L’immagine dell’arabo nella retorica post 9/11 di George W. Bush

Ridwan Adhami, "Islamophobia"

Ridwan Adhami, “Islamophobia”

L’11 settembre ha rappresentato per la popolazione di origine araba (e non solo) un punto di non ritorno nella lunga lotta per l’integrazione degli Stati Uniti dando vita, in seguito al tragico evento, a una vera e propria rappresaglia di tipo razziale contro i presunti responsabili.

Più di dieci anni dopo gli attacchi terroristici che causarono la morte di circa 3.000 persone, diretti a tre centri del potere degli Stati Uniti – quello militare (il Pentagono), quello economico (le torri del World Trade Center) e quello politico (attentato non riuscito, diretto alla Casa Bianca) – si è in grado di dare una stima degli effetti di tali forme di discriminazione, attraverso studi e sondaggi che hanno dimostrato un drastico calo della qualità della vita per tutti coloro che le subirono. Studi sociali come quello di Isra Daraiseh della Eastern Michigan University 1 o psicologici come nel caso dello studio di Mussarat Khan e Kathryn Ecklund 2 hanno evidenziato come la ferita causata da tali ripercussioni sia ancora impressa nelle comunità interessate 3. I crimini dettati dall’odio razziale nei confronti dei musulmani crebbero del 1600% nel periodo dal 2000 al 2001 4, mentre quelli a danno delle persone di origini o di discendenza medio-orientale salirono dai 354 episodi del 2000 ai 1501 del 2001 5, e tale ondata di odio non mancò di colpire anche coloro che venivano ricondotti erroneamente all’etnia araba, come nel caso degli appartenenti alla comunità sikh 6. Per fare un esempio, Louise Cainkar ha scritto che solo a Chicago il numero dei crimini verso presunti arabi nel periodo immediatamente successivo al 9/11 superò i 100 casi, registrati dalla Chicago Commission on Human Relations 7.

Al di là del peso innegabile dello shock emotivo patito dalla popolazione, grande spazio negli anni seguenti è stato dato alla presunta responsabilità del governo statunitense di aver volutamente sollecitato una “caccia alle streghe”, calcando la mano sulla creazione di un mito negativo – quello dell’arabo terrorista – al fine di erigere il mito della potenza americana alla guida dei poteri del bene contro il male. Forme di tale retorica trovano riscontro nell’analisi di alcuni discorsi presidenziali di George W. Bush, presidente USA al momento dei fatti: Debra Merskin, docente della School of Journalism & Communication dell’Università dell’Oregon, ne dà un’interpretazione ragionata nel saggio The Construction of Arabs as Enemies: Post-September 11 Discourse of George W. Bush 8.

Merskin ha inteso dimostrare che nei discorsi presidenziali successivi all’11 settembre 2001 (in particolare nel periodo che va dall’11 settembre stesso al 29 gennaio dell’anno seguente, per un totale di sei discorsi) è  possibile intravedere una retorica costruita in vent’anni di stereotipizzazione – da parte dei media e della cultura popolare – dell’arabo che diventa malvagio, assetato di sangue, animalesco e terrorista: i discorsi analizzati rifletterebbero un modello identificabile di costruzione dell’immagine del nemico.

