Oscar 2018: parlare dell’America di oggi attraverso le storie di ieri. Di Chiara M. Coscia e Alessia Gasparini

Ci aspettavamo una parata di donne in abito nero, momenti di imbarazzo o frecciatine inserite ad arte durante un annuncio o dopo una canzone, eppure non c’è stato niente di tutto questo. Probabilmente tutto quel nero e tutta quella tensione fumante dei Golden Globes sono bastati, e lo spettacolo degli spettacoli di Hollywood è tornato ad essere semplicemente, come ha detto Jimmy Kimmel, “a night of positivity”. Il tappeto rosso si è di nuovo popolato di uno sfolgorio di colori e paillettes, e la serata è trascorsa in una conduzione mediamente godibile e noiosa il giusto. Qualcuna (Frances McDormand) è riuscita anche quest’anno a far alzare in piedi Meryl Streep e a farla esplodere in un applauso pieno di approvazione, e sembrava comunque esserci un sottile e appena accennato tema ricorrente durante l’evento.

 

No, non solo le donne.

È stato più che altro l’anno delle minoranze, in generale. Dalle figure femminili problematiche e protagoniste fino alla vittoria, per la quarta volta in cinque anni, di un regista messicano (con tanto di momenti musicali e bandierine del Messico), passando per il racconto di una sessualità fluida e non eteronormativa e, soprattutto, raccontando storie con una profonda ed enfatizzata, seppur non sempre palese, attenzione alle questioni di classe. Viene fuori una narrazione dell’America tutt’altro che WASP. Molteplice. E ci pare giusto così.

 

Detto ciò, senza soffermarci troppo sulla cornice di intrattenimento dentro la quale si muove l’enorme giocattolo di Hollywood, andiamo a dare un’occhiata ai film che erano candidati al premio più prestigioso di questa edizione, la categoria Best Picture, l’80% dei quali ambientati in un altro tempo, in un’altra epoca, più o meno lontana, ma, proprio per la distanza critica d’osservazione, dotati di grande potenza rappresentativa. Abbiamo provato a osservare i film da una prospettiva storico-culturale, più che critico-cinematografica, puntando lo sguardo su come queste storie ci parlano dell’America.

 

Call me by your name

In un’Italia del nord degli anni ’80, il giovane Elio fa la conoscenza del conturbante studente più grande Oliver. La pellicola segue lo svilupparsi della loro complicata relazione, in un inno ai diritti LGBT che culmina con il monologo finale del papà di Elio. Il vero protagonista è il primo amore dell’adolescente, il quale prende le misure per affrontare tutti i sentimenti che ad esso si accompagnano, dall’emozione del primo bacio alla delusione.

All’apparenza fra tutti è il film che meno parla di America, se non nella molteplicità delle lingue presenti che si intrecciano a formare una sorta di panorama multiculturale racchiuso in un’unica famiglia, eppure questa storia porta con sé un deciso messaggio all’America. Il desiderio di Elio e Oliver diventa un momento di preziosa conquista assoluta del sé senza la necessità di restare chiusi in una dinamica dicotomica e eteronormativa. Si respira, nell’indolenza e nel languore dell’estate, un’aria di ozio che fa da contraltare al dio dell’iperproduttività e dell’overachievement, e l’esplorazione della sessualità resta il motore più forte nella costruzione della persona.

 

Darkest Hour

Una cosa interessante che è successa quest’anno è stata la candidatura di due film che narrano la stessa storia ma da due prospettive diverse. Dunkirk e Darkest Hour, infatti, riprendono entrambi lo stesso episodio della Seconda Guerra Mondiale. Mentre nel primo vediamo il momento del salvataggio vero e proprio, in questo film, che segue le vicende politiche ma soprattutto personali del Primo ministro inglese Winston Churchill all’inizio del suo mandato, vediamo al centro della scena un personaggio fortemente umano dal quale è facile sentirsi trascinati. A catalizzare il desiderio di sentirsi uniti è in questo caso il leader politico, interpretato magistralmente da Gary Oldman. Il personaggio di Churchill incarna un’urgenza forte e, apparentemente, difficilmente realizzabile non solo in America, ma in tutto il mondo occidentale: il desiderio di incontrare più uomini della sua statura politica a capo del proprio governo.

