Gli Stati Uniti dopo il secolo americano. Lezione di Maurizio Vaudagna. Relazione a cura di Chiara Marianna Coscia, Daniele Curci, Sara Pagone, Feleg Tesema, Alessandro Testa, Maria Gioia Zurzolo

Che cosa si intende per secolo americano? E che cosa si intende per epoca post-americana? L’argomento è vasto e diventa tanto più complesso da esplorare quanto più si accorcia la distanza critica temporale tra noi osservatori e l’oggetto delle nostre osservazioni. Siamo dentro questa storia e lo sguardo non riesce a concedersi un respiro temporale sufficientemente ampio per organizzare al meglio le conoscenze di cui disponiamo. Non possiamo allora far altro che muoverci sul terreno delicato delle ipotesi. Ecco quindi la necessità di partire dal principio, dalla stessa espressione American Century e dalla sua storia.

Era il 17 febbraio del 1941 quando Henry Luce pubblicava su Life Magazine “The American Century”. Risuonavano nell’articolo parole come internazionalismo, democrazia, missione e libertà. Luce parlava della prospettiva bellica anticipando quella posizione ideologico-propagandistica che avrebbe poi caratterizzato tutto il periodo della Guerra fredda, e proponendo un’idea – quella di secolo americano – che avrebbe abbracciato tutto il Novecento, secolo che ha visto l’ascesa, l’apoteosi e il declino dell’internazionalismo in nome del quale gli Stati Uniti si sono mossi nella sfera globale.

Quando parliamo di secolo americano e di era post-americana, come scrive Federico Romero sul sito di Ricerche di Storia Politica, bisogna prima di tutto stabilire alcuni criteri di definizione. Romero ne individua cinque:

– il dominio strategico esercitato nell’era del bipolarismo post 1945;

– l’edificazione di istituzioni multilaterali, prima occidentali e divenute poi globali dopo la caduta del muro di Berlino;

– la prorompente espansione economica e tecnologica;

– un’egemonia culturale solida, sostenuta da una forte interrelazione tra tecnologia, libertà e consumi, oltre che da un’industria culturale ancora oggi dominante nel mondo;

– la capacità di fondere un’economia industriale prospera e una società inclusiva, sulla base di un modello di welfare che univa democrazia e capitalismo liberale, un modello definito dal sociologo danese Gosta Espig-Andersen “Welfare Capitalism liberale”: uno dei tre modelli di welfare capitalism che si sono affermati nella società occidentale, quello a più basso livello di decommodification, nel quale si tende cioè a dare più libertà possibile al cittadino e a limitare l’intervento dello Stato.

Nel corso del Novecento, soprattutto dagli anni Settanta, questo modello si è sfilacciato in un liberalismo non più integro e compatto, fino al suo scollamento nella crisi del binomio tra capitalismo e democrazia. Quando è accaduto tutto ciò, e soprattutto perché?

La crisi economica del 2008 ha riportato in vita il dibattito sul capitalismo, mostrandone le fragilità nei momenti di crisi. Queste, e la relativa tensione tra capitalismo e democrazia, secondo la storica della Columbia University Alice Kessler-Harris, derivano dall’erosione del benessere che aveva caratterizzato il Welfare Capitalism liberale oggi in crisi. Lo Stato sociale non funziona più, come ha sostenuto il giornalista economico Martin Wolf, quale garanzia per le grandi corporation che dagli anni Settanta hanno iniziato a sfuggire dalla tassazione. Il risultato è stato una crescente destabilizzazione sociale che sta determinando scarsità di mezzi e servizi di base in un quadro di forte disparità di reddito: in questo senso, secondo Thomas Piketty, il trentennio 1930-1970 costituisce un’eccezione, mentre disuguaglianze economiche e sociali costituirebbero una caratteristica intrinseca del capitalismo.

