La Russia nel disordine globale: ambizioni imperiali o potenza regionale? Lezione di Paolo Calzini. Relazione a cura di Federico Borsari, Giacomo Frisanco, Giulia Imbriaco, Vladislav Krassilnikov, Emanuele Monaco

 

Nemmeno l’elezione alla Casa Bianca di un dichiarato estimatore di Putin come Donald Trump è riuscita a generare un’inversione di rotta nelle relazioni tra Washington e Mosca, sempre più turbolente da alcuni anni a questa parte. I numerosi elogi fatti da Trump al leader russo già a partire dal 2014, anno dell’intervento russo in Ucraina, e proseguiti poi per tutta la campagna elettorale in vista delle presidenziali dello scorso novembre[1], appaiono ora più motivati dal calcolo e dagli interessi politici per una continua delegittimazione dell’amministrazione Obama agli occhi degli americani[2], che non da una sincera ammirazione trumpiana nei confronti del leader del Cremlino.

Lo scandalo delle presunte interferenze russe nelle elezioni presidenziali statunitensi, a favore dello stesso Trump nel suo duello con Hillary Clinton, ha da un lato costretto il neopresidente americano ad un’interruzione del suo frequente public praising nei confronti dell’omologo russo, mentre dall’altro ha alimentato ulteriormente la sfiducia e il sospetto reciproci, diventati di fatto i principali ingredienti nelle relazioni tra i due paesi, già piuttosto fredde a seguito della crisi ucraina e del revanscismo russo in Medio Oriente. Ironicamente, le iniziative della nuova amministrazione nel contesto internazionale, in particolare la decisione di bombardare il regime di Assad per l’uso di armi chimiche in Siria e la recente scelta di disconoscere – per ora solo temporaneamente – l’accordo sul nucleare iraniano, hanno vanificato le iniziali parole conciliatorie del presidente americano, confermando la differenza di visioni così come l’incapacità, da parte di Mosca e Washington, di cooperare in maniera concreta su importanti questioni riguardanti la stabilità internazionale. Al contempo, l’approvazione da parte del Congresso di nuove sanzioni contro la Russia ha riportato i rapporti tra i due paesi vicino ai minimi storici[3], denotando perfino una certa insofferenza – soprattutto negli ambienti diplomatici americani – a cercare un dialogo veramente costruttivo con i colleghi russi[4]. Questa situazione di contrapposizione diplomatica, definita da vari commentatori, specie occidentali, come una nuova guerra fredda[5], si inserisce in realtà in un contesto internazionale diverso e assai più complicato rispetto a quello della Guerra Fredda, nel quale la contrapposizione ideologica e geopolitica bipolare, indice quantomeno di stabilità, è stata sostituita da dinamiche tendenti al multipolarismo, anche grazie all’avvento di una “pluralità di attori medi e minori” sulla scena globale, ognuno con interessi e visioni spesso divergenti e per questo causa di incertezza[6]. Dalla Cina all’India, senza dimenticare il ruolo dell’Europa, gli equilibri di potere, almeno dal punto di vista politico-economico, sono ora maggiormente diluiti e condivisi ma anche maggiormente suscettibili a variazioni.

La promozione russa del multipolarismo globale                                    

Il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale degli Stati in conformità alle norme generalmente accettate del diritto internazionale è storicamente un pilastro del pensiero russo in politica estera. È imperativo per la Federazione Russa prevenire interventi militari o altre forme di interferenza esterna contrari al diritto internazionale. La sovranità statale è considerata la pietra angolare delle relazioni interstatali nel quadro di un sistema westfaliano i cui assunti di base non devono essere messi in discussione. La centralità attribuita alla sovranità statale permette alla Russia di opporsi in maniera credibile ad intrusioni indesiderate nel suo dominio riservato. L’elevazione della nozione di sovranità a valore fondamentale è una condizione indispensabile perché Mosca possa condurre una politica estera indipendente, capace di accrescere il suo status internazionale.