 

Dunkirk

Il film di Nolan ci regala un racconto vivissimo e rumorosissimo (non a caso, ha vinto il premio per il miglior sonoro) dell’evacuazione di Dunquerque, momento culminante della battaglia in cui le truppe alleate, circondate dai tedeschi, hanno come unica via di fuga l’attraversamento della manica verso l’Inghilterra, reso possibile dal massiccio intervento di imbarcazioni civili. L’episodio è seguito su diverse angolazioni e su vari piani temporali, il tutto con una pregevole regia. Nonostante segua abbastanza precisamente gli eventi reali, non manca qualche imprecisione nella ricostruzione storica, che si piega alle necessità della narrazione. La Seconda guerra mondiale torna in voga, di nuovo, con uno dei suoi episodi più drammatici, una sorta di monito in tempi difficili. Un tema che unisce all’insegna del patriottismo e che fa sentire più vicini in un’attualità burrascosa e minacciosa come il mare della Manica.

 

Get Out

 Unico film in cui compare uno smartphone, ambientato in una contemporaneità che però sembra eternamente fissata nel tempo. Non capita spesso di trovare un film di genere nella rosa degli Oscar, tanto più se questo genere è l’horror. Eppure Get Out non solo merita di stare in questa lista, ma ha anche vinto il premio alla miglior sceneggiatura originale, il che vale a dire che tra tutte queste storie è forse quella che più ha appassionato i critici dell’Accademy.

Get Out è uno di quei film di cui si sente il bisogno ogni tanto. Si chiamano “revenge movies”, quel filone in cui un personaggio viene torturato per tutto il film e alla fine si vendica uccidendo i suoi aguzzini nella maniera più plateale e soddisfacente possibile per il pubblico. Tra i più noti del genere ricordiamo I Spit on Your Grave, Kill Bill, e il più recente The Girl with the Dragon Tattoo. Pur non essendo protagonista una donna (in genere questi film partono sempre da una violenza di natura sessuale), il nero, a suo modo comunque eterno femminino, si ritrova qui a liberarsi metaforicamente dall’oppressione del bianco ricco e potente, che fagocita letteralmente il corpo e le menti delle minoranze, alle volte mascherandosi di liberalismo e apparente apertura. Un finale alternativo, in cui il protagonista non avesse trovato la salvezza, avrebbe consacrato il film al panorama del drammatico. Ma Jordan Peele non se l’è sentita di privare il pubblico della soddisfazione finale, che ha perfino ringraziato nel suo acceptance speech per aver gridato nei cinema alla fine del film. E quindi godiamoci la soddisfazione di un prodotto artistico che non manca di essere, pure, fortissimo intrattenimento.

 

Lady Bird

In un 2002 visibilmente vicino all’11 settembre, la pellicola segue anche in questo caso le vicende di un’adolescente, Christine McPherson, che decide di ribattezzarsi Lady Bird per riaffermare la sua identità frustrata dai limiti della realtà cittadina in cui vive. Il tema della provincia e della periferia ritorna in Lady Bird, facendo da cornice al percorso di formazione della protagonista, la quale decide di non rinunciare ai suoi sogni e perseguire il suo obiettivo di emancipazione dal destino di rassegnata accettazione prospettatole invece da sua madre.

Il classismo introiettato di Christine nella sua ricerca di scalata sociale, e nella scoperta progressiva dell’impossibilità della stessa, è uno schiaffo alla success story più classica. La retorica del “sestessismo”, del valore dei sogni, dell’ambizione più sfrenata, viene qui ridimensionata e riportata alla realtà di una vita in cui essere felici alle volte non solo non è possibile, ma non è neanche necessario ai fini di continuare a vivere dignitosamente. Lady Bird accende numerose luci attraverso le diverse storyline, anche quelle solo accennate, dei personaggi: il padre che perde il lavoro ma che era già depresso da anni, la madre rassegnata a una vita al servizio delle necessità altrui, la tragedia privata del coming-out del primo ragazzo di Christine, l’accenno all’orrore della molestia sessuale (appena sussurrato eppure visibilissimo) da parte del professore di matematica, la confusione adolescenziale del processo di costruzione dell’identità della protagonista. Un quadro pienissimo di spunti che potrebbe essere un ottimo punto di partenza per una narrazione più lunga, magari -perché no- seriale.

 

Phantom Thread

In questa pellicola ad essere protagonista è un artista, lo stilista di alta moda interpretato da Daniel Day-Lewis. Attorno alla sua figura si concentrano altri personaggi, per lo più esponenti dell’alta società inglese degli anni ’50, tra cui la donna con cui ha una relazione, la quale però lavora come cameriera. La pellicola affronta le differenze di classe e stili di vita dei due protagonisti, sulle quali aleggia il difficile rapporto che lo stilista aveva con sua madre, sintomo del quale sono proprio i messaggi che nasconde abilmente all’interno delle sue creazioni.

