Il modello fordista e la sua crisi. Lezione di Maurizio Ricciardi. Relazione a cura di Matilde Buffoni, Rachele Colombo, Martina Marchesi e Bruno Walter Renato Toscano

Introduzione

Il termine fordismo venne utilizzato per la prima volta in Germania nel 1924 per indicare l’organizzazione produttiva e aziendale introdotta nelle fabbriche automobilistiche di Henry Ford all’inizio del secolo scorso. L’imprenditore si basò sulle teorie di Frederick W. Taylor esposte nel trattato, pubblicato, nel 1911, Principi dell’organizzazione scientifica del lavoro. L’opera analizzava i metodi più efficaci per ridurre il tempo impiegato dagli operai a produrre un determinato prodotto e, di conseguenza, ad per aumentare la produttività dell’azienda.

Sebbene in continuità con il taylorismo, l’organizzazione fordista si sviluppò con caratteristiche proprie, superando notevolmente le premesse poste da Taylor. Se la teorizzazione di quest’ultimo riguardava principalmente il comportamento esteriore degli individui, agendo sul loro corpo attraverso il lavoro concepito come l’insieme di semplici gesti ripetuti meccanicamente, Ford lavorò in primo luogo sulla psiche dei propri operai. Nelle fabbriche di Ford la macchina cessò di essere soltanto uno strumento nelle mani dell’operaio per diventare, al contrario, il meccanismo propulsore dell’attività di quest’ultimo, ciò che lo indirizzava e lo determinava. Come scrisse Henry Ford: “Non dobbiamo cercare impiegati qualificati. L’abilità è nella macchina”1. Secondo questo principio, sarebbe la macchina a possedere il monopolio della competenza, mentre all’uomo spetterebbe soltanto agire secondo i bisogni di quest’ultima.‬ La macchina rappresentava così lo strumento in grado di disciplinare il comportamento individuale, mostrando all’uomo la sua dipendenza da un meccanismo che non poteva controllare e da cui dipendeva. Da strumento produttivo, la macchina divenne il dispositivo imperativo non soltanto della trasformazione psichica dell’individuo, ma anche di una trasformazione di tipo sociale, assumendo peso politico quale simbolo della modernità, del suo dinamismo ma anche delle sue forme imperative di controllo.

L’organizzazione fordista del lavoro messa in atto nelle fabbriche Ford ha avuto importanti conseguenze non soltanto sulla vita lavorativa degli individui ma sull’intera società, comportando l’emergere di una nuova configurazione sociale. Il modello di società al quale il fordismo ha dato vita è stato definito società salariale fordista. Il punto di svolta che questo modello ha introdotto è stato l’eliminazione, o quantomeno la riduzione, dell’alta mobilità di manodopera, o turnover, tipica delle grandi fabbriche di primo Novecento. L’assenza di rapporti di lavoro stabili e duraturi ha infatti avuto ripercussioni negative per entrambe le parti. Da un lato, ha impedito all’imprenditore di avere dei lavoratori altamente specializzati sui propri prodotti, con una conoscenza firm specific; dall’altro, non ha dato la possibilità all’operaio di fare carriera e migliorare la propria posizione nell’azienda2.

Ford ha cercato di porre un freno all’alto tasso di turnover creando un rapporto di dipendenza tra capitale e lavoro: la sussistenza del lavoratore dipendeva quindi dal posto che questo occupava nella fabbrica, e, allo stesso tempo, l’aumento del capitale dell’imprenditore dipendeva dal lavoro dell’operaio. Essi diventavano quindi due entità interdipendenti, che avevano bisogno l’una dell’altra per sopravvivere e crescere. Tale modello divenne efficace soprattutto dopo la crisi del 1929, che comportò la necessità di un intervento statale per implementare delle misure di sostegno nei confronti di quella parte della popolazione maggiormente colpita dalla crisi. L’intervento prevedeva la creazione di un welfare state e l’istituzionalizzazione del ruolo del sindacato come mediatore tra gli interessi dell’impresa e del lavoratore3.

