Hard times in Dixie: Cronache dal Deep South

Che gli Stati Uniti del sud siano una regione particolare e diversa rispetto al resto della Nazione è un dato messo in luce così tante volte che si rischia di scadere nella constatazione dell’ovvio o nell’enumerazione dei soliti cliché. Ku Klux Klan, bandiere confederate, musica country, pollo fritto e quant’altro. The legend goes on. Eppure, indubbiamente, si tratta di un’area veramente “altra” rispetto a quanto siamo abituati a vedere. Non solo rispetto all’immagine degli Stati Uniti che ci viene trasmessa dai media, ma anche rispetto all’immagine del Sud che la stessa America ci passa tramite i suoi strumenti di acculturazione (serie tv, film, musica, etc). Dopo poco più di due mesi trascorsi tra Mississippi, Alabama, Georgia e South Carolina per la mia ricerca di dottorato sento di aver visto molto poco della regione, ma abbastanza per poterne trarre qualche osservazione preliminare. Del resto, premetto che ho toccato solo le città capitali dei quattro stati e i relativi dintorni, che sono zone molto diverse dalla campagna, vero fulcro della cultura meridionale.

La prima constatazione che faccio, è che il deep south urbano non è una meta turistica, e si vede. Non è particolarmente bello, né sembra più ospitale di qualsiasi altro posto in America. In realtà, tranne Atlanta e qualche zona costiera in South Carolina, il deep south resta una zona scarsamente toccata dal grande turismo. Gli stessi americani non sembrano averne una idea molto particolareggiata, o comunque che vada più in la dei soliti stereotipi. Parlando con qualche coetaneo statunitense a Washington DC, tutti hanno ammesso di non essere mai stati nel deep south ma di non averne neanche voglia. L’immagine che ne hanno è quella classica : “a bunch of racists who love guns” . Più o meno la stessa idea che ha mia nonna, a Frascati.

Il mito del sud da cartolina non si applica insomma alle zone urbane o semi-urbane. Jackson, così come Montgomery, Alabama, sono capitali statali ma ad un europeo danno piuttosto l’impressione di piccoli centri amministrativi periferici. Vuote, prive di abitazioni e concentrate di palazzi governativi. Si vedono poche macchine ma anche poche persone in giro. I negozi scarseggiano. Il grosso della vita infatti si svolge fuori dal centro cittadino, intorno ai complessi abitativi suburbani, ai grandi centri commerciali a kilometri di distanza. Ed è qui che appare il primo grande, ovvio, segnale che siamo davvero nel vecchio Sud: i bianchi vivono tutti in una zona, i neri tutti in un’altra che, regolarmente, è anche quella più degradata, vecchia, fatiscente e “pericolosa”. La zona che Google ti consiglia di evitare se ci tieni al portafoglio, per capirci. Anche le comitive di amici o le coppie sono rigorosamente monocromatiche. In due mesi non ricordo di aver mai visto una coppia interraziale o semplicemente dei bianchi insieme a dei neri in giro per la strada, se non qualcuna nella grande e turistica Atlanta, molto poco southern rispetto al resto della regione, o a Columbia, SC, nel campus universitario.

Il paesaggio urbano dice molto sulle contraddizioni della regione. I monumenti, i nomi delle strade e dei parchi pubblici del deep south raccontano ancora una storia di ineguaglianza che solo da poco si sta, forse, riscrivendo. Una breve passeggiata per queste città ricorderà al turista sprovveduto che qui regnava Jim Crow e, prima di lui, Jefferson Davis. I nomi degli eroi confederati fanno ancora bella mostra di sé, come quelli dei governatori segregazionisti della prima metà del XX secolo. A pochi passi di distanza si incontrano le statue ai caduti confederati e quelle per ricordare la lotta per i Civil Rights. In Mississippi, tutti i palazzi governativi sventolano ovviamente la bandiera statale, l’unica negli Stati Uniti a rappresentare ancora la battle flag confederata. In Georgia, la bandiera statale è una diretta riproposizione della prima bandiera nazionale confederata, la cosiddetta stars and bars.

Non ho visitato molti musei, per motivi di tempo, ma quei pochi mi sono sembrati quantomeno allineati con una narrazione storica onesta e non di parte. Resta comunque da discutere il buon gusto di vendere nei gift shops un merchandising che strizza l’occhio alla confederazione. Ricordo che nel 2014, in un precedente viaggio di ricerca a Richmond, Virginia, storica capitale dei Confederate States of America, il dott. John Coski del Museum of the Confederacy mi disse che tantissimi “nostalgici” (per paradossale che possa sembrare il termine) e neo-confederati venivano al museo e uscivano carichi di souvenir. Non voglio correre il rischio di puntare il dito contro ogni bianco che entra in un gift shop nel Sud, ma credo sia giusto tenere conto che oggetti del genere hanno sempre una certa richiesta, a quanto pare.

