Gli Stati Uniti dal contenimento al post-contenimento: da perno dell’ordine a fattore di disordine? Lezione di Federico Romero. Relazione di Federico Barbieri, Giulia Barbiero, Giuseppe Maria de Rosa, Sofia Miola

Dalla fine della Seconda guerra mondiale a Reagan

A partire dal 1945 gli Stati Uniti diedero vita ad un sistema di interazioni multilaterali regolamentato e senza precedenti, teso a promuovere una certa stabilità per i paesi dell’area occidentale. Questa rete di alleanze, decisamente innovativa per la cooperazione e il consenso che la caratterizzavano, permise alla potenza americana di porsi come baluardo della ricostruzione postbellica in Europa e in Giappone, attraverso una forma di egemonia indiscussa nell’orbita occidentale.

Il sistema presentato dal governo di Washington, che si basava su valori quali autodeterminazione, libertà e democrazia, si realizzava nella cosiddetta “dottrina del contenimento”, conseguente al “Long Telegram” di Kennan, la cui missione era quella di arginare l’effetto dell’influenza comunista, ovvero di impedire l’estensione delle mire espansionistiche dell’Unione Sovietica in altri paesi. Gli Stati Uniti si avvalevano di una superiorità militare che li portò ad erigersi a “controllori” dell’ordine occidentale, contrapponendosi al potere sovietico in uno scenario che agli occhi di tutti appariva come uno scontro manicheo tra il bene e il male.

Quando Truman affidò a Clark Clifford, suo fidato consigliere, il compito di analizzare le relazioni tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, questi riprese ciò che Kennan aveva già constatato nel suo telegramma, e cioè l’impossibilità di una coesistenza con la politica estera russa1. Risultava pertanto necessaria un’unione tra i paesi dell’area occidentale che permettesse di anteporre alla forza comunista un fronte militare coeso, anche nel caso in cui fosse stato necessario ricorrere ad un conflitto atomico. Questa situazione rappresentò una svolta anche da un punto di vista di politica interna agli Stati Uniti. Infatti, la contrapposizione che andava creandosi sempre più marcatamente tra i due blocchi della Guerra fredda implicava la capacità di portare avanti nuovi impegni a livello internazionale in un contesto, come quello in seno al Congresso e all’opinione pubblica americana, non sempre propenso all’internazionalismo.

Vi era da parte americana la convinzione che la stabilità internazionale dipendesse strettamente sia dall’apertura commerciale che dalla stabilità economica, che impediva infatti la diffusione dei principi comunisti. In tal senso si cercò di arrivare ad un compromesso tramite gli accordi di Bretton Woods del 1944, attraverso i quali fu posto in atto il tentativo di definire un sistema di regole condivise per controllare la politica monetaria internazionale in virtù di un ordine ad egemonia americana. La stessa politica di aiuti economici condotta attraverso il Piano Marshall, utilizzata in maniera selettiva e mirata, ambiva a risolvere le difficoltà economiche dei paesi che avrebbero dovuto costituire il futuro blocco occidentale anticomunista.

L’attenzione americana, quindi, si concentrava nelle aeree strategiche d’interesse secondo l’ottica del contenimento. Negli anni Cinquanta lo scenario europeo sembrò dare cenni di maggiore stabilità dal momento che, con l’ingresso della Germania nella NATO e la creazione del Patto di Varsavia, la partizione dei blocchi sul continente sembrò cristallizzarsi. Aree più critiche rimanevano l’America Latina, che era lacerata da tensioni sociali e da un antiamericanismo sempre più acceso2, insieme all’Africa e alla zona del Sud-Est asiatico, dove il processo di decolonizzazione stava lasciando in eredità una serie di stati di nuova indipendenza che avrebbero potuto rappresentare deboli bersagli per le mire comuniste.

Simbolo della crisi del containment fu la guerra del Vietnam, iniziata già nel 1955, perfettamente inserita in quella cornice di paranoia orbitante attorno alla convinzione che il pericolo comunista potesse espandersi nei paesi di recente indipendenza. L’obiettivo statunitense era duplice: salvare il paese dal comunismo e procedere anche alla sua modernizzazione attraverso il dispiegamento di programmi riformatori che ampliassero i diritti politici, civili e sociali3. Nell’escalation che riguardò l’impegno militare americano in quest’area, in particolare per quanto riguarda i bombardamenti, vi era la chiara intenzione di dimostrare l’incontestabile superiorità della tecnologia bellica statunitense4.

