1917: Wilson, il wilsonismo e l’ordine globale. Lezione di Tiziano Bonazzi. Relazione a cura di Maria Sole Barbieri, Eleonora Cortopassi, Alessia Gasparini, Martina Marinozzi, Marco Reglia, Valerio Spositi

I rappresentanti dei governi che parteciparono a una seduta della Società delleNazioni nel 1926

Il concetto di modernità si trova al centro dei dibattiti che hanno caratterizzato questa XIII Summer School. In un anno di ricorrenze così importanti, l’analisi di cosa sia o non sia lo stato moderno e come si possa definirlo, risulta più che mai attuale. Da questo punto di vista, il presidente Wilson è stato un grande fautore di innovazione, con la presentazione dei suoi Quattordici Punti prima e con la proposta di creare una Società delle Nazioni poi. Negli anni della sua amministrazione, gli Stati Uniti erano coinvolti in un processo di trasformazione che poneva la popolazione in una predisposizione positiva nei confronti del cambiamento e soprattutto furono gli anni dell’esordio degli Stati Uniti sulla scena internazionale come “nuova” superpotenza militare e industriale. Gli americani si volgevano verso il progresso tecnologico e la modernizzazione del sistema finanziario con un’eccitazione che spesso impediva loro di coglierne gli aspetti negativi. La minaccia dei trust infatti era già presente, tanto da indurre Wilson a promuoverne il controllo già nel programma del 1912 noto come Nuova Libertà. La democrazia andava perciò rinvigorita, e ciò poteva accadere soltanto tramite la decentralizzazione economica e l’incentivazione all’iniziativa privata all’interno del libero mercato. Queste dinamiche, però, contribuirono ad allargare una grossa frattura già presente nella società americana, ovvero la questione razziale e di classe. I temi di classe e della razza furono centrali nell’era progressista. All’inizio del XX secolo, le gigantesche trasformazioni economiche, iniziate negli anni Ottanta del secolo precedente e che avevano attraversato la struttura produttiva americana, provocarono un radicale cambiamento nella composizione etnica e sociale della classe operaia americana. Gli immigrati di seconda generazione, in maggioranza provenienti dall’Europa meridionale e orientale, stavano progressivamente prendendo il posto dei lavoratori nativi, contribuendo ulteriormente ad allargare la frattura razziale nella società americana. Il potere economico e finanziario dei trust si andava rafforzando e con essi anche la loro influenza politica. L’ago della bilancia nei rapporti di forza tra capitale e lavoro si andava spostando pesantemente a favore del primo. Fu in questo contesto che l’amministrazione di Woodrow Wilson si inserì quando nel 1912 vinse le elezioni, approfittando della frattura interna ai repubblicani provocata dalla scissione di Theodore Roosevelt.

Guardando oltre i confini della propria nazione, Wilson vedeva l’Europa come un continente che necessitava di forti cambiamenti. Per migliorare la situazione europea era necessaria una guida esterna alle dinamiche del Vecchio Continente ed essa non poteva che essere quella degli Stati Uniti, paese promotore di un nuovo ordine mondiale, nonché di derivazione europea. L’eccezionalismo americano si trova senza dubbio alla base di questa grande ambizione. Esso, però, presupporrebbe uno Stato con una storia completamente differente dal resto del mondo, in particolare dall’Europa, e in considerazione della storia degli Stati Uniti si trovano evidenti contraddizioni: prima fra tutte, il carattere chiaramente illuminista della Rivoluzione americana. Ciò nonostante, l’eccezionalismo dell’identità missionaria, corrente nella quale gli storici posizionano quello perpetrato da Wilson, resisteva a tali contraddizioni, seguendo l’idea per cui gli Stati Uniti rappresentavano la cristianità e che, di conseguenza, la forma più alta di patriottismo fosse la religione. Questo tipo di eccezionalismo affonda le proprie radici nelle origini puritane e nelle tradizioni portate nel Nuovo Mondo dai Padri pellegrini. L’ideale di “Destino manifesto” si concretizzò nel millenarismo dei primi coloni, tramite i quali si giunse alla formazione di una nuova democrazia, ma con simboli di origine ben più antica. La contraddizione più interessante è, nuovamente, quella evidenziata sopra: alla base di tale razionalità si trovano dei principi di matrice chiaramente illuminista, una razionalità che porta direttamente agli anni del presidente Wilson, ed infatti il nuovo ordine mondiale, da lui presentato seguendo l’idea della “missione” americana di guida del mondo, trova le sue fondamenta nella ragione. Il popolo eletto americano avrebbe dovuto contribuire a una radicale riforma delle relazioni internazionali tramite un connubio di cristianità e garanzia della sicurezza collettiva.