Tale stereotipizzazione della presunta malvagità del mondo arabo ha però radici più vecchie: si noti come lo stesso stereotipo sia servito a descrivere persone di non stretta discendenza araba, ma semplicemente musulmana o medio-orientale. La cultura popolare e i mass media negli USA avrebbero dunque generalizzato e sostenuto la stereotipizzazione di un monolitico e malvagio mondo arabo: tutti i musulmani sono arabi e tutti gli arabi sono terroristi. In questa analisi, l’autrice si è servita soprattutto dell’immaginario cinematografico per dimostrare la sua tesi: i media (Hollywood in primis) hanno proposto una presunta “arab-ness” costruita attraverso «rappresentazioni ripetitive, rigide e repellenti che demonizzano e delegittimano l’arabo» 9.  Autori come Jack Shaheen o Nancy Beth Jackson hanno dimostrato, attraverso lo studio di più di novecento film, come gli arabi siano rappresentati brutali, senza cuore, incivili fanatici religiosi, avari e che proprio la barbarie e la crudeltà siano i tratti più comuni associati alla popolazione araba 10. A questo proposito, è interessante l’appunto di Merskin che fa notare come la frase del film del 1998 Attacco al Potere, «make no mistake, we will find the enemy and we will kill the enemy», sembri esser stata ripresa nel discorso di George W. Bush del 2001, «make no mistake, the U.S. government will hunt down and punish those responsible for these cowardly act» 11, a testimonianza del fatto che la retorica cinematografica si sia fusa con la retorica presidenziale, con tutti i richiami che questo comporta nel pubblico.

La spiegazione che Debra Merskin ci dà di questo accanimento mediatico è che, dopo lo smembramento dell’Unione Sovietica, l’America ha avuto bisogno di un nuovo nemico globale, trovato nella minaccia araba grazie alla prima Guerra del Golfo del 1991: anche quest’ultima non mancò di scatenare un’ondata razzista. Trattasi di una stereotipizzazione rinforzata anche grazie all’informazione televisiva del tempo, priva di qualsiasi rappresentazione se non positiva almeno neutrale della figura dell’arabo. È importante quindi sottolineare come tali stereotipi provengano più da una memoria collettiva che da vere e proprie esperienze motivate storicamente.

La visione dell’autrice è che la (dis)informazione al fine di costruire un’immagine del nemico nella cultura popolare sia stata funzionale alla gestione del potere politico. I governi hanno usato più volte nella storia l’idea di un nemico comune come metodo per il controllo sociale, per rafforzare i valori del sistema dominante, e per favorire la partecipazione attorno a tali credenze: il repertorio di immagini e parole utilizzato ha contribuito alla de-umanizzazione dell’avversario nel pubblico.

Una volta che un individuo è costruito come un outsider, ci fa notare l’autrice, smette di essere in possesso di umanità, e quindi di avere diritti civili che il presunto noi custodisce gelosamente. In questo modo vengono spiegate le contraddizioni del governo (e di buona parte dell’opinione pubblica) degli Stati Uniti, che per elevare la cultura liberale del proprio paese non ha esitato a sospendere alcuni dei diritti fondamentali, e tutto in nome della democrazia; basti pensare al Patriot Act che fu firmato il 28 ottobre 2001.

Le differenze tra gruppi sociali, generazionali, religiosi, culturali o razziali agiscono spesso da miccia per stimolare dei risentimenti verso l’altro: la reazione allo sconosciuto è quasi sempre di paura o di aggressività, e le reazioni razziste o xenofobe creano «un’opposizione binaria artificiale che si risolve attraverso l’annichilimento fisico di una parte contro l’altra» 12. La dicotomia noi-loro che risulta dallo scontro descritto produce un “pensiero di gruppo” che supporta la separazione di un particolare gruppo razziale, religioso, etnico o culturale, etichettandolo come ostile o alieno. Al fine di stabilire questa dicotomia, politici e teologi si sono sprecati nei riferimenti a satana: nei discorsi del presidente Bush, come si vedrà nel proseguo si è fatto più volte uso di terminologie bibliche spesso legate ad immagini apocalittiche.

Al fine di sviscerare i discorsi del presidente Bush, Debra Merskin si è servita del modello di Spillman e Spillman 13 che, pur essendo uno strumento basato sulla psicologia, nasce in funzione storiografica: esso spiega il formarsi di una vera e propria sindrome che crea nel soggetto interessato paranoia, sospetto e mancanza di intimità che finiscono per affliggere individui, gruppi e persino intere nazioni. Nel riscontro reale del discorso presidenziale, tale sindrome sarebbe stata volutamente indotta a fini politici.

