Another problem with no name. Big Little Lies e la motherhood mystique

Qualche giorno fa mi è capitato fra le mani l’ultimo numero di “Lucky Peach”, una rivista di food e cultura dai toni alternativi e irriverenti, dal titolo “the suburban issue”. Sfogliandolo ho trovato un articolo di Anna Hazel sui “Mom Wines” in cui (sintetizzando) l’autrice stabilisce una diretta connessione tra il fiorire dell’industria e del commercio vinicolo statunitense e la pressione costante che la società esercita sulle madri.[1] Mi è sembrato subito di vederle, queste madri, in piedi, davanti al bancone della cucina, scalze e con il cappotto ancora addosso, e un ballon di cabernet-sauvignon tenuto con entrambe le mani.

In effetti, il vino è presente in tutti gli episodi di Big Little Lies, la serie TV HBO del 2016, ambientata in quello che sembra essere un suburb contemporaneo, e che ha per protagoniste, appunto, delle madri.

Quando, nel 1963, Sylvia Plath scriveva “The motherly breath of the suburbs enfolded me.”[2], riuscendo a rendere con un’immagine così vivida il senso di contenimento, controllo, e potere intrinseco dei suburbs, forse non immaginava quanto, più di 50 anni più tardi, quelle parole sarebbero ancora state attuali.

Il paesaggio suburbano, nella sua estetica monotona e indifferenziata, lungi dall’essere neutra, produce e riproduce da sempre meccanismi di inclusione ed esclusione in termini di classe, razza, genere.[3] I suburbs, infatti, sono stati il cuore manifesto dell’istituzione più forte tra tutte le istituzioni americane: la famiglia nucleare. E se fino agli anni ’50 l’idea di famiglia diffusa attraverso le sitcom e l’industria culturale in generale era tutta fiori, colori e donnine sorridenti, man mano questa domesticità edulcorata ha rivelato poco a poco le sue crepe e le sue profonde oscurità. La patina di glamour si è scrostata per mostrare il vero volto della maternità suburbana, spesso oscuro e tutt’altro che compiacente. Certo, di Revolutionary Road ce n’è uno solo, ma Big Little Lies pure fa il suo egregio lavoro nel rappresentare un altro aspetto dell’essere donne e madri in un contesto così poco innocente quale è la “comunità”, intesa come luogo sociale e culturale, prima che fisico.

Ricche, bellissime, con case vista mare e automobili di lusso. Sono le protagoniste della serie, interpretata da Nicole Kidman, Reese Whiterspoon, Laura Dern, e Shailene Woodley, e scritta da David E. Kelley come adattamento per la televisione dell’omonimo fortunato romanzo di Liane Moriarty, scrittrice australiana. Cast di livello altissimo, quindi recitazione impeccabile, ambientazioni pazzesche, grandiosa colonna sonora, Big Little Lies è una miniserie che si muove tra flashback di un quotidiano passato recente, solo apparentemente tranquillo, e un presente poliziesco in cui assistiamo agli interrogatori riguardo a quello che, da subito, capiamo essere un omicidio, ma la cui vittima ci resta (anche in questo caso, solo apparentemente) nascosta fino all’ultima puntata.

Tuttavia, l’omicidio è l‘ultimo dei nostri interessi in questa serie TV. Le protagoniste, come abbiamo accennato prima, sono tutte donne, e madri. Celeste (Nicole Kidman) madre di due gemellini biondissimi, mogliettina dalla vita patinata, luccicante e affascinante, che ovviamente nasconde un segreto oscuro e raccapricciante. Madeline (Reese Whiterspoon), grintosa, loquace e appassionata mamma di un’adolescente in piena ribellione e di una bambina vivace e intelligente. Renata (Laura Dern), donna in carriera sposata con un ricco idiota, nonché madre seppellita sotto i sensi di colpa. Bonnie (Zoe Kravitz), seconda moglie giovane dell’ex marito di Madeline, insegnante di piloxing, piena di principi etico-ecologico-sociali, perfettamente in riga con la gentrification del luogo, e mamma anche lei. E infine Jane (Shailene Woodley), l’ultima arrivata, “una Prius parcheggiata in mezzo a delle Bentley”(S01E01), nonché single con un figlio, Ziggy, avuto in seguito a uno stupro.

