La Rivoluzione Russa del 1917 ed il suo impatto. Lezione di Giovanna Cigliano. Relazione a cura di Domitilla Mazzoleni, Rachele Ledda e Niccolò Fragasso

La ricerca russa di una propria peculiare idea di modernità, così come lo studio dell’individualità storica russa, segna un tragitto accidentato e travagliato, dispiegatosi lungo tutto il corso del ventesimo secolo. La Russia, potenza geograficamente collocata tra Oriente ed Occidente, ha infatti fronteggiato un cammino caratterizzato da discontinuità politica e da grandi sconvolgimenti sociali ed economici, quali la Rivoluzione del 1917, le conseguenti guerre civili e improvvisi cambiamenti nei processi di urbanizzazione ed industrializzazione.

Tuttavia, questo percorso di costruzione identitaria così movimentato e burrascoso ha presentato elementi di continuità e stabilità riscontrati, in particolare, nel periodo pre- e post-rivoluzionario e ripresentatisi dopo il 1991, con la caduta del regime comunista. La compresenza di riforme, di rinnovamento sociale ed economico, e di autoritarismo ha tracciato una linea di forte continuità storica tra presente e passato.

Al centro di queste contraddizioni si colloca l’intervento di Giovanna Cigliano, la quale si è soffermata, nella sua analisi, sui processi storico-sociali di modernizzazione ed arcaismo, industrializzazione e ruralizzazione, spinta verso il progresso ed arretratezza conservatrice della classe politica. Fenomeni che hanno caratterizzato la storia russa del Novecento e che già erano presenti nel diciannovesimo secolo, sotto forma di contrasto tra azione riformatrice ed immobilità del potere zarista, ed esasperati, infine, dalla sfida rivoluzionaria.

L’analisi della Professoressa Cigliano si è soffermata su queste peculiarità storiche: partendo dall’ascesa al trono di Alessandro II, “lo zar riformatore”, proseguendo verso lo sviluppo del dibattito riguardante quale forma di modernità la Russia dovesse sperimentare e terminando con l’ingresso della Russia stessa nel XX secolo e con le violente trasformazioni e le interpretazioni storiche dell’ampio momento rivoluzionario.

Il periodo delle “grandi riforme”, la reazione autocratica e la rinascita dei movimenti politici.

Il regno di Alessandro II, succeduto all’intransigente padre Nicola I morto nel 1855, aprì in Russia la stagione delle “grandi riforme”: un periodo intenso di azione modernizzatrice volto a superare l’arretratezza sociale, istituzionale ed economica dell’Impero e a rimuovere il sentimento e le politiche anti-occidentali che ne avevano bloccato lo sviluppo interno. L’abolizione del servaggio, l’apertura verso una maggiore libertà di espressione e di critica, la possibilità di viaggiare e recarsi all’estero, furono esempio di questa necessità di ammodernamento e di accostamento con l’Occidente. Il modello di riferimento fu, infatti, quello prussiano-bismarckiano del tardo Ottocento, esempio da imitare per compattezza ed omogeneità interna.

Le ulteriori riforme riguardanti l’amministrazione locale, l’istruzione, la giustizia e l’esercito risposero a questo bisogno di accentrare ed unificare un impero composto per la maggior parte da contadini in condizione di servitù. Non a caso, la struttura sociale della Russia tardo-imperiale è stata definita dagli storici come sedimentaria per composizione e prerogative dei suoi componenti. La nobiltà conservava i diritti di proprietà sulla terra e sui sudditi, contadini, legati quindi al proprio padrone e alla propria comunità. Solo dopo l’emancipazione dei contadini fu loro consentito di lavorare parte della terra e di essere liberi dalle esigenze e dal potere dei nobili.