Quale metodo utilizzare, dunque, per estendere l’influenza americana nel resto del mondo? Wilson aveva le idee chiare: non voleva un impero coloniale, bensì un impero economico. Per gli Stati Uniti era necessario trovare una propria egemonia territoriale, come ad esempio successe nel rapporto degli Stati Uniti con le piccole repubbliche dei Caraibi in fase di fallimento economico; ma era l’internazionalismo la chiave giusta da utilizzare, come aveva dimostrato il successo delle grandi fiere come quella di Philadelphia nel 1876 e di Chicago nel 1896. Secondo Wilson, la guerra e le rivoluzioni erano mezzi distruttivi che andavano evitati a tutti i costi; il suo pensiero era tipicamente quello di un “visionario realista”, ovvero di un conservatore non contrario ad alcune forme di progresso: anzi, egli preferiva il progresso moderato alle rivoluzioni dirompenti. Wilson credeva infatti che le rivoluzioni sovvertissero e distruggessero l’ordine prestabilito di una nazione, mentre solo le riforme avrebbero permesso di avviare un percorso verso il progresso e, quindi, verso una crescita. Secondo il suo pensiero, l’ordine era fondamentale perché espressione di controllo, un elemento appartenente alla sua visione di progressismo: il controllo di ciascun aspetto sociale che derivava dall’idea di fondo secondo cui era l’uomo a dover controllare la natura e non viceversa.

L’influenza della religione su Wilson era molto forte, soprattutto negli anni precedenti all’arrivo alla Casa Bianca, durante i quali non solo non aveva manifestato nessun interesse nei confronti della politica estera e di una sua riforma, ma era solito dividere il mondo tra Stati “retti” e “peccatori”.

I tentativi di riforma di Wilson furono, in almeno due sensi, di derivazione sette-ottocentesca. Innanzitutto, i toni utilizzati in occasione della presentazione del progetto per la Società delle Nazioni furono religiosi, quasi apocalittici, ricordando i sermoni dei predicatori del Settecento. In secondo luogo, il tentativo di riforma noto come nuovo ordine mondiale, un modello dal carattere rigenerativo e liberale, guidato dagli Stati Uniti, rifletteva i canoni di un liberalismo ancora dal sapore ottocentesco.

