La guerra fredda come scontro tra due ipotesi di modernità e modernizzazione. Lezione di Georg Meyr. Relazione a cura di Nicolò Bonato, Sabrina Certoma, Francesco Landolfi, Francesca Milazzo

Il confronto tra due modernità, quella russa e quella statunitense, è stato il tema principale di questa XIII Summer School e la lezione del professor Georg Meyr ha riguardato uno dei periodi sicuramente più decisivi di questo confronto, ovvero la Guerra fredda. La contestualizzazione storica di questa lezione proviene principalmente dal testo di Federico Romero, Storia della guerra fredda. Altro riferimento è stato Una strana guerra fredda, di Sara Lorenzini, mentre per la questione terminologica, Meyr si è rifatto alla definizione del concetto di modernità data da Habermas, ovvero quella di “progetto storico” non ancora totalmente compiuto, in fieri[1].

È difficile vedere nel corso della storia contemporanea una competizione ugualmente serrata a livello economico, politico e ideologico tra due potenze geopolitiche, che prima e dopo il 1945 esercitano la propria influenza a livello internazionale. La lettura di Romero si rende dunque fondamentale per la comprensione del clima politico del secondo dopoguerra e dei passaggi che portano alla rottura di un’alleanza inevitabile, ma artificiosa, cioè la coalizione degli Alleati e dell’URSS contro la Germania nazista, ritenuta nemica giurata dell’umanità. Dopo il 1945, debellato il pericolo rappresentato dal nazi-fascismo, questa alleanza sembra appunto perdere buona parte della sua ragion d’essere e viene a configurarsi un nuovo modello atto al mantenimento di un equilibrio globale, seppur al costo di incertezza e tensioni politiche continue.

Meyr chiarisce fin da subito come la Guerra fredda sia stata una conseguenza tutto sommato prevedibile dell’ancor più prevedibile rottura dell’alleanza di guerra tra i sovietici e gli Alleati, basata quasi unicamente sul sentimento antinazista, che già in sé presentava caratteri differenti tra i vari attori del conflitto. La rottura di questa alleanza è sicuramente anche dovuta alla morte di Roosevelt, più bendisposto nei confronti della potenza sovietica rispetto al suo vicepresidente e successore Harry Truman, fortemente anticomunista.

Pertanto, Stati Uniti e Unione Sovietica divengono dopo il 1945 i due “campioni” di altrettante visioni del mondo contrapposte, servendosi di lenti differenti per leggere la modernità e proporre il proprio modello di sviluppo e modernizzazione: da una parte viene posta grande fiducia nello sviluppo economico capitalistico, portatore “naturale” di benessere, con evidenti ricadute positive sul piano della società, pacificandone i conflitti; dall’altra, invece, la considerazione della tensione sociale, la lotta di classe, come catalizzatore di un momento storico ritenuto inevitabile: il confronto finale tra socialismo e capitalismo che avrebbe portato al necessario superamento di quest’ultimo[2].

Il primo periodo di Guerra fredda inizia nel 1947 e termina nel 1955. A fare da spartiacque sono l’annuncio del piano Marshall nel marzo del 1947 – la rottura con l’URSS avviene, infatti, a causa della non accettazione da parte russa degli aiuti economici offerti dagli Stati Uniti – e la firma del Patto di Varsavia, l’accordo speculare all’Alleanza Atlantica che lega la potenza sovietica agli Stati satelliti dell’Europa orientale, il 14 marzo 1955. È in questa data che si formano effettivamente due blocchi contrapposti. Il professor Meyr tiene a sottolineare come questa presa di posizione sovietica non fosse una reazione alla creazione dell’alleanza occidentale, formatasi anni prima, bensì all’adesione alla stessa della Repubblica Federale Tedesca (vista come autore del tradimento del patto Molotov-Ribbentrop e causa dei 25 milioni di morti riscontrati da parte sovietica durante la guerra), avvenuta proprio nel 1955.

Si conclude con questo passaggio la Guerra fredda come fase di non dialogo, sfiducia e congetture paranoiche e si apre il periodo della distensione e della coesistenza pacifica, in cui si cerca razionalmente di trovare una via per la convivenza sul piano internazionale. In realtà, sappiamo bene che anche questa fase di distensione è caratterizzata da picchi molto gravi di tensione politica, rappresentati ad esempio dalla crisi dei missili di Cuba prima (1962) e dell’Afganistan poi (1979).