In concomitanza alla stagione riformista si sviluppò un ampio dibattito, destinato ad intensificarsi negli anni a venire, riguardante le possibilità di trasformazione della società russa. Grazie al ruolo dell’intelligencija, ampio gruppo sociale dedito all’elaborazione e allo sviluppo del pensiero politico ed intellettuale, emerse una coscienza critica, intermedia?, rispetto alla società cetuale descritta. Si sviluppò, quindi, una classe mediana che criticava il lusso ed i privilegi nobiliari e che voleva mettere il proprio sapere e la propria conoscenza al servizio dei ceti più bassi. Il populismo (narodničestvo) era il filone di pensiero formatosi in questo contesto sociale arretrato ed anacronistico condannato dai populisti stessi. I populisti esaltarono le specificità del socialismo agrario russo nato intorno all’obščina, la comunità contadina solidale, espressione di eguaglianza ed aiuto reciproco e sinonimo di un modello di sviluppo alternativo a quello occidentale. La loro opera, tesa a mitizzare il mondo contadino russo, si diresse in favore del popolo per l’abbattimento dell’autocrazia e dell’assolutismo zarista. Tuttavia, tra i metodi utilizzati per promuovere l’insurrezione delle campagne e lo smantellamento della società cetuale vi fu il ricorso ad attività agitatorie, cospirative e violente. Fu così che una parte del movimento fece proprio il modello terroristico promuovendo, nel 1881, l’attentato allo zar, simbolo dell’intangibilità del potere autocratico.

Fu in questo quadro che mutò il clima politico interno e che ogni ipotesi di riforma e di dialogo fu sospesa. L’epoca che si aprì, contraddistinta dall’ascesa al trono di Alessandro III e Nicola II, si caratterizzò per l’accantonamento delle aperture istituzionali e del modello di sviluppo occidentale promosso proprio da Alessandro II. La morte di quest’ultimo, figura che si era ispirata alla tradizione occidentalista di Pietro il Grande, fu accompagnata da una stagione di chiusura e ridimensionamento dei mutamenti introdotti nella vita pubblica e governativa. Il rafforzamento del principio autocratico, insieme alla negazione di ogni spazio di espressione e partecipazione pubblica, resero più difficile il dibattito sulle iniziative riformatrici. Quest’ostruzione politica era rivolta, in particolare, verso quei settori della nobiltà che avanzavano richieste per un maggiore grado di rappresentatività della società russa.

In contemporanea ai provvedimenti del governo, considerati dagli intellettuali come atti di vera e propria controriforma, la società russa sperimentò un momento di grande modernizzazione e trasformazione del mondo rurale. L’esperienza dell’atroce carestia del 1891, e dell’inefficiente gestione governativa, stimolò la società pubblica all’auto-organizzazione e all’aiuto reciproco, approfondendo sempre più la frattura tra società e Stato e rafforzando le nascenti istituzioni di autogoverno locale. Il ceto contadino iniziò a conoscere processi di diversificazione accompagnati dallo sviluppo di una classe operaia, ancora molto esile, che iniziava a concentrarsi nelle grandi fabbriche cittadine. Erano perlopiù operai-contadini che d’inverno lavoravano nelle periferie delle grandi città e d’estate tornavano ai propri villaggi per la raccolta nei campi.

La trasformazione del mondo rurale avvenne, quindi, simultaneamente al decollo industriale e alla formazione di una “modernizzazione difensiva”, termine che descriveva la compresenza d’industrializzazione e conservatorismo politico. Da una parte, l’economia russa assistette allo sviluppo e all’intensificazione dell’industria mineraria e pesante, quest’ultima imperniata sulla costruzione delle ferrovie, simbolo di progresso e competizione internazionale tra potenze, tra le quali spiccava la Germania guglielmina. Dall’altra, il potenziamento industriale fu accompagnato dalla repressione statale verso il movimento populista e verso la sua frazione terrorista. L’autocrazia, inoltre, non si preoccupò di modernizzare l’arretrato settore agricolo, che rappresentava la principale occupazione economica della popolazione.

Le specifiche modalità dell’industrializzazione russa, la conseguente differenziazione del mondo rurale e la formazione di diversi orientamenti politici, quali il populismo ma anche il socialismo marxista, concorsero, quindi, al cambiamento della società intera. Quest’ultima si vide completamente trasformata e diversificata nel corso dell’ultimo decennio dell’Ottocento grazie allo sviluppo di un’opinione pubblica composita ed articolata, competitrice minacciosa per il regime zarista durante il primo decennio del XX secolo.

