L’ imprescindibilità della pizza del venerdì sera. Ancora di The Walking Dead

(Qualche mese fa ho scritto di The Walking Dead. Dopo aver visto il finale dell’ottava stagione, ecco, forse mi sbagliavo.)

C’è  un articolo di Cristina Cecchi su MicroMega, in cui l’autrice prova a rileggere il Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza fra gli uomini di Jean-Jacques Rousseau alla luce delle ricerche storiche più recenti a cui fanno riferimento Kent Flannery e Joyce Marcus nel volume The Creation of Inequality, del 2014. Riassumendo brevemente (ma se avete voglia leggete l’articolo, che è sempre meglio), Rousseau scrive, in quello che sarà uno dei presupposti teorici di tutto l’impeto rivoluzionario ottocentesco, che la diseguaglianza morale e politica affonda le radici in un momento di svolta di appropriazione aggressiva: quando il primo uomo ha detto “questo pezzo di terra è mio”.

Da quel momento in poi, in un lungo gioco causativo, sono nate la spinta all’accumulo, alla competizione, alla capitalizzazione, spinte che contraddistinguono le fondamenta della società occidentale. La conclusione a cui giunge Rousseau è che lo stato politico, finché resta fondato sulla proprietà privata, sarà sempre imperfetto e problematico, perché conterrà sempre un implicito dolore e sofferenza di molti rispetto alla felicità e alla soddisfazione di pochi.

Il discorso di Rousseau non fa una piega ed è stato successivamente completato alla luce di più recenti ricerche storiche, archeologiche e antropologiche. L’origine della diseguaglianza è intrinsecamente legata all’origine stessa del più puro e semplice concetto di capitalismo: l’agricoltura. Piantare il primo seme ha rappresentato, a tutti gli effetti, il primo momento di appropriazione aggressiva, di conquista territoriale, di rivendicazione di proprietà privata. Ne parlò già Jared Diamond nel 1987, definendolo “il peggior errore nella storia della razza umana”. L’agricoltura ha fatto in modo che la stanzialità sopperisse al nomadismo e alla vita di tribù (vita in cui tutti avevano un ruolo a seconda delle proprie capacità), e ha messo in moto quel meccanismo che ha riconfigurato la società creando concetti nuovi come l’accumulo, l’ereditarietà, e la suddetta diseguaglianza. Alla base di tutto c’è quindi un seme, ed è la potenzialità di capitalizzazione e di accumulo di quel seme che ha creato il presupposto per lo sfruttamento di un privilegio sociale.

Cosa c’entra tutto questo con The Walking Dead? Vediamo.

A dicembre scrivevo che il momento di gloria che sta vivendo negli ultimi anni il genere distopico sembra essere il risultato di una storia molto precisa: quella del fallimento del sogno americano, e con esso del sogno occidentale. L’utopia suburbana, l’affluent society, l’arricchimento progressivo, ma anche la conspicuos consumption di vebleniana memoria, tutto questo immaginario è fallito in un presente disturbato e disturbante, in cui l’intossicazione collettiva da informazione e cattiva informazione ha svuotato man mano la fiducia nelle istituzioni. Ecco che quindi, un po’ alla volta, l’idea che all’improvviso delle forze di devastazione incontrollata distruggano l’attuale società al punto da lasciar vivi solo un manipolo di sopravvissuti restituiti al mondo nella loro unica funzione di essere “umani”, è diventata un’ipotesi accarezzabile, trasformandosi da incubo in una sorta di speranza utopica. Il sogno romantico del ritorno allo stato di natura che ritorna, rinnovato.

E mi sembrava palese, dopo sette stagioni di viaggi, lotte, ribellioni, e la creazione di una comunità dalle dimensioni e dalle intenzioni di “famiglia” – con un capo tribù guarda caso ex sceriffo, Rick Grimes – che The Walking Dead  avesse preso l’incubo post-apocalittico per trasformarlo in una dimensione narrativa di speranza primordiale, di vita nuova e di repulisti dai mali infettivi del mondo (criminalità, corruzione, povertà), una dimensione in cui l’apocalisse zombie aveva avuto il ruolo dello smantellamento di una struttura verticistica fagocitante e spersonalizzante, consentendo così il ritorno a un concetto di comunità più umano, più gestibile. Tuttavia le cose sono cambiate in questo finale di stagione che diventa un punto di snodo fondamentale per le prossime stagioni. La Storia a quanto pare non può proprio essere modificata, e tutte le vicende vissute dai nostri sopravvissuti ci sembrano essere un lungo e gattopardesco preambolo di cambiamento per ritornare al tutto com’era prima.

