“Take a knee”: i campioni dello sport dicono no alla politica discriminatoria di Trump

Lo sport americano è in ginocchio, e non nel senso metaforico del termine. Nell’ultimo periodo abbiamo visto riaccendersi una protesta che trova la sua origine nell’agosto 2016 e che sta facendo agitare non poco il Presidente Trump. Lo scorso anno, il quarterback dei San Francisco 49ers Colin Kaepernick si rifiutò di alzarsi in piedi durante l’inno americano in occasione dell’amichevole con i Green Bay Packers come segno di protesta nei confronti degli eventi discriminatori in atto in quel periodo, anche a sostegno del movimento Black Lives Matters, il quale si batte fin dal 2013 contro la violenza e il razzismo sistematico nei confronti dei neri. Kaepernick, afroamericano adottato da una famiglia bianca, è diventato così il simbolo di una protesta contro le disuguaglianze sia sociali sia razziali, sottolineando ancora una volta come questione della razza e sport siano legati nella cultura afroamericana. A partire da settembre 2017, il gesto di inginocchiarsi durante The Star-Spangled Banner sta dilagando all’interno delle squadre dei maggiori sport. Dopo l’ennesima dimostrazione durante una partita di NFL, la lega nazionale di football americano, il Presidente Trump ha invitato i dirigenti a licenziare chiunque avesse mostrato nuovamente, a suo dire, “questa grave mancanza di rispetto”. L’episodio in questione si è svolto durante il tour in Gran Bretagna dei Jacksonville Jaguars e i Baltimore Ravens, i quali si sono inginocchiati durante l’inno statunitense e alzati in piedi, invece, sulle note di God Save the Queen. L’appoggio da parte delle società è totale: il proprietario dei Jaguars, Shad Khan, nonostante abbia donato un miliardo di dollari all’inauguration committee di Trump, ha dichiarato che le diversità sono una risorsa preziosa per l’NFL, la quale riflette la realtà composita della nazione a cui appartiene. Stesso pensiero per il proprietario dei Ravens, Steve Bisciotti, il quale ha mostrato la solidarietà nei confronti dei suoi giocatori affermando che “tutte le voci meritano di essere ascoltate. Questa è la democrazia nella sua massima forma”. Persino il presidente della NFL Players’ Association Eric Winston si è espresso contro i commenti di Trump, definendoli un’offesa nei confronti degli eroi del passato e del presente che si sono battuti per i diritti civili. Palesi sono i riferimenti a star del calibro di Bill Russell, il quale ha espresso il proprio sdegno nei confronti del Presidente utilizzando la sua stessa arma, Twitter:

Il caso di Russell è particolarmente interessante: undici volte campione NBA tra gli anni ’60 e ’70, è stato il primo capo allenatore afroamericano in una squadra di prima categoria, i Boston Celtics, dove lui stesso ancora giocava. Atleta pluripremiato e molto attivo nel campo dei diritti civili, nel 2006 ha partecipato alla cerimonia per il Martin Luther King Memorial, mentre nel 2011 è stato insignito dal Presidente Obama della Presidential Medal of Freedom, dopo aver vinto il primo NBA Civil Rights Award. Già durante la carriera aveva ricoperto un ruolo di spicco nella connessione politica-sport: nel 1963 ha partecipato alla marcia su Washington e, quattro anni dopo, ha preso parte alla campagna per la difesa di un altro grande campione, Muhammad Ali. Non è la prima volta, dunque, che nell’universo sportivo i campioni di varie discipline si mobilitano per rivendicare il rispetto dei diritti sanciti dal primo emendamento. Nel caso di Ali, già nel 1960 si era verificato un episodio di protesta. Il pugile, conosciuto ancora con il nome di Cassius Clay, aveva lanciato nel fiume Ohio la sua medaglia d’oro dei pesi massimi vinta alle olimpiadi di Roma nel 1960 per esprimere indignazione dopo essere stato cacciato da un ristorante che esponeva il cartello “for whites only”. Dopo la conversione all’islam e l’avvicinamento a Malcom X e al movimento Nation Of Islam, Ali rifiutò di partire per il Vietnam a causa di incompatibilità con i dettami della sua religione. Il rifiuto del campione fece scoppiare uno scandalo, al quale seguì un processo che in prima istanza lo condannò a cinque anni di carcere. Venne privato di tutti i titoli vinti e del passaporto americano, oltre che sospeso dall’attività agonistica. Quando dopo tre anni e mezzo di stop tornò sul ring, nel 1970, i suoi match divennero manifestazioni più politiche che sportive.

