Make America grey again? Il negazionismo scientifico di Donald Trump

In the end, he did it. Alla fine lo ha fatto davvero: Donald Trump ha stabilito che gli Stati Uniti usciranno da quell’accordo sul clima che è stato approvato a Parigi da parte di 194 Paesi lo scorso dicembre 2015 nell’ambito della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici. A detta del Presidente, che ha parlato dal Rose Garden della Casa Bianca il 1° giugno, quello di Parigi è stato un accordo iniquo nei confronti degli Stati Uniti, poiché carico di oneri per i cittadini americani al solo vantaggio di altri Paesi, come India e Cina, e pertanto è un negoziato che è fondamentale rielaborare. Al centro del discorso è comparsa più volte la parola coal, carbone, segno dell’attaccamento della Presidenza a quei metodi di produzione energetica da cui invece i Paesi riuniti a Parigi intendevano lentamente prendere le distanze per la salvaguardia dell’ambiente.

Risale a diversi anni fa, era il novembre 2012, un famoso tweet di Donal Trump in cui l’allora imprenditore sosteneva come il concetto di riscaldamento globale fosse stato inventato ad arte da e per i Cinesi con lo scopo di rendere il settore manifatturiero statunitense non competitivo a livello internazionale. Seppur con toni meno accesi, lo stesso messaggio è passato durante la campagna verso le presidenziali e ha poi trovato ulteriore risalto dopo le elezioni dello scorso novembre 2016. Agli inizi di marzo 2017 Scott Pruitt, scelto da Trump come responsabile della United States Environmental Protection Agency, ha rilasciato un’intervista in cui ha affermato come non siano né la CO2 né l’uomo la causa principale del riscaldamento globale, e ha sottolineato la possibilità per gli Stati Uniti di essere al tempo stesso “pro-growth, pro-jobs and pro-environment”. La scienza, tuttavia, sostiene l’esatto contrario: la causa principale del cambiamento climatico, un problema reale per il pianeta e per le generazioni del futuro, è l’attività umana. Le affermazioni dell’amministrazione Trump, quindi, non solo presentano fatti alternativi a quelli finora dimostrati su base scientifica, ma addirittura ignorano e negano quanto solidamente attestato in anni di raccolta dati, di prove e di controprove da parte della scienza.

Per questo motivo la comunità scientifica internazionale si è più volte schierata contro le posizioni di Trump, al punto da organizzare una marcia globale a sostegno della scienza lo scorso 22 aprile, a cui si sono aggiunti anche quegli scienziati che, per il progresso delle discipline oggetto del proprio studio, necessitano di incontrarsi e di confrontarsi, e quindi di poter viaggiare liberamente senza i limiti delle barriere su base religiosa che Trump intende costruire. Su questo si è espresso in maniera chiara Rush Holt, direttore della rivista Science e presidente dell’AAAS, American Association for the Advancement of Science.

Tuttavia, a osteggiare Trump sul terreno minato del cambiamento climatico non sono solo gli scienziati, né gli (ormai ex?) alleati transatlantici. Né sono solo i democratici statunitensi, a cui ha dato voce il predecessore di Trump, Barack Obama, in una dichiarazione in cui ha lamentato l’assenza di un chiaro progetto politico per gli Stati Uniti di fronte al cambiamento climatico. A questi gruppi vanno anche aggiunti, infatti, i militanti di ConservAmerica: Conservation is Conservative, conservatori repubblicani (appartenenti, quindi, allo stesso partito da cui Trump riceve il sostegno al Congresso) che pochi istanti dopo la decisione del Presidente statunitense hanno rilasciato una dichiarazione in cui hanno sottolineato come il climate change sia un problema globale che necessiti una leadership statunitense per essere affrontato.

In conclusione, dunque, è necessario domandarsi quanto l’amministrazione Trump riuscirà a nascondersi dietro false verità scientifiche o a negare o celare quelle istanze portate avanti dalla comunità scientifica e da diversi settori della società civile. Se da una parte vi è chi sostiene le scelte di Trump poiché espressione del popolo statunitense che lo ha democraticamente eletto, dall’altra vi è chi ricorda come sistemi democratici e scienza non sempre vadano d’accordo: in questo caso la libertà di espressione non può tradursi nella libertà di mentire affermando tesi ormai sfatate e archiviate dal lavoro sperimentale degli scienziati. Inoltre, non va trascurato quanto le diverse visioni del ruolo degli Stati Uniti come world’s leader avranno un peso sul posizionamento globale di quel Paese, che nel suo voler essere America first potrà infine rischiare di diventare America alone se persegue scelte in totale controtendenza rispetto al resto del mondo, e quanto questo porterà settori anche inaspettati della politica nazionale e internazionale a sottrarre il loro appoggio al Presidente statunitense.

 

 

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