Non si può prescindere inoltre dalla rottura dei valori tradizionali a cavallo degli anni Sessanta e Settanta, periodo segnato da una vera e propria rivoluzione dei costumi che ha smantellato una delle istituzioni cardine della società statunitense: la famiglia nucleare, con il marito-padre nel ruolo di breadwinner, incaricato di guadagnare sempre di più per sostenere la famiglia, e la madre impeccabile housekeeper, compagna affettuosa e madre protettiva. Con il tempo, questa istituzione si è riconfigurata notevolmente in stretta connessione con alcuni fattori socio-economici, come la riduzione della crescita demografica, la trasformazione del ruolo della donna e l’accesso sempre maggiore delle donne al mondo del lavoro, il divorzio e la liberazione dei costumi sessuali.

Secondo Maurizio Vaudagna lo scollamento del liberalismo del secolo americano è avvenuto lungo cinque fenomeni storici:

– la sostanziale ridefinizione del Partito democratico e del Partito repubblicano e della loro composizione elettorale;

– la crescente pratica di delegittimazione dell’avversario, non più limitata solo alla campagna elettorale, ma sempre più interna al Congresso;

– la radicale polarizzazione politica sfociata nel fiorire di un populismo di destra e uno di sinistra;

– la fine dell’esperimento di “terza via” di Clinton;

– lo scontro tra friendship democracy e adversary democracy. Con riferimento alla sociologa statunitense Jane J. Mansbridge (Beyond Adversary Democracy, 1980), si può dire che stiamo assistendo alla riduzione degli spazi della democrazia “amicale” nella quale i cittadini si riconoscono come egualmente membri di una comunità attraverso la cooperazione, e all’espandersi della democrazia “avversariale” per cui l’elevata conflittualità sociale e culturale sembra impedire l’emergere di un interesse generale.

Alla luce di questi cinque fenomeni è bene tornare sulla storia del welfare capitalism nell’arco temporale che è andato dagli anni Trenta di Roosevelt ai Sessanta e Settanta. Il New Deal di Roosevelt ha, infatti, contribuito a creare quel mixed system, in cui il mercato, l’impresa privata e l’azione pubblica agivano assieme per garantire il mantenimento e il buon funzionamento del welfare capitalism, permettendo a tutti di avere maggiori opportunità in un contesto di uguaglianza democratica. Fra i sostenitori del progetto newdealista vi era lo stesso mondo capitalistico statunitense – o almeno una sua parte importante – per paura del comunismo e desiderio di stabilità. Questo mixed system si affermò agevolando una straordinaria crescita economica. Alla metà degli anni Settanta il miracolo keynesiano iniziava però a venire meno: crollo della produttività, stagflazione, cambio di trend nella crescita economica e demografica. Aumentava il numero dei bisognosi, mentre diminuivano i produttori di reddito. Naturalmente non era stato solo merito del welfare capitalism se le sperequazioni si erano ridotte, ma certamente fu un fattore determinante. La sua messa in discussione nasceva invece dalla riduzione dei tassi di crescita, che erano stati in precedenza favoriti dall’economia di guerra e dalla successiva ricostruzione; dalla trasformazione dell’economia industriale in senso finanziario; dalla nuova economia dei servizi e della tecnologia informatica. I fattori di equilibrio e sviluppo che avevano reso possibile l’esportazione del New Deal a livello globale e il consolidamento dell’intreccio fra democrazia e capitalismo iniziavano a declinare e con essi la fiducia nelle procedure democratiche istituzionali che fino a quel momento avevano permesso di superare il conflitto nella cooperazione: ritornava prepotentemente alla ribalta la figura del nemico e la friendship democracy lasciava spazio alla adversary democracy.