Gli ultimi anni dello zarismo: la prima Rivoluzione Russa come momento di apertura politica e la risposta della “modernizzazione autoritaria” di Pëtr Stolypin

La conseguenza della nuova effervescenza politica e sociale all’interno dello Stato zarista si tradusse, dunque, nell’accostamento di due elementi antitetici ma inamovibili, caratteristici del percorso identitario russo. Da un lato, la Russia si addentrò nel XX secolo come Stato in fermento, mutato socialmente, caratterizzato dalle prime formazioni partitiche e dalle rispettive rivendicazioni economiche e salariali. Dall’altro, rimase evidente la promozione e l’esaltazione della concezione autocratica e personalistica della figura dello zar. Una rappresentazione del potere e della società anacronistica e desueta che finì, conseguentemente, per polarizzare ed acuire le profonde ostilità esistenti tra ceti e classi, indirizzando il paese verso la destabilizzazione rivoluzionaria.

Per questa ragione gli eventi del 1905-1907, gli anni dell’inizio della crisi del regime, furono definiti e interpretati come anni rivoluzionari. Accanto alle richieste riguardanti una maggiore tutela dei diritti civili e delle libertà costituzionali si mescolarono le rivendicazioni salariali e lavorative, connesse all’industrializzazione, mentre reclami e proteste d’emancipazione giunsero anche dalla miriade di nazionalità periferiche componenti l’immenso territorio russo.

Inoltre, durante gli scioperi, accanto al movimento operaio e alla mobilitazione studentesca fecero per la prima volta il loro ingresso nell’arena pubblica i contadini. Lo spettro della rivoluzione nelle campagne, la pugačevščina – uno degli avvenimenti principali del triennio rivoluzionario – fu uno choc per i conservatori e per lo zar stesso, colui che abitualmente considerava il contado come il principale sostenitore e fiancheggiatore della sue politiche. La mobilitazione mostrò, infatti, come i contadini fossero divenuti una forza autonoma, capace di coordinarsi e autogestirsi nonostante l’arretratezza economica e lavorativa delle campagne.

Ma i veri protagonisti della prima rivoluzione russa furono, senza dubbio, i partiti. In seguito all’umiliante sconfitta militare subita durante la guerra del 1904-1905 contro il Giappone, i principali rappresentanti dell’opposizione governativa, di maggioranza slavofila e populista, reclamarono l’istituzione di un organo rappresentativo con poteri legislativi, insieme ad un ampliamento della legge elettorale e alla concessione di una Costituzione. Nacque un movimento costituzionalista, definito “ottobrista” dopo il Manifesto di ottobre firmato dallo zar con il quale concedeva una costituzione. Dagli ottobristi si distaccarono i cadetti, coloro che premevano per la continuazione della mobilitazione con lo scopo di arrivare all’instaurazione di un regime parlamentare.

In contemporanea alle richieste dei “costituzionalisti” gli scioperi divamparono nelle principali città dell’Impero coinvolgendo lavoratori e nascenti movimenti sindacali. In aggiunta, nelle regioni periferiche dell’Impero, le rivendicazioni si mescolarono ai movimenti nazionali non russi i quali richiedevano concessioni autonomistiche e linguistiche in conseguenza degli intensi programmi d’imposta russificazione.

I differenti ma contemporanei eventi del momento rivoluzionario indicarono, perciò, come la società ed il governo zarista fossero giunti ad un momento di svolta modernizzatrice. Il regime individualista di Nicola II, in seguito ai disordini, vacillò mostrando tutte le sue debolezze strutturali e la sua incapacità di fornire risposte ai nascenti progetti di riforma costituzionale. Questa fu, infatti, una fase in cui si svolsero intensi dibattiti interni, consultazioni e comparazioni tra modelli giuridici stranieri che coinvolsero non solo i partiti ma la società nel suo complesso.

A riprova di ciò, nell’agosto del 1905 lo zar promulgò la legge istitutiva del primo organismo rappresentativo, la Duma, avente poteri legislativi. Era ancora un’assemblea rappresentativa con poteri solamente consultivi ed eletta a suffragio ristretto ma indubbiamente rappresentava una prima, significativa concessione alle forze politiche d’opposizione.