Questi passaggi saranno qui evidenziati in particolare nell’analisi di un discorso centrale per comprendere la retorica presidenziale post 9/11, il President Bush’s Address Before a Joint Meeting of Congress del 20 settembre 2001 14, discorso nel quale i punti chiave della stereotipizzazione emergono maggiormente. Questo discorso è importante in quanto pronunciato solo nove giorni dopo l’attacco, ma già in esso si leggono (al contrario dei precedenti, ancora intrisi dell’emotività dovuta all’emergenza) le intenzioni programmatiche del governo degli Stati Uniti. In tale occasione Bush identifica con estrema chiarezza le quattro domande a cui gli americani, secondo lui, desideravano una risposta:

  1. Chi ha attaccato il nostro paese?
  2. Perché ci odiano?
  3. Come combatteremo questa guerra?
  4. Cosa ci si aspetta da noi (popolo americano)?

La risposta alla prima domanda è un’anticipazione negativa come prevista da Spillman e Spillman: attraverso un ricordo di come l’integralismo islamico sia attivo da anni il presidente rimanda la colpa della mancata sicurezza del paese a gruppi affiliati al mondo arabo nella sua interezza, sottintendendo la connotazione etnica degli attacchi. Per la prima volta da “evildoers”, “evil folks” si passa alla parola specifica di “talebano”, anche se si confonde con la rete di altre organizzazioni jihadiste o estremiste islamiche. Tale serie di movimenti viene associata con il male puro, attraverso la frase «They are sent back to their homes or sent to hide in countries around the world to plot evil and destruction»: si tratta della identificazione con il male descritta da Spillman e Spillman, l’unico scopo del gruppo avversario pare quello di creare danno al mondo occidentale. Il nemico viene anche stereotipato e de-individualizzato, attraverso l’uso di un lessico proprio del mondo animale: i terroristi si nascondono in caverne e nascondigli e vanno stanati. Inoltre, chiunque si rifiuti di consegnare i terroristi entra a far parte automaticamente del gruppo nemico da eliminare: «Talibans […] will hand over the terrorists, or they will share in their fate». Va notato come Bush faccia una distinzione all’interno del mondo islamico per mostrarsi amico dell’islam pacifico, nonostante nei discorsi precedenti mancasse una simile diversificazione. Merskin sostiene che un tale tentativo (tardivo, come dimostrano i casi di persecuzione ai danni di etnie considerate arabe sul suolo statunitense dei giorni immediatamente successivi all’attentato) di non alienarsi le simpatie internazionali sia inutile, in quanto ai tempi dei fatti la maggior parte degli americani era troppo ignorante sulla religione musulmana per capire il significato di una simile distinzione 15.

La seconda domanda, ovvero «perché ci odiano?», trova una risposta nello zero-sum thinking, mentalità secondo cui tutto quello che c’è di buono nella propria cultura è negativo in quella concorrente, e viceversa: i terroristi odiano gli americani a causa dell’orgoglio che questi ultimi provano per il loro paese, cosa che il nemico nel suo status di malvagio non è in grado di fare. Bush sostiene che non siano gli individui, ma il concetto stesso di libertà a essere minacciato, cosa che giustifica l’uso di qualsiasi mezzo al fine di preservare la way of life americana, in un rifiuto di provare empatia. La specificità del terrorismo talebano viene gettata nel calderone dei totalitarismi con fascismo o nazismo: «they follow in the path of fascism, Nazism, and totalitarianism». Il messaggio è chiaro, si tratta della lotta tra bene e male, Bush lo dice chiaramente: «Either you are with us, or you are with the terrorists». Al fine di vincere, viene annunciato che si adopererà qualsiasi mezzo necessario, di fatto anticipando la sospensione dei diritti fondamentali che verrà attuata con la messa in atto del Patriot Act. «This is not, however, just America’s fight. And what is at stake is not just America’s freedom. This is the world’s fight. This is civilization’s fight. This is the fight of all who believe in progress and pluralism, tolerance and freedom»: questa è la frase chiave con la quale George W. Bush dichiara di fatto che si tratta di una guerra del bene contro il male, presa direttamente dalla simbologia cristiana declinata attraverso i valori liberali della democrazia statunitense.