Fino al 1989 la convivenza continua insomma ad essere accompagnata da un generale sentimento di insicurezza, dovuto alla consapevolezza che entrambi gli schieramenti dispongono di importanti arsenali atomici, giocando con la strategia della deterrenza. Le maggiori superpotenze mondiali non cessano dunque di scrutarsi e confrontarsi, portando avanti il proprio progetto di modernità e di egemonia culturale su scala globale, seppur con strategie antitetiche, che rispecchiano due sguardi sul futuro e due letture della contemporaneità completamente opposti.

A questo punto Meyr, partendo proprio dalla formazione degli Stati Uniti e dell’URSS, si chiede – attraverso alcune considerazioni sugli eventi più significativi della storia dei due paesi – se si possa parlare di due percorsi di modernità che seguono linee parallele già prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Come vengono a formarsi, cioè, il progetto di modernità statunitense e quello sovietico?

Sul versante sovietico, Meyr nutre forti dubbi sull’esistenza di un modello di modernità sovietica preesistente. Considera la rivoluzione di Lenin una “rivoluzione reazionaria”, critica nei confronti della modernità capitalistica europea che ha avuto come esito la catastrofe rappresentata dalla prima guerra mondiale. Il momento della presa di potere da parte dei bolscevichi nel 1917 corrisponderebbe non tanto a un momento di radicale trasformazione – appunto, rivoluzionario – ma, al contrario, ad un fenomeno di conservazione del potere stesso. Meyr non vede quindi nei successivi momenti della storia dell’URSS tracce di innovazione politica, economica e perfino culturale. I movimenti artistici russi, fatta eccezione per le avanguardie degli anni Venti, sarebbero stati, infatti, interpretati esclusivamente nell’ottica della propaganda socialista, o quantomeno del realismo socialista. Anche la NEP non avrebbe espresso una vera idea di modernità. A sancire quest’effettiva mancanza di modernità come progetto storico è, secondo Meyr, l’ingresso dell’URSS nella Seconda guerra mondiale nei termini di una mera reazione all’offensiva nazista, nella piena violazione del patto Molotov-Ribbentrop. È dunque da dubitare che l’Unione Sovietica fosse riuscita a diventare, grazie alla NEP, una potenza competitiva in grado di sostenere il confronto con la Germania nazista. Quest’ultima, semmai, sarebbe stata sconfitta dalla stessa ipertrofia e inconsistenza dei suoi progetti espansionistici.

Passando agli Stati Uniti, le considerazioni sull’esistenza di un progetto di modernità di lunga data sono di tutt’altro tenore. La modernità statunitense viene infatti riconosciuta già nelle idee dei padri pellegrini, cristiani riformati in contraddizione con la morale cattolica, e nei principi del costituzionalismo americano. Questa modernità viene poi approfondita con la Guerra civile e con l’abolizione costituzionale della schiavitù, in quanto modello socio-economico fallimentare. Verrebbe trasmesso, in quest’ottica, lungo tutto il percorso storico statunitense, un portato innovativo continuo che inizia con l’epoca coloniale e prosegue con quella rivoluzionaria e del costituzionalismo illuminista, in cui si formano le basi solide di quella democrazia che, nel secondo dopoguerra, viene proposta ed esportata a livello internazionale.

Bisogna ricordare inoltre che già prima della Guerra fredda, il 14 agosto 1941, il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt e il Primo ministro britannico Winston S. Churchill si riunirono a bordo della nave militare Prince of Wales nella Baia di Terranova per redigere la Carta Atlantica, affermando in otto punti la volontà di edificare un nuovo mondo globalizzato a immagine e somiglianza della società anglo-americana. Come è scritto nel sesto punto, l’umanità risparmiata dalla violenza della Seconda guerra mondiale e dalla Nazi tiranny avrebbe dovuto finalmente vivere liberata from fear and want[3]. L’idea di libertà statunitense ha anche una precisa connotazione legata alla globalizzazione, al liberismo economico, al consumismo e alla democrazia liberale, sinonimi di libertà per il nuovo Occidente americano che era visto storicamente in ascesa dallo storico William H. McNeil contro la visione decadente dell’Occidente di Oswald Spengler[4]. Perciò, gli Stati Uniti che entrano nella Seconda guerra mondiale hanno già, dal punto di vista di Meyr, un portato di modernità intrinseca da esportare, mentre l’Unione Sovietica si ritrova ancora a dover mettere a punto il proprio, non dimostrandosi inoltre interessata ad esportarlo.