In seguito all’intensificarsi degli scioperi e delle proteste dell’ottobre 1905 si costituì, inoltre, il primo Soviet dei deputati operai a San Pietroburgo. La prima esperienza del Soviet, organo di consiglio operaio, fu contraddistinta dalla volontà di unificare l’ampio movimento di protesta, grazie al contributo dei socialisti menscevichi e bolscevichi, sostenitori dell’agitazione in atto. Bolscevichi e menscevichi avevano, tuttavia, una diversa concezione ideologica: i primi puntavano alla realizzazione diretta della rivoluzione socialista, i secondi erano convinti che la Russia necessitasse di una fase intermedia, liberale, che stabilizzasse anzitutto il paese e le sue istituzioni.

Nonostante gli sviluppi interni, l’atteggiamento dello zar rimase comunque contraddittorio ed indisponente. Il Soviet di Pietroburgo venne sciolto, i suoi esponenti arrestati, e la polizia agì con brutalità e violenza per reprimere le sollevazioni in corso. La prima Duma, composta da cadetti, ottobristi e da svariati gruppi progressisti, si scontrò con l’esecutivo conservatore e venne sciolta anticipatamente nel 1906. Per di più, non venne convocata l’auspicata Assemblea costituente ed il confronto costituzionale si spense lasciando spazio ad una fase controrivoluzionaria.

Il potere autocratico, ancora una volta, rimase troppo distante dalle richieste dei deputati e del popolo. L’operato del governo si diresse, di conseguenza, verso un cambio di direzione, simboleggiato dalla figura del ministro dell’Interno e poi primo ministro Pëtr Stolypin. Il costituzionalismo stolypiniano, ovvero un’accettazione limitata del nuovo sistema giuridico, si ispirò al modello accentratore e stabilizzatore bismarckiano ed ebbe come primo obiettivo la costruzione di un blocco partitico filo-governativo per la competizione elettorale. Lo scopo di questa coalizione era, infatti, il consolidamento di una nuova stabilità sociale volta a reprimere le spinte rivoluzionarie verificatesi. Di conseguenza, Stolypin promosse il sostegno ai candidati di destra, conservatori, minacciati dalle aggressioni contadine del triennio rivoluzionario, appoggiando una revisione in senso restrittivo della legge elettorale, la quale garantì solidità e stabilità legislativa sacrificando il principio di rappresentatività.

La nuova legge elettorale, di conseguenza, ridusse gli spazi di dissenso, ma aprì la strada alla coesione dell’esecutivo e al cambiamento, alla metamorfosi industriale ed imprenditoriale del paese. La “modernizzazione autoritaria” – termine usato dagli storici per definire l’ambizioso programma di riforme elaborato da Stolypin – si rivelò una sintesi di autocrazia e parlamentarismo ristretto. Più in particolare, la “scommessa sul forte”, il programma di accorpamento delle comunità agricole in piccole e medie aziende, doveva avere l’obiettivo di sradicare l’arretratezza economica e sociale nelle campagne per formare una classe media di contadini proprietari, borghesi, fedeli al regime zarista.

È evidente, dunque, come secondo Stolypin e secondo i vertici dello Stato gli eventi del 1905 fossero considerati come una fase momentanea e da reprimere, non come un primo passo verso la trasformazione in senso costituzionale dell’autocrazia. La formazione di uno Stato compatto, capace di tutelare gli interessi delle classi più agiate ed in grado d’incanalare il consenso contadino verso il regime, avrebbe dissipato, secondo Stolypin, lo spettro di ulteriori momenti agitatori. Come ultimo pilastro del suo programma, inoltre, egli premette per l’esaltazione di una nuova coesione nazionale russa, una nuova robusta e compatta “idea russa”, diversa dalla molteplicità etnica che componeva, e compone tutt’oggi, il territorio russo.

Eppure, accanto all’imposto processo di nazionalizzazione delle masse, permase la spaccatura tra società e Stato, tra la Duma e lo zar. L’organo legislativo rimase una componente fragile e debole, nonostante sembrasse incarnare il simbolo del progresso giuridico e lo smantellamento dei privilegi di corte, incapace di proseguire un’attività legislativa autonoma. Lo zar, arroccandosi sempre più sulla difesa della sua figura assolutista, contribuì a scalfire l’immagine della dinastia Romanov e all’incancrenirsi delle ostilità all’interno della società. In questo clima di inquietudine, nel 1911, si collocò l’assassinio di Stolypin e la riapertura di una fase costituzionale incerta ed agitata, che avrebbe catalizzato lo stato verso la disgregazione.

