Tra satira e realtà: Dear White People e la banalità del razzismo istituzionale

Tra le più recenti produzioni originali di Netflix, Dear White People è senz’altro uno dei format più densi da un punto di vista dei contenuti. Adattata da Justin Simien a partire da un lungometraggio presentato nel 2014 al Sundance Film Festival, la serie ruota intorno ad un gruppo di studenti afro-americani, ed è ambientata in una fittizia università Ivy League del Nord Est liberale. La protagonista, Samantha White, è un’attivista biracial, il cui programma radiofonico, il Dear White People del titolo, denuncia gli episodi di razzismo cui gli studenti sono sottoposti quotidianamente. In opposizione alla trasmissione di Samantha, il giornale satirico del campus — composto perlopiù da studenti maschi bianchi — organizza un blackface party, il “Dear Black People”. Ogni episodio segue, quindi, lo svilupparsi delle reazioni personali, politiche e istituzionali in seguito alla festa, e narra la vicenda dal punto di vista degli studenti della Black Student Union.

In particolare, la serie si serve degli eventi successivi al blackface party per illustrare le divisioni interne all’attivismo studentesco afro-americano e al contempo mettere al centro la prospettiva dei singoli personaggi. Gli studenti più militanti — come Samantha e la sua amica Joelle Brooks — utilizzano spesso il termine “woke” (un’espressione che deriva dal passato del verbo svegliarsi e che negli ultimi anni è stata utilizzata anche in relazione al movimento Black Lives Matter) per definire gli studenti afro-americani attivi politicamente contro il razzismo, e distinguerli da quelli considerati non abbastanza impegnati o consapevoli — “not woke”.

Il punto di forza di Dear White People è il suo impianto narrativo, grazie al quale le diverse posizioni politiche degli studenti afro-americani emergono come una diretta conseguenza e una parte integrante della loro esperienza personale, nonché del proprio background culturale e socio-economico. Così, un personaggio conservatore e apparentemente superficiale come Coco Conners — che litiga continuamente con Samantha, perché reputa il suo attivismo troppo aggressivo e radicale — emerge in tutta la sua vulnerabilità quando afferma: “I’ve actually seen friends and family members shot! […] Who cares if you’re ‘woke’ or not, if you’re dead?”. [“Ho visto con i miei occhi sparare ad amici e membri della mia famiglia! Che importanza ha se sei sveglio o no, se sei morto?”]

L’elemento che unisce al meglio satira e dramma è il ritratto che la serie offre dei rapporti interrazziali. Dear White People si occupa di temi complessi, quali la definizione dei canoni di bellezza, l’accettazione delle coppie miste e la cultural appropriation, e ne evidenzia le contraddizioni senza risultare pesante da un punto di vista narrativo.

Uno degli episodi che combina egregiamente entrambi gli aspetti cardine della serie — le divisioni interne all’attivismo afro-americano e le difficoltà relative ai rapporti interrazziali — è stato diretto dal regista di Moonlight, Barry Jenkins, ed è incentrato sul personaggio di Reggie Green. Studente brillante e attivista radicale instancabile, Reggie viene convinto da Joelle a ‘mettere da parte la rivoluzione’ per qualche ora, per trascorrere una serata in spensieratezza con un gruppo di amici. I ragazzi si imbucano a una festa e tutto sembra andare per il meglio, quando scoppia una discussione sull’utilizzo della “N-word”, che coinvolge Reggie e un suo compagno di corso, nonché padrone della casa in cui si svolge la festa. L’amico di Reggie (che è bianco) ha ripetuto la parola mentre canticchiava la canzone rap in sottofondo, e non riesce a comprendere perché tale gesto costituisca un problema. “But it’s not like I’m a racist!”, protesta il ragazzo. “Just don’t say n***a” è la replica di Reggie. [“Ma non sono razzista!” “In ogni caso, non dire n***o.”].

La discussione si trasforma in un litigio sul significato di white privilege e la situazione degenera rapidamente. Due poliziotti arrivano a separare i ragazzi e chiedono a Reggie – ma non all’altro studente – di esibire un documento. Al suo rifiuto, uno dei due agenti sfodera la pistola. Terrorizzato nella propria impotenza, Reggie mostra il tesserino universitario solamente per sentirsi rispondere: “If you’d shown me that when I asked, we could have avoided all that”. [“Se me l’avessi mostrato subito, ci saremmo risparmiati tutto questo”].

Il discorso che tiene insieme tutta la serie, e che attraverso la sua visione satirica della vicenda viene portato alla sua assoluta estremizzazione — da un punto di vista geografico, narrativo e politico — ruota intorno al concetto di campus come “safe space” e al rapporto tra whiteness e le cosiddette PWI, predominantly white institutions [università a predominanza bianca n.d.r.]. Alcune di queste università, come per esempio Georgetown, hanno riconosciuto ufficialmente il proprio legame storico con la schiavitù e la whiteness soltanto in tempi recenti. Nel rivolgersi al proprio pubblico, quindi, Dear White People sembra chiedere: siamo sicuri che il razzismo riguardi solamente il Deep South, o alcuni quartieri dei grandi centri urbani del Nord, e non i campus universitari? “After the blackface party I was so traumatized”, dice una ragazza afro-americana (considerata dai protagonisti “not woke”). E aggiunge: “I mean, racism here?! I still can’t believe it”. La risposta di Joelle e Reggie è più sarcastica che mai: “No one could have seen it coming.”; “Yeah, I thought President Obama fixed all that.” [“Dopo il blackface party ero così traumatizzata! Dico, razzismo qui?! Ancora non riesco a crederci!” “Nessuno avrebbe potuto prevederlo” “Già, pensavo che il presidente Obama avesse sistemato tutto.”]

Contemporaneamente, Dear White People pone una domanda più ampia: ha senso parlare di episodi isolati di razzismo? Oppure sarebbe meglio inquadrare vicende di questo tipo all’interno di un background socio-istituzionale che — anche all’interno dei campus — accetta il razzismo nella sua banalità quotidiana e al contempo ne nega l’esistenza?

I protagonisti della serie – sebbene divisi al proprio interno – non hanno dubbi sul fatto che nessun evento di questo tipo sia da considerarsi come un episodio isolato, ma non riescono ad ottenere dei risultati concreti, soprattutto da un punto di vista preventivo. Per quanto Dear White People possa sfociare in scene che appaiono poco realistiche nel loro tempismo da sitcom, la serie spinge verso un ampio dibattito su questi temi, e lo fa in maniera particolarmente sagace. E alcuni avvenimenti recenti, come l’omicidio di Richard Collins III ― uno studente afro-americano assassinato all’interno del campus della University of Maryland da parte di uno studente bianco simpatizzante dell’alt-right — sembrano confermare che tale riflessione sia quanto mai necessaria.

 

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