È evidente che esiste uno stretto nesso logico fra l’importanza attribuita alla preservazione della sovranità statale come istituzione fondamentale del sistema internazionale e considerazioni di status e prestigio. Infatti, la salvaguardia della propria sovranità confermerebbe l’appartenenza della Russia in un ristretto gruppo di grandi potenze, le quali sarebbero titolari di diritti preferenziali e maggiori responsabilità rispetto al resto della comunità internazionale. Storicamente, la Russia ha investito sostanziale capitale politico al fine di essere percepita come grande potenza, a prescindere dal possesso effettivo di adeguato potenziale militare ed economico. È diffusa nella classe politica russa la convinzione del fatto che la Russia sia destinata ad essere una grande potenza allo stesso livello degli altri Stati capaci di plasmare l’ordine mondiale.

La tematica ricorrente dello status di grande potenza è intimamente legata alla persistente promozione di un sistema internazionale multipolare. Per definizione, l’esistenza di molteplici centri di gravità nel sistema internazionale implica una distribuzione di potenza maggiormente equa, che a sua volta permette la coesistenza di un più alto numero di grandi potenze in competizione. In sintesi, la multipolarità è un prerequisito chiave per la stabilità internazionale, poiché complica in maniera determinante l’influenza indesiderata degli Stati Uniti: la multipolarità presuppone un mondo di grandi potenze più o meno eguali organizzate in un concerto per garantire uno stabile equilibrio di potenza. In queste circostanze, le grandi potenze godono di un ampio margine di manovra nell’implementazione di politiche estere volte a massimizzare la loro influenza. Se si accetta l’assunto di un mondo policentrico in via di affermazione, allora l’élite politica russa è unanime nella convinzione che la Russia deve diventare uno dei suoi poli.

Come si spiega allora la sorprendente iniziativa russa prima in Ucraina e poi in Siria a sostegno del regime di Assad? Innanzitutto come la manifestazione di un forte desiderio di riconquistare un ruolo di prestigio nell’arena internazionale proiettando la propria influenza soprattutto in ambito regionale, anche attraverso l’impiego della forza militare[7]. Questo aspetto è particolarmente significativo in quanto si accompagna ad un persistente e diffuso senso di frustrazione interna al paese, generato dal pacifico collasso dell’Unione Sovietica e dalla conseguente perdita dello status di superpotenza. A tale proposito, emblematica è l’idea, avanzata più volte da Putin, che la Russia sia destinata ad essere una grande potenza, con un suo Stato centrale forte, oppure a non esistere affatto. È un messaggio indubbiamente molto efficace nel risvegliare l’orgoglio nazionale e promuovere l’immagine di una Russia forte per necessità, pena la sua scomparsa dai consessi internazionali che contano[8].

L’ascesa di Putin e la politica di potere

Putin è in questo senso abile nel presentarsi come l’unico leader in grado di riportare la Russia ai vertici della politica globale, sfruttando le opportunità e le titubanze degli altri attori a proprio vantaggio, sia sul piano interno che internazionale[9]. In patria, l’ex membro del KGB ha saputo marginalizzare l’opposizione facendo leva sul nazionalismo – ma anche usando censura e maniere coercitive – mentre in politica estera non solo è riuscito a dare una dimostrazione di forza annettendo la Crimea e limitando in parte gli effetti delle conseguenti sanzioni internazionali, ma ha saputo anche ristabilire la presenza diretta delle truppe russe nell’area mediorientale, assurgendo ad un ruolo da protagonista nella gestione della crisi siriana e dimostrando notevoli doti di mediatore, come in occasione dell’accordo sullo smaltimento delle armi chimiche nel 2013.

L’assertività di Mosca, resa possibile da un apparato militare rafforzato e modernizzato nonostante le numerose difficoltà economiche, ha colto gran parte degli osservatori di sorpresa e ha permesso alla Russia di tornare ad essere non solo un interlocutore di rilievo per attori regionali come Turchia, Iran e addirittura Israele, ma anche di assumere un ruolo di leadership nel promuovere stabilizzazione nell’area mediorientale e nella lotta al terrorismo di matrice islamica.

Questa evoluzione nella politica estera russa si basa su una riaffermazione di una cruda politica di potenza ispirata al realismo di stampo ottocentesco[10], impensabile però senza un potenziamento del settore della difesa che, come ha evidenziato Gustav Gressel, è avvenuto lesto ma lontano dai riflettori, passando di fatto inosservato agli occhi degli analisti occidentali[11].