In aggiunta, nel corso della lezione abbiamo visto come il contrasto tra le due potenze sia stato comunque presente anche durante il periodo di alleanza. In particolare, nonostante Stalin non abbia negato a Roosevelt la possibilità di creare l’ONU, che avrebbe appunto avuto lo scopo di estendere al mondo le quattro libertà fondamentali, il leader sovietico ha voluto sancire il primato della giurisdizione locale (con l’Art. 2 della Carta ONU riguardante la domestic jurisdiction, ovvero la sacralità degli affari interni a ogni stato membro) e ritagliarsi un posto di rilievo nel Consiglio di Sicurezza, sede di una lunga battaglia di veti incrociati da parte della sfera comunista, non solo sovietica.

Ad ogni modo, nel secondo dopoguerra, l’URSS non si occupa tanto dell’esportazione del proprio modello, quanto della messa in sicurezza della propria stabilità interna. Il progetto di modernità viene in questo senso sacrificato sull’altare della soluzione dei problemi interni e del rispetto dei piani quinquennali, volti a favorire quasi esclusivamente l’industria pesante. Da questo punto di vista, sarebbe dunque difficile considerare la prima Guerra fredda come un confronto reale e paritario tra due potenze con un portato innovativo e un progetto politico da lanciare su scala globale. È infatti solo col XX congresso del PCUS, tenutosi nel 1956, che si apre, per Meyr, una sorta di progetto storico di modernità sovietica, che muove su due binari. Uno è quello della denuncia del culto della personalità di Stalin e del processo di destalinizzazione, l’altro è quello dell’impegno nella cooperazione internazionale e negli aiuti ai Paesi in via di sviluppo, con la crescente importanza dell’Università delle Relazioni Internazionali di Mosca (MGIMO), in particolare nella formazione dei dirigenti e degli attivisti protagonisti dei cambiamenti in Africa e Sud America. Solo da questi sviluppi emerge finalmente un quadro internazionale in cui si consuma il confronto serrato tra due progetti di modernità, prima pressoché inesistente.

Sempre nel 1956 si consolida il gruppo dei paesi non allineati, considerati «immorali che non sanno scegliere fra Dio e Satana» dal segretario di Stato statunitense John Foster Dulles. Da questa e altre citazioni è possibile capire quanto fosse forte la retorica dicotomica e bipartisan che vedeva nell’avversario le forze del male, da affrontare nel nome del bene, un bene ammantato nei religiosi Stati Uniti da un’aura divina dovuta al principio del destino manifesto, tratto intrinseco fin dall’Ottocento. Abbiamo visto anche come al contenimento proposto da Truman, reiterato nel documento segreto NSC-68, si affiancasse una politica estera statunitense di espansione e controllo, sia secondo la formula dell’empire by invitation, sia con operazioni segrete, ma anche con l’esplicito intento di estendere le quattro libertà di Roosevelt attraverso l’ONU e la predominanza finanziaria del dollaro data dagli accordi di Bretton-Woods, che agganciavano la valuta statunitense all’oro, rendendola il fulcro della finanza internazionale e scalzando la sterlina.

Allo stesso tempo un progetto come il piano Marshall (o European Recovery Program) era dovuto principalmente a tre motivi. Intanto, una prima motivazione politica: la prevenzione della miseria e della povertà, considerate ambienti fertili per il comunismo. La “libertà dalla paura e dal bisogno” venne resa infatti una cifra fondamentale della politica estera statunitense, accompagnata dall’idea di un’istituzione sovranazionale che garantisse pace e stabilità. Sotto questa lente il piano Marshall può essere letto come una chiara esplicitazione della volontà statunitense di creare un ordine mondiale pacificato, grazie alla ripresa economica dei territori europei che più avevano sofferto durante il dopoguerra, dunque più a rischio di conflitto sociale e più soggetto alle seduzioni sovietiche. Segue una seconda motivazione economica: la bilancia dei pagamenti fra Stati Uniti ed Europa andava ripristinata per uscire dal disastro; l’Europa doveva tornare a ricoprire il ruolo di partner commerciale degli Stati Uniti. C’era dunque la necessità di rendere l’Europa – in particolare, la Germania occidentale – attiva dal punto di vista commerciale per limitare il più possibile l’influenza dei partiti comunisti. Infine, una terza ragione era umanitaria: la dottrina del destino manifesto, che vede gli Stati Uniti come salvatori e protettori del mondo detenne un peso specifico all’interno del dispositivo ideologico adottato per espandere la propria influenza sull’Europa occidentale. L’Europa non era più centro del mondo, ma un fondamentale scacchiere politico e commerciale. Perciò la ricostruzione e gli aiuti per favorire il benessere erano contraccambiati dal sostegno politico e la riconoscenza delle forze centriste nei confronti dell’alleato statunitense.