Nel corso dei suoi primi decenni di vita, il modello fordista assunse tre caratteristiche principali. Prima tra tutte è la standardizzazione del prodotto, termine col quale si indica la produzione di un oggetto standard, come la celeberrima automobile Modello T. Il punto cardine della standardizzazione risiedeva nel fatto che, apportando modifiche minime al processo produttivo, era possibile abbattere notevolmente i costi fissi di produzione. Proprio in questo aspetto va individuata la ragione per cui il Modello T venne prodotto soltanto in versione nera. La standardizzazione del prodotto permise quindi di dare vita alla produzione di massa, ovvero l’immissione nel mercato di una vastissima quantità di prodotto sempre uguale che, secondo Ford, avrebbe potuto stimolare la nascita e successivamente la crescita della domanda 4.

L’intuizione rivoluzionaria di Ford, rispetto a Taylor, risiedeva nel fatto che la produzione di massa generasse il consumo di massa che, nel corso degli anni, portò a una riduzione reale delle differenze di classe nella maggior parte degli stati occidentali5. Ford voleva che i suoi operai potessero essere non soltanto produttori, ma anche fruitori di quegli stessi beni. Anche a questo scopo Ford decise di ridurre le ore lavorative giornaliere a otto e concedere il cosiddetto Five Dollar Day. Fu in questo modo che vennero forniti agli operai non soltanto i mezzi economici per acquistare il Modello T, ma anche il tempo necessario per fruirne. L’intuizione rivoluzionaria di Ford mise in moto un circolo virtuoso, in cui i produttori diventarono anche i consumatori finali del bene. L’introduzione di questa politica degli alti salari fu possibile soprattutto grazie all’accumulazione di capitale da parte di Ford, garantito dalla standardizzazione del prodotto. L’aumento del salario e del tempo libero degli operai, tuttavia, sono da interpretarsi anche nell’ottica del desiderio di Ford di creare una società nuova, indirizzata verso uno scopo superiore al quale sia imprenditori che operai avrebbero dovuto tendere6.

Il terzo punto cruciale del fordismo risiede nel controllo sociale: Ford, infatti, aspirava a rinnovare il modello sociale americano. Diventa chiaro quindi come il fordismo non si sia limitato alla riorganizzazione della fabbrica ma, al contrario, abbia mirato ad uscire dall’impianto di produzione, con l’obiettivo di investire l’intera società, sfruttando le proprie capacità disciplinanti. Il desiderio di Ford era la creazione di un nuovo individuo, capace di superare il tradizionale individualismo e molto più impegnato sia a livello sociale che comunitario. L’idea fondante di questo modello è che ogni comportamento dell’individuo abbia conseguenze nei confronti dell’intera comunità. Se però da un lato Ford propose la creazione di un uomo nuovo, dall’altro lato alla figura femminile doveva essere sostanzialmente precluso l’ingresso in fabbrica, in quanto incompatibile col suo tradizionale ruolo di casalinga. Infatti, si può riscontrare una presenza femminile significativa nelle fabbriche Ford soltanto a partire dalla Seconda guerra mondiale, la quale chiamò una grande porzione della popolazione maschile americana al fronte. Al termine del conflitto, tuttavia, le donne vennero rimandate all’interno delle mura domestiche, e i loro posti occupati nuovamente da una forza lavoro prevalentemente maschile7.

Gramsci, il fordismo e la questione sessuale

Nel Quaderno Ventidue Gramsci ha esaminato il fordismo nel suo significato politico e sociale. L’analisi del filosofo sardo, che ha avuto particolare fortuna dopo la traduzione dei Quaderni del Carcere in inglese negli anni ‘708, è interessante sotto almeno due aspetti, tra loro dipendenti. Da una parte, la questione relativa al futuro stesso del modello fordista, ovvero alla difficoltà dell’americanismo che non era stato in grado di influenzare le classi abbienti europee, incapaci di mutare verso una progressiva razionalizzazione del modello economico e sociale. Dall’altra parte, per Gramsci il fordismo aveva la capacità di generare un mutamento antropologico nella società, ovvero dare vita all’“uomo nuovo” completamente integrato in un processo produttivo che andava oltre la fabbrica e che, come sostenuto da Nancy Fraser in chiave foucaultiana, si basava sull’idea del “sorvegliare e punire” la classe operaia9.