La sicurezza russa prima di tutto

Secondo il Cremlino, solo con il consolidamento dello status di grande potenza è possibile ottenere il riconoscimento da parte dei principali soggetti internazionali delle esigenze che la Russia ha in termini di sicurezza e stabilità dei propri confini, nonché del suo ruolo di paese ponte tra oriente ed occidente operante una funzione stabilizzatrice nel contesto geopolitico euro-asiatico.

A tal proposito assume grande rilevanza il concetto di “estero vicino”[12] (near abroad) con il quale l’establishment russo, subito dopo il collasso dell’URSS, ha iniziato a definire i paesi dell’ex blocco sovietico. La stabilità e sicurezza di questi Stati rimangono di primario interesse per Mosca. Come dimostrano il caso ucraino e le vicende siriane, l’allargamento ad est della NATO e l’ascesa di movimenti rivoluzionari o estremisti sono interpretati da parte della Russia come una minaccia alla propria sicurezza, in primis per l’evidente perdita di influenza sui paesi dell’Europa Orientale a beneficio di Unione Europea e Stati Uniti e, in secondo luogo, per il pericolo che il successo di organizzazioni terroristiche come lo Stato Islamico o il fronte Hayat Tahrir al-Sham[13] possa rinvigorire il fondamentalismo islamico nell’area del Caucaso russo.

In Ucraina, la caduta del governo Janukovič, favorevole ad un rapporto simbiotico con Mosca, e il rischio che il paese potesse avviarsi in maniera irreversibile verso l’orbita occidentale perdendo di fatto la sua funzione di stato-cuscinetto, ha indotto Putin ad intervenire usando la protezione della minoranza russofona come pretesto per fomentare una rivolta nell’area del Donbass e, in maniera più eclatante, ad annettere la Crimea al territorio federale russo sulla base di un referendum la cui legittimità è stata rifiutata dalla comunità internazionale.

Di fatto, la protezione delle minoranze russe che vivono al di fuori dei confini federali è un elemento che gioca un ruolo fondamentale nell’elaborazione del concetto di estero vicino[14], integrandosi però anche con un approccio di tipo territoriale attento alle dinamiche che si sviluppano a ridosso dei propri confini così come al mantenimento di una vantaggiosa sfera di influenza[15]. Sia in Crimea (Sebastopoli) che in Siria (Tartus), infatti, si trovano due basi navali russe da cui dipende la capacità di proiettare forza militare rispettivamente nel Mar Nero e nel Mediterraneo e che Mosca, certamente, non è disposta a perdere.

La stabilizzazione interna come chiave per il successo esterno

Sul piano interno, il collasso dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni Novanta ha rappresentato uno shock da diversi punti di vista. L’economia vide drasticamente ridursi il territorio del proprio mercato, con una conseguente perdita di importanti risorse quali il cotone e il petrolio dell’Asia centrale. La popolazione russo-europea diventò predominante, raddoppiando il proprio peso percentuale in rapporto al numero totale dei cittadini (dal 40% all’80%). La nuova Federazione Russa, tuttavia, manteneva un’estensione territoriale enorme, cospicue risorse naturali e soprattutto il possesso di armi nucleari. Alla politica della presidenza di Boris El’cin, rivelatasi disastrosa sia in termini strategici che economici, con un crescente tasso di povertà e una corruzione dilagante che dilapidava le risorse dello Stato, seguiva Vladimir Putin che subito si presentava come la figura forte in grado di riportare stabilità interna e ridare alla Russia dignità sul piano internazionale. Aiutato da un aumento del prezzo del petrolio, il nuovo presidente e leader del partito Russia Unita è riuscito difatti a ricostituire il tessuto economico, promuovendo politiche di sviluppo e riducendo la disoccupazione. Al contempo, la stabilizzazione della Cecenia a partire dal 2000, sebbene ottenuta tramite metodi brutali, ha permesso di alleviare la pressione sulle forze armate russe e ottenere preziose risorse per le riforme interne a favore delle nascite e dell’inclusione sociale.

