Tra ragioni politiche e incertezza dei mercati: la nomina di Jerome Powell alla Federal Reserve

Il 5 febbraio Jerome Powell ha sostituito Janet Yellen alla guida della Federal Reserve, la banca centrale americana. È la prima volta, dopo quarant’anni, che un neoeletto presidente degli Stati Uniti non conferma la scelta fatta dal suo predecessore riguardo il massimo vertice della Fed. Il motivo dietro questa scelta è politico.

Janet Yellen era entrata a far parte del Board of Governeros (l’organo dirigente della Banca Centrale) come Vice Presidente nel 2010 grazie all’appoggio di Obama. Nel 2013 lo stesso Obama aveva proposto la sua candidatura al Senato, che deve sempre confermare il nome scelto dal presidente, come sostituta di Ben Bernanke. Divenuta presidente della Fed, Yellen proseguiva la politica monetaria adottata dal suo predecessore, mantenendo bassi tassi di interesse e la campagna di stimolo conosciuta come Quantitative Easing (QE). Nel 2015, ha invece cambiato approccio: il contesto economico, secondo Yellen, era maturo per attuare delle politiche monetarie meno accomodanti e favorevoli ad un rafforzamento del dollaro. Il che significava la fine del QE ed una stretta monetaria, cioè un rialzo dei tassi di interesse. La politica dei rialzi graduali è poi continuata fino al dicembre di questo anno.

Da un punto di vista politico-istituzionale Janet Yellen ha cercato di mantenere il suo ufficio lontano da scandali, ma soprattutto lo ha guidato in modo indipendente, nonostante la sua vicinanza al partito Democratico. Su quest’ultimo aspetto c’è già chi teme, come l’ex governatore della Banca d’Inghilterra Mervyn King, che Powell non sarà indipendente quanto lo è stata Yellen. Oltre a ciò, l’ormai ex governatrice della Banca Centrale ha appoggiato e continua ad appoggiare la Dodd-Franck, la legge del 2010 voluta da Obama per attuare maggiori controlli nel settore finanziario e bancario al fine di proteggere gli investitori ed evitare l’insorgere di nuove crisi come quella del 2008 (Mario Del Pero, Era Obama. Dalla Speranza del Cambiamento all’Elezione di Trump, Milano, Feltrinelli, 2017, p.43).

Janet Yellen vanta poi dei primati: è stata la prima donna a sedere ai vertici della banca centrale americana ed è stata il primo democratico a tornare alla guida della Fed dopo trent’anni. Anche Powell vanta un suo piccolo primato: è il primo presidente della Federal Reserve a non avere un dottorato in economia – ha studiato giurisprudenza e ha poi fatto carriera nel settore finanziario.

Powell è arrivato al Board of Governeros  nel 2012: come Yellen è stato nominato da Obama, che allora cercava di ottenere un compromesso bipartisan per la nomina di Jeremy Stein nel Board. Da allora Powell si è mantenuto in linea con le politiche adottate dalla presidenza Obama e da Janet Yellen, non si è opposto alla Dodd-Franck e ha sostenuto il graduale rialzo dei tassi e la fine del Quantitative Easing. Fino ad ora, quindi, Powell è stato una figura istituzionale moderata, motivo per cui la ratifica della sua nomina da parte del Senato è stata salutata positivamente dai mercati. Powell rappresenta infatti sia un elemento di continuità che di discontinuità. Dal punto di vista delle politiche monetarie, egli ha lasciato intendere che manterrà la politica di graduale rialzo dei tassi, che nel 2018 dovrebbe prevedere altre quattro tappe. La discontinuità sta invece nel fatto che Powell, con molta probabilità, non si opporrà ad una riforma della Dodd-Frank che indebolisca i poteri di controllo del suo ufficio. Tale aspetto è in linea con le promesse elettorali e il programma di Trump. Powell è quindi un soggetto ideale per l’attuale inquilino della Casa Bianca: è favorevole alla deregolamentazione e appare agli occhi degli elettori di Trump la rottura con il passato obamiano. Non a caso, le senatrici democratiche Elizabeth Warren e Kamala Harris hanno combattuto contro la sua nomina. Va anche notato che anche alcuni repubblicani come Marco Rubio, Ted Cruz, Rand Paul non hanno dato parere positivo.