Questo controllo non fu limitato soltanto al singolo: esso fu un processo di razionalizzazione delle manifestazioni spontanee dell’individuo partecipante sia al processo produttivo che al consumo dei prodotti industriali – da qui la politica degli alti salari, che ebbe delle importanti ripercussioni in seguito al Five Dollar Day anche durante la crisi economica seguente il ’2910.

Gramsci non mancò di analizzare le conseguenze del sistema di controllo sociale impiegato dalle industrie: in primo luogo, le relazioni umane venivano semplificate a vantaggio della “organizzazione di un’economia programmatica” e della scomparsa del “vecchio individualismo economico”11. In questo modo Gramsci – che non rifiutò mai del tutto il fordismo, come affermato da Losurdo12 – descrisse un sistema capace di modificare l’uomo, la realtà esterna e la cultura di riferimento.

L’Uomo Nuovo doveva nascere per mezzo di un processo pervasivo all’interno della vita degli operai e all’interno dei rapporti umani e familiari, rendendo questi ultimi stabili a vantaggio della produzione e del consumo. Ford fu quindi un ingegnere psicologico che, diversamente da Taylor, interagì con le passioni e le vite psicologiche degli individui, evitando così la dispersione della forza lavoro, la quale doveva essere racchiusa all’interno di un ben definito concetto di comunità. Non è un caso che Gramsci dedichi una parte del Quaderno Ventidue alla ““questione sessuale”, finora poco indagata dal punto di vista degli studi di genere. Tale “questione” per Gramsci non era altro che una “superstruttura” che riduceva gli istinti animaleschi dell’uomo a vantaggio di una stabile dimensione familiare e comunitaria13.

In questo modo si poteva sì costruire un uomo nuovo, ma anche una donna tradizionale partecipante al lavoro riproduttivo14. In questa ridefinizione dei rapporti di genere, il sistema fordista produsse tuttavia alcuni effetti imprevisti che ne minarono – in parte in potenza e in parte in azione – la struttura, in quello che Gambino ha definito sistema autoritario di produzione15Il mercato delle automobili venne aperto anche alle donne, e questo produsse l’impossibilità del controllo sia degli spostamenti femminili che delle relazioni sociali, che la stabilità delle relazioni sessuali; basti pensare che Ford, in un primo momento, aveva proposto di creare macchine pensate esclusivamente per le donne, con sedili non ripiegabili per impedire ogni forma di libertinismo16Dalla divisione di genere del processo produttivo e riproduttivo nacque la lotta femminista degli anni Sessanta e Settanta, critica nei confronti della riduzione delle donne a ruoli esclusivamente domestici e di cura17.

La questione di genere nel fordismo

L’ordine fordista fu dunque un sistema d’autorità, un “sistema autoritario di produzione”18. Esso si fondò su una nuova concezione di fabbrica che estendeva il suo potere e produceva effetti al di fuori dei propri confini, contribuendo a creare, ridefinire e plasmare nuovi rapporti sociali esterni alla fabbrica sulla base di un criterio di razionalizzazione dei comportamenti dell’individuo. Intorno a questi principi si costruirono nuovi ruoli sociali indissolubilmente legati a una specifica funzione all’interno di un modello che, finalizzato a controllare socialmente i movimenti degli individui, cessò di essere unicamente un sistema di produzione per diventare più propriamente un sistema sociale, quale inteso da Talcott Parsons. Se ciò significò in primo luogo la nascita di un uomo nuovo, questo modello di società si impose anche al di fuori della sfera produttiva, dettando ritmi, funzioni e movimenti in tutti i gangli vitali della società e della vita quotidiana, e implicando pertanto anche un nuovo ruolo femminile. All’interno di questa logica sistemica si consolidò il ruolo tradizionale assegnato alla donna, ormai del tutto estromessa dalla sfera della produzione, fondato sulla sua identificazione con l’ambiente domestico e con il lavoro di riproduzione. Il passaggio all’ordine fordista può essere pertanto letto come lo specifico momento storico in cui si cristallizzò una netta distinzione di ruoli sociali tra l’uomo e la donna (rispettivamente: consumatore e produttivo, consumatore e riproduttivo) e la fissazione dell’immagine di quest’ultima all’interno dell’ambiente domestico.