Il fallimento che derivò dalla guerra del Vietnam mise in risalto tutti i limiti del contenimento e portò progressivamente ad un cambio di vedute, concretizzatosi nel realismo politico di Nixon. Gli anni Settanta rappresentarono un fondamentale punto di transizione dell’ordine post-bellico. Il cambiamento fu dovuto ad eventi quali il processo di distensione europea, l’avvio di una fase di globalizzazione a livello economico, nonché la fine del sistema di Bretton Woods che comportò una riorganizzazione in chiave neoliberista dell’economia mondiale.

Durante questa fase la minaccia sovietica mantenne il suo significato militare ma si svuotò del suo contenuto ideologico. L’Unione Sovietica non si presentava più come credibile antagonista in termini di modello sociale. Il declino dell’alternativa sistemica socialista, la cui perdita di attrattiva internazionale ne preludeva il futuro collasso, privò di significato la dottrina del containment. Per questa ragione le politiche di modernizzazione finalizzate al contenimento poterono essere abbandonate in favore delle soluzioni di mercato. Il successivo emergere del fenomeno delle Tigri asiatiche e l’ascesa economica della Cina rimarcarono ancor più questo punto di svolta, legittimando l’idea che fosse il libero mercato a fornire soluzioni alle tensioni internazionali. Il dialogo instauratosi tra Cina e Stati Uniti, poi, sancì definitivamente questi ultimi come potenza dominante nell’area.

Durante la Presidenza di Ronald Reagan, insediatosi nel 1981 alla Casa Bianca, sembrò esserci una regressione dal momento che egli, durante il primo mandato, ripropose uno scontro di tipo militare e ideologico contro l’Unione Sovietica, che venne da lui nuovamente identificata come “impero del male”. Questo portò ad un rinnovato impegno nel riarmo nucleare. Nonostante ciò, il suo secondo mandato tornò a caratterizzarsi da un certo realismo politico, promuovendo una serie di incontri con Gorbaciov al fine di ottenere un avvicinamento che portasse ad un progressivo disarmo.

Da Bush a Bush Jr. (1991-2008)

Gli anni Novanta furono un decennio ricco di cambiamenti nello scenario delle relazioni internazionali: in primo luogo la Presidenza degli Stati Uniti d’America venne assunta da George Bush (1989-1993), a cui seguì un doppio mandato di Bill Clinton (1993-2001). In secondo luogo, il panorama mondiale venne sconvolto dal crollo dell’Unione Sovietica, dallo scioglimento del Patto di Varsavia e dalla fine della Guerra fredda (1991). Di conseguenza si costituì un “nuovo ordine mondiale”, basato non più su un bipolarismo fra blocco occidentale e blocco sovietico, ma sulla costruzione di un mondo monopolare guidato dagli Stati Uniti d’America5. La fine del secolo venne letta come un “viaggio” iniziato con il presidente Woodrow Wilson (1931-1921), che aveva condotto gli USA a governare il sistema mondiale, grazie alla glorificazione del mercato globale e alla loro superiorità militare. L’America era dunque la “nazione indispensabile”. Tale ordine internazionale prevedeva un ruolo centrale degli USA nelle Nazioni Unite come “pacificatori” mondiali. In quest’ottica, l’episodio più significativo fu l’intervento nell’ambito della prima guerra del Golfo (operazione Desert Storm), durante la quale vennero bombardati obiettivi militari sia sul fronte che nelle maggiori città irachene6. La conclusione della guerra venne ritenuta come la prova definitiva della supremazia americana nel mondo, ormai fuori dalla Guerra fredda; parallelamente, l’ONU si era trasformata in uno strumento in mano agli Stati Uniti, in cui questi ultimi si presentavano come difensori del diritto internazionale7.