Un anno dopo l’entrata in carica di Wilson, la prima guerra mondiale scosse lo scacchiere internazionale. Molti immigrati, arrivati nei decenni precedenti in terra americana, fecero ritorno ai loro paesi d’origine per contribuire allo sforzo bellico. Gran parte dell’opinione pubblica statunitense voleva la neutralità degli Stati Uniti nel senso isolazionista del termine, sebbene non mancarono i sostenitori dell’intervento militare. Le azioni del Presidente e del suo consigliere Mandell House furono tutt’altro che improntate all’isolazionismo, tentando dapprima di distendere i rapporti tra Gran Bretagna e Germania per poi sostenere finanziariamente gli inglesi nello sforzo bellico. Dallo scoppio del conflitto, il clima anti-tedesco cominciò a diffondersi nella società americana, alimentato anche da alcuni sabotaggi effettuati sul territorio statunitense da agenti tedeschi in aggiunta ad attività volte a far esplodere rivolte tra i lavoratori della costa orientale impegnati nelle industrie coinvolte nell’economia di guerra. Tuttavia Wilson, seppur sostenitore del neutralismo, non era del tutto d’accordo con l’opinione pubblica, in quanto vedeva la Germania protagonista di una fase di grave regressione, che l’aveva riportata allo stadio dispotico. In un tale contesto, gli Stati Uniti avevano il compito di guidare il sistema internazionale verso una riforma radicale, poiché rimanere indifferenti dinanzi ad un affronto così palese equivaleva essere loro stessi dalla parte del torto (e quindi del peccato). Un’eco di questa visione proveniva anche dalla politica che Wilson aveva adottato nei confronti dell’America Latina a inizio mandato, verso quelli che venivano considerati “Stati falliti”. Si trattava di ciò che veniva definito dallo stesso Wilson “Panamericanismo”, nel quale per America si intendevano, ovviamente, solo gli Stati Uniti. Negando qualsiasi proposito egemonico nei confronti degli Stati vicini, ma anzi esaltando la promozione dei loro interessi, il Panamericanismo si ritrovava in una sorta di paradigma scientifico, la cui soluzione era un “ordine progressista” per l’America Latina. Tuttavia, il confine tra promozione degli interessi degli Stati vicini e tentativi per una loro sottomissione si dimostrò ben presto molto labile: con l’intervento militare e costituzionale apparve sempre più chiaro che le azioni in quell’area del mondo non rappresentavano una promozione di ordine, bensì il controllo statunitense dell’area. Questo desiderio andava interpretato come tipico della visione progressista americana, che pensava di estendere facilmente i successi ottenuti in campo scientifico anche all’ambito economico, politico e sociale.

La prima guerra mondiale esplose nel mezzo di queste aspirazioni, facendole scontrare con la dura realtà. Il conflitto si presentò come innovativo su più fronti: innanzitutto, per Wilson fu chiaro sin da subito che ci si trovasse dinanzi a una “guerra per la civiltà”. Da parte tedesca venne espresso con grande potenza l’eccezionalismo che caratterizzava la propria cultura, tanto forte quanto opposto a quello statunitense. La Germania incoraggiava il militarismo e l’utilizzo di tecnologia bellica, in quanto espressione della “germanità”. Chiara espressione di innovazione tecnologica fu l’utilizzo degli u-boat, sottomarini utilizzati in seguito all’embargo dei porti tedeschi da parte della Gran Bretagna. Il loro utilizzo fu un’ulteriore novità, poiché l’affondamento di navi nemiche era regolamentato e sanzionato secondo complesse norme di diritto internazionale che prevedevano procedure molto lunghe. Con l’impiego dei sottomarini, i tempi si restringevano drasticamente, portando anche a gravi episodi come l’affondamento tedesco del transatlantico Lusitania, il primo maggio 1915. La tragedia coinvolse 1.100 persone, tra cui 128 vittime di nazionalità statunitense. Nonostante questo evento potesse essere un tipico casus belli, Wilson mantenne la neutralità degli Stati Uniti ma avvertì la Germania che qualsiasi altra azione simile sarebbe stata interpretata come “deliberatamente ostile” nei confronti degli Stati Uniti. Uno dei motivi di questa resistenza all’entrare in guerra era dovuto all’approssimarsi delle elezioni per il secondo mandato, previste nel novembre 1916.

La mossa funzionò: Wilson venne rieletto con un programma dalle tinte pacifiste, nel quale gli Stati Uniti vennero presentati come una “Nuova Israele”, con un patto particolare con Dio, il quale conferiva loro un ruolo eccezionale, superiore a quello degli altri Paesi. Il compito americano era quello di portare l’Europa a una “pace senza vittoria”, non secondo un equilibrio, ma in una logica di una comunità di potenza. Emerse, in questo modo, la convinzione di Wilson che il sistema internazionale dovesse essere completamente riformato sotto la guida americana. Tale tentativo di riformare le relazioni internazionali del XX secolo fu caratterizzato dall’incontro tra il tema della predestinazione cristiana e quello della sicurezza collettiva, sulla quale il nuovo ordine doveva essere costruito, sostituendo la politica dell’equilibrio di forze. Così, nel 1916 si iniziava chiaramente a intravedere un abbozzo della Società delle Nazioni.