Nancy Fraser ha letto la questione di genere in rapporto all’ordine fordista da un particolare punto di vista: secondo l’autrice, con il sistema di produzione fordista, venne a costituirsi un nuovo modello di organizzazione della riproduzione sociale, in cui la sfera di attività umane legate alla riproduzione (all’interno della quale rientrano, ad esempio, la maternità, l’educazione e il mantenimento dei figli, l’assistenza agli anziani e la sfera sessuale, cioè quell’insieme di attività definite dall’autrice anche “lavoro di cura”) fu internalizzata dal sistema di produzione attraverso lo stato interventista (è questo un esempio evidente dello stretto legame tra fordismo e welfare state)19.

La Fraser inserisce l’analisi dell’ordine fordista all’interno di una più ampia interpretazione del rapporto tra riproduzione sociale e produzione economica nel regime di accumulazione capitalistica. Questo rapporto viene presentato dall’autrice come una contraddizione intrinseca al sistema capitalista. I processi di riproduzione, infatti, rappresentano da un lato la condizione di possibilità per l’accumulazione capitalistica, senza i quali il capitalismo non potrebbe riprodursi e sarebbe naturalmente destinato all’estinzione; dall’altro, tuttavia, la tendenza all’accumulazione porterebbe il sistema a destabilizzare la sfera della riproduzione da cui esso dipende. Affermando che l’organizzazione della riproduzione sociale si determina in relazione a una forma storicamente determinata di società capitalista, la Fraser distingue tre periodi rispettivamente caratterizzati da tre tipi rapporti di rapporto tra la sfera economica e quella riproduttiva: il capitalismo liberale, il capitalismo regolato dallo stato e il capitalismo neoliberale finanziarizzato.

La fase del capitalismo regolato dallo stato, secondo la Fraser, fu caratterizzata dal tentativo di “disinnescare questa la contraddizione tra riproduzione sociale e produzione economica”20, avendo agito su un duplice piano in risposta a due specifiche necessità del sistema fordista: da un lato, affidando allo stato interventista la sfera della riproduzione attraverso investimenti nella sanità, nel sistema d’istruzione, nella previdenza sociale, rispose all’esigenza di assoggettare la riproduzione sociale ai bisogni dell’accumulazione capitalistica, subordinando a essa i profitti di breve periodo; dall’altro, fondando l’ordine fordista sul salario familiare assicurato dall’impresa, rispose alla necessità di assicurare crescita attraverso il doppio ruolo affidato al lavoratore, al tempo stesso produttore e consumatore. È sulla base di questi presupposti che lo spazio domestico fu riletto come luogo di consumo di prodotti in serie di uso quotidiano. La catena di montaggio e la fabbrica, necessarie alla produzione, furono così intrinsecamente legate da un lato allo spazio domestico e al consumismo familiare e, dall’altro, alla riproduzione.

Nancy Fraser parla quindi del sistema fordista come “di una sintesi tra mercatizzazione e protezione sociale”21, in cui la seconda divenne lo strumento principale per assicurare la riproduzione sociale e il consumismo familiare, entrambi necessari al sistema in quanto precondizioni della produzione capitalistica stessa. L’autrice, infine, mostra come la protezione sociale promossa dallo stato socialdemocratico, pur essendo riuscita a stabilizzare temporaneamente la riproduzione sociale, si sia fondata su intrinseche gerarchie di genere (e razziali) che in questa fase risultarono rafforzate, finendo per cristallizzare il ruolo della donna quale casalinga e consumatrice, indissolubilmente relegato relegata alla sfera domestica. Mettendo in luce le profonde ripercussioni che l’ordine fordista ha avuto sulla disuguaglianza di genere, l’autrice non manca di notare inoltre come, più in generale, il compromesso tra capitale e lavoro dello stato socialdemocratico e le indubbie conquiste sociali che esso garantì alle classi operaie occidentali, lungi dal rappresentare una sorta di età dell’oro, fu perseguito in Occidente a costo della perpetuazione e generazione di altre forme di disuguaglianza economica e sociale, avendo spostato su nuove e altrettanto profonde gerarchie su scala globale e sul nuovo ordine neocoloniale il mantenimento e la prosperità del regime di accumulazione capitalistica.