Lo snodo è la morte di Carl, il figlio maggiore di Rick, che rappresenta un po’ la seconda generazione dei sopravvissuti. Carl è un bambino quando tutto comincia, ma non abbastanza bambino da essersi dimenticato quella parte della sua vita nel mondo di prima. Non è Judith, che è nativa post-apocalittica, e non è neanche Rick, che ha tutte le ragioni a pensare la realtà solo in riferimento a quella in cui ha trascorso la maggior parte della sua esistenza. Carl poteva avere in mano un’idea nuova di futuro, proprio alla luce del “mondo di prima”. E invece.

(Che delusione che sei stato, Carl…)

“I remember my 8th birthday at the KCC with that giant cake and Aunt Evie showing up on leave surprising all of us. I remember mom. I remember Codger. I remember school and going to the movies and Friday night pizza and cartoons and grandma and grandpa and church, those summer barbecues and the kiddie pool you got me.” (S08E15)

Questo è solo il primo passaggio della lettera di Carl, che meriterebbe un close reading a parte per la pienezza e la complessità dei riferimenti. A quanto pare “le torte di compleanno, la scuola, i barbecue d’estate, la piscina, la pizza del venerdì sera, la chiesa” non erano poi così male. L’utopia suburbana, la villetta con giardino, l’auto parcheggiata, le gite allo shopping mall, non hanno ancora perso la loro potenza rappresentativa nella mente di Carl. Incarnano ancora l’ideale della “safety”, la sicurezza che Carl brama per suo padre, così lontana da quell’idea di libertà assoluta e fiera in cui i nostri eroi sembrano essere vissuti per 7 stagioni, scalciando contro ogni padrone e tiranno incontrato sulla loro strada. La guerra deve finire, dice Carl, nella speranza che tutto torni come prima, e che ci siano di nuovo compleanni, lavori, e pizze del venerdì sera. E l’unico modo che Rick ha di onorare la memoria e la richiesta di Carl durante l’ennesimo faccia a faccia con Negan, stavolta di fronte a tutti, saviors, hilltoppers e alexandrians, è quello di salvargli la vita, di risparmiarlo, con sommo sbigottimento e rabbia della nostra amata Maggie.

A quanto pare l’incubo/sogno primordiale deve finire, e il discorso di Maggie della prima puntata di questa stagione, quello in cui diceva: “The land is ours by right, the future is ours, the world is ours”(S08E01), che sembrava tanto una nuova e riscritta dichiarazione di indipendenza, viene ripreso da Rick in una chiusura circolare perfetta. Tuttavia, Rick pare aver dimenticato che aveva ceduto lo scettro della leadership politica a Maggie all’inizio della stagione, e viene meno a un tacito patto di condivisione e di comunanza quando si dimentica di avvisarla della sua scelta di misericordia nei confronti di quell’uomo che, a Maggie, ha devastato la vita in un paio di colpi secchi di mazza da baseball hackerata con il filo spinato. Non la interpella, Rick. Sceglie lui per tutti. Anche per lei. Quella battaglia tra nomadi e stanziali, tra potere istituzionalizzato in maniera sistemica (Negan) e libertà fervente data dalla comunità famiglia-tribù (Rick) è finita. La stanzialità ha vinto, e con essa, probabilmente, vedremo arrivare le prime diseguaglianza, in una comunità che fino ad oggi non ammetteva alcun tipo di discriminazione, equalizzata dall’uso delle armi e dalla capacità di difendersi e/o di aiutare il gruppo.

Mi dispiace, signor Jared Diamond. A quanto pare continueremo a commettere lo stesso errore anche dopo l’apocalisse.