In Mississippi, un archivista del Department of Archives and History, incuriosito dai documenti che richiedo, si interessa alla mia ricerca. Gli spiego che il mio progetto riguarda la promozione del turismo nel deep south a cavallo tra anni ’70 e ’80 del novecento. Scopro così che lui ha lavorato tanti anni come guida turistica a Natchez, nel sudovest dello stato. Conosco Natchez perché era, ed è, sede di un particolare evento: il confederate pageant (che ora si chiama Historic Natchez Pageant), una sorta di festival semi-storico culminante in un ballo, tutto rigorosamente in costume sudista. Compreso nel prezzo, un tour delle magioni pre-belliche. L’aria che si respira è molto Gone With the Wind. Questo archivista lavorava come guida sui battelli che risalgono il fiume Mississippi. Gli domando quanti dei visitatori sono fanatici della confederazione. Dopo una iniziale diffidenza dovuta al timore che fossi un giornalista mi risponde: “a lot”. In Georgia, una delle attrazioni più gettonate è ancora Stone Mountain, la “Mount Rushmore del Sud”, con i suoi giganteschi ritratti degli eroi confederati scolpiti sul lato della montagna. A Montgomery, una città che mi è sembrata sempre molto deserta, non mancava mai un gruppetto di visitatori (sempre bianchi, a dire il vero) fuori dalla First White House of the Confederacy. Non c’è nulla di male, è chiaro, ma è sintomatico dell’interesse che ancora suscitano certi argomenti. Dall’altro lato della storia, c’è il “Martin Luther King Jr. National Historic Site” di Atlanta, dove invece mi è capitato di essere uno degli unici due bianchi ad aggirarsi per il museo sulla Civil Rights era. Sono dati che non significano nulla, ma in me hanno instillato il dubbio che al Sud anche il turismo si divida soprattutto per colore della pelle.

Certo la schiavitù e il segregazionismo non sono più negati o edulcorati come un tempo. È comunque vero che, se giudicassimo Jackson e Montgomery dal loro paesaggio urbano, ne trarremmo l’idea che si tratti di città a grande maggioranza bianca e non il contrario (i neri, a Jackson, sono circa l’80%, a Montgomery il 57 %). Significativamente, Montgomery, la capitale dell’Alabama e luogo storico per le lotte dei Civil Rights, ha posto una targa commemorativa sul luogo dell’arresto di Rosa Parks solo nel 1998. Sì, monumenti, strade e musei dedicati a figure nere di spicco esistono, solo che in proporzione si ha l’impressione che siano pochi. Ma sono considerazioni forse troppo soggettive. Certo è che chi dovesse sentirsi turbato nel vedere celebrato il passato confederato e schiavista della regione, avrebbe di che turbarsi molto spesso.

Il Sud, si sa, è roccaforte repubblicana da decenni. Ma bisogna comunque ricordare che Trump, nelle grandi città capitali del deep south, ha perso in maniera schiacciante. Resta comunque il fatto che lì in Dixie il Partito Democratico sembra messo peggio che altrove. Proprio a Montgomery ho avuto modo di assistere ad una scena abbastanza surreale.

L’11 Marzo, davanti lo State Capitol dell’Alabama, Deborah Barros-Smith, una donna nera candidata democratica alla carica di Governatore per il 2018 ha tenuto un comizio in favore del progetto WE THE PEOPLE, che si prefigge di “reinventing and rebuilding the Democratic Party in Alabama”. La piazza, immensa, era vuota. Ad ascoltare c’erano tre persone, di numero, cui fa testimonianza una foto da me scattata. Abbastanza significativamente, due metri dietro la candidata, torreggiava una statua del presidente confederato Jefferson Davis, vero e proprio convitato di pietra all’evento.

La quadratura del cerchio sulle contraddizioni del Sud, forse, sta nelle parole di Gabriel, un anziano signore nero che siede accanto a me sul volo dalla South Carolina a Washington, dove va a vedere il suo terzo nipotino, appena nato. In mezzo al fiume di parole che mi riversa addosso colgo l’occasione per fargli qualche domanda, anche se molte vengono semplicemente evitate o deviate verso il suo argomento preferito: i suoi figli e i suoi nipoti. Riesco comunque a chiedergli com’è, secondo lui, la situazione lì a Spartanburg, se i rapporti razziali sono tesi, se è come le altre città che ho visto più a Sud. Vero maestro di diplomazia, Gabriel dice (cito trascrivendo quanto ho appuntato, in italiano, sul mio quadernino appena sceso dall’aereo) semplicemente che: “Le cose vanno meglio di come andavano vent’anni fa. Il razzismo è un problema, ma non vedi il Ku Klux Klan o gente del genere per le strade. Quello che la gente bianca dice dietro la porta di casa non posso saperlo, ma non credo che Spartanburg o la Carolina siano peggiori di altri posti. Questi sono problemi di tutta l’America. Forse, laggiù (intendendo con laggiù il sud più a sud di lui, Mississippi, Alabama e Georgia) è solo un po’ peggio, non so”.

Mi è sembrata una risposta sensata. Quanto di marcio osserviamo nella società meridionale non è troppo diverso da quanto esiste nel resto degli Stati Uniti. Escluse le grandi metropoli e le aree turistiche, quello che resta del paese sembra spesso una grande zona d’ombra, di hic sunt leones lontano dai riflettori. Non sono mai stato nel MidWest, ma da quanto so e posso vedere da qui, avrei difficoltà a trovare differenze tra un paesino del Wyoming ultraconservatore, o del Montana, o del Nebraska con uno dell’Alabama o delle Caroline, se non meramente climatiche o linguistiche. Anzi, la grande presenza di neri nel deep south, con tutti i loro problemi, ha comunque garantito la presenza di sacche di resistenza e controcultura all’egemonia conservatrice, che invece sembrano mancare altrove. Forse è davvero come dice Gabriel. I problemi del Sud sono proprio gli stessi degli Stati Uniti come società. Forse, al massimo, “laggiù è solo un po’ peggio

 

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