Black Panther Matters

Black Panther, il diciottesimo film tratto dall’Universo Cinematografico Marvel, è uscito nelle sale italiane il 14 febbraio 2018, mentre in quelle americane due giorni dopo, il 16. I risultati al botteghino sono stati strabilianti, con più di 500 milioni di dollari incassati nelle tre settimane di proiezione nei cinema americani e oltre 900 nel mondo (numeri destinati ad aumentare), confermando l’hype che si era creato dopo il release del teaser trailer nel giugno 2017, che aveva generato 89 milioni di visualizzazioni in 24 ore. I 292 milioni incassati negli Stati Uniti durante il primo weekend di proiezione ne fanno, ad oggi, il miglior risultato di sempre nella prima settimana di proiezione per un prodotto targato MCU (Marvel Cinematic Universe). Il film, nonostante le perplessità di una Hollywood storicamente diffidente verso le possibilità di successo oltreoceano di un film con un cast quasi interamente nero, ha ottenuto grandi risultati, tra gli altri, nel Regno Unito, in Belgio, Messico e Brasile, ed è imminente l’uscita nel vastissimo mercato cinese. Mentre i colori e le fantasie sgargianti degli abiti, ispirati alle tradizioni di millenarie tribù africane, hanno invaso in queste settimane i cinema di ogni parte degli Stati Uniti, riferimenti al film e omaggi al regno del Wakanda, la fittizia nazione africana dalla quale Black Panther proviene, si sono sprecati tra sportivi, cantanti e importanti personalità pubbliche come Michelle Obama, che lo ha così recensito sul suo profilo Twitter: “[…] [Y]oung people will finally see superheroes that look like them on the big screen. I loved this movie and I know it will inspire people of all backgrounds to dig deep and find the courage to be heroes of their own stories”. Molti degli omaggi, inoltre, si sono trasformati sia in attività di coinvolgimento delle comunità nelle aree più disagiate delle metropoli americane sia in occasioni di impegno civico, con l’iniziativa #wakandathevote pensata dall’organizzazione The Movement for Black Lives per registrare le persone in fila al botteghino nelle liste elettorali, step necessario per votare alle imminenti elezioni di Midterm nelle quali storicamente, soprattutto tra le minoranze, l’affluenza è molto bassa.

Paradossalmente, tuttavia, “the other side of the coin” di questa elevata risonanza della pellicola è stata la traslazione associativa del termine Black Panther, prima automaticamente riferito all’organizzazione militante nata ad Oakland nel 1966 e ora legato, soprattutto mediaticamente, ad un film comunque espressione della potente Hollywood, come fatto notare dal filosofo sloveno Slavoj Žižek e da Douane Rousselle, il quale ne ha parlato come “a subtle form of “overcoding” black history”.

Black Panther, diretto da Ryan Coogler, il regista californiano già autore di Fruitvale Station (2013), lungometraggio che ricostruisce l’ultimo giorno di vita del ventiduenne afroamericano Oscar Grant prima di essere ucciso da un ufficiale di polizia di Oakland, e di Creed (2015), film che riprende la saga di Rocky focalizzandosi sulle gesta del figlio di Apollo Creed, riunisce gran parte delle eccellenze black della nuova generazione. Infatti, ai più esperti Forest Whitaker (Oscar nel 2007 per The Last King of Scotland) e Angela Bassett, rispettivamente leale consigliere di T’Challa e madre di T’Challa, si affiancano Chadwick Boseman nel ruolo di T’Challa/Black Panther, Michael B. Jordan, fedelissimo di Coogler, nel ruolo del villain Erik Stevens/Killmonger, Lupita Nyong’o (Oscar nel 2014 per 12 Years a Slave) nel ruolo di Nakia, spia wakandiana e amante di T’Challa, e Daniel Kaluuya (candidato all’Oscar quest’anno per Get Out) nel ruolo di W’Kabi, reggente di T’Challa.

Ad un cast di attori di eccellenza è stata affiancata una schiera di musicisti di spicco (The Weeknd, SZA, Schoolboy Q, Vince Staples per citarne alcuni) che hanno collaborato, capitanati dal pluripremiato Kendrick Lamar, ad una colonna sonora raccolta in un album che ha esordito direttamente al numero uno della classifica Billboard 200, ricevendo il plauso di pubblico e critica come ormai succede a tutti i lavori in cui il rapper originario di Compton mette il proprio zampino.

Se il cast di attori e collaboratori di Coogler, che ha potuto disporre di un budget di circa 200 milioni di dollari, giustifica di per sé il grande hype generato dall’uscita del film nelle sale, il particolare contesto storico nel quale questo film è stato realizzato altro non ha fatto che aumentarne la risonanza.