Muhammad Ali e Bill Russel

La storia sembra stia per ripetersi: il dissenso si sta espandendo dal mondo del football americano al baseball. Durante la partita del 23 settembre scorso Bruce Maxwell si è inginocchiato durante l’inno, il primo a farlo della lega MLB. È nel basket, tuttavia, che lo scontro tra il Presidente e gli sportivi sta avendo l’eco maggiore. Ad essere coinvolto personalmente è stato uno dei più famosi giocatori dell’NBA, Stephen Curry, il quale ha scatenato le ire del Presidente Trump rifiutando il suo invito alla Casa Bianca in occasione dell’annuale ricevimento dei campioni sportivi. Curry ha motivato la sua scelta esprimendo il forte dissenso nei confronti delle dichiarazioni rilasciate dal Presidente in merito al licenziamento degli atleti che osavano inginocchiarsi durante l’inno, invitando inoltre i suoi colleghi a non partecipare all’evento come segno di protesta. La risposta della Casa Bianca è stata tempestiva, sempre via Twitter, ritirando l’invito a Curry il quale non si sarebbe “meritato l’onore”. Tuttavia, invece che calmare gli animi, l’intervento presidenziale ha scoperchiato il vaso di Pandora, mobilitando anche famosi avversari del campione come LeBron James e Kobe Bryant.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

James, in particolare, ha usato toni forti per esprimere la sua solidarietà al collega. Nei confronti di Trump ha dichiarato che non è lui a guidare il Paese, bensì le persone. Ha continuato dicendo che “nessun individuo, nemmeno il Presidente degli Stati Uniti può impedire che i tuoi sogni diventino realtà”. Riferendosi a lui come “quel tipo in carica”, ha sottolineato come il Presidente stia provando a dividere non solo gli americani, ma anche gli atleti, senza considerare però quanto lo sport abbia la caratteristica di unire andando oltre le diversità. Ha rivendicato inoltre il diritto dei campioni di avere la propria identità politica e sociale al di fuori dal campo, identità che James non ha mai trascurato. Nonostante le forti dichiarazioni, tuttavia, LeBron ha anche detto che non si inginocchierà durante l’inno, ma solo perché esplicitamente contrario al regolamento dell’NBA. Non un ammorbidimento delle sue posizioni, quindi, ma un gesto che nel suo caso risulterebbe superfluo, poiché le sue opinioni sono ben note alla stampa e alle istituzioni. Sottolinea comunque la sua solidarietà ai giocatori NBA-NFL che decideranno di farlo, specificando inoltre che inginocchiarsi non è una mancanza di rispetto per la bandiera o per l’esercito, ma un gesto a favore di uguaglianza e libertà.

L’appello è stato raccolto anche da un settore sportivo spesso dimenticato, quello femminile. Durante la finale della WNBA, la lega femminile di basket di prima categoria, le giocatrici hanno deciso di comune accordo di protestare durante l’inno: le Los Angeles Sparks sono addirittura tornate negli spogliatoi, mentre le Minnesota Lynx hanno formato una catena prendendosi sottobraccio l’un l’altra. Due gesti di forte impatto, questi, che sottolineano come anche le donne, senza distinzione razziale, vogliano far sentire la propria voce e rivendicare la propria identità politica e sociale.

Un altro endorsement giunge da un grande allenatore come Gregg Popovich, pluripremiato coach dei San Antonio Spurs, il quale ha commentato il ritiro dell’invito a Curry come esageratamente infantile, paragonandolo a un bambino delle elementari che si offende per un rifiuto alla sua festa di compleanno. Popovich si era già espresso negativamente nei confronti del Presidente, definendo la sua visione della politica come bigotta e discriminatoria. La diversità nello sport, continua Popovich, è una caratteristica fondamentale, che non deve essere semplicemente tollerata, ma incoraggiata.

In un periodo in cui la popolarità del Presidente è calata vertiginosamente, scendendo al 39% come non succedeva dai tempi di Truman, la protesta sta ricevendo un’eco molto forte. In un Paese in cui si è abituati a ritenere che ogni componente della società deve rispettare il proprio ruolo, soprattutto quando si parla di personaggi famosi come gli atleti i quali devono solo “segnare senza pensare”, proteste come quella iniziata da Kaepernick assumono un peso specifico rilevante, nel bene e nel male. Il quarterback è attualmente senza lavoro, e nonostante le tante dimostrazioni di solidarietà c’è anche chi, dietro le quinte, critica aspramente il suo gesto. Ma ormai “l’elefante nella stanza” della questione razziale nei campionati sportivi, come l’ha definito il coach Popovich, è stato messo in mostra davanti agli occhi di tutti.

Uno dei problemi maggiori dell’attualità degli Stati Uniti è la perdita di fiducia di alcune fasce della popolazione nei confronti della politica, situazione che ha favorito l’elezione di un personaggio discusso come Trump alla carica di Presidente. Il riemergere di questioni che sembravano in realtà appartenenti al passato, come le discriminazioni nei confronti degli afroamericani, rivelano invece quanto la partecipazione di tutti sia necessaria. La protesta degli atleti vuole dimostrare anche questo, come le voci di tutti non solo contino, ma siano fondamentali affinché gli Stati Uniti possano finalmente diventare la terra degli eguali e dei liberi.

Sarà la fusione tra sport e politica, due mondi apparentemente distanti ma in realtà dimostratisi molto vicini, a compiere il gesto necessario a svegliare le coscienze degli americani più distaccati, coinvolgendo anche quelli che si dichiarano non più interessati alla politica?

 

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