Bell parla di un complesso scientifico-amministrativo.

Nel 1976 Bell scrive The Cultural Contradictions of Capitalism in cui sostiene la necessità di una filosofia pubblica cui sottoporre la scienza che sta dentro le macchine per passare a una governance by public philosophy. La filosofia pubblica è il tentativo di far accettare una volontà comune agli imperial self. Essa deve governare le passioni e gli istinti: deve governare i desideri confinandoli al privato, impedire la rivendicazione pubblica dei desideri in termini di diritti. Per Bell lo Stato non può e non deve farsi carico dei desideri individuali, ovvero non può fare programmi di welfare. La filosofia pubblica di Bell, da associare alla tecnologia intellettuale, deve fermare la revolution of rights and entitlements, deve governare i desideri. Solo governando i desideri si può salvare la società.

Per Bell la società capitalistica è strutturalmente disordinata perché all’interno di essa esistono due sfere in contraddizione: quella culturale, che stimola i desideri degli imperial self, e quella economica che ha bisogno di individui messi al lavoro in modo produttivo.

Non è però chiaro in base a quali principi ordinatori Bell ritenga necessario ordinare la società e in questo senso la sua non può essere considerata né una reazione conservatrice o neoconservatrice, in quanto non vuole fondare il nuovo ordine su valori tradizionali come comunità o famiglia, né una reazione neoliberale alla frattura degli anni Sessanta, perché non è il mercato il principio ordinatore che egli ha in mente.

Pedro Domingos si muove sulla scia delle riflessioni di Bell sull’algoritmo e la società post-industriale e sviluppa un suo modello nello scritto sul machine learning: L’algoritmo definitivo: la macchina che impara da sola e il futuro del nostro mondo, nel quale descrive l’uso degli algoritmi che apprendono senza una guida umana. Un’attenta analisi di questo testo può essere utile a mettere in luce non solo le implicazioni autoritarie della teoria “governamentale” di Bell, ma anche i riferimenti sistematici alla matrice razzista del capitalismo. Entrambi gli aspetti emergono all’interno del testo, sia letteralmente, sia metaforicamente, attraverso drammatiche immagini delle relazioni di potere. Quindi, cos’è e com’è rappresentato «l’algoritmo»?

Una delle parole chiavi del testo è «univoco». Questo attributo, secondo Domingos, è necessario al suo funzionamento, in quanto univoca è la logica sottesa alle tautologie astratte su cui si regge la matematica. Così funziona il computer: l’algoritmo ordina e l’oggetto esegue, senza poter discutere o condizionare i propri doveri. Non ci sarebbe niente di strano nel fatto che «un algoritmo elimini tutti i transistor superflui finché non emerge la funzione desiderata»6, se non fosse che il mondo che pretende di governare non è una tautologia astratta, né è popolato solo da oggetti acquiescenti rispetto agli ordini dell’algoritmo. Quest’ultimo è, secondo Domingos, «un ingrediente fondamentale della civiltà moderna»7 e un acceleratore di progresso. Se è vero dunque che il comando dell’algoritmo è univoco, quindi incontestabile, la nostra civiltà, che esso vorrebbe decifrare e orientare, dovrebbe basarsi su un autoritarismo puro. Anche limitatamente al campo linguistico e semantico, l’univoco è sempre una questione di imposizione di potere8. In questo contesto, l’affermazione del professore Domingos, che tutto ciò che è superfluo deve essere eliminato per ottenere la funzione desiderata, diventa un atto “sterminatorio”, un processo di selezione del degno e dell’utile contro l’indegno e l’inutile in funzione dell’avanzamento della civiltà che richiama alla memoria altre vicende della storia americana9.

Il nesso fra l’algoritmo, l’autoritarismo, il progresso e lo sterminio è reso evidente dalle metafore utilizzate da Domingos. Non sorprende quindi il richiamo alla schiavitù nell’affermazione che i computer «eseguiranno i vostri ordini […] ad altissima velocità e senza lamentarsi»10 e che il programma è “la vostra creatura”. La conoscenza tecnica viene addirittura sacralizzata, visto che «gli esperti di machine learning […] sono considerati come una casta sacerdotale elitaria»11. Il programmatore viene divinizzato: «il Dio della Genesi è un programmatore […] Oggi, anche voi, seduti sul divano con il vostro computer, potete essere un Dio»12. Certo Domingos dimentica che la maggioranza della popolazione del pianeta, senza computer e divano, è rimasta esclusa dalla casta sacerdotale e dalla divinizzazione.