Da una parte, alla Casa Bianca le dichiarazioni del presidente Trump riguardo a questioni razziali dall’inizio del suo mandato si sono dimostrate spesso intrise di pressapochismo e pregiudizi, se non di vero e proprio razzismo. Basti pensare alla gaffe su Frederick Douglass durante il suo primo Black History Month da presidente degli Stati Uniti o all’equiparazione smentita-non smentita tra suprematisti bianchi e pacifici protestanti dopo gli scontri seguiti all’uccisione di una manifestante durante un corteo antirazzista a Charlottesville, alle sue continue critiche nei confronti dei giocatori NFL inginocchiati durante l’inno americano in segno di protesta contro la brutalità della polizia nella “civil disobedience”, avviata dall’ex QB Colin Kaepernick, per finire con gli insulti alle “shithole countries” africane, proferiti durante un incontro sull’immigrazione nel gennaio 2018.

Dall’altra parte, Hollywood stessa si è trovata prima a dover fare i conti con le polemiche scatenate dalla richiesta degli attori di origine afroamericana di avere le stesse opportunità e la stessa considerazione dei colleghi bianchi nel 2016 (#OscarSoWhite), richiesta poi esaudita in maniera un po’ raffazzonata durante l’edizione degli Academy Awards del 2017, e in seguito con le polemiche scatenate dal caso Weinstein quest’anno.

Elaborato ed immagazzinato tutto questo, Black Panther si è presentato come il primo blockbuster di sempre con un cast quasi totalmente di colore e come uno dei primi film di supereroi Marvel che esalta le figure femminili come ruoli indispensabili nella narrazione.

Il film è tratto dall’omonimo personaggio dei fumetti, creato nel 1966 da Stan Lee e Jack Kirby. Delle diverse serie sul personaggio, di cui l’ultima del 2016 firmata dall’intellettuale afroamericano Ta-Nehisi Coates, il film si basa sulla serie del 1998 The Black Panther vol. 3, scritta da Christopher Priest, primo autore afroamericano a lavorare a tempo pieno alla Marvel.

Molto brevemente, la trama si situa subito dopo Captain America: Civil War del 2016, nel quale avevamo assistito alla morte di T’Chaka, padre di T’Challa e re del Wakanda. In Black Panther, T’Challa raccoglie quindi l’eredità del padre diventando il nuovo Black Panther, ma si trova ben presto a fare i conti con Erik Stevens/Killmonger, un wakandiano nato negli Stati Uniti che, animato da vendetta (il padre, fratello di T’Chaka, era stato ucciso proprio da T’Chaka stesso) e desiderio di potere, sfida T’Challa per riprendersi il controllo del Wakanda.

