Il fantasma dei nostri Natali futuri. Il peso del domani in The Walking Dead

Quelle che seguono sono le prime quattro strofe di un pezzo di Bob Dylan del 1962, un pezzo che non ha trovato spazio in nessun disco fino al 1971, quando è uscito per la prima volta nel Bob Dylan Greatest Hits Vol.II.

If today was not an endless highway

If tonight was not a crooked trail

If tomorrow wasn’t such a long time

Then lonesome would mean nothing to you at all

 La prima volta che ho ascoltato “Tomorrow is a long time” ho pensato che nel contesto in cui compariva non ci sarebbe potuto essere pezzo più azzeccato, narrativamente coerente e perfetto per la scena. Il contesto era il finale della prima stagione di The Walking Dead, serie TV della amc.

Enorme è il ruolo della musica come dosatore della potenza di una narrazione. Quando poi questa è un pezzo di Bob Dylan, non ci sarebbe, forse, neanche bisogno di immagini ad accompagnare la desolazione di un dipinto vivissimo e carico di sensazioni incombenti. E infatti, sulla voce di Dylan, la scena può dissolversi nel nero dei titoli di coda, senza in effetti essere ancora terminata. Ma torniamo a The Walking Dead. Nel finale della prima stagione, un gruppo di sopravvissuti all’apocalisse zombie prova a trovare rifugio in un centro medico, da cui uscirà poi senza speranza lasciandosi un’esplosione alle spalle e tornando, inesorabilmente, in strada. Tanta è la storia scritta finora, sia nella versione originale, quella a fumetti di Robert Kirkman, sia nella versione seriale televisiva di Frank Darabont. Ma in quel momento, alla fine di quel sesto episodio, di fronte all’avanzata zombie e allo sconforto della perdita di casa, famiglia, lavoro, governo, istituzioni, l’oggi assomiglia davvero a un’infinita autostrada da percorrere senza meta.

Eppure, The Walking Dead, mano a mano che procede, prende quella desolazione della contemporaneità risoltasi nell’idea di un incubo post-apocalittico e sembra trasformarla, incredibilmente, in una sorta di dimensione vagamente utopica e primordiale. Ho ritrovato questo pensiero in diverse voci di appassionati e studiosi (lo argomenta bene Paul A. Cantor)[1]. Il sogno di una nuova vita, di un disastro che faccia tabula rasa, dello smantellamento di una struttura verticistica fagocitante e spersonalizzante, del ritorno a un concetto di comunità più umano, più gestibile, da incubo apocalittico diventa improvvisamente auspicabile.

Le narrazioni post-apocalittiche hanno preso man mano sempre più piede nell’immaginario collettivo, c’è una sorta di esubero lì fuori. Cinema, serie TV, romanzi, sembra di sentire ovunque: “Vuoi un po’ di distopia? Ne abbiamo tante, scegli quella che ti piace di più!” Ad ogni modo, quello che sembra abbastanza eclatante è come queste narrazioni siano in un certo senso il risultato di una storia molto precisa: quella del fallimento del sogno americano, e con esso del sogno occidentale. Quando parliamo di sogno americano ci riferiamo a qualcosa di molto complesso e costruito, ma che trova la sua rappresentazione finale in quell’immagine di utopia suburbana di cui siamo tutti a conoscenza. La famiglia nucleare, la villetta con giardino, l’auto parcheggiata nel vialetto, la ricchezza intrinseca dell’affluent society, la possibilità di accesso a tutti i beni materiali di cui vogliamo godere, di cui sentiamo di avere il bisogno. Eppure è il 2017, lo sappiamo quanto questo sogno della grande middle class americana sia fallito da tempo.

Lo scetticismo nella reale esistenza di un sogno americano è avanzato con la creazione stessa di quell’immagine, la fiducia nelle istituzioni si è svuotata di senso nel tempo, al punto da alimentare un processo sempre più visibile e tangibile di chiusura. E così, forse, un po’ alla volta l’idea che all’improvviso delle forze di devastazione incontrollata distruggano l’attuale società al punto da lasciar vivi solo un manipolo di sopravvissuti restituiti al mondo nella loro unica funzione di essere “umani” è diventata un’ipotesi accarezzabile, da incubo quasi una speranza utopica. Tutto sommato, il sogno del ritorno allo stato di natura ci sembra, più che nuovo, rinnovato. Ne parlavano già Thomas Hobbes, John Locke, Henry D. Thoreau, Jean-Jacques Rousseau. L’idea dell’appello al cielo e del diritto alla rivoluzione, di costituire dei nuovi contratti sociali, l’idea che il migliore dei governi è quello che governa meno[2], la necessità della disobbedienza civile, insieme a quell’immaginario western di cui sembra impossibile non vedere le tracce nella serie TV, tutto era già stato detto, preannunciato, superato. Tuttavia eccoci di nuovo qua.