La crisi del welfare capitalism si legava dunque alla crisi della democrazia determinando un profondo cambiamento della politica statunitense. Negli anni Sessanta e Settanta, l’egemonia culturale liberal e la grande maggioranza democratica della coalizione elettorale ereditata dal New Deal si incrinava, venendo meno definitivamente con lo spostamento dei voti del deep South – storicamente democratico – al Partito repubblicano: la vittoria di Richard Nixon e l’affermazione della maggioranza conservatrice avrebbe dato al Grand Old Party la vittoria in tutte le elezioni presidenziali dal 1968 al 1988 (ad eccezione della presidenza Carter). La rapida migrazione elettorale del Sud verso i repubblicani era favorita e accompagnata da una profonda mutazione ideologica del Partito repubblicano che, con la nomination di Barry Goldwater alle presidenziali del 1964, iniziava ad assumere valori e punti programmatici della nuova destra, liberista in politica economica, neo-conservatrice in ambito politico-culturale sui temi della famiglia, della religione, della patria. Goldwater mostrava che parte dell’elettorato iniziava a sentirsi minacciato dai cambiamenti sociali in corso. La sua sconfitta alle presidenziali era vissuta da gran parte della nuova destra come un monito a dover “lavorare di più”: Goldwater aveva anticipato temi che sarebbero riemersi negli anni Settanta e Ottanta, con una forte carica di anti-statalismo e anti-tassazione.

Parallelamente, fra le fila democratiche iniziava ad affermarsi una fazione che, cercando di rilanciare un internazionalismo ispirato al cold war liberalism, rifiutava la distensione in quanto politica che riduceva gli Stati Uniti a un paese “normale”. Agli occhi dei futuri neo-conservatori la messa in discussione dell’eccezionalismo era un gesto un-american. Iniziava così la pratica della delegittimazione dell’avversario, che progressivamente era visto come nemico delle istituzioni. La presidenza Carter, in questo senso, non era soltanto una parentesi nel periodo della nuova maggioranza repubblicana, rappresentava anche l’ultimo tentativo di mantenere il sistema in equilibrio in un momento in cui il senso di vulnerabilità e la narrativa di impotenza erano preponderanti. Non a caso parte della sua campagna elettorale si era giocata sul richiamo a una “new and genuine détente” nel tentativo di presentarsi come figura di compromesso, sia per i democratici che per i repubblicani. Compromesso che veniva meno nella seconda parte del mandato quando Carter iniziava ciò che Reagan avrebbe portato a compimento. Per abbassare l’inflazione attuava una svolta drastica rispetto alla politica economica democratica precedente, con lo smantellamento del New Deal che ne era stato il suo cardine.

Carter era il primo presidente democratico a ripensare il New Deal, spianando la strada al decennio repubblicano e al trionfo del neoliberismo e dell’ideologia neocon: deregulation e tagli alla spesa sociale portavano a una forte ripresa economica degli Stati Uniti che erano così in grado di vincere la Guerra fredda. Eppure, la «fine della storia» celebrata da Francis Fukuyama coincideva con l’emergere di nuovi problemi storici: non soltanto i pericoli internazionali insiti nell’occupare la posizione di unica superpotenza, come già nel 1987 Paul Kennedy aveva ammonito parlando di una “sovraesposizione imperiale”, ma anche il declino del welfare capitalism che aveva contraddistinto il secolo americano. La fine del New Deal rompeva il forte nesso tra capitalismo e democrazia sul quale gli Stati Uniti avevano eretto il modello da esportare.

La percezione del declino della grande egemonia statunitense oscurava dunque l’eccezionalismo americano e la proiezione americana nel contesto internazionale. Che cosa resta dell’egemonia che ha reso il Novecento il secolo americano? La fine della Guerra fredda aveva diffuso un generale entusiasmo per l’affermazione del capitalismo liberale come modello di sviluppo e crescita per l’intera comunità internazionale. Secondo lo scienziato politico John Ikenberry, all’implosione dell’URSS è seguito un ordine mondiale guidato dall’egemonia statunitense, fondato su una logica di interdipendenza e cooperazione nel quadro del capitalismo liberale. Negli anni Novanta, l’affermazione di Stati liberaldemocratici diventava priorità assoluta per la leadership statunitense: un mondo senza la nazione americana era considerato un mondo disordinato e violento nel quale democrazia e libertà sarebbero state in balia di spinte autocratiche e conflitti. Il potere americano nel nuovo ordine globale era dunque considerato necessario per mantenere il carattere liberale dell’ordine internazionale, un ordine certo gerarchico, ma comunque aperto.