Seppure gli ordini univoci e indiscutibili dell’algoritmo costituiscono il logos divino, il logos del progresso, rimane un ineliminabile problema: «come in tutti i paradisi terrestri, però anche qui c’è un serpente. Si chiama mostro della complessità, e ha molte teste, come l’Idra». Domingos non si limita a metafore e miti: «il volto più spaventoso del mostro della complessità, tuttavia, è la complessità umana». Non è permesso, quindi, che l’umanità ostacoli l’accelerazione del progresso, e non si vede altro rimedio che la guerra: «gli informatici combattono con il mostro ogni giorno», cioè, combattono contro l’umanità mostruosa e, grazie all’algoritmo definitivo dei tecnici, possono vincere: «Machine learning è la spada con cui uccidere il mostro della complessità»13.

Questa civiltà moderna, occidentale, europea, è quella che Bell pretende di controllare con gli stessi metodi tecnocratici di Domingos. Quando quest’ultimo descrive come la complessità ostacoli il trasferimento degli ordini, pone un problema già colto da Bell, ovvero il fatto che tanti soggetti non vogliano eseguire il ruolo assegnato loro dalla «casta elitaria». Bell spiega che quando le interazioni tra le varie componenti dell’algoritmo diventano troppe e troppo involute, è possibile che al loro intero si insinuino errori difficilmente riscontrabili e correggibili.. Gli errori sono i soggetti disprezzati da Bell, che vuole usare commissioni tecnocratiche per correggerli, mentre l’auto-affermazione del soggetto, precisamente «qua soggetto»14, è il mostro da uccidere. Gli afro-americani, le minoranze, le donne, i membri della comunità LGBT, tutti coloro che, secondo Bell, vogliono troppo e troppo velocemente, sono le teste dell’Idra da tagliare con la spada della tecnocrazia. Questa umanità complessa, però, si riferisce solo alla popolazione delle società post-industriali, mentre il capitalismo è globale, con miliardi di persone che dovrebbero fare quello che l’algoritmo richiede, ma che non sono sempre disposte a farlo.

Bibliografia

Bell Daniel, The Coming of Post-Industrial Society, New York, Basic Books, 1973.

, The Cultural Contradictions of Capitalism, New York, Basic Books, 1976.

Boltansky Luc, Eve Chiappello, Il nuovo spirito del capitalismo, Milano, Mimesis, 2014.

Dardot Pierre, Christian Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, a cura di P. Napoli, Roma, Derive Approdi, 2013.

Domingos Pedro, L’algoritmo definitivo. La macchina che impara da sola e il futuro del nostro mondo, Torino, Bollati Boringhieri, 2016.

Fraser Nancy, Fortune del femminismo. Dal capitalismo di Stato alla crisi del neoliberalismo, a cura di A. Curcio, Verona, Ombre Corte, 2014.

Harvey David, La crisi della modernità, a cura di M. Viezzi, Milano, Il Saggiatore, 2015.

–, Breve storia del neoliberismo, a cura di P. Meneghelli, Milano, Il Saggiatore, 2005.

Ricciardi Maurizio, “Dallo Stato moderno allo Stato globale. Storia e trasformazione di un concetto”. In Scienza & Politica. Per una storia delle dottrine, v. 25, n. 48, July 2013

Note

1 Cfr. Luc Boltanski – Eve Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Milano, Mimesis, 2014.

2 Cfr. Nancy Fraser, Fortune del femminismo. Dal capitalismo di Stato alla crisi del neoliberalismo, a cura di A. Curcio, Verona, Ombre Corte, 2014.

3 Pierre Dardot – Christian Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, a cura di P. Napoli, Roma, Derive Approdi, 2013, p. 356.

4 Maurizio Ricciardi, “Dallo Stato moderno allo Stato globale. Storia e trasformazione di un concetto”. In Scienza & Politica. Per una storia delle dottrine, v. 25, n. 48, July 2013.

5 David Harvey, La crisi della modernità. Alle origini dei mutamenti culturali, Milano, Il saggiatore, pp. 185-186.

6 Pedro Domingos, L’algoritmo definitivo. La macchina che impara da sola e il futuro del nostro mondo, Torino, Bollati Boringhieri, 2016, p. 25.

7 Ivi, p. 23.

8 Per una discussione sui termini della filosofia di linguaggio, si veda: Jacques Derrida. Limited Inc. Evanston, IL: Northwestern University Press, 1988 (1977), esp. pp. 33-45.

9 Ad esempio, David Stannard descrive un discorso che riguarda il massacro di Sand Creek, quando il pubblico gridava, letteralmente, per lo sterminio dei Cheyenne di fronte a una commissione legislativa, e il futuro presidente Theodore Roosevelt definì il massacro “righteous and beneficial.” David E. Stannard, American Holocaust: Columbus and the Conquest of the New World, New York: Oxford University Press, 1993, pp. 133-134.

10 Domingos, op. cit., p. 26.

11 Ivi, p. 31.

12 Ivi, p. 27.

13 Ivi, pp. 27-29.

14 Judith Butler, Bodies That Matter: On the Discursive Limits of “Sex”, New York: Routledge, 1993, p. 3.

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