Sarà proprio a partire da queste contraddizioni che nasceranno le istanze del femminismo incentrate sul dibattito intorno al lavoro riproduttivo22 che, nel corso degli anni Settanta, metteranno in discussione il fordismo proprio a partire dal ruolo che esso assegna alla donna, tentando di allargare l’egualitarismo del welfare state alle questioni di genere.

Bibliografia

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Note

1 Henry Ford, My Life and Work, Garden City Pub. Co., Garden City-New York, 1922, p. 190.

2 Monica Martinelli, Il legame incrinato: lavoro e società in trasformazione nell’epoca della globalità, Vita e Pensiero, Milano, 2003, pp. 39-40.

3 Ivi, pp. 40-41.

4 David Harvey, La crisi della modernità, Il Saggiatore, Milano, 2015, p. 158.

5 Monica Martinelli, op. cit., p. 41.

6 Ivi, p. 42.

7 Harvey, op. cit., pp. 158-159.

8 Tra le tante versioni, utilizzata ancora oggi da molti studiosi anglofoni, cfr. Antonio Gramsci, Selections from the Prison Notebooks of Antonio Gramsci, Quintin Hoare and Geoffrey Nowell Smith (a cura di), International Publishers, New York, 1971.

9 Cfr. Nancy Fraser, “From Discipline to Flexibilization? Rereading Foucault in the Shadow of Globalization”, in Constellations, 2/2003, pp. 160-171.

10 Bruno Settis, Fordismi. Storia politica della produzione di massa, Il Mulino, Bologna, 2016, p. 85.

11 Antonio Gramsci, Quaderni del Carcere, Einaudi, Torino, 2014, p. 2139.

12 Domenico Losurdo, “Gramsci e l’Americanismo”, Il Manifesto, 26/06/2013, consultato in data 29/08/2018, https://ilmanifesto.it/gramsci-e-lamericanismo/.

13 Gramsci, op. cit., p. 2149.

14 Per una analisi approfondita della relazione tra il fordismo, Gramsci e le donne, Cfr. Bruno Walter Renato Toscano, “Le donne, il fordismo, Gramsci: una prospettiva di genere sulla società statunitense (1909-1930)”, Diacronie. Studi di Storia Contemporanea: Proiezioni individuali e agire collettivo nella storia. Ruoli sociali, aspetti politici e nodi storiografici tra pubblico e privato, 32, 4/2017, 29/12/2017.

15 Cfr. Ferruccio Gambino, Critica del fordismo della scuola regolazionista, in E. Parise (a cura di), Stato Nazionale, Lavoro e Moneta, Liguori, Napoli, 1997, pp. 215-240.

16 Deborah Clarke, Driving Women. Fiction and Automobile Culture in Twentieth-Century America, The Johns Hopkins University Press, Baltimore, 2007, p. 47.

17 Marco Revelli, “1968. La Grande Contestazione”, in Aa. Vv., Novecento Italiano, Laterza, Roma-Bari, 2011, pp. 131-154.

18 Cfr. Gambino, op.cit.

19 Cfr. Nancy Fraser, Contraddizioni del capitale e del ‘lavoro di cura’, in “MicroMega” (versione online), 11 dicembre 2017, http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/12/11/contraddizioni-del-capitale-e-del-%E2%80%98lavoro-di-cura%E2%80%99/.

20 Ibidem). Cfr. anche Nancy Fraser, Fortune del femminismo, Ombre Corte, Verona, 2014.

21 Ibidem). Cfr. anche Nancy Fraser, Fortune del femminismo, Ombre Corte, Verona, 2014.

22 Per una buona sintesi del dibattito sul lavoro riproduttivo nel femminismo degli anni Settanta, si veda Cinzia Arruzza, Il genere del capitale: introduzione al femminismo marxista, in Stefano Petrucciani (a cura di), Storia del marxismo, vol. III, Economia, politica, cultura: Marx oggi, Carocci, Roma, 2015, pp. 171-194.

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