Lo stesso metodo di diffusione del Piano fa comprendere come gli Stati Uniti fossero consapevoli di dover basare il proprio intervento sul consenso delle nazioni che lo ricevevano, piuttosto che sulla prevaricazione delle stesse. È per questo che vengono inviati presso le ambasciate europee degli anchor man dei media per sondare il terreno riguardo l’accettazione dell’ERP. L’alleanza atlantica completata dal Patto Atlantico ebbe poi, indubbiamente, un grosso peso nel processo di globalizzazione su base americana. È lo strumento che segna l’impegno degli Stati Uniti a difesa del mondo occidentale, dal punto di vista economico, valoriale e militare.

In conclusione, il quadro che emerge è dunque quello di un confronto sbilanciato fra una modernità effettivamente sviluppata come quella statunitense e una sovietica acerba e indefinita, tanto che Meyr ha anche ipotizzato l’inadeguatezza dell’uso del termine modernità per descrivere il progetto sovietico. La discussione successiva alla lezione ne ha invece sottolineato la pertinenza, pur sottolineando le differenze. La modernità statunitense si è basata su un progetto storico di stampo illuminista (seppure con alcuni aggiornamenti incisivi) che è stato storicamente promosso con metodi tendenzialmente non coercitivi, o comunque non militari, in particolare nell’ambito europeo. Diversamente, il pur innovativo e rivoluzionario progetto sovietico, che si proponeva di cambiare radicalmente la società, è stato diffuso attraverso una dittatura interna e una forte aggressività, spesso militare, in politica estera. Un fattore, quello della coercizione, che è probabilmente corresponsabile del crollo avvenuto alla fine del secolo scorso. Mentre gli Stati Uniti creavano un “impero” fondato sul consenso, l’URSS si ritrovava a dominare popoli tenuti insieme con la violenza, con la sottomissione e la repressione. Non poche domande sorgono da queste considerazioni ed è inevitabile che sia così quando diverse letture storiche si confrontano sulla base di visioni che sono il risultato della storia, cioè legate al giudizio sul presente. Le luci della modernità non sono prive di ombre e – come il dibattito storiografico mostra ancora oggi – rimane aperta e attuale la riflessione storica sul 1917 come inizio del confronto fra due modernità.

 

Bibliografia:

Habermas, Jürgen, Il discorso filosofico della modernità, Bari-Roma, Laterza, 2003.

McNeil, William H,,The Rise of the West: A History of the Human Community, Chicago, University of Chicago Press, 1963.

Lorenzini, Sara, Una strana guerra fredda. Lo sviluppo e le relazioni Nord-Sud, Il Mulino, Bologna 2017.

Romero, Federico, Storia della Guerra Fredda, l’ultimo conflitto per l’Europa, Einaudi, Torino 2009.

Spengler, Oswald, Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte, Wien, Braumüller, 1918.

Testi, Arnaldo, Il secolo degli Stati Uniti, Bologna, il Mulino, 2008.

 

[1] Jürgen Habermas, Il discorso filosofico della modernità, Bari-Roma, Laterza, 2003.

[2] Cfr. Federico Romero, Storia della Guerra Fredda, l’ultimo conflitto per l’Europa, Einaudi, Torino 2009.

[3] Franklin D. Roosevelt, Winston S. Churcill, The Atlantic Charter, 14 agosto 1941, art. 6.2

[4] William H. McNeil, The Rise of the West: A History of the Human Community, Chicago, University of Chicago Press, 1963. Oswald Spengler, Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte, Wien, Braumüller, 1918

 

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