 

The Post

Nella cornice dello scandalo dei Pentagon Papers, due giganti del cinema ricostruiscono in maniera magistrale ma accattivante un fatto di cronaca che fece scalpore negli anni ’70. Meryl Streep interpreta Katharine Graham, la prima donna ad essere editore di un quotidiano americano importante. La sua lotta per affermarsi all’interno di un campo che fino ad allora era stato prettamente maschile culminerà con un grande successo, salvando le sorti del Washington Post grazie all’aiuto del suo caporedattore, interpretato da Tom Hanks.

L’aspetto più affascinante di questo film non è tanto la narrazione di una storia che bene o male tutti conosciamo, quella dei Pentagon Papers appunto, quanto la posizione da cui questa storia viene narrata: la posizione di Katharine. Il personaggio interpretato dalla Streep cresce non tanto in spessore quanto in visibilità intrinseca con il procedere del film. È un processo di acquisizione di voce il suo; una voce che all’inizio, nella prima riunione del consiglio del Post, non riesce a tirare fuori ma che infine riesce ad affermarsi in tutta la sua potenza. “This is not my father’s paper, this is not my husband’s paper. It’s my paper!” esclama infine Katharine. E menomale, diciamo noi da questa parte dello schermo.

 

Three Billboards outside Ebbing, Missouri

Una immensa Frances McDormand è la protagonista di questa pellicola ambientata in una piccola cittadina di provincia del Missouri. La ferma determinazione nello scoprire il colpevole dietro l’assassinio di sua figlia, compiendo a volte anche gesti estremi, diventa il catalizzatore di tutti gli eventi di Ebbing. La sua fortissima personalità trascina in un’onda positiva anche gli altri personaggi del film, i quali si evolvono e si trasformano durante lo scorrere del film. Un’identità di donna che domina su tutte senza però sovrastare i suoi compagni di pellicola.

Il dolore di Mildred Hayes è un dolore che urla dalla prima scena di questo affresco della provincia Americana più o meno iconico. La brutalità della violenza, che Slotkin ci suggerisce essere metafora strutturante della nazione[1], non viene edulcorata in nessun momento del film e fa da struttura narrativa portante. Una violenza che c’è e si vede in tutte le scene, o che si sente raccontare in maniera più o meno esplicita: una violenza razziale, una violenza omofoba, una violenza di genere. E la vendetta, la sete di sangue e di retribution, sembrano l’unica soluzione possibile, che sia contro “lo” stupratore o contro “uno” stupratore alla fine non importa più.

 

E ora veniamo al vincitore, un film che a tratti sembra una fiaba postmoderna, ma che in effetti è molto altro:

 

The Shape of Water

Ambientato durante un classico della storia americana, la Guerra fredda, Del Toro adatta la lotta tra i due blocchi rendendola una battaglia senza tempo. L’America muta della protagonista lotta contro il comunismo machista che vuole rubarle il suo grande amore, una strana creatura anfibia proveniente dall’Amazzonia. Personaggi molto interessanti che permettono al film di affrontare il tema del diverso con grande poesia e delicatezza, caratteristiche di cui gli Stati Uniti di oggi hanno molto bisogno.

Tutto sembra continuamente richiamare alla liquidità del titolo in questo film. La fluidità con cui le scene procedono, la rappresentazione della sessualità, ma soprattutto il modo in cui queste figure dell’alterità si incontrano e si riconoscono in quella che, in qualche momento, sembra essere una lievissima riscrittura di Freaks di Tod Browning. E così, senza il coro dei “One of us! One of us!”, ma con la meravigliosa colonna sonora di Alexandre Desplat, vediamo procedere la quest di questi eroi che si trovano all’opposto dell’eteronormatività fiabesca: una ragazza muta, un artista calvo e omosessuale, una donna nera, una creatura mostruosa che si rivela divina. La storia si muove contro uno sfondo patinato che si sgretola pian piano, in cui anche lo stesso antagonista, il cattivissimo colonnello Richard Strickland, vive una continua lotta di adattamento a uno standard di mascolinità eternamente vincente impossibile da colmare del tutto. E infatti anche lui diventa una sorta di mostro, con una mano marcescente che si stacca via da solo, nonostante si sforzi a leggere libri di self-help e a farsi i pep talk allo specchio. Forse è proprio questo aspetto dell’America che Del Toro mette in luce ad essere il merito maggiore del film: la fallacia della retorica del vincente a tutti i costi, di contro alla bellezza di un’esistenza di accettazione della diversità e della molteplicità.

 

[1] Richard Slotkin, Regeneration Through Violence: the Mithology of the American Frontier 1600-1860, University of Oklahoma Press: 1973

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