Wilson, tuttavia, fu rieletto solo con una stretta maggioranza e con una percentuale di voti popolari abbastanza bassa. Era perciò necessario che agisse con oculatezza, soprattutto in un momento storico in cui il contesto geopolitico stava subendo importanti mutamenti.

Il 1917 fu un anno cruciale: la rivoluzione che divampò in Russia cambiò le sorti globali. Non solo provocò la ripresa degli attacchi sottomarini da parte tedesca, ma diede a Wilson la giustificazione che stava cercando per intraprendere la sua crociata per la democrazia. Ironicamente, il presidente era stato uno dei primi ad appoggiare il governo provvisorio russo istituito in marzo dello stesso anno, credendo ingenuamente che avrebbe condiviso i suoi ideali, come quello di pace senza vittoria o di liberazione dei popoli dall’oppressione. Wilson, però, era piuttosto impreparato all’avvento della Rivoluzione bolscevica e non riconobbe il governo di Lenin e la sua critica rivoluzionaria, la quale portò la Russia fuori dalla guerra minando la sicurezza collettiva dell’ordine internazionale voluto da Wilson. Su questa scelta incise anche il fatto che il Presidente riteneva le rivoluzioni uno strumento pericoloso, e favoriva piuttosto le riforme. Il divampare della rivoluzione bolscevica diede a Wilson l’opportunità di ridurre al silenzio tutte quelle organizzazioni sindacali e politiche della sinistra che si opponevano all’intervento militare americano. Infatti, molti americani erano assai più preoccupati dello spettro del comunismo in casa loro che di quello in terra russa. Non fu casuale, perciò, il paragone che Wilson fece tra i rivoluzionari bolscevichi russi e i gruppi radicali americani, avviando così una vera e propria caccia alle streghe nei confronti di ogni forma di dissenso politico rispetto alla linea del governo federale. Questa politica di contrapposizione tra il governo federale e quella realtà eterogenea di gruppi, movimenti, associazioni e sindacati che avevano animato il conflitto sociale finì per colpire lo stesso ideale progressista, come sottolinea Bruno Cartosio[1]. Fu in questi anni, infatti, che le forze conservatrici riuscirono a imprimere una svolta repressiva alla politica federale. Dinanzi a ciò, molti intellettuali progressisti cominciarono a porsi l’interrogativo se fosse definitivamente terminata la spinta propulsiva riformatrice e modernizzatrice promessa da Woodrow Wilson.

Il 1917 era iniziato con una serie di attacchi dei sottomarini tedeschi nei confronti della flotta mercantile statunitense che era impegnata in attività di commercio con l’Europa. Inoltre, era stata intercettata una comunicazione tra Germania e Messico, il Telegramma Zimmermann, nel quale la prima tentava di persuadere il secondo a stringere un’alleanza contro gli Stati Uniti. Lo scopo del ministro degli esteri tedesco, dal quale il telegramma prese il nome, non era quello di fornire un aiuto militare vero e proprio per la riconquista dei territori persi e annessi dagli USA, bensì creare un diversivo che avrebbe tenuto Wilson e il suo esercito occupati altrove.