In questo senso alla fine degli anni Novanta sembrava vi fossero tutti gli elementi per poter parlare di nuovo secolo americano. Alla luce della loro supremazia, gli Stati Uniti assumevano un nuovo impegno mondiale, quello di favorire la globalizzazione e l’interdipendenza economica, come specifica modalità di leadership che garantiva protezione e sicurezza agli alleati. Gli Stati Uniti si affacciavano al nuovo secolo come unica potenza mondiale, nonché unico attore in grado di cambiare il corso della storia e di guidare la comunità internazionale verso un nuovo ordine globale. Tuttavia, la vulnerabilità mostrata all’indomani degli attentati alle Torri Gemelle e il seguente approccio unilaterale hanno condotto a dubitare delle modalità con le quali Washington agiva in un sistema unipolare. È così ritornata in auge la discussione sul possibile declino della potenza statunitense avviata più di un decennio prima dal volume di Paul Kennedy (The Rise and Fall of the Great Powers, 1987) che ripercorreva storicamente il percorso di ascesa-declino dei grandi imperi europei per poi offrire una spiegazione strutturale sul motivo per cui era plausibile parlare di declino della potenza americana. In questo senso, negli anni Duemila, la maggiore sfida per gli Stati Uniti sembra essere rappresentata dalle problematiche sociali presenti sul piano interno, legate alla situazione economica e alla crisi finanziaria del 2008. È ragionevole quindi pensare che il declino dell’egemonia statunitense trovi spiegazione al suo interno, in un sistema economico che ha prodotto enormi disuguaglianze e una crescente polarizzazione della società. La crisi del modello di crescita economica, del capitalismo liberale e delle basi economico-sociali della democrazia inclusiva sono le dimensioni sulle quali il dibattito sul futuro del nuovo secolo americano si dirama: oggi l’egemonia culturale della società statunitense appare frammentata, alle prese con un problema di legittimazione dell’ordine che al momento impedisce di parlare di un nuovo secolo americano. La fine del welfare capitalism coincide allora con la fine di un sistema di riconoscimento reciproco e l’inizio del processo di delegittimazione politica che, iniziato negli anni Settanta e Settanta, è passato attraverso le guerre culturali degli anni Ottanta e Novanta, per arrivare all’odierna presidenza Trump.

 

Bibliografia:

Biven, Carl, Jimmy Carter’s Economy: Policy in an Age of Limits, Chappel Hill, University of North Carolina Press, 2002.

Del Pero, Mario, Henry Kissinger e l’ascesa dei neoconservatori. Alle origini della politica estera americana, Roma-Bari, Laterza, 2006.

Fukuyama, Francis, The End of History and the Last Man, New York, Free Press, 1992.

Huntington, Samuel P., The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, New York, Simon&Schuster, 1996.

Ikenberry, John G., Liberal Leviathan: The Origins, Crisis, and Transformation of the American World Order, Princeton, Princeton University Press, 2011.

Kagan, Robert, “Not fade Away. The Myth of American Decline”, in «New Republic», January 11, 2012.

Kennedy, Paul, The Rise and Fall Of Great Powers: Economic Change and Military Conflict from 1500 to 2000, New York, Random House, 1987.

Luce, Henry, “The American Century”, in «Life Magazine», February 17, 1941.

Nye, Joseph, Fine del Secolo americano?, Bologna, il Mulino, 2016.

Romero, Federico, “Gli Stati Uniti nell’era post-americana”, Tavola rotonda: Dopo il secolo americano, Ricerche di Storia Politica, novembre 2016, http://www.ricerchedistoriapolitica.it/tavole-rotonde-e-convegni/tavola-rotonda-dopo-il-secolo-americano/.

Phillips, Kevin P. The Emerging Republican Majority, New York, Alington House, 1969.

Piketty, Thomas, Il Capitale nel XXI secolo, Milano, Bompiani, 2014.

 

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