Tra i vari simboli di cui sono da sempre portatori gli zombie, quello dell’avanzata della forza della globalizzazione come appiattimento, disumanizzante ed egemonico, sembra essere il più coerente con The Walking Dead. Questi zombie sono – siamo – tutti noi. E infatti non si può che osservarli con la compassione e la pena con cui osserviamo il fantasma dei nostri Natali futuri. La speranza incarnata dai sopravvissuti, un gruppetto disomogeneo e problematico nella prima stagione che man mano comincerà a chiamarsi “family”, famiglia, si scontra di episodio in episodio con i tentativi di istituzionalizzarsi all’interno di comunità già precostituite. Sappiamo da tempo che “This isn’t a democracy” (S02E13), ma l’idea che avanza è che questo gruppo di persone, unite dall’affetto ed equalizzate dall’uso delle armi (sì, in The Walking Dead avere un’arma, saperla usare, è il vero meccanismo emancipante, non esistono differenze di razza, credo, gender), si ritrova a vivere un’odissea infinita che tanto rassomiglia alla costruzione di quella prima “democracy”, a quel desiderio di mondo nuovo, di utopia coloniale “libera” dalle catene del colonizzatore. In questa sconfinata wilderness che è la realtà della serie, all’inizio dell’ottava stagione, Rick Grimes, sceriffo ed eroe della frontiera, prova a ricostruire un futuro, ed è emblematico che provi a farlo attraverso una madre, Maggie. Prima, però, bisogna spezzare le “catene” del tiranno, lottare contro l’oppressore, Negan, che osserva i suoi “sudditi” dall’alto della balconata come un re, o come un boss mafioso, in una rappresentazione piramidale di cui paventiamo tutti la venuta ma che, in un certo senso, rappresenta il sistema da cui non si può fuggire. Il rifiuto di Negan è un rifiuto di rientrare in quell’istituzionalizzazione sistemica che c’era “prima”. È il rifiuto di accettare che le cose debbano tornare com’erano, e infatti alla domanda di cosa accadrà, cosa fare, dopo la guerra, non si è ancora trovata una risposta. Inoltre, ancora una volta, The Walking Dead funziona come enorme land of opportunity, laddove il mondo nuovo dà una nuova possibilità alle persone di essere diverse, migliori, di prima. Lo abbiamo visto con Carol, moglie e madre sottomessa che l’apocalisse trasforma in guerriera, lo vediamo con King Ezekiel, ex guardiano dello zoo a cui sembra essere toccato di diventare re: “If you are asked to be the hero, be the hero” (S07E09 e S08E04).

I due leader sono diversissimi, anche e soprattutto in termini dialettici. Il reiterato “This isn’t about me” di Rick, che deve riportare la lotta a un piano collettivo e decentrarsi, si contrappone a quel “I’m Negan” spersonalizzante di cui tutti i sudditi di Negan si fanno portatori, e nella cui assenza di nomi propri, di identità singole, si rispecchia la banalità e la qualunquezza del male nel mondo. Inoltre, la retorica di Rick è una retorica di cui sentiamo di riconoscere, in profondità, la matrice. Quando è circondato dalla sua gente, comincia il suo discorso di avvio in battaglia dicendo “When I first met him, Jesus…” (S08E01), sebbene sappiamo che il Jesus a cui si riferisce è un personaggio della serie, non possiamo non notare la giustapposizione calzantissima in termini di discorso. La retorica di Rick ricorda quei sermoni su cui il popolo americano si è formato e riunito prima ancora di mettere piede sul suolo americano, è una sorta di geremiade, quella di cui parlava Sacvan Bercovitch[3], che contemporaneamente lamenta una situazione dolorosa e celebra un sogno. La ricerca di un leader che sia guida, a cui ispirarsi (una eco a quei “great men” Emersoniani[4]) in parte eroe della frontiera, solitario abitatore della natura (in una continua trasposizione dell’immaginario di Thoreau[5]), ci riportano a quel sogno trascendentalista tutto americano.

Sembra che il desiderio di frontiera non possa abbandonare l’immaginario collettivo americano, al punto che andare sulla luna non è bastato. La frontiera va riportata dove è nata. Su territorio statunitense. Non solo il sogno della società dell’abbondanza è morto, e al suo posto ritorna il sogno dell’individuo libero, indipendente, e della self-reliance, ma l’incubo post-apocalittico sembra essersi trasformato, nel giro di qualche stagione, nel racconto del manifest destiny.

Prima di cominciare la battaglia, Maggie dice: “The land is ours by right, the future is ours, the world is ours”(S08E01), e queste parole sembrano tanto una nuova e riscritta dichiarazione di indipendenza. Si è reso necessario uccidere il tiranno (Negan) e tornare alla carica in quell’affermazione di diritto alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità.

“We have already won” dice Rick, perché la vittoria sta nell’essere finalmente riusciti a ribellarsi all’oppressore. Ed è per questo che si può “start tomorrow right now”(S08E01). Proprio perché “tomorrow is a long time”.

[1] http://www.iasc-culture.org/THR/THR_article_2013_Summer_Cantor.php

[2]Thoreau, Henry David, Civil Disobedience and Walden, Createspace Independent Pub; Reprint edizione 2010

[3] Bercovitch Sacvan, The American Jeremiad, 1978: University of Wisconsin Press, Madison. Paperback edition, 1980

[4] Emerson, Ralph Waldo, Representative Men, 1850: Philips, Sampson and Company, Boston

[5] Thoreau, ibid.

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