“This is Monterey! We pound people with kindness.” “To death.” (S01E01)

L’ambientazione è diretta figlia di quei suburbs di cui parlava Sylvia Plath: Monterey, CA. In California, la pursuit of happiness sembra più semplice, ancor più se si è ricchi. C’è sempre il sole, i paesaggi sembrano creare l’ambientazione perfetta, tanto che questa pursuit sembra assomigliare sempre più a una quest, a una sfida, a volte a una guerra.

Monterey, la prima capitale della California, tra il 1777 e il 1849, nonché zona completamente abbandonata fino agli ’90, quando la gentrification l’ha vista rifiorire grazie al boom economico della Silicon Valley, è un avamposto della whiteness (il 79% della popolazione), una baia mozzafiato abitata per lo più dalla upper middle class, popolata di ville e abitazioni vista oceano, un molo dal gusto un po’ vintage, corsi di yoga rigorosissimi e piste ciclabili. Le auto di lusso e i suv si spostano da un lato all’altro della scogliera, a un passo dalla wilderness del Pacific Northwest, ma la wilderness più oscura, come al solito, sembra essere quella che si attraversa quotidianamente, camminando i pavimenti di casa propria.

Big Little Lies affronta argomenti come la violenza domestica, lo stupro, la maternità, usando un punto di vista prettamente femminile, cosa che, a uno studio del 2016 del Centre for the Study of Women in Television and Film, accade solo nel 6% dei programmi.[4]

Le protagoniste, amiche o meno che siano, sono legate da un fattore: sono tutte madri i cui figli frequentano la prestigiosa scuola elementare Otter Bay.

La storia prende il via proprio da un accaduto scolastico: un atto di bullismo perpetrato sulla figlia di Renata. Ma a Monterey, la maternità è quanto di più performativo possibile, e presto capiamo come il litigio tra i bambini sia solo un pretesto usato dalle madri per creare gruppi in lotta tra loro e praticare continue affermazioni di status e giochi di forza.

Anche dall’alto delle loro vite ricche e perfette, queste donne risultano essere così vicine, così relatable, perché sono alla ricerca di qualcosa che vada oltre la cornice di un ruolo preconfezionato. La serie TV sembra muoversi sulla linea sottile tra la rappresentazione puntuale delle tecnologie di genere e l’esasperazione dello stereotipo. Ci viene detto, all’inizio, “It wasn’t just the mothers, it was the dads, too”(S01E01). Questa è una delle prime frasi che sentiamo, che però (scopriamo un po’ alla volta) sembra essere stata pronunciata a scopo preventivo, a voler giustificare tutto il resto delle dichiarazioni delle persone interrogate dalla polizia. Il coro degli interrogati sembra infatti voler dire che la colpa è delle donne, e della loro meschinità e ferocia. Tuttavia, queste voci si svuotano di credibilità e vengono svelate un po’ alla volta per quello che sono: chiacchiericcio, gossip. Nelle parole pronunciate tutto ciò che resta è una sorta di parodia della upper middle class suburbana e dei meccanismi sottesi alla comunità.