Si comprende così come la nomina di Jerome Powell sia una scelta politica di rottura con la regolamentazione voluta da Obama. In realtà Powell non potrà fare molto per aiutare Trump: una banca centrale gestisce la valuta e controlla l’offerta di moneta, cioè la quantità di denaro in circolazione e il suo costo, vigila inoltre sul sistema bancario del proprio paese. Non ha però competenze legislative: queste spettano al Congresso, a meno che Trump non utilizzi lo strumento dell’ordine esecutivo, con cui si “salta” il passaggio legislativo, ma non sempre è possibile usarlo. Ciononostante, avere ai vertici di una delle più importanti istituzioni del paese un uomo disposto ad andare incontro alle sue proposte rappresenta per Trump un vantaggio e un messaggio politico chiaro verso l’opposizione democratica e il suo stesso partito. Infatti sostituire gli uomini ai vertici delle istituzioni – azione che Trump ha intrapreso sin dai primi mesi di presidenza – garantisce una discontinuità amministrativa e culturale rispetto al passato, destinata a durare nel lungo periodo. Una discontinuità che accompagna l’approccio unilateralista e protezionista in politica estera: Trump cerca, in questo modo, di far rientrare capitali e aziende che hanno delocalizzato sperando così di aumentare l’occupazione e di riequilibrare la bilancia commerciale, eliminando lo squilibrio tra importazioni ed esportazioni.

Anche in questa prospettiva Powell dovrà dirigere la Banca centrale tenendo in conto il probabile riallineamento dei mercati globali. Dopo perlomeno un decennio di bassi tassi di interesse, la maggior parte delle banche centrali iniziano infatti a temere gli effetti di un’inflazione bassa che, secondo alcuni, starebbe indebolendo il sistema finanziario creando le possibilità per lo scoppio di nuove bolle. Per evitare questi rischi le banche centrali stanno cercando di stabilizzare l’inflazione ma nessuna è ancora arrivata al tasso ritenuto ottimale del 2%. Anche la Fed non ha centrato in pieno l’obiettivo e questo lascia presumere che Powell proseguirà con la politica monetaria restrittiva avviata dal suo predecessore nel 2015. Anche se non mancano dei segnali contraddittori. Durante il forum di Davos in Svizzera del gennaio scorso il Segretario del Tesoro Steven Mnuchin, ad esempio, ha  sostenuto la possibilità, successivamente ritrattata, di un indebolimento del dollaro, e non di un suo rafforzamento che invece Powell ha dichiarato di voler perseguire aumentando i tassi di interesse. Sebbene abbia dalla sua parte un buono stato dell’economia americana (il PIL è cresciuto del 2,5% e la disoccupazione è a un livello basso -4,1%), Powell dovrà quindi districarsi all’interno di un sentiero stretto, delimitato da tensioni politiche interne e complesse dinamiche economiche internazionali.

Queste tensioni e dinamiche potrebbero inoltre ulteriormente complicarsi al momento della nomina presidenziale dei quattro su sette governatori mancanti al Board of Governeros prevista per marzo. Sebbene il Dow Jones abbia chiuso con un tonfo record (-4,6%) il giorno dell’insediamento di Powell, ciò che preoccupa i mercati non è Powell in sé, ma la spinosa questione del ritmo a cui potrebbero essere alzati nuovamente i tassi di interesse. Questione che, come si è detto, è soggetta anche alle decisioni politiche di Trump e del suo entourage. Il problema è che segnali non convergenti e poco rassicuranti potrebbero causare un incremento della volatilità dei mercati. Al momento, dunque, non resta che osservare l’evolversi degli eventi.

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