Sul piano internazionale, Putin ha perseguito una politica di conciliazione e dialogo non solo con gli Stati dell’ex blocco sovietico, ma anche con la Cina, siglando importanti accordi commerciali e di fornitura energetica che hanno consentito alla Russia di superare la crisi del 2009 e di diventare, poco dopo la sua terza rielezione nel 2012, membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization). In questo modo, nonostante le critiche per la repressione selettiva operata contro gli avversari politici e la evidente opacità del sistema democratico russo, Putin ha saputo creare un forte consenso attorno alla sua leadership, garantendo stabilità ed ergendosi come difensore delle aspirazioni russe soprattutto nei confronti dell’occidente.

Il confronto con l’Occidente, ovvero le divergenze con gli Stati Uniti 

Attualmente risulta difficile individuare dei punti di convergenza duraturi tra Washington e Mosca su come debba essere l’ordine internazionale. Se da un lato, infatti, sia con Obama che con Trump, la necessità ineluttabile di una leadership americana non è mai stata in discussione, dall’altro Putin si è fin da subito detto contrario all’idea di un eccezionalismo statunitense come unica architettura possibile della politica globale. La ragione di questa differenza di visioni, senza soffermarsi troppo sulle ovvie nostalgie della grandeur sovietica, deriva dall’interpretazione che Putin e l’establishment russo danno all’attuale sistema internazionale, considerato come detto sopra multipolare e instabile, di fatto incontrollabile da una sola potenza.

La Russia auspica una revisione delle gerarchie globali che le possa conferire un ruolo di primo piano tra le principali potenze. Contemporaneamente, tuttavia, non vuole e anzi teme il sovvertimento degli equilibri internazionali. Più che un ribaltamento dello status quo, quindi, che favorirebbe probabilmente nuove potenze economiche come Cina o India, la Russia desidera un ritorno dell’idea ottocentesca di concerto di potenze. Il confronto e il dialogo con gli Stati Uniti, perciò, sono nei piani di Mosca la conditio sine qua non per poter ottenere il riconoscimento dello status di potenza continentale all’interno del processo decisionale della politica internazionale.

Un fattore favorevole al dialogo costruttivo tra il Cremlino e la Casa Bianca potrebbe essere il cambio di rotta intrapreso dall’amministrazione Trump riguardo alla promozione della democrazia e alla strategia del cambio di regime, viste dalla Russia come una seria minaccia alla stabilità globale. In secondo luogo, la visione trumpiana di politica estera, seppur confusa e frammentata, appare assai più vicina a quella putiniana di politica di potere di quanto non lo fosse quella dell’amministrazione Obama. Eppure, come la crisi in Ucraina ha ampiamente dimostrato, questi punti di contatto appaiono insufficienti a favorire un concreto avvicinamento tra le due potenze.

L’assenza di fiducia nelle relazioni tra Mosca e Washington si fonda innanzitutto sulla convinzione reciproca che la conflittualità diffusa a livello mondiale sia da attribuire all’azione intenzionalmente destabilizzatrice della controparte. Dal punto di vista russo, ad esempio, la presenza diretta della NATO in Europa Orientale, il sostegno all’Ucraina da parte dei paesi occidentali, così come l’approvazione di sanzioni in risposta all’annessione russa della Crimea, si inseriscono in una rivalità geopolitica crescente e di lungo periodo mai del tutto sopita.

Il conflitto nel Donbass, attualmente congelato dagli accordi di Minsk, rimane una ferita aperta vicino al cuore dell’Europa, che si trova nuovamente, suo malgrado, ad essere l’oggetto di contesa geopolitico anche per il prossimo futuro. In Siria le cose si stanno evolvendo in maniera simile. La parziale tregua tra il regime e i ribelli moderati sponsorizzata da Putin e Trump resta precaria e non cancella le visioni differenti sul ruolo di Assad (un criminale per gli USA, l’unico in grado di dare stabilità per Mosca) e sul futuro del paese. 

