“Will the South rise again?” La sfida sul senso del passato nel cuore del Deep South

Nelle ultime settimane, ha suscitato grande interesse mediatico la scelta del consiglio cittadino di New Orleans, in Louisiana, di eliminare i quattro grandi monumenti confederati che si trovavano in città. Tra il 24 aprile ed il 19 maggio scorso sono state infatti rimosse le statue commemorative della Battaglia di Liberty Place, di Jefferson Davis, P. G. T. Beauregard e Robert E. Lee. La decisione non è stata improvvisa. In realtà il consiglio cittadino si era già espresso nel dicembre 2015, votando per 6 a 1 a favore della rimozione. Poi erano seguite le azioni legali di tre associazioni di preservazione storica e del capitolo locale dei Sons of the Confederate Veterans (una associazione di discendenti dei soldati confederati, attiva in molti stati) per impedire la prosecuzione dei lavori. La parola finale è spettata ad una Corte d’appello federale, che ha ritenuto insufficienti le motivazioni degli appellanti e quindi, implicitamente, dato il via libera alla rimozione delle statue.

L’artefice principale è Mitch Landrieu, il sindaco (bianco) Democratico di New Orleans (una popolazione nera del 60%), già ex vicegovernatore dello Stato e forte sostenitore di politiche sociali e umanitarie. In un discorso tenuto il 19 maggio, Landrieu ha detto quello che, paradossalmente, sembra ancora essere un taboo nel discorso politico americano. Il sindaco ha chiamato la Confederazione una “aberrazione storica” e ha visto nell’idealizzazione romantica del passato sudista un male ed un pericolo per il futuro. Ha accusato la mitologia della “Lost Cause” e il latente razzismo che da sempre l’accompagna. Sembra paradossale, ma un discorso del genere negli Stati Uniti e soprattutto al Sud, ha una carica di novità se a farlo è un uomo politico. Esiste un taboo, un imbarazzo, nel prendere posizione netta su un argomento ancora spinoso come quello della Guerra Civile. Nessuno, solitamente, si sognerebbe di chiamare la confederazione una aberrazione storica. Si condanna il razzismo e la schiavitù, certo, ma non si condanna mai in sé la ribellione scoppiata per difenderla, né tantomeno gli artefici materiali di quella rivolta. Non lo fanno i politici. Non lo hanno mai fatto il cinema o la televisione mainstream, che sfruttano l’appeal della Guerra Civile come “guerra tra fratelli”, in una visione apologetica e imbellettata. Raramente lo fanno i media. Obama stesso non si era spinto molto più in là di dichiarare che la bandiera confederata dovrebbe essere rinchiusa nei musei. Landrieu invece ha suscitato le ire di molti affermando apertamente che “The Confederacy was on the wrong side of history and humanity. It sought to tear apart our nation and subjugate our fellow Americans to slavery. This is the history we should never forget and one that we should never again put on a pedestal to be revered. […] It is self-evident that these men did not fight for the United States of America. They fought against it. They may have been warriors, but in this cause they were not patriots. These statues are not just stone and metal. They are not just innocent remembrances of a benign history. These monuments purposefully celebrate a fictional, sanitized Confederacy, ignoring the death, ignoring the enslavement and the terror that it actually stood for.”

Le proteste contro questa iniziativa non sono ovviamente mancate, anzi. Gli agenti incaricati della rimozione delle statue indossavano giubbetti antiproiettile e maschere a causa delle minacce di morte ricevute. Sabato 20 maggio, il Repubblicano Karl Oliver, che siede nel Congresso statale del Mississippi ha twittato pubblicamente un invito a “linciare a morte” chiunque voglia rimuovere i monumenti che onorano i confederati, dichiarandola una azione “nazista” nel suo voler distruggere la Storia. È un copione già letto. Ogni volta che si rimuove un simbolo confederato non protestano solo i classici redneck di mezza età con i baffi a manubrio e la battle flag sul pick-up, ma anche vari personaggi politici e associazioni neo-confederate con pretese di preservazione storica. Quello sui simboli sudisti è in realtà ancora uno scontro sulla Storia e sulla sua interpretazione. Da una parte c’è chi dice che la Confederazione simboleggia razzismo e odio, dall’altra chi dice che è parte della propria storia, del proprio heritage, e per tanto meritevole di essere celebrata e rispettata.

Levare lo status di “patrioti” ai confederati è paradossalmente il messaggio più eversivo del discorso di Landrieu, in un Sud (anzi, in una America) che nel corso dei decenni è riuscita a sanare quella vecchia frattura solo applicando una patina di mito alla fazione sconfitta e ai suoi leader, arrivando fino al controsenso di considerare i generali sudisti emblemi di quelle virtù e valori che si vorrebbero peculiari dello spirito americano.

Ma il problema non è solo del Deep South. C’è un interessante raccolta di dati sul sito sito del Southern Poverty Law Center, una organizzazione legale senza fini di lucro con sede in Alabama che si occupa di monitorare e condurre azioni legali contro gruppi di odio razziale. Partendo dal 17 giugno 2015, data del massacro di Charleston da parte di Dylann Roof, sono state catalogate tutte le azioni legali (una sessantina) intraprese contro il dispiego pubblico di simbologia confederata. Se si nota la mappa, si vede come diversi di questi casi siano avvenuti ben lontani dai confini della ex Confederazione.