Questa “belle époque” continuò durante la Presidenza Clinton, quando gli Stati Uniti si raffigurarono come unica e indiscussa potenza egemone, vincitrice sul comunismo. Infatti, gli USA non erano soltanto la “superpotenza”, ma anche il modello a cui gli altri Paesi avrebbero dovuto ambire, perciò era necessario che svolgessero un ruolo primario all’interno del nuovo ordine internazionale. Questa situazione portò gli Stati Uniti a sentirsi autorizzati ad intervenire in determinate situazioni internazionali, come in Ruanda, in Somalia e in Uganda; parallelamente, Clinton promosse sia gli Accordi di Oslo fra Israele e l’OLP, sia azioni durante le guerre balcaniche; alcune di queste operazioni vennero portate avanti sotto l’egida dell’ONU8. Complessivamente, la politica estera di Clinton s’incentrò su alcuni pilastri: la globalizzazione e la rimozione delle barriere commerciali, la promozione dei diritti umani, la riduzione di oneri e impegni globali intrapresi durante la Guerra fredda e una consequenziale riduzione degli impegni militari. Tale politica è riassunta nell’espressione Democratic Enlargement o “Dottrina Clinton”, il cui l’obiettivo principale era la promozione delle democrazie in altri paesi attraverso le riforme politiche e il rispetto dei diritti umani, oltre all’allargamento del mercato9.

Ciononostante, già negli anni Novanta nello scenario interno si presentarono alcuni momenti di crisi, che iniziarono ad incrinare il mito che circondava la potenza occidentale. Un primo sintomo si manifestò durante la guerra del Golfo con la “sindrome del Vietnam”, ovvero la preoccupazione del fatto che il coinvolgimento in Iraq si potesse rivelare un fallimento come nel caso del Vietnam; questo dimostra come prima dell’inizio degli anni Duemila l’immagine di superpotenza degli Stati Uniti si fosse già opacizzata. Dal punto di vista economico, la situazione era cambiata sempre a fine secolo per poi precipitare con la crisi finanziaria del 2007-2008. La situazione economica interna al Paese, inoltre, rese necessario ricorrere a investitori esterni per finanziare il deficit pubblico. Di conseguenza, tale somma di fattori comportò un progressivo tramonto dei disegni egemonici in campo internazionale10.

Ciononostante, il simbolo del tramonto del sogno americano fu per molte ragioni l’11 settembre 2001, quando alcuni fondamentalisti di matrice islamica appartenenti ad al-Qaida dirottarono due aerei di linea contro le Twin Towers a New York, sede del World Trade Center11. L’impatto emotivo di tale evento fu immediato: innanzitutto esso era il primo attacco su suolo americano e quindi fece nascere nella popolazione la consapevolezza del fatto che gli Stati Uniti non fossero invulnerabili; in secondo luogo, il Paese venne colpito nel suo cuore economico, militare e politico; infine, ma non da ultimo, l’elevato numero di vittime, 3.000 morti, segnò profondamente l’opinione pubblica12. A questo seguì un periodo di paranoia e isterismo collettivo, a cui il Presidente George W. Bush (2001-2009) rispose proclamando una War on Terror. Questa iniziativa venne articolata in azioni sia di politica interna che estera: in primo luogo si emanò il Patriot Act (26 ottobre 2001), attraverso il quale si limitarono radicalmente le libertà civili e il diritto alla privacy; ci fu una progressiva stretta contro l’immigrazione (Border Secure Fence Act, 2006); infine, nell’ambito della politica estera si dichiarò di voler promuovere l’Enduring Freedom (ottobre 2001). Per realizzare quest’ultimo obiettivo si attaccò l’Afghanistan, con la finalità di catturare il capo di al-Qaida Osama bin Laden e distruggere le basi logistiche dell’organizzazione; inoltre, nel marzo 2003, scattò l’operazione Iraqi Freedom, per mettere fine alla dittatura di Saddam Hussein, ritenuto implicato nelle azioni terroristiche del settembre 2001. Tale operazione era giustificata dalla Dottrina Bush, con la quale si dichiarava legittimo condurre una guerra preventiva contro gli stati militarmente ostili e intenzionati ad acquisire armi di distruzione di massa13. Al termine di tali azioni militari, Bush scelse di iniziare una «spirale virtuosa per la diffusione della democrazia»14. Parallelamente, l’obiettivo ultimo era quello di ridisegnare il Medio Oriente accompagnando i Paesi verso un ordine democratico, più in sintonia con gli interessi statunitensi.

Ciononostante, una concomitanza di fattori, tra cui l’elevato numero di azioni militari e il progressivo peggioramento della situazione interna, portò l’elettorato a orientarsi verso il volto nuovo dei democratici, Barack Obama.

Obama

Barack Obama venne accusato, da più fronti, di accettare passivamente il declino a stelle e strisce. Al contrario, gli USA dell’amministrazione Obama desideravano essere non più la “nazione indispensabile”, bensì un “partner indispensabile”, un alleato di cui non si potesse fare a meno all’interno di un mondo sempre più globalizzato ed interconnesso; in ogni caso, pur sempre un alleato che ponderasse bene i rischi delle proprie azioni, senza il bisogno irrefrenabile di voler dimostrare in ogni frangente la propria egemonia.