La Russia tra desiderio e realtà: prospettive future

Data la sua collocazione geografica a cavallo tra due continenti, la Russia ha l’opportunità, così come la volontà, di mantenere aperti differenti fronti di dialogo e cooperazione non solo con i paesi occidentali ma anche con le potenze emergenti e, nello specifico, con la Cina. Evitare quanto più possibile uno scontro con Pechino è fondamentale per Mosca, per via della crescita considerevole del gigante asiatico in termini militari – la Cina, peraltro, è una potenza nucleare – e poiché un eventuale conflitto in Oriente distrarrebbe importanti assets militari dal teatro europeo, ritenuto ancora primario dalla Russia. Allo stesso tempo la già avviata più stretta collaborazione con la Cina potrebbe essere sfruttata da Mosca come sponda per indebolire l’Occidente e guadagnare status a livello internazionale. I recenti accordi economici tra i due paesi mirano, da un lato, ad integrare maggiormente la Cina dal punto di vista energetico grazie alle risorse russe e dall’altro a mettere a disposizione dell’economia russa l’enorme potenziale manifatturiero cinese[16].

È quindi appropriato parlare di una politica estera offensiva da parte di Mosca? Secondo Calzini è più un mix di scelte offensive e difensive. La cooperazione economica con la Cina, ad esempio, va letta più in chiave difensiva non trattandosi di una vera e propria alleanza, la quale invece relegherebbe Mosca ad un ruolo di junior partner. Parallelamente, si può essere perplessi sulla tenuta dell’economia russa, ancora troppo poco diversificata, soprattutto a fronte dell’oneroso impegno militare in Siria. Oltre a ciò, il regime politico interno sembra incapace di modernizzarsi e l’attivismo politico di Putin, per quanto efficace nel risvegliare l’orgoglio nazionale russo, non può compensare le debolezze strutturali come l’arretramento tecnologico. Per questo si può definire la Russia come una potenza incompleta, sospinta da un ritrovato senso di eccezionalismo simile a quello statunitense, ma ancora incerta su come rispondere alle sfide poste da un mondo sempre più multipolare. La possibilità di vedere un processo di riforme e una nuova governance appare, almeno allo stato attuale, piuttosto improbabile. Il rischio di un declino russo è concreto anche se alcuni indici economici come la crescita del PIL e il tasso di disoccupazione suggeriscono il contrario. Forse, quindi, è più plausibile attendersi una lenta evoluzione basata su una coesistenza pacifica con l’occidente.

 

Bibliografia:

Calzini, Paolo. Il caso della Crimea. Autodeterminazione, secessione e annessione, Istituzioni del Federalismo, n. 4, 2014, pp. 807-816.

Calzini, Paolo. L’America sperata a Mosca, in “AffarInternazionali. Rivista di politica, strategia ed economia”, 25 Febbraio 2017, URL: http://www.affarinternazionali.it/2017/02/lamerica-sperata-mosca/ [cons. il 23 Ottobre 2017].

Calzini, Paolo. Molto di nuovo sul fronte orientale, in “il Mulino”, n. 3, 2015, pp. 554-563.

Calzini, Paolo. Il nuovo ruolo della Russia, in “il Mulino”, n. 4, 2016, pp. 676-683.

Cigliano, Giovanna. La Russia Contemporanea. Un profilo storico, Roma, Carocci editore, 2013.

 

[1] Cfr. Andrew Kaczynski, Chris Massie, Nathan McDermott, 80 Times Trump Talked About Putin, CNN Politics, <http://edition.cnn.com/interactive/2017/03/politics/trump-putin-russia-timeline/> [cons. il 23 Ottobre 2017].

[2] Cfr. “Putin is having a great time toying with the president”, ibidem.

[3] Cfr. Peter Baker, Sophia Kishkovsky, Trump Signs Russian Sanctions Into Law, With Caveats, 2 Agosto 2017, The New York Times, <https://www.nytimes.com/2017/08/02/world/europe/trump-russia-sanctions.html> [cons. il 23 Ottobre 2017].

[4] Cfr. Jenna Mclaughlin, Emily Tamkin, Under Trump, U.S.-Russian Relations Hit New Low, 6 Luglio 2017, Foreign Policy <http://foreignpolicy.com/2017/07/06/under-trump-u-s-russian-relations-hit-new-low/> [cons. il 23 Ottobre 2017].

