The Post. Democracy dies in darkness

Il 1 febbraio è uscito nelle sale italiane The Post, il film diretto da Steven Spielberg che racconta dell’indagine sui Pentagon Papers, storia che ha segnato il giornalismo statunitense all’inizio degli anni Settanta.

Nel giugno 1967 il segretario alla difesa Robert McNamara commissiona uno studio confidenziale sulla storia della guerra del Vietnam, a cui collaborarono tra gli altri l’assistente del segretario alla difesa John T. McNaughton, Morton H. Halperin, Leslie H. Gelb e per alcuni mesi Daniel Ellsberg, che lavorava alla RAND Corporation, una società specializzata in analisi delle politiche pubbliche. Lo studio, dal nome US-Vietnam Relations, 1945-1967: History of US Decision Making Process on Vietnam Policy, rimase segreto. Dall’ottobre del 1969, Ellsberg e il ricercatore Antony Russo cominciano a copiare i documenti con l’intenzione di diffonderli per rivelare le menzogne e gli omicidi di massa commessi nella guerra del Vietnam, nel sud-est asiatico, nei ventitré anni presi in esame dallo studio. In settemila pagine si racconta quello che nessun politico americano avrebbe mai avuto il coraggio di dire in pubblico: se quella guerra va avanti e se decine di migliaia di soldati statunitensi vengono ancora inviati in Vietnam non è per salvare un paese, ma la reputazione degli Stati Uniti.

Nel febbraio 1971 Ellsberg consegna le carte a Neil Sheehan del New York Times, che comincia la pubblicazione nel giugno dello stesso anno, per un totale di centotrentaquattro documenti.  La reazione di Richard Nixon è immediata: dopo le prime tre puntate dell’inchiesta, il procuratore generale ottiene dalla Corte Federale di New York la sospensione delle pubblicazioni sostenendo che gli interessi degli Stati Uniti e la sicurezza nazionale avrebbero subito un danno irreparabile dalla diffusione del dossier. È in quel momento che alla redazione del Washington Post arriva la stessa soffiata, dalla stessa fonte, con gli stessi documenti. Davanti al direttore Ben Bradlee e alla editrice Kathrine Graham si presenta un dilemma: pubblicare, venire incriminati e quindi giocarsi la sopravvivenza del giornale, o tacere e sopravvivere. Il cuore del film è tutto qui. La scena ci mostra una telefonata collettiva tra l’editrice, il direttore del giornale e due consiglieri di amministrazione, che in quel periodo si stavano occupando della quotazione in borsa dell’azienda della Graham e che si opponevano alla pubblicazione del dossier per paura che l’offerta pubblica di acquisto potesse andare a monte. Lo spettatore si sente messo sulle spine, tanto è resa bene la vicenda dall’interpretazione degli attori, dalle inquadrature strette, dalle luci e dalle ambientazioni. In un pathos crescente, Graham decide di dire di sì, di pubblicare. “Per affermare il diritto di pubblicare, bisogna pubblicare” dichiara più volte Bradlee, per convincere la sua editrice che la scelta di pubblicare l’inchiesta non solo non avrebbe danneggiato il giornale e la quotazione in borsa dell’azienda che ne detiene la proprietà, ma avrebbe fatto la storia. La messa in scena cinematografica è affidata a due mostri sacri del calibro di Meryl Streep, nuovamente candidata all’Oscar per questa interpretazione e Tom Hanks che recitano per la prima volta insieme. I due giganti del cinema riempiono lo schermo, in un alternarsi di scene zeppe di dialoghi e che per stile, ambientazioni e inquadrature si rifanno a quell’altro gran bel film che è stato Tutti gli uomini del Presidente, la storia del Watergate interpretata da Robert Redford e Dustin Hoffman, con la regia di Alan J. Pakula.

Dopo la pubblicazione sul Washington Post, il caso dei Pentagon Papers arriva velocemente in tribunale, fino a comparire davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Il 30 giugno 1971, la Corte autorizza il New York Times e il Washington Post a continuare la pubblicazione. Con una maggioranza di sei a tre, i giudici ritengono che il diritto alla libertà di stampa, in forza del Primo Emendamento della Costituzione, debba prevalere su qualsiasi considerazione accessoria, intesa a bloccare la pubblicazione delle notizie. È l’ultima sentenza del grande costituzionalista Hugo Black, che muore a ottantacinque anni quello stesso anno: “Oggi per la prima volta nei 192 anni trascorsi dalla fondazione della repubblica” – scrive Black – “viene chiesto ai tribunali federali di affermare che il Primo Emendamento significa che il governo può impedire la pubblicazione di notizie di vitale importanza per il popolo di questo paese. La stampa (dal punto di vista dei padri fondatori) deve servire ai governati non ai governanti. Il potere del governo di censurare la stampa è stato abolito perché la stampa rimanesse per sempre libera di censurare il governo. Il lavoro del giornalista non ha altro significato che proteggere, nell’interesse dei governati, il senso grazie al quale ci orientiamo nel mondo reale. Non ha altra responsabilità che la custodia dell’integrità dei fatti (al tempo stesso fragili e ostinati) che non sono mai al sicuro nelle mani del potere. La rete di protezione dai poteri sociali e politici è assicurata alla stampa non come fine a se stessa, ma come un puntuto strumento per garantire ad altri, ai governati, il diritto di maturare liberamente le proprie opinioni con un’informazione basata sui fatti e non manipolata”.

Steven Spielberg ha deciso di interrompere la produzione di un altro suo progetto per realizzare questo film, per non perdere un solo giorno della risonanza che la storia avrebbe avuto, visto il momento poco felice che vive la reputazione del mondo dell’informazione presso l’opinione pubblica negli Stati Uniti.

La politica americana si è sempre servita della stampa per controllare simboli e messaggi, a maggior ragione in momenti di crisi. Il fenomeno di disaffezione cui stiamo assistendo oggi ha però qualcosa di mai accaduto prima. Oggi è in gioco il ruolo stesso della stampa, la sua credibilità e la sua ragione d’essere. I fattori da considerare sono molteplici a motivare l’odierno disamore per la stampa, che differenziano questa crisi di credibilità rispetto a quelle del passato. C’è lo sviluppo della rete, che rende il confine tra informazione e manipolazione sempre più vago. L’esplosione delle fake news, la moltiplicazione dei punti di vista, il labirinto di numeri e fatti che la rete rende possibile hanno un’inevitabile ricaduta sulla credibilità dell’informazione complessiva. La situazione generale è oramai segnata da un’estrema polarizzazione di opinioni e attitudini. La spaccatura riflette la paralisi legislativa di questi anni e si innesta nella nascita di decine di imprese editoriali sorte in rete, che hanno avuto un ruolo importante nell’allentarsi degli standard giornalistici e nella diffusione delle fake news.

Dopo otto anni passati a osannare Barack Obama, con l’insediamento di Donald Trump i grandi giornali americani sembrano aver ritrovato la vocazione a fare “i cani da guardia” del potere. Ne sono ancora effettivamente capaci? I social e i problemi economici di molte testate stanno trasformando il lavoro giornalistico, complice un presidente abile manipolatore dei media: fare giornalismo negli Stati Uniti è un lavoro complicatissimo.

Il film è assolutamente un film politico e non mi aspettavo niente di diverso. Il messaggio che è arrivato a me in quanto spettatore è stato davvero molto potente: la libertà d’informazione riguarda tutti, tutti ne beneficiano, quindi tutti sono chiamati a difenderla a spada tratta.

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