Big Little Lies non è solo una classica e bidimensionale rappresentazione dell’ helicopter parenting. E’ un’esplorazione di come i rapporti tra un gruppo di genitori estremamente ricchi e privilegiati siano comunque giocati sulla linea della competizione, dell’aggressività e dell’osservazione reciproca continua. Quella sorta di suburban sadness, di cui sono da tempo afflitte le giovani donne intrappolate nelle loro case, dedite a una socialità formale e forzata, e sottoposte al continuo peso del controllo sociale reciproco e castrante, del neighborhood watch, è palpabile.[5]

La maternità totalizzante ci viene affermata, da subito, come un valore aggiunto, quando vediamo Jane e Madeline in auto chiacchierare, nei primi minuti del primo episodio, e questa è subito giustapposta in contrasto con la vita di Renata, donna in carriera dalla casa perfetta, appena entrata nel consiglio di Paypal, che tuttavia si trova in uno stato di senso di colpa continuo per non essere abbastanza presente nella vita di sua figlia. “It’s one thing to be demonized for having the temerity of a career.” dice al marito, bicchiere di vino alla mano e sguardo rivolto alle dimensioni sconfinate della tenuta in cui vivono: “But look at this. Look at our life. What kind of person chooses to work? Certainly not a mother, by any acceptable standards.” (S01E01)

Tuttavia, anche le mamme a tempo pieno sembrano vivere con profonda frustrazione il loro desiderio di qualcosa che vada oltre la semplice maternità. A purpose.

“Being a mother is not enough for me.” dice Celeste a un certo punto, dopo aver riprovato per un attimo l’ebrezza del lavoro da avvocato. “Am I evil?” (S01E06) L’implicazione, insomma, è che qualunque cosa abbiano scelto di fare queste donne, non è comunque quella giusta.

Ann Kaplan ha speso molto tempo e lavoro nell’analizzare la figura della donna nelle rappresentazioni filmiche, e come questa figura, in un’ottica storica e psicanalitica, sia mutata tanto nel ruolo reale quanto in quello finzionale.[6] Se le donne televisive di inizio novecento trovavano la loro affermazione ultima nel matrimonio e nella maternità, questa immagine è a poco a poco mutata con l’aumento della complessità di rappresentazione, come è mutato il ruolo della donna nella società occidentale, a partire dal secondo dopoguerra in poi, fino ad arrivare alle donne in carriera degli anni ’80, alle quali però era comunque richiesto (in maniera più o meno esplicita) di scegliere tra maternità e lavoro (vedi Baby Boom, film del 1987 di Charles Shyer).

Nonostante le famiglie americane siano, di conseguenza, fortemente mutate nelle loro componenti e organizzazioni, restano comunque vittime di alcuni topoi legati alla mitologia del matrimonio e della maternità come suprema realizzazione della donna. L’ambivalenza del ruolo moglie-madre e donna lavoratrice si esaspera in quella tendenza definita New Momism, laddove la donna è spinta, in una società che che è tutt’altro che post-patriarcale, a colmare obiettivi irraggiungibili di moglie-madre-lavoratrice impeccabile, e fare la mamma a tempo pieno diventa improvvisamente una sorta di ribellione alla richiesta, nonché vittoria del patriarcato più puro e arcaico. [7]

The Motherhood Mystique

Quando nel 1963 Betty Friedan parlava del problema senza nome in The Feminine Mystique, quell’idea per cui un senso di repressa insoddisfazione aleggiava tra le mamme suburbane nonostante queste avessero tutti i beni materiali che potessero desiderare, beh, quel problema oggi sembra essere mutato in un più specifico Motherhood Mystique.[8] Quella necessità di essere sempre “so right, so perfect” si bilancia tra il desiderio, la ricerca dell’affermazione lavorativa e la vessazione sussurrata in funzione di quel legame madre-prole, che pare sia la cosa più sacra del mondo e vada onorata a tempo pieno. Ecco perché Renata si sente in colpa e Madeline e Celeste si confessano il desiderio di una vita al di là della maternità solo mentre sono sole, chiuse in auto, dove nessuno può sentirle.

I tempi sono mutati, il ruolo della donna è mutato, eppure sembra una battaglia sempre persa finché si sottostà ai dettami impliciti del patriarcato, classico o post che sia. Eppure.

