Detroit

Presentato all’ultimo Festival del cinema di Roma, il 23 novembre è arrivato nelle sale italiane Detroit, l’ultimo film di Kathryn Bigelow, unica regista donna ad aver vinto un Premio Oscar nel 2010.

La Detroit che fa da sfondo al film mostra due facce diverse: quella delle rivolte, degli incendi e dei saccheggi, presidiata dall’esercito e dalla polizia; e la Detroit cuore dell’industria automobilistica, una delle metropoli con più alto numero di afroamericani degli Stati Uniti, la città della casa discografica Motown. Il periodo storico in cui si colloca il film è quello successivo all’approvazione del Voting Rights Act (1965), quando le problematiche razziali cominciano a essere viste nel loro intreccio con la questione sociale e di classe.

Il racconto di Bigelow si concentra sull’episodio dell’Algiers Motel, dove un banale incidente si trasformò in un assedio da parte della polizia. I fatti si verificarono la notte tra il 25 e il 26 luglio 1967: tre adolescenti neri furono picchiati e uccisi dalla polizia. Nove altri – due ragazze bianche e sette ragazzi neri – furono malmenati e umiliati da membri di una task-force composta di agenti di polizia di Detroit, della polizia dello stato e della guardia nazionale del Michigan.

L’episodio dell’Algiers Motel si inseriva in una più vasta sommossa, conosciuta come la sommossa della Dodicesima Strada. L’estate del 1967 sarà ricordata come la “Lunga Estate Calda del 1967” in cui ben 159 rivolte razziali scoppiarono in tutti gli Stati Uniti. A Detroit, tutto è cominciato nelle prime ore di domenica 23 luglio 1967. L’evento scatenante è stato un raid della polizia in un bar senza licenza, all’angolo tra la Dodicesima Strada (oggi Rosa Parks Boulevard) e Virginia Park Avenue, dove si stava festeggiando il rientro di alcuni veterani afroamericani dal fronte in Vietnam. Gli scontri tra manifestanti e la polizia si sono trasformati in uno dei tumulti più violenti della storia degli Stati Uniti, cinque giorni che superarono la violenza e la distruzione di proprietà della rivolta di Detroit del 1943.

Mentre le decine di clienti della festa venivano portati via, una folla di persone si radunò attorno ai furgoni della polizia. Uno dei figli del proprietario del bar saltò sul tetto di un’auto e lanciò una bottiglia contro gli agenti, subito imitato dalla folla che cominciò a lanciare sassi e bottiglie. Numerose attività commerciali furono saccheggiate o bruciate mentre la rivolta si diffondeva in altri distretti di Detroit. All’inizio, agli agenti di polizia fu ordinato di non rispondere alle provocazioni, per prevenire un’escalation di violenza. Fu imposto il coprifuoco e le truppe dell’esercito e i reparti della polizia dello Stato furono attivati per sedare i disordini[1].

Asciutto e quasi documentaristico, lo stile del film è quello riconoscibile di Kathryn Bigelow. Detroit combina l’espressione iper-soggettiva di The Hurt Locker e il tick-tock procedurale di Zero Dark Thirty, diventando ciò che Bigelow chiama “spirale ingombrante[2]” tra un rigoroso realismo e un approccio astratto che audacemente si muove fra le usuali regole di narrativa lineare basata sui personaggi.

Come fa notare Christopher Orr su The Atlantic, Bigelow e il suo fedele sceneggiatore Mark Boal non affondano il colpo contro “la cultura e il sistema che sostenevano (e sostengono ancora) la brutalità della polizia nei confronti dei neri. Uno dei personaggi più riusciti, l’agente Krauss (Will Poulter) è odioso, ma non ci dice nulla sulle forze culturali e istituzionali che hanno nutrito il razzismo e consentito gli abusi in quella città[3]”. Probabilmente, Bigelow e Boal non hanno voluto contribuire a far crescere le forti tensioni dell’attuale momento politico. Sicuramente l’esperienza negativa delle polemiche sulla tortura scatenate da Zero Dark Thirty ha influito sulle loro scelte. E infine l’episodio del Motel Algiers non è mai stato chiarito a livello giudiziario. Ma quello che dispiace di più ad Orr è che l’autrice di The Hurt Locker non sia riuscita a descrivere le rivolte e il loro contesto sociale e politico.

Detroit è un film crudo, in cui la regista catapulta lo spettatore affianco alle vittime, lasciando che senta le stesse emozioni e annusi lo stesso odore di polvere e sangue di quei ragazzi in quel motel. L’orientamento politico di Bigelow e ciò che pensa dei comportamenti della polizia nei confronti delle minoranze sono evidenti, così come è evidente che non sia voluta ricadere nelle polemiche sulla tortura e sulla guerra in Iraq suscitate dai suoi due film precedenti. Questo rende Detroit molto meno incisivo dei The Hurt Locker e Zero Dark Thirty nel raccontare il contesto in cui la trama si inserisce: Bigelow e Boal si dimostrano più a loro agio con l’attualità della guerra in Iraq che con la ricostruzione storica delle rivolte razziali degli anni Sessanta.

 

[1] John Hersey, The Algiers Motel Incident, Baltimore, The Johns Hopkins University Press, 1996

[2]A.O. Scott, Review: In ‘Detroit,’ Black Lives Caught in a Prehistory of the Alt-Right, 26 luglio 2017 (https://www.nytimes.com/2017/07/26/movies/detroitreview.html?action=click&contentCollection=undefined&region=stream&module=stream_unit&version=latest-stories&contentPlacement=1&pgtype=collection)

[3] Christopher Orr, The Disappointments of Detroit, The Atlantic, 04 Agosto 2017 (https://www.theatlantic.com/entertainment/archive/2017/08/the-disappointments-of-detroit/535899/)

 

COMMENTI

WORDPRESS: 0
DISQUS: 0

VOL 1 (2018) OUT NOW!

FIND MORE HERE