Barry, quando Obama frequentava la Columbia

“Barry” (2016) è il film diretto da Vikram Gandhi sul ventenne Barack Obama alla Columbia University nel 1981. Il film, intitolato con il nomignolo con cui era chiamato in famiglia il 44esimo presidente degli Stati Uniti, è un biopic in cui la narrazione procede più per episodi che per il thrilling dell’azione, puntando a descrivere la condizione esistenziale del futuro presidente quando aveva poco più che vent’anni. Una delle scene più rappresentative si sviluppa così: il protagonista (Devon Terrell), un giovane studente afroamericano delle Hawaii, sale lo scalone dello Yale Club a New York accanto ai ritratti di eminenti uomini bianchi. Prima di entrare nella sala da pranzo, dove incontrerà i genitori della ragazza bianca del college con cui ha una relazione (Anya Taylor Joy), si ferma in bagno ad aggiustarsi la cravatta e viene scambiato per un inserviente da un distinto signore, che gli lascia una mancia per avergli passato una salvietta. La scena sintetizza, quasi in modo didascalico, il focus dell’intero film: il confronto tra ambienti e culture in cui è immerso il protagonista alla ricerca della sua vera identità.

Il film trae alcuni spunti, liberamente arrangiati, dal capitolo sulla Columbia di “Dreams from my father”, l’autobiografia pubblicata da Barack Obama nel 1995 poco dopo esser diventato il primo direttore nero della Harvard Law Review. Nel film, come nel libro, c’è la prima notte a New York passata in un vicolo; l’irruzione a casa di un amico pachistano conosciuto a Los Angeles (Avi Nash) la cui compagna di una notte sta sniffando cocaina; l’inveire contro i residenti di Manhattan che portano i loro cani a fare i bisogni ad Harlem, dove il protagonista vive; il volto estasiato della madre di Barry (Ashley Judd) davanti al film della sua giovinezza “Black Orpheus” e le giornate di Barry trascorse a studiare e a correre per Manhattan in un istinto di disciplina contro le distrazioni del college. Trasferita sullo schermo parola per parola è soprattutto la telefonata della zia Jane dal Kenya che laconica comunica a Barry la morte di suo padre in un incidente stradale, un turning point nello sviluppo del film (e della vita di Barack Obama).

L’assenza del padre è una sorta di fil rouge, che emerge a più riprese nella difficoltà di Barry di scrivergli una lettera e, una volta completata, di non potergliela più recapitare. La mancanza di una guida è una delle chiavi di lettura del continuo senso di disagio che segna il volto del protagonista. “Sto cercando di capire qual è il mio ambiente” è una delle sue espressioni più ricorrenti: fuori posto con i neri del ghetto (a cui si lega solo giocando a basket), disincantato di fronte a certe derive del nazionalismo afroamericano, estraneo alla cerchia rumorosa del college ed esitante nella relazione con la ragazza bianca, nel cui entourage familiare facoltoso e liberal si sente posto sotto osservazione.

Il film ritrae accuratamente – anche se a volte con soluzioni sceniche semplicistiche – il dissidio interiore di un giovane Barack Obama che alle sue origini e al confronto con la linea del colore ha dedicato di fatto la sua autobiografia. Nel film compare però una certezza a cui il libro ispiratore non approda. Il giovane Barry è introdotto a una coppia mista come quella dei suoi genitori e il marito, afroamericano, gli spiega che non dovrebbe fare una scelta tra le sue molte radici perché il suo multiculturalismo lo rende semplicemente “americano”. Il regista e lo sceneggiatore Adam Mansbach scelgono così di omaggiare uno dei valori più alti della politica dell’Obama presidente e di fare un film che, seppur coerente nello sviluppo di una storia giovanile dai contorni esistenziali, dialoga implicitamente con il promettente futuro del protagonista.

 

 

COMMENTI

WORDPRESS: 0
DISQUS: 0