Sotto il profilo della politica estera Barack Obama, in principio, abbandonò l’idea di esportare la democrazia con le armi, basando anche parte della sua campagna elettorale sul ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq.

Tale intenzione venne dimostrata poco dopo l’inizio del mandato. L’incontro del 6 marzo 2009, a Ginevra, tra la Secretary of State Hillary Clinton e il Ministro degli Affari Esteri russo Sergei Lavrov, è emblematico. In segno di una più ampia generale distensione, la Clinton si presentò con un classico bottone rosso d’allarme, in stile Guerra fredda (esasperato nel film “Dottor Stranamore”), e lo consegnò a Lavrov con la scritta ben visibile “Reset”.

La sostanziale virata si focalizzava sulla cooperazione da vero “partner indispensabile”, favorita dall’istituzionalizzazione di pratiche collaborative come il G-20. Infatti, proprio nel corso del G-20 a Pittsburgh nel settembre 2009, fu deciso che il suddetto format sarebbe andato a rimpiazzare il meno inclusivo ed anacronistico G-8 quale principale consiglio economico.

Questa riscoperta del multilateralismo venne evidenziata nella prima National Security Strategy del 27 maggio 2010: il documento era intriso di concetti come la promozione della democrazia, dei diritti umani e della dignità e la costruzione di un ordine internazionale cooperativo15. Inoltre, la NSS sottolineava l’importanza di costruire relazioni fruttuose con la Russia, la Cina e l’India16, che si sarebbero potute rivelare strategiche al fine di accrescere gli accordi di non-proliferazione.

Nel febbraio 2015, a metà del secondo mandato dell’amministrazione Obama, venne redatta la seconda National Security Strategy, che non si discostò troppo dalla precedente. Si arrivò persino a nominare valori universali («The United States must live our values at home while promoting universal values abroad»17), presupponendo la ricerca di una condivisione d’intenti all’interno di un sistema di relazioni multilaterali. D’altronde, una delle frasi del capitolo “International Order” chiariva: «We will work vigorously both within the U.N. and other multilateral institutions»18.

Tra gli eventi più significativi che riassumono il modello del “partner indispensabile”, è d’uopo includere gli Accordi di Parigi del 2015 (successivamente rinnegati dall’amministrazione Trump); l’accordo con l’Iran sul nucleare dello stesso anno (un accordo multilaterale in netta discontinuità con la politica di Bush Jr., il quale definiva l’Iran uno “Stato Canaglia”); la distensione con Cuba e il relativo viaggio a L’Avana nel marzo 2016 (una visita ufficiale di un presidente americano attesa da 88 anni).

Trump

La linea intrapresa dall’amministrazione guidata da Donald Trump, in aperta antitesi con quella tenuta dal suo predecessore Barack Obama, risulta fortemente critica nei confronti del sistema di accordi multilaterali, considerandoli come ingiusti nei riguardi degli Stati Uniti d’America.19

È bene evidenziare come tale posizionamento assunto da Trump si possa rinvenire sin dai mesi della sua campagna elettorale ove, attraverso gli slogan “Make America Great Again” e “America First”, l’accento è stato posto sulla volontà di rimettere gli Stati Uniti al centro dell’interesse nazionale, puntando su un minor impegno sulla scena internazionale.

Quanto detto in precedenza trova una chiara applicazione nella National Security Strategy pubblicata nel dicembre 2017, all’interno della quale è possibile individuare un’articolazione organica del concetto di “nazione indispensabile” attraverso quattro punti: l’impegno nel favorire e proteggere il popolo e il territorio statunitense; il sostegno alla prosperità americana favorendo lavoratori e imprese statunitensi; il perseguimento della pace anche attraverso l’uso della forza; la promozione dell’influenza americana. Per proteggere tale interesse nazionale, l’amministrazione identifica come condizione necessaria il rafforzamento della sovranità.

Entrando nel dettaglio della National Security Strategy è possibile riscontrare al primo punto come l’amministrazione, riprendendo gli slogan della campagna elettorale, ritenga di dover favorire e proteggere il popolo americano e il suo territorio. Ciò attraverso il rafforzamento dei confini, una riforma del sistema d’immigrazione, un sistema missilistico teso a proteggere la nazione e l’impegno contro eventuali attacchi cyber. Tali misure vanno lette anche e soprattutto nell’ottica della minaccia terroristica20.