L’intercettazione del telegramma, avvenuta grazie alla collaborazione dei servizi segreti britannici, fu la classica goccia che fece traboccare il vaso: il 2 aprile 1917 il presidente invitò il Congresso a preparare una dichiarazione di guerra contro la Germania, pronunciando il celebre discorso della «pace senza vittoria». L’intervento statunitense era diventato inevitabile per la salvaguardia della libertà e della democrazia nel mondo, le quali erano messe a rischio dall’aggressiva autocrazia tedesca. Il 6 aprile 1917 gli Stati Uniti entrarono ufficialmente nel conflitto, non come una potenza alleata con l’Intesa, bensì come potenza aggregata, mantenendo così un contingente indipendente. Questa visione realista del presidente aveva radici profonde: rappresentava l’apice di un percorso iniziato già due anni prima, durante il quale Wilson aveva compreso che la modernità non si stava affatto autoregolando, bensì autodistruggendo. Una conferma di ciò fu il degenerare del governo provvisorio russo, il quale fu soppresso nel novembre del 1917 con l’insurrezione bolscevica guidata da Lenin. Wilson non solo ritirò il suo appoggio, ma pronunciò appositamente un nuovo discorso sul tema.

A seguito di questa rapida escalation, il presidente ritenne necessario esplicitare pubblicamente la visione americana in merito alla pace: i Quattordici Punti. Il culmine del discorso veniva raggiunto nella conclusione, dove si parlava della necessità di una organizzazione per la sicurezza collettiva, che si sarebbe costituita dopo la guerra. La futura Società delle Nazioni, sottolinea Lloyd Ambrosius, era solo una espansione a livello mondiale della Dottrina Monroe: gli Stati Uniti non avevano alcuna intenzione di sacrificare la propria indipendenza[2]. Come sostenuto da un altro fondamentale attore della politica americana del Novecento, Henry Kissinger, ne L’arte della diplomazia: “Proprio la delusione conseguente ai risultati della Prima guerra mondiale accorciò notevolmente le distanze tra internazionalisti e isolazionisti: nemmeno gli internazionalisti più convinti vedevano un interesse degli Stati Uniti a sostenere un trattato di pace viziato, e nessuno spendeva una parola in favore dell’equilibrio delle forze…gli isolazionismi portavano questi atteggiamenti alle estreme conseguenze. Ritenevano che la Società delle Nazioni fosse incompatibile con la Dottrina Monroe perché la “sicurezza collettiva” l’autorizzava – anzi obbligava– a immischiarsi nelle vertenze interne all’emisfero occidentale”[3].

Nel luglio 1918 iniziò l’effettiva partecipazione militare degli Stati Uniti sul territorio russo. Tuttavia, come sottolineato da Tiziano Bonazzi, nemmeno in questo momento della guerra divennero una potenza alleata, restando sempre una identità separata dalle forze dell’Intesa..

L’11 novembre del 1918 la Germania firmò l’armistizio con gli Alleati, il cui testo seguiva i Quattordici Punti, mettendo fine al conflitto. L’anno successivo, alla Conferenza di pace di Parigi, Wilson presenziò personalmente per portare avanti gli ideali di pace e libertà espressi nel discorso del 1917. Il suo nuovo tipo di eccezionalismo, esplicitamente internazionalista, si manifestò nei programmi presentati per la politica estera. I propositi di Wilson erano volti ad una pace e un ordine globale, al cuore dei quali vi fosse la Società delle Nazioni con il suo trattato. Tuttavia, la proposta non venne accolta con l’entusiasmo e la propositività da lui sperati: fu necessario giungere a patti con le potenze vincitrici, concedendo loro compromessi di varia natura. Ciò che risultò subito chiaro, tuttavia, fu che l’unità che Wilson sperava di raggiungere, basata sui principi di libertà e uguaglianza, non era affatto da considerarsi realizzata. Nessuna delle grandi potenze aveva abbandonato il proprio proposito di primeggiare sulle altre, men che meno la Germania, defraudata del proprio esercito, della propria flotta e costretta a pagare miliardi di marchi di risarcimenti di guerra come unica responsabile dello scoppio del conflitto, la quale si oppose con forza ai punti di Wilson e agli esiti della Conferenza.