Nonostante i fatti di New Orleans abbiano avuto molto risalto mediatico, non sono un caso isolato. Nuovo è forse il messaggio che ne esce, ed i toni con cui è stata condotta l’azione. Tuttavia quella per la rimozione dei simboli confederati negli States è una battaglia iniziata già da svariati anni e con alterne fortune. John Coski, nel suo libro dedicato alla storia della battle flag parla di “flag wars”, ovvero delle dispute e dei dibattiti sull’uso della simbologia confederata (John Coski, The Confederate Battle Flag, America’s most embattled emblem,2005). Coski le divide in due blocchi temporali, un primo che va dalla metà degli anni ‘60 e fino ai ‘70, ed un secondo che inizia alla fine degli anni ’80 per arrivare fino a noi (cioè alla metà degli anni 2000, quando il libro è uscito). Io credo che la strage di Charleston del 2015 segni l’inizio di una terza (chissà se definitiva?) flag war. Perfino nell’ultraconservatore Mississippi, ultimo stato dell’Unione a mostrare ancora la battle flag nella sua bandiera statale, si osservano delle novità interessanti. Dopo la strage di Dylann Roof molte città e contee, nonché tutte e otto le università pubbliche, hanno smesso di sventolare la bandiera dello Stato, come segno di protesta a quel simbolo. L’ultima in ordine di tempo è stata la città di Biloxi, nell’aprile scorso, dietro ordine del sindaco Andrew “FoFo” Gillich (anche lui bianco, ma stavolta Repubblicano ed in una città dove i neri sono solo il 20%). Certo, levare una bandiera da davanti un edificio è meno complicato di rimuovere delle statue. Il messaggio che ne scaturisce è però simile. Nel 2016 i difensori dell’heritage sudista hanno subito un duro colpo anche a livello nazionale, con il passaggio di una legge al Congresso degli Stati Uniti che rende illegale l’uso delle bandiere confederate nei cimiteri (tranne nel Memorial Day e nel Confederates Memorial Day in quegli Stati che osservano le festività).

L’elezione di Trump è un altro fattore da tenere a mente. La sua crociata contro la political correctness rischia di rallentare il processo di rimozione della simbologia confederata. Sono almeno due i casi recenti in cui dei politici hanno giustificato la propria adesione alla mitologia sudista con l’elezione del nuovo Presidente. Tommy Benton, del Congresso statale della Georgia (già noto per aver paragonato i leader Confederati ai Padri Fondatori) ha proposto una risoluzione per ripristinare nel suo Stato due festività, il Confederate History Month e il Confederate Memorial Day dicendo “We just elected a president that said he was tired of political correctness […] And so that was the reason that we were looking to introduce the resolution”. In Virginia, Corey Stewart, ex presidente della campagna elettorale di Trump nello Stato, ha dichiarato che i tentativi di rimuovere i monumenti confederati sono paragonabili al terrorismo dell’Isis. Intanto, in Alabama, lo scorso aprile è passata una legge che renderà molto difficile eliminare o sostituire monumenti e targhe storiche sul suolo pubblico. Con grande preoccupazione del NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) e delle frange più progressiste, che vi hanno visto soprattutto un tentativo di difendere l’ostentazione del passato confederato e dei suoi leader.

Molto è stato fatto, molto resta da fare. In fondo, citando ancora Landrieu, al Sud non mancano certo simboli e personaggi che meriterebbero di stare su un piedistallo più di qualche vecchio piantatore schiavista di metà ottocento. Cristallizzare l’esperienza confederata come unica storia possibile del Sud significa ridurre un periodo lungo più di quattro secoli ad un singolo evento durato solo quattro anni. I tempi sembrano pronti per un passo in avanti. Restano da sconfiggere gli ultimi baluardi del mito romanzato della confederazione che ancora sussistono nella cultura pop di massa, nella tv e nel cinema (ma l’uscita l’anno scorso del film Free State of Jones potrebbe essere un segno di come Hollywood aderisca meno di un tempo all’epos confederato) e quelle ultime sacche di politica conservatrice pro-confederazione che ancora trovano spazio a Sud. Sempre tenendo presente che ormai la battaglia contro l’idealizzazione della Confederazione ed i suoi simboli si presenta come uno scontro che scavalca i partiti o il colore della pelle. I casi dimostrano come anche tanti bianchi meridionali wasp e politicamente conservatori siano favorevoli a cambiare pagina. Alla motivazione morale se ne mischia spesso anche una di natura economica. La volontà cioè di presentarsi come un’area pacificata, moderna e non ostile a potenziali investitori e/o turisti.

Quale sarà il prossimo terreno di scontro? Secondo molti, la bandiera statale del Mississippi. Un referendum per modificarla fallì già nel 2001. Oggi il NAACP progetta nuovi boicottaggi e dal 2015 ad oggi già una ventina di leggi riguardanti la modifica della bandiera sono state introdotte nel Congresso del Mississippi, sebbene nessuna sia riuscita ancora a passare.

Insomma converrà, una volta tanto, tenere gli occhi puntati sullo Stato delle Magnolie.

 

 

 

 

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