Una giornata al mare, a Miami Beach

Molti seri americanisti europei raramente frequentano Miami Beach, l’isola balneare davanti alla città di Miami. Vi ho trascorso un giorno venendo da New Orleans, dato che, a causa della numerosa e ricca comunità italiana in Florida, c’è un volo diretto a Roma. In particolare ho soggiornato a South Beach, il cuore balneare di Miami Beach, e ne ho riportato impressioni forti e ovviamente superficiali, a cavallo tra kitsch tropicale e trapianti architettonici europei, il tutto in dimensione mega.

Ho passato il mio soggiorno nell’Historic Art Deco District, due avenues parallele alla costa dell’Atlantico, strette tra file di hotel-grattacielo, ma composte di piccoli alberghi e pensioni di massimo tre o quattro piani, cresciuti tra anni Dieci e Cinquanta, quando è sbocciata la vocazione balneare. Lo stile è prevalentemente importato dall’Europa dove era esplosa l’Art déco dopo la famosa Exposition des Arts Décoratifs di Parigi nel 1925. Ma nel trapianto di questi volumi curvilinei, alcuni interessanti architetti locali hanno inventato adattamenti balneari ed esotici, risultanti in una Tropical Art Deco con colori pastello, chiari e leggeri, e divertenti motivi decorativi tra conchiglie, fenicotteri e palme, coerenti con un grande resort oceanico in espansione.

Con gli anni Sessanta il modello hotel-grattacielo, che ovviamente ospitava molte più persone, diede il via a numerosi casi di abbattimento dei vecchi hotel Art déco. Nel decennio successivo tuttavia emerse a Miami Beach un movimento popolare di tutela del vecchio quartiere che, grazie a lotte numerose e toste, ne salvò il corpo centrale, divenuto ormai una risorsa non solo artistico e architettonica, ma anche turistica, con il fascino di un  fantasioso stile vacanziero. Anche perché verso il 1910-1920 la fase déco era stata preceduta da quella del cosiddetto “Mediterranean Revival,” di colonnette pseudoclassiche e portichetti pseudorinascimentali tropicalizzati (la famosa Casa Casuarina di Versace né è uno degli esempi più noti), e seguita dal Modernismo anni Quaranta e Cinquanta di edifici, sempre di dimensioni contenute, a spigoli vivi e innesti geometrici di vetro e acciaio.

Il mio breve soggiorno si è svolto al culmine della stagione balneare, che invero ha il suo picco più alto a marzo, perché già a fine aprile il caldo umido all’una è oppressivo. Su Ocean Drive, la lunga arteria parallela all’Atlantico,  si concentra giorno e notte il popolo vacanziero, una lower middle class, in magliette e pantaloncini, con qualche tenuta “creativa” e alcune fuoriserie rombanti (probabilmente i ricchi e benestanti non si fanno vedere per strada). Qui si allineano al piano terreno degli alberghi déco, ristoranti, locali e caffè che più o meno esibiscono un po’ di latinizzazione caraibica, spesso cubana (data anche la presenza della forte comunità trasferitasi qui da Cuba), con finti pappagalli e coloratissimi, enormi cocktails di rhum e frutta tropicale. Il risultato è una sorta di reinvenzione del mito esotico a uso e consumo dell’ “American people” in vacanza. E’ contemporaneamente l’inferno e il paradiso di chi, come me, si diverte di un kitsch senza paure o reticenze.

Un piccolo museo della costruzione e salvataggio del quartiere ne racconta la tropicalizzazione attraverso la vita di un vecchio suonatore di “bongo” (i due tamburelli appaiati della musica caraibica), appassionato allo strumento fin da piccolo grazie all’ascolto delle radio cubane. Alla richiesta del figlio su cosa avesse fatto in guerra, il suonatore confessò che aveva sempre continuato a suonare il bongo nell’orchestrina dei “khaki caballeros” organizzata dall’esercito per intrattenere truppe e feriti. A fine guerra i gruppi musicali latini si moltiplicarono nei locali e nei night clubs di Miami Beach, così trovò facilmente lavoro, ma dovette in dieci minuti cambiarsi nome perché non si poteva certo avere un suonatore di bongo che si chiamava Marvin. Divenne così “Rey Mambo,” e sua moglie, la cantante del gruppo, anglosassonissima pure lei, conosciuta in un terzetto di cantanti militari donne, si chiamò ovviamente Mrs. Mambo. Imparò a memoria la fonetica spagnola delle canzoni, lingua di cui non conosceva una parola, allontanandosi con una scusa se, dopo aver cantato, qualcuno le si rivolgeva appunto in spagnolo. E’ un esempio divertente dell’invenzione dell’esotismo e dell’intrattenimento di massa.  Con gli anni Cinquanta il rock americano sostituì largamente le sonorità latine (o pseudo tali), che si rinnovarono poi col grande arrivo dei rifugiati cubani negli anni Sessanta. Oggi dai locali emerge dappertutto una musica fusion di rock e sonorità caraibiche.

Mi sono sia interessato che divertito. La varietà americana non finisce mai di stupire e chissà che qualche americanista in più non farebbe bene a fare un giro anche a Miami Beach.

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