A Day Without A Woman: proteste all’insegna dell’ “intersectionality”

Come ogni 8 marzo, anche quest’anno ho deciso di scendere in piazza in occasione della Giornata Internazionale della Donna. L’ho fatto a New York, a Washington Square, zona Midtown. La manifestazione era convocata alle 16, durante una giornata in cui le donne erano state chiamate ad aderire allo sciopero ribattezzato A Day Without a Woman, che invitava ad astenersi dal lavoro e dagli acquisti, sulla scia del precedente A Day Without Immigrants. Secondo il New York Times, non è chiaro quali siano stati i risultati effettivi dello strike, di cui non si conoscono i numeri precisi né gli effetti sul tessuto economico delle città coinvolte.

 

Alla manifestazione di New York, che si è trasformata in due ore da sit-in a corteo, c’era forse qualche migliaio di persone, non poche e non molte, sicuramente molte meno rispetto a quelle che avevano aderito alla prima marcia delle donne convocata il 21 gennaio scorso a Washington, ufficialmente in opposizione alla retorica della campagna elettorale che aveva, secondo gli organizzatori, “insultato, demonizzato e minacciato molti di noi- immigrati con diversi status, musulmani e persone di religioni diverse, coloro che si identificano come LGBTQIA, nativi, neri e latinos, persone con disabilità, vittime di aggressioni sessuali”. Se la retorica del neoeletto presidente e le sue numerose frasi offensive nei confronti delle donne, indici di una mentalità fortemente maschilista, sono stati il principale target della protesta, va comunque ricordato che quella manifestazione si inseriva all’interno di un nuovo attivismo di più lungo corso, che travalica i confini nazionali: dal 3 giugno 2015, quando le donne argentine sono scese in piazza contro il femminicidio al grido “Ni una menos”, sono state organizzate, con quello stesso slogan, manifestazioni in Cile, Perù, Uruguay e Messico e in molte altre parti del mondo, inclusa l’Italia. Si tratta di una serie di movimenti nazionali che hanno l’obiettivo di costituire una rete stabile e il cui processo organizzativo è tutt’ora in corso.

Anche l’8 marzo, il protagonista indiscusso per insulti rivolti, ironia e giochi di parole, è stato l’inquilino alla Casa Bianca. D’altra parte, se questo movimento ha un collante evidente, è proprio nell’opposizione al Presidente, che tra i suoi primi atti al governo ha deciso di tagliare i fondi federali ai centri che si occupano di tutelare la salute delle donne anche quando si tratta di accompagnarle nella scelta di abortire e ha sollevato una polemica sulla difesa dei diritti delle persone transgender revocando le misure “gender-neutral” adottate dall’amministrazione Obama nel 2015, stabilendo invece che le regole in merito vengano decise a livello statale.

Durante le manifestazioni, però, si sa, le rivendicazioni si mischiano. L’ 8 marzo non si è manifestato solo al grido di “My Body, My Choice!” (con l’eco maschile “Their Body, Their Choice!”) ma sono state sollevate una serie di altre questioni oggi dirimenti per la società e la politica americana. Quella dei rifugiati, ad esempio (“Refugeees are Welcome here, no hate, no fear”), quella del muro con il Messico e in generale l’opposizione al trumpismo: “No KKK, no fascist USA, no Trump!”, o “Go away, racist, sexist, anti-gay, Donald Trump!”. Al passaggio sotto uno degli hotel di proprietà della famiglia del Presidente, si è alzato un coro di “Shame! Shame! Shame!” che è durato per vari minuti.

Molte delle persone che ho sentito parlare facevano richiamo alla necessità di intersectionality del movimento di protesta delle donne, che altrimenti perde di qualsiasi significato reale. Difficile non notare, tuttavia, che a indossare le spillette del movimento per i diritti dei neri Black Lives Matter c’erano perlopiù bianchi, e che solo un piccolo gruppo di donne presenti indossava il velo, a dispetto dei molti cartelli scritti in arabo in solidarietà con le vittime del bando all’immigrazione stabilito da Trump.

 

 

COMMENTI

WORDPRESS: 0
DISQUS: 0