Eppure Big Little Lies ci mostra dove la donna vince, dove diventa un corpo unico e non più tante facce isolate a compartimenti stagni di un ruolo preconfezionato.

Nell’episodio 6, uno dei padri intervistati dice alla polizia: “I believe that women are chemically incapable of forgiveness.” L’intera serie porta avanti una tensione progressiva che avvalora l’idea che queste donne finiranno per farsi a brandelli l’una con l’altra, ma quest’idea viene smantellata nel finale.

Il legame contro l’oppressore, il marito violento, sovrasta ogni divergenza. La scena finale diventa così una delle scene più totalizzanti e universali della serie, quella in cui le donne si schierano insieme ribellandosi alla violenza domestica. Una battaglia per la sopravvivenza. Nel bonding, in quella sisterhood dai toni così lontani, eppure così urgenti e presenti, la donne di Big Little Lies smettono di essere solo madri (sole) e diventano un nucleo potentissimo. Laddove tutti si aspettano un branco di iene che si sbrana a vicenda, in un mondo che ha talmente sparso a macchia d’olio l’ideologia delle mean girls da trasformare in pratica costante certi meccanismi adolescenziali, le donne di questa serie TV si coalizzano contro il “mostro”, il nemico di una che diventa nemico di tutte, la sopraffazione fatta persona nelle sue diverse modalità e sfaccettature.

Nel loro esercizio di egemonia culturale massiva, le serie TV ci ricordano, qualora tendessimo a dimenticarlo, in che società viviamo. Non importa quanto sia neo-liberale, intellettualmente o economicamente avanzata. Di certo non si tratta di una società post-razziale e senza classi, né tantomeno di una società post-patriarcale.

Secondo Rosi Braidotti, la biologia riproduttiva della donna è da sempre fonte di invidia profonda nel maschio, ecco perché l’egemonia maschile è da sempre imposta sulla maternità.[9] Eppure la libertà di riproduzione è uno dei pochi campi in cui la donna può esercitare un controllo e un potere assoluti sul maschio.

La fuga delle donne dal controllo patriarcale sulla loro riproduttività e sulla maternità è un atto fortemente politico, quindi, come tale, assolutamente urgente.

 

[1] “If there anything I’ve learned from my many moms, it’s that the world is constantly trying to swindle them. We are perpetually telling moms that motherhood is the only route toward female self-actualization and that they have the most sacred job in the world. We tell women that they have to become moms, and then once they do, we stop hiring them and we criticize [them]. We give them impossible tasks, […] we get mad at moms for choosing not to breastfeed their babies and for choosing to breastfeed to publicly. So it shouldn’t surprise us that the America alchool industry has fully exploited the hardship of the mom to sell moscato and pinot grigio. “(Anna Hazel, “Mom Wines”, in Lucky Peach, The Suburbs Issue, summer 2017, p. 24)

[2] Sylvia Plath, The Bell Jar, Harper Perennial, 2006.

[3] Nancy Duncan, Landscapes of Privilege: The Politics of the Aesthetic in an American Suburb, Routledge, New York, 2003

[4]TV Statistics, in Women & Hollywood, www.womenandhollywood.com/resources/statistics/tv-statistics/

[5] Alan Riesman, The Lonely Crowd: a Study of the Changing of American Character, Yale University Press, 1963

[6] Ann Kaplan, Women and Film: Both Sides of the Camera, Psychology Press, 1988

[7] Susan Douglas & Meredith Michaels, The Mommy Myth: The Idealization of Motherhood and How It Has Undermined All Women, Free Press, 2005

[8] Cameron Macdonald, “The Rise of Motherhood Mystique”, https://contemporaryfamilies.org/the-rise-of-motherhood-mystique/

[9] Rosi Braidotti, “Mothers, Monsters, and Machines”, in Katie Conboy Nadia Medina (ed.), Writing on the Body: Female Embodiment and Feminist Theory. pp. 59–79 (1997)

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