La Prima guerra mondiale, la Rivoluzione russa e le guerre civili (1917-1920)

La forza dell’impatto esercitato dalla Prima guerra mondiale sul destino dell’Impero zarista è stata riconosciuta da tutti gli storici, anche da coloro che hanno sostenuto l’inevitabilità dello sbocco rivoluzionario per la Russia novecentesca in virtù delle contraddizioni presenti nel suo sviluppo e dei conflitti che ne laceravano il tessuto sociale. Tanto più si sono soffermati sulle trasformazioni intervenute durante la guerra coloro che hanno rappresentato la Russia post-1905 come un paese in via di stabilizzazione, incamminato sulla strada delle riforme e di una piena occidentalizzazione. La storiografia recente ha però compiuto un ulteriore passo in avanti, individuando negli anni della guerra non solo il momento catalizzatore della caduta del regime zarista, ma anche il periodo di gestazione di pratiche amministrative e di governo e di modalità d’intervento statale tipiche dei regimi successivi, caratterizzato da uno spiccato dirigismo, da una propensione all’ingegneria sociale e alla “militarizzazione” di ogni aspetto della vita collettiva, dall’individuazione dello Stato come unica forza innovativa e progressiva a fronte di una società considerata arretrata, caotica, frammentata. Durante la guerra si sviluppò una rete di organizzazioni civili e professionali collegate all’amministrazione pubblica, un complesso parastatale impegnato nella gestione di settori cruciali quali le forniture per l’esercito e la raccolta e la distribuzione delle risorse alimentari ed energetiche. L’accelerazione dei processi di nazionalizzazione costituì un altro elemento che giustificò l’attribuzione del valore di turning point nella storia russa agli anni della Prima guerra mondiale. La storiografia più aggiornata preferisce collocare nel 1914, e non nel 1917, il vero spartiacque della storia russa contemporanea e interpretare la sequenza guerra-rivoluzione-guerra civile (1914-21) come un unico “continuum di crisi”.

Quando la Prima guerra mondiale rivelò la propria natura di guerra totale e di logoramento, essa mise a dura prova l’organizzazione, il potenziale e le risorse di tutti gli Stati. Nel caso dell’Impero zarista, rese palesi inefficienze, fragilità, rigidità in settori cruciali quali l’apparato produttivo industriale, le comunicazioni e i trasporti.

Al vertice, invece, la crisi della monarchia diveniva di giorno in giorno più grave. Anche tra i monarchici si faceva strada la convinzione che un rivolgimento politico sarebbe stato inevitabile, se si volevano impedire l’umiliazione della sconfitta e il divampare della rivoluzione. Quest’ultima era ormai percepita come un pericolo concreto perché alla delegittimazione dei vertici dello Stato si accompagnava il peggioramento della vita quotidiana di milioni di persone, a causa dell’inflazione impetuosa – che erodeva anche il potere d’acquisto dei lavoratori impiegati nelle industrie militari – –della penuria di viveri e di combustibile, del deterioramento del sistema dei trasporti. Nell’autunno del 1916 gli scioperi si intensificarono nelle città, coinvolgendo anche i rappresentanti operai presso i comitati dell’industria bellica. Inoltre, si verificarono i primi casi di soldati che si rifiutavano di sparare sulla folla, soprattutto nella capitale.

Quando la Duma, convocata per approvare il bilancio, riaprì i battenti il primo novembre, i lavori parlamentari divennero la tribuna ideale per sferrare l’attacco al governo e obbligare lo zar ad accettare l’inevitabilità di una modifica in senso parlamentarista dell’ordinamento esistente. Lo sfociare del malcontento popolare in sussulto rivoluzionario capace di travolgere la Duma stessa, assieme alla monarchia e alla burocrazia, era considerato come un pericolo molto concreto.