In secondo luogo, vi è l’obiettivo di promuovere la prosperità americana – favorendo i lavoratori e le imprese – attraverso la creazione di relazioni economiche eque, la protezione del comparto tecnologico e dell’economia da competitor sleali e l’agevolazione del dominio energetico americano al fine di stimolare l’economia. Bisogna evidenziare come una fetta rilevante dell’elettorato di Donald Trump provenga da quell’area definita Rust Belt e, pertanto, tale punto risulta fondamentale in risposta a quanti ne hanno favorito il successo elettorale21.

In terzo luogo, l’amministrazione Trump si propone di perseguire la pace attraverso l’uso della forza, ricostruendo il proprio esercito affinché funga non soltanto da deterrente ma anche da forza pronta a combattere. A tal scopo, gli Stati Uniti d’America si impegnano a competere con tutti gli strumenti a loro disposizione per garantire che le aree del mondo non siano dominate da un’unica potenza. Inoltre, tra gli obiettivi, vi è anche il rafforzamento della capacità americana in materia di spazio e cyberspazio. Gli alleati e i partner dovranno impegnarsi nella condivisione delle responsabilità per la protezione da minacce comuni22.

Infine, l’ultimo punto della National Security Strategy riguarda l’estensione dell’influenza americana, poiché «a world that supports American interests and reflects our values makes America more secure and prosperous». Tuttavia, da questo punto di vista, diversamente dall’amministrazione di George W. Bush, la posizione di Trump risulta maggiormente realista: «Siamo anche realistici e comprendiamo che il modo di vita americano non può essere imposto sugli altri, né esso è inevitabilmente il culmine del progresso»23.

Inoltre, l’accento è posto tanto sul ruolo che gli USA avranno all’interno delle organizzazioni multilaterali, in cui l’impegno statunitense verrà profuso affinché vengano salvaguardati gli interessi nazionali, quanto sul ruolo attrattivo che si intende svolgere al fine di promuovere la crescita economica guidata dal settore privato, aiutando gli eventuali partner che aspirano a divenire futuri alleati in ambito commerciale e di sicurezza24.

In conclusione, quello che sembra profilarsi è la volontà dell’attuale amministrazione di favorire il posizionamento degli Stati Uniti d’America quale unica potenza egemone sul panorama internazionale, caratterizzata tuttavia da un marcato nazionalismo interno – foriero di focolai di risentimento bianco25 – e da un totale disinteresse verso gli accordi multilaterali, dai quali si dichiara pronta a ritirarsi, come già avvenuto in relazione al Trans-Pacific Partnership (TPP), agli accordi di Parigi sul clima e al Joint Comprehensive Plan Of Action (JCPOA) in materia di nucleare iraniano.

Conclusioni

All’interno del presente elaborato sono stati individuati alcuni degli elementi che hanno portato gli Stati Uniti a definirsi e ad essere definiti “nazione indispensabile” e le modalità attraverso le quali essi hanno agito nel panorama internazionale dalla fine della Guerra fredda fino all’attuale presidenza. Nelle conclusioni il professor Federico Romero ha proposto di inserire gli atteggiamenti e i provvedimenti di Trump in un panorama più complesso nell’ambito di un “nazionalismo” inteso in senso classico, invece che nella generale e imprecisa categoria di “populismo”. Questa tesi sarebbe comprovata dal nuovo e rapido diffondersi del lessico nazionalista adottato dalla presidenza Trump, che si basa anche su:

«tensioni indotte dalla globalizzazione liberista – in particolare il suo dirompente inegualitarismo e il suo cancellare ogni prevedibilità, precipitando individui e collettività in uno stato d’insicurezza patologico – la reazione compensatoria sostenuta da Trump mescola perciò inestricabilmente l’interno e l’esterno, l’internazionale e il domestico, nel rinnovato linguaggio del nazionalismo. Non è un caso che tra i bersagli di Trump svettino regimi non sospetti come […] Germania e l’Unione Europea. Rei non tanto di coltivare un surplus commerciale con gli USA, ma di incarnare la concezione liberale della democrazia e l’ideale cosmopolita della cooperazione attraverso le barriere nazionali, razziali e culturali. L’anatema, insomma, per il nazionalismo esclusivista e aggressivo»26.