Delle tante tematiche che emergono da Black Panther e che sono oggetto di dibattito sui media d’oltreoceano, ciò che va approfondito è di per sé il motivo stesso per il quale Ryan Coogler ha dichiarato di aver accettato di girare il film, ovvero: “I was very honest about the idea I wanted to explore in this film, which is what it means to be African.” Al di là della mera storia di supereroi stile Marvel, Black Panther si configura come un film sulla ricerca dell’identità culturale delle comunità afroamericane e sul loro senso di appartenenza-non appartenenza ad una blackness globale. Per citare ancora le parole di Coogler, “[t]his concept of us as [African-Americans] being marooned in this place that we’re not from. When people ask me where I’m from, I tell them the Bay Area. But the truth is, we’re [all] really from that place”. Non è un caso, infatti, che il film inizi con una scena girata di sera in un playground nei projects di Oakland (nella quale, come detto, fu fondato il Black Panther Party non molto tempo dopo l’uscita del fumetto) e si conclude con una scena girata nel medesimo posto, ma di giorno. Nel mezzo il grande protagonista è l’afrofuturista regno del Wakanda, ma è come se si trattasse di un lungo viaggio in cui il regista alla ricerca delle proprie radici finisce, nello scoprirle, per accettare la propria esperienza di afroamericano negli Stati Uniti in una luce e con una speranza diverse. In questo viaggio, la consapevolezza del regista viene raggiunta tramite lo scontro culturale (inflessioni linguistiche comprese) tra T’Challa, africano erede d’alto lignaggio, e Erik Killmonger, afroamericano al quale la discendenza regale è stata tolta sia in senso letterale che simbolico. Non stupisce come il villain interpretato da Michael B. Jordan abbia suscitato emozioni e reazioni contrastanti; si tratta di un personaggio, come anche T’Challa e le figure femminili presenti nel film, fortemente definito nel suo percorso emozionale, che trasuda un’umanità controversa la quale Coogler, da sempre attento alla caratterizzazione dei personaggi, riesce sapientemente a trasmettere. Lo scontro fisico e ideologico tra Black Panther e Killmonger porta lo spettatore ad interrogarsi, avendo ben chiara l’esperienza degli afroamericani negli Stati Uniti d’America, su chi sia effettivamente il villain del film; da una parte vi è l’eroe T’Challa che custodisce gelosamente il segreto del Wakanda, rifiutando di esporsi a livello globale in soccorso ai neri della diaspora, dall’altro vi è l’antieroe Killmonger, che vuole usare il potere del Wakanda, “by any means necessary”, per scatenare una rivoluzione in favore di tutti quelli che, come a lui stesso era capitato negli Stati Uniti, sono vittime dell’oppressione. Questa rappresentazione di Killmonger come afroamericano “from the hood”, spietato e senza una strategia di conquista del potere ben definita, se non quella di seminare morti lungo il suo cammino, ha sollevato un dibattito tra chi in lui ha visto l’ennesima “devaluation of black American man” (Christopher Lebron su Boston Review), chi “the avatar for fostering Black American pain” (Brooke Obie su Shadow and Act) e chi “a kind of avatar of the Black Panther Party’s deterioration in its latter years” (Adam Serwer su The Atlantic). Sicuramente, Killmonger non è soltanto il teppista delle case popolari; ha una mente brillante, è cresciuto ascoltando i Public Enemy (il cui poster si intravede appeso alla parete della sua stanza ad Oakland), ha studiato all’MIT (anche se nel film non viene menzionato) ed ha combattuto in Afghanistan, Iraq e in diversi paesi africani lavorando per la CIA. Il suo modo di agire, rivoluzionario nell’idea di riunire i neri della diaspora, sembra essere tuttavia specchio della fallimentare politica estera di “promozione della democrazia” notoriamente associata al governo George W. Bush, come fa giustamente notare Serwer. Allo stesso tempo la rappresentazione della sua rabbia e sete di vendetta sono necessarie all’interno del film e sembrano rieccheggiare le parole di James Baldwin “[t]o be a Negro in this country and to be relatively conscious, is to be in a rage almost all the time”, come fatto notare da Obie. La stessa citazione di Baldwin, tratta da The Negro in American Culture del 1961, continua affermando che “the first problem is how to control that rage so that it won’t destroy you”[1]. Ed è proprio quest’ ultimo passaggio che manca a Killmonger per rendere efficaci le sue azioni. La sua è una rabbia contro Wakanda, che ha deciso di isolarsi disinteressandosi dei suoi “figli” nel mondo, ed esprime un sentimento di abbandono, esemplificato nella battuta pronunciata al padre “maybe your home’s [Wakanda] the ones that’s lost”[2], che può portare se non all’immedesimazione, al porsi delle domande. Il “What if?”, relativo a come sarebbe potuta essere l’Africa senza la colonizzazione, è anche un “What if?” delle comunità afroamericane che da secoli si chiedono chi sarebbero e dove sarebbero ora senza la schiavitù che ha portato milioni di africani in catene nelle piantagioni americane. La storia della relazione delle comunità afroamericane con l’Africa è complicata e va da Paul Cuffee, che a inizio ‘800 sognava un ritorno degli afroamericani in Sierra Leone, al Panafricanista Marcus Garvey e la sua Black Star Line del 1919 – 1922, ai movimenti Afrocentrici di Molefi Asante degli anni 60-70 del secolo scorso e a Malcolm X, che con la sua X voleva sbarazzarsi del nome che era stato imposto dagli schiavisti ai suoi antenati  deportati dalle coste africane e nello stesso tempo crearsi una nuova, universale, identità. In generale, l’esigenza di trovare un punto di incontro tra le proprie radici attuali, che hanno un loro immaginario di riferimento fermamente afroamericano, e le lontane radici africane, che ritornano nelle domande sulla propria identità, emerge chiaramente durante tutta la pellicola.

Per concludere, Black Panther è un film che merita di essere visto anche da chi ha sempre guardato i blockbuster dei supereroi Marvel senza avere grandi aspettative, se non per gli effetti speciali. Non ha certamente la pretesa di ergersi a baluardo di una rivoluzione visiva dei canoni hollywoodiani, poiché resta pur sempre un prodotto targato Disney, ma è un film diretto da un regista con qualcosa da dire e con una sua cifra stilistica che, soprattutto nel suo sviluppare la relazione tra l’afroamericano Killmonger e l’africano T’Challa, pone le basi per un dibattito che coinvolge tutti (“Don’t scare me like that, colonizer!”, per citare una battuta rivolta da Shuri, sorella di T’Challa, all’unico bianco presente a Wakanda) in riflessioni sulla propria identità ed eredità culturale che sono oggi quanto mai necessarie.

 

 

[1] Baldwin, James, et al. “The Negro in American Culture.” CrossCurrents, vol. 11, no. 3, Summer 1961, p. 205. JStor, ttp://www.jstor.org/stable/24456864.

[2] Scambio di battute tra Killmonger e il padre N’Jobu:

N’Jobu: “We’re both abandoned here [a Oakland].”

Killmonger: “Or maybe your home’s the ones that’s lost. That’s why they can’t find us.”

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