Tra il 23 e il 27 febbraio 1917 infatti le strade di Pietrogrado furono teatro della seconda rivoluzione russa, sfociata nell’abbattimento della monarchia Romanov. Mentre gli insorti assumevano nei fatti il controllo della capitale, e i membri del governo rassegnavano le dimissioni, si riunirono i nuclei costitutivi del nuovo potere: il Comitato esecutivo provvisorio del Soviet dei deputati operai e il Comitato provvisorio per il ristabilimento dell’ordine e dei rapporti con le istituzioni, costituito da deputati del Blocco progressista.

Nelle giornate di febbraio fu Pietrogrado, con la sua peculiare geografia urbana e sociale, l’indiscussa protagonista della rivoluzione. Nei mesi successivi alla rivoluzione di Febbraio la politicizzazione della società conobbe una notevole accelerazione. La politicizzazione radicalizzava gli operai, rendendoli permeabili alla propaganda bolscevica.

Inoltre, allo scoppio della rivoluzione di Febbraio gran parte dei leader dei partiti rivoluzionari russi era all’estero, in prigione o in esilio. Lenin era a Zurigo e riuscì, assieme ad altri compagni, a organizzare il rientro in Russia alla fine di marzo con l’aiuto del governo tedesco, interessato a favorire il successo della propaganda “disfattista” in Russia. Le sue posizioni, aspramente critiche nei confronti del “difensivismo rivoluzionario” e dell’intera linea politica menscevica, favorevoli a una rottura netta con il Governo provvisorio, all’uscita dalla guerra, alla concentrazione del potere nelle mani dei Soviet, al superamento immediato della “fase borghese” della rivoluzione in vista dell’instaurazione della dittatura del proletariato, erano già state rese pubbliche in marzo nelle “Lettere da lontano”, censurate dalla “Pravda” perché in contrasto con la politica ufficiale del partito. Appena ritornato in patria, Lenin le presentò in forma sintetica nelle famose “Tesi di aprile”, respinte dai menscevichi del Soviet, e inizialmente accolte con perplessità anche dai maggiori esponenti bolscevichi. Fu necessaria una battaglia all’interno del partito, nel quale Lenin mostrò di avere una presa fortissima perché le Tesi conquistassero la maggioranza.

Nel frattempo i bolscevichi riscuotevano un consenso crescente presso operai, soldati, marinai delle generazioni più giovani, conquistando l’egemonia in alcune roccaforti rivoluzionarie. La radicalizzazione sociale, inasprita dal flusso crescente di disertori, alimentata dalle aspettative deluse di pane, pace e terra e favorita dalla crisi del potere centrale, si traduceva nella rivendicazione dell’autodecisione popolare a tutti i livelli.

Alla metà di ottobre Lenin spingeva ormai risolutamente per l’insurrezione armata, ma una parte consistente della dirigenza del partito era ancora riluttante. Lenin era però determinato a prendere il potere prima dell’apertura del Congresso panrusso dei Soviet, prevista per il pomeriggio del 25, sicché nella notte del 24 il Voenrenkom (il Comitato rivoluzionario militare) si impadronì di luoghi strategici con un’azione mirata.

Il mito costruito dalla storiografia sovietica attorno ai fatti di Ottobre come rivoluzione di massa è stato ormai da tempo sfatato: si trattò di un’insurrezione armata nella quale svolsero un ruolo attivo poche migliaia di persone. La sera del 26, inoltre, furono approvati i due celebri decreti sulla pace e sulla terra: con il primo si lanciava un appello per l’immediata sospensione delle attività belliche e l’inizio di trattative per una pace “senza annessioni e indennità”, con il secondo, si fece proprio integralmente il programma di “socializzazione”.

In contemporanea alla Rivoluzione seguirono gli eventi della guerra civile, conclusasi tra il 1920-1921. Si trattò di una serie di guerre civili e conflitti nazionali che si succedettero e si sovrapposero nel quadro della cosiddetta “guerra civile europea” o “guerra dei trent’anni” del XX secolo (1914-45).

Intanto, nel novembre 1917 era cominciata la fuga verso sud delle forze ostili ai bolscevichi: esponenti politici dei cadetti e della destra, esponenti del mondo borghese, artistico, intellettuale si concentrarono nell’area del Don dove si costituì l’armata dei Volontari, un esercito antibolscevico composto innanzitutto da ufficiali. I bolscevichi risposero inviando truppe al Sud e conquistarono Rostov-sul-Don. Cominciarono allora a susseguirsi quei repentini rovesciamenti di fortune belliche che portarono alla sconfitta dei russi bianchi.