L’affermazione al diritto alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità non passano più per l’uccisione del tiranno, ma per l’appropriazione autarchica dello scettro di comando da parte di Rick. La politica torna in tutta la sua potenza antichissima, con Maggie che, a fine puntata, complotta contro Rick e Michonne, e con Rick che re-istituzionalizza la società partendo da un elemento base di tutte le istituzioni del mondo: il disciplinamento. Il carcere. Negan infatti non viene ucciso, ma questo non significa che gli viene concessa una seconda chance. Il corpo di Negan sarà il corpo del condannato, l’incarnazione della punizione, il deterrente del proibito. Il corpo di Negan, risparmiato all’uccisione, viene torturato da Rick e Michonne, e non sarà più il “suo” corpo ma il corpo di tutti. Negan deve essere mostrato come esempio per tutti, e deve “marcire in galera” per tutta la vita. La prigione, come la descrive Michel Foucault in Sorvegliare e Punire, è solo una parte del sistema disciplinare e disciplinante di cui le società complesse si sono servite in maniera sempre più assidua nel tempo. Sin dalla sua origine ha rappresentato un tentativo di incremento di razionalità. E in effetti i nostri sopravvissuti sono aumentati, altri gruppi si sono aggiunti -“we have friends now” dice Carl – e ciò comporta la necessità di riconfigurare la società in termini di strutture più complesse. Non si può parlare più di tribù perché non sono più un’unica famiglia tribù. Come si possono governare le persone e ottenere che si comportino in un certo modo? Questa è la domanda alla base della nascita del sistema carcerario. Non più l’esemplarità del supplizio e l’esposizione del morto in piazza (cosa che in un certo senso Negan faceva, legando i morti trasformati in zombie alla rete che circondava la sede dei Saviors), ma l’esemplarità della pena, che “lascia il campo della percezione quotidiana, per entrare in quello della coscienza astratta: la sua efficacia deve derivare dalla sua fatalità, non dalla sua intensità visibile”. L’imprigionamento di Negan pone la base per la costituzione delle successive strutture di disciplinamento, così come il Panopticon di Bentham è uscito dal reame del sistema puramente carcerario per divenire modello di controllo applicato in tutta la società. Non se ne esce, la sorveglianza sembra essere sempre preferibile e più funzionale e funzionante della punizione, e a darci un’ulteriore conferma del nostro passaggio dal nomadismo alla stanzialità vediamo, emblematicamente, l’incontro di pace e ricostruzione tra i nostri sopravvissuti e i Saviors avvenire, guarda caso, mentre questi ultimi stanno coltivando l’orto.

Pare che non si possa scrivere una nuova storia, che quella storia possa solo essere una riscrittura della nostra storia, della storia di cui già sappiamo tutto tutti. E così, dopo la dichiarazione di indipendenza e la creazione di un nuovo sistema, avviene ciò che a questo punto era ovvio che avvenisse, ma che non avveniva dalla prima stagione. Nel momento in cui ci si vuole stanziare, la società civile ritorna in tutto il suo tessuto complesso e piramidale di proprietà e autorità. “This world is yours by right”(S08E16), dice Rick a tutta la nuova umanità presente,, e per attuare questa ingiunzione è necessario riposizionare tutta la realtà in una nuova dicotomia noi-loro, una dicotomia razziale e razzista: quella tra umani e zombie. L’umanità si può unire, in quanto “razza umana”, di fronte al nemico comune, i morti. Nella sconfinata wilderness del nostro Natale futuro, Rick Grimes era un eroe di frontiera, lo sceriffo tormentato e solitario. Che strano sarà vederlo diventare un leader politico.

E se a dicembre scrivevo che era il desiderio di frontiera a non aver mai abbandonato l’immaginario collettivo americano, a questo desiderio si oppone e su questo desiderio vince, ancora una volta, il sogno della società dell’abbondanza, della “city upon a hill”, della nuova Gerusalemme in cui, ahimè, ci sono streghe da cacciare e indiani/zombie da sterminare.

Mi sbagliavo a sperare di poter attribuire un senso unico ed esclusivo alla frontiera, quel senso di scoperta, di nomadismo costante, di desiderio di uguaglianza e di libertà assoluta. Mi sbagliavo a non considerare l’evidenza già storicamente accertata che quel desiderio di scoperta è sempre andato di pari passo a un desiderio di appropriazione e accumulazione, che la ricerca di un nuovo mondo da colonizzare certo esprimeva emancipazione, ma in realtà consolidava le basi proprietarie della stessa società civile da cui ci si voleva emancipare. Già. Speravo che The Walking Dead fosse in realtà il sogno di Capitan Fantastic e che un altro mondo, dopo l’apocalisse, fosse possibile. Ma le torte di compleanno, il barbecue, la piscina, la chiesa, la dannata pizza del venerdì sera, evidentemente, sono qualcosa a cui si fa fatica anche solo a poter immaginare di rinunciare, e le istituzioni si smantellano solo perché, in fin dei conti, vogliamo ricostruirle a modo nostro. Più giuste forse, più gestibili magari, ma pur sempre istituzioni, e, in quanto tali, “sicure” e rassicuranti.

Quando Rick dice a Carl, nell’ultima scena della stagione, “mi hai portato nel nuovo mondo, l’hai reso reale, e io ricordo”, il nuovo mondo di cui parla è quell’America originaria, quella America sognata, immaginata, costruita e strutturata, di cui è impossibile dimenticarsi.

 

Bibliografia

Cristina Cecchi, “L’origine della diseguaglianza. Da Rousseau al Paleolitico” in MicroMega, 5 dicembre 2017

Jared Diamond, “The Worst Mistake in the History of the Human Race” in Discover, May 1987

Michel Foucault, Sorvegliare e Punire. Nascita della Prigione. Einaudi, 1993

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