Che nessuna omogeneità si fosse realizzata fu evidente quando gli Stati Uniti stessi decisero di non entrare a far parte della Società delle Nazioni, pur essendone stati i promotori: il trattato di pace non aveva soddisfatto tanto gli europei quanto gli americani stessi. Le ambizioni di Wilson erano state forse troppo moderne per il mondo nel quale erano state presentate: esse prevedevano una “depoliticizzazione” per la quale il sistema internazionale non era ancora pronto. A non funzionare fu anche la cancellazione delle peculiarità geopolitiche delle varie nazioni e la proclamazione di un “bene universale”, di carattere quasi religioso, il quale condannava automaticamente tutte le visioni diverse da quella proclamata dagli Stati Uniti. Con la decisione di non entrare a far parte della Società delle Nazioni, gli Stati Uniti rinunciavano alla propria responsabilità geopolitica. Anche se il wilsonismo e la prima guerra mondiale portarono a un’espansione dell’influenza americana in tutto il mondo, non ci fu una risoluzione del dilemma della gestione delle relazioni internazionali in un mondo plurale e interdipendente. Pertanto il pluralismo globale continuava a generare conflitti e gli interessi nazionali prevalevano su quella che doveva essere invece una visione basata sui rapporti transnazionali di interdipendenza. La Società delle Nazioni era universalistica, ma non universale. La modernità si faceva strada prepotentemente, pretendendo un’innovazione che era stata intuita, ma sviluppata in maniera non abbastanza efficace dal presidente. La spinta verso il cambiamento si trovò di fronte il muro di gomma di alcune dinamiche proposte dalle potenze europee, troppo legate ancora alle dinamiche tipiche del Vecchio Continente, come quelle coloniali. Neppure in patria, tuttavia, Wilson trovò eco al suo appello di cambiamento: nemmeno la più moderna delle nazioni era disposta ad appoggiare una visione tanto diversa delle relazioni internazionali.

 

Bibliografia:

Ambrosius, Lloyd E., Wilsonianism: Woodrow Wilson and his legacy in American Foreign Relations, Palgrave Macmillan, London, New York et al. 2002.

Cartosio, Bruno, “Democrazia sospesa: crescita e repressione del radicalismo di sinistra negli anni del Progressismo”, in Cartosio, Bruno (a cura di), Wobbly! L’Industrial Workers of the World e il suo tempo, Shake edizioni, Milano, 2007.

Floyd, M. Ryan, Abandoning American Neutrality: Woodrow Wilson and the Beginning of the Great War, August 1914–December 1915, Palgrave Macmillan, , London, New York et al., 2013.

Foner, Eric, Storia della Libertà Americana, Donzelli, Roma, 2009.

Kennedy, David, Over Here. The First World War and the American Society, Oxford University Press, New York, 2004.

Kissinger Henry, L’arte della diplomazia, Sperling & Kupfer, Milano, 2012.

Leffler, Melvyn, The Specter of Communism. The United States and the Origins of the Cold War, 1917-1953, Hill and Wang, New York, 1994.

Restad, Hilde Eliassen, Old Paradigms in History Die Hard in Political Science: US Foreign Policy and American Exceptionalism, American Political Thought, Vol. 1, No. 1 (Spring 2012), pp. 53-76.

Stephanson, Anders, Destino Manifesto: l’espansionismo americano e l’Impero del Bene. Feltrinelli, Milano, 2004.

 

[1] Bruno Cartosio, “Democrazia sospesa: crescita e repressione del radicalismo di sinistra negli anni del Progressismo”, in Bruno Cartosio (a cura di), Wobbly! L’Industrial Workers of the World e il suo tempo, Shake edizioni, Milano, 2007, p. 182.

[2] Lloyd E. Ambrosius, Wilsonianism: Woodrow Wilson and his legacy in American Foreign Relations. Palgrave Macmillan, p. 41.

[3] Henry Kissinger, L’arte della diplomazia, Sperling & Kupfer, 2012, p. 283.

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