Bibliografia

Del Pero Mario, Libertà e Impero. Gli Stati Uniti e il mondo, 1776-2006, Laterza, Roma-Bari, 2008.

Di Nolfo Ennio, Storia delle Relazioni Internazionali. Dal 1918 ai giorni nostri, Laterza, Roma-Bari, 2008.

Thomas Maddux and Diane Labrosse, edited by, H-Diplo, ISSF, Roundtable, Volume X, No. 11, 2018: Stephen G. Brooks and William C. Wohlforth, America Abroad: The United States’ Global Role in the 21st Century, New York: Oxford University Press, 2016.

Luconi Stefano, La «Nazione indispensabile». Storia degli Stati Uniti dalle origini a oggi¸ Le Monnier, Milano, 2017.

Romero Federico, Storia della guerra fredda. L’ultimo conflitto per l’Europa, Einaudi, Torino, 2009.

Testi Arnaldo, Il secolo degli Stati Uniti, Il Mulino, Bologna, 2017.

Varsori Antonio, Le relazioni internazionali dopo la guerra fredda, 1989-2017¸ Il Mulino, Bologna, 2018.

Sitografia

Presidente Donald J. Trump, National Security Strategy, 2017, p. 4, http://nssarchive.us/wp-content/uploads/2017/12/2017.pdf.

Presidente Barack Obama, National Security Strategy, 2010, http://nssarchive.us/NSSR/2010.pdf.

Presidente Barack Obama, National Security Strategy, 2015, http://nssarchive.us/wp-content/uploads/2015/02/2015.pdf.

Note

1 Ennio Di Nolfo, Storia delle Relazioni Internazionali. Dal 1918 ai giorni nostri, Laterza, Roma-Bari, 2008, p. 654.
2 Mario Del Pero, Libertà e Impero. Gli Stati Uniti e il mondo, 1776-2006, Laterza, Roma-Bari, 2011, p. 65.
3 Ivi, p. 158.
4 Ivi, p. 165.
5 Del Pero, op. cit., pp. 404-408.
6 Antonio Varsori, Le relazioni internazionali dopo la guerra fredda,1989-2017¸ Il Mulino, Bologna, 2018, pp. 38-39.
7 Ivi, p. 39.
8 Ivi, pp. 49-64.
9 Stefano Luconi, La «Nazione indispensabile».Storia degli Stati Uniti dalle origini a oggi¸ Le Monnier, Milano, 2017, p. 218.
10 Luconi op. cit., pp. 222-232; Arnaldo Testi, Il secolo degli Stati Uniti, Il Mulino, Bologna, 2017, pp. 281-291; Varsori, op. cit., pp. 107-131; Del Pero, op. cit., pp. 428-429.
11 L’azione terroristica comportò anche il dirottamento di altri due aerei: uno si scagliò contro il Pentagono, mentre l’altro venne fatto precipitare dai passeggeri stessi dopo aver lottato contro i terroristi in Pennsylvania.
12 Luconi, op. cit., p. 223.
13 Ivi, p. 226.
14 Ivi, p. 225.
15 Presidente Barack Obama, National Security Strategy, 2010, pp. 1-3, http://nssarchive.us/NSSR/2010.pdf (consultato in data 27 agosto 2018).
16 Ivi, p. 43.
17 Presidente Barack Obama, National Security Strategy, 2015, p. 19, http://nssarchive.us/wp-content/uploads/2015/02/2015.pdf (consultato in data 27 agosto 2018).
18 Ivi, p. 23.
19 Per ulteriori approfondimenti sulla figura di Donald Trump si veda: John B. Judis, The Populist Explosion: How The Great Recession Transformed American and European Politics, New York, Columbia Global Reports, 2016; Jennifer Sclafani, Talking Donald Trump: A Sociolinguistic Study of Style, Metadiscourse, and Political Identity, New York, Routledge Focus, 2018.
20 Presidente Donald J. Trump, National Security Strategy, 2017, p. 4, http://nssarchive.us/wp-content/uploads/2017/12/2017.pdf (consultato in data 15 luglio 2018).
21 Ibidem.
22 Ibidem.
23 Ibidem.
24 Ibidem.
25 Carol Anderson, White Rage. The Unspoken Truth of Our Racial Divide, New York, Bloomsbury, 2016.
26 Dagli appunti di Federico Romero, Dal contenimento al post-contenimento: Gli Stati Uniti da perno dell’ordine a fattore di disordine?, Summer School CISPEA, Reggio Emilia, 26 giugno 2018.

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