[5] Cfr. Evan Osnos, David Remnick, Joshua Yaffa, Trump, Putin, and The New Cold War. What lay behind Russia’s interference in the 2016 election—and what lies ahead?, 6 marzo 2017, Annals Of Diplomacy, The New Yorker, <https://www.newyorker.com/magazine/2017/03/06/trump-putin-and-the-new-cold-war> [cons. il 23 Ottobre 2017]. Si vedano anche Norman Solomon, Russia Sanctions Fuel New Cold War, 26 Luglio 2017, USA Today, <https://www.usatoday.com/story/opinion/2017/07/26/russia-sanctions-fuel-new-cold-war-editorials-debates/104017496/> [cons. il 23 Ottobre 2017]; Roland Oliphant, Russia and The West Have ‘Entered a New Cold War’, 23 ottobre 2016, The Telegraph, <http://www.telegraph.co.uk/news/2016/10/22/unyielding-russia-and-us-heading-for-a-new-cold-war/> [cons. il 23 Ottobre 2017]; Doug Bandow, Russia and NATO Meet: Time for Allies to Call Off Mini-Cold War with Moscow, 21 aprile 2016, Forbes, <https://www.forbes.com/sites/dougbandow/2016/04/21/russia-and-nato-meet-time-for-allies-to-call-off-mini-cold-war-with-moscow/#2597c63f3e9e> [cons. il 23 Ottobre 2017].

[6] Paolo Calzini, Il nuovo ruolo della Russia, in “il Mulino”, 4/2016, pp. 676-683, 676.

[7] Cfr. ibidem, p. 677.

[8] Cfr. Giovanna Cigliano, La Russia Contemporanea. Un profilo storico, Roma, Carocci editore, 2013, p. 299. Si faccia riferimento anche a P. Calzini, Il nuovo ruolo, cit., p. 677.

[9] In numerose occasioni Trump ha elogiato Putin definendolo “a smart guy”, “a strong leader”, “a very nice person”. Si veda A. Kaczynski, C. Massie, N. McDermott, 80 Times Trump Talked About Putin, cit. Riguardo all’abilità di Putin nel risollevare la Russia, emblematica è questa affermazione dello stesso Trump: “[h]e was so nice and so everything. But you have to give him credit that what he’s doing for that country in terms of their world prestige is very strong.” Si veda Eric Bolling: Donald Trump on How to Revive the US Economy, cit. Sullo stesso tema si veda anche P. Calzini, Il nuovo ruolo, cit., p. 681.

[10] Paolo Calzini, L’America sperata a Mosca, AffarInternazionali. Rivista di politica, strategia ed economia, 25 Febbraio 2017, <http://www.affarinternazionali.it/2017/02/lamerica-sperata-mosca/> [cons. il 23 Ottobre 2017].

[11] Gustav Gressel, Russia’s Quiet Military Revolution, and What It Means for Europe, Policy Brief, European Council on Foreign Relations, Ottobre 2015, <http://www.ecfr.eu/page/-/Russias_Quiet_Military_Revolution.pdf> [cons. il 23 Ottobre 2017].

[12] Per un’esauriente spiegazione si veda W. Safire, On Language: The Near Abroad, May 22, 1994, The New York Times. http://www.nytimes.com/1994/05/22/magazine/on-language-the-near-abroad.html.

[13] Prima noto come Jabhat al-Nuṣra.

[14] Cfr. Paolo Calzini, Il caso della Crimea. Autodeterminazione, secessione e annessione, Istituzioni del Federalismo, n. 4, 2014, pp. 807-816, p. 815. Si veda anche Giorgio Cella, La Crimea e l’Estero vicino nella politica estera russa, Atlante Geopolitico Treccani, 2015, <http://www.treccani.it/enciclopedia/la-crimea-e-l-estero-vicino-nella-politica-estera-russa_%28Atlante-Geopolitico%29/> [cons. il 23 Ottobre 2017].

[15] Cfr. ibidem.

[16] Cfr. G. Cigliano, La Russia Contemporanea, cit., pp. 288-89.

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