I diversi punti di vista della storiografia sulla Rivoluzione e sulla modernità sovietica.

La modernità della Rivoluzione russa è stata, fin dal primo momento, motivo di dibattito tra gli storici per l’importanza politica che questa ha assunto e assume tutt’oggi. Sebbene negli ultimi decenni il dibattito storiografico in merito si sia allontanato dallo scontro ideologico, perseguendo maggiore scientificità, si riscontrano facilmente alcuni filoni interpretativi motivati da posizioni politiche.

Il filone neozarista si scaglia contro la Rivoluzione di Febbraio, definendola come la congiura dei liberali, i quali, abbattendo l’autocrazia, aprirono la strada alla “catastrofe bolscevica”. I fautori di queste tesi sostengono che la Russia zarista e ortodossa sarebbe pienamente riuscita a superare la propria crisi interna senza bisogno di modifiche istituzionali.

L’approccio neoliberale, al contrario, elogia la Rivoluzione di Febbraio e condanna la Rivoluzione d’Ottobre. Nella prima vede, infatti, l’installazione di promettenti basi per il progresso e l’ammodernamento della Russia, come, ad esempio, l’istituzione della Duma. Queste basi sarebbero state invece stroncate dalla Rivoluzione d’Ottobre, interpretata come un colpo in stato il cui obiettivo ultimo sarebbe stato la promozione di un regime totalitario.

La corrente neobolscevica, infine, percepisce come fondamentale punto di svolta la modernità della Rivoluzione d’Ottobre, per il carattere innovativo della lotta di classe e per la successiva strutturazione dell’apparato politico ed economico.

Alla luce di questo dibattito sono stati evidenziati, nell’intervento della professoressa Cigliano, interessanti sviluppi riguardanti la storiografia russa, i quali si avvalgono di metodi di studio interdisciplinari. Questo il caso di Igor Narskij, fautore di un approccio antropologico, e di Vladimir Buldakov, studioso di psicologia delle masse.

Il primo autore, nel libro intitolato La vita nella catastrofe. La quotidianità delle popolazioni degli Urali nel 1917-1922 analizza la vita quotidiana della popolazione nella regione degli Urali, durante e dopo la rivoluzione, sottolineandone i caratteri di anti-modernità e arcaismo. Infatti, egli intravede nella costruzione del nuovo regime, caratterizzato da evidenti difficoltà e privazioni, la causa di una mutazione antropologica delle persone le quali, costrette ad adottare i più duri meccanismi di sopravvivenza (alcolismo, cannibalismo, terrore esistenziale), si dirigono verso un’arcaizzazione e ruralizzazione delle condizioni di vita.

Di parere simile è Buldakov, autore della monografia La ribellione rossa. La natura e le conseguenze della violenza rivoluzionaria. Egli si sofferma, in particolare, sullo studio delle componenti della violenza e della disorganizzazione, elementi interpretati come risposta della società tradizionalista all’instabilità prodotta dai processi di modernizzazione e alla violenza moderna della Prima guerra mondiale.

Nonostante queste letture degli eventi rivoluzionari, la Rivoluzione ha comunque apportato elementi di modernità e di progresso. La Nuova Politica Economica degli anni Venti, ad esempio, insieme all’organizzazione del potere politico in rapporto alle nazionalità dell’immenso territorio russo avrebbero aiutato la nuova Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ad assurgere al rango di grande potenza e a prepararsi all’imminente secondo conflitto mondiale.

 

Bibliografia:

Cigliano, Giovanna, La Russia contemporanea. Un profilo storico. Nuova edizione, Roma, Carocci editore, 2013.

Guida, Francesco, La Russia e l’Europa centro-orientale: 1815-1914, Roma, Carocci editore, 2014.

Narskij, Igor, Zhizn v katastrofe. Budni naseleniia Urala v 1917-22, Moskva, Rosspen, 2001.

Buldakov, Vladimir, Krasnaia smuta. Priroda i posledstviia revoliutsionnogo nasiliia, Moskva, Rosspen, 1997.

 

 

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