Passando alla terza domanda, ovvero «come combatteremo questa guerra?», la risposta riprende il filone della stereotipizzazione barbarica del nemico. La missione dei militari statunitensi era quella di stanarli come si farebbe con un animale: «We will starve terrorists of funding, turn them one against the other, drive them from place to place, until there is no refuge or no rest». Nella risposta alla quarta domanda «cosa ci si aspetta da noi?»,  il carattere preponderante è di nuovo quello dello zero-sum thinking: infatti, nella retorica del presidente Bush il miglior modo per colpire i terroristi e combattere la guerra per i cittadini americani è quello di tenere alta la bandiera dei valori statunitensi: «We are in a fight for our principles». Attraverso l’identificazione con il male, il gruppo avversario viene rappresentato come la negazione di tali principi, mentre usando il zero-sum thinking si dichiara che ad essere attaccato è stato il simbolo della prosperità – «terrorists attacked a symbol of American prosperity» , riferendosi alle torri gemelle. Interessante questo passaggio, in quanto non si fa menzione nel discorso dell’attacco (o tentato tale nel secondo caso) al potere militare (al Pentagono) e a quello politico (il fallito attentato alla Casa Bianca). Appare evidente l’intento di presentare solo gli aspetti positivi e quasi mitologici della democrazia americana al fine di far si che l’opinione pubblica adottasse lo schema noi-bene vs loro-male; parlare di attacco alla forza militare non avrebbe creato un tale consenso emotivo immediato.

Verso la conclusione riappare la retorica apocalittica della battaglia finale del bene contro il male: «Our nation, this generation will lift a dark threat of violence from our people and our future. We will rally the world to this cause by our efforts, by our courage. We will not tire, we will not falter, and we will not fail». Gli USA che si autoproclamano guida del mondo civile non costituisce una visione nuova nel panorama politico internazionale, e il richiamo al «manifest destiny» si profila energicamente 16. Il presidente dichiara che il modo di affrontare la violenza è quello della paziente giustizia, ed ecco che riappare il zero-sum thinking. In conclusione, «may God grant us wisdom, and may He watch over the United States of America»: trattasi del dio cristiano, evidentemente. Siamo davanti ad un’interpretazione dalla quale emerge in modo chiaro il tentativo di opporre la minaccia terrorista come figura maligna in opposizione alla nazione guidata da dio stesso e dalle forze del bene, gli Stati Uniti d’America.

Tale retorica non avrebbe fatto altro che estrarre dall’«inconscio collettivo» la figura dell’arabo come nemico, grazie alla forte stereotipizzazione degli anni precedenti avvenuta tramite i media (nel quale sarebbe mancata qualsiasi figura positiva riconducibile all’etnia araba). In tal modo, molte delle esternazioni più estreme del presidente Bush sarebbero sembrate logiche e persino ovvie.

L’uso spregiudicato di queste retoriche dei discorsi presidenziali ha avuto un enorme e drammatico impatto sulle condizioni di vita degli arabi americani 17. Il dibattito sulla costituzionalità del Patriot Act e sulla legalità di alcune delle azioni del Dipartimento di Sicurezza Nazionale avrebbe dominato l’opinione pubblica negli anni a venire.

Qual è quindi la responsabilità del governo americano? Il bisogno di coalizzare un paese in lutto giustificava la necessità non solo di creare un nemico contro il quale chiunque avrebbe potuto sfogare le tensioni e le paure accumulate in seguito all’attentato, ma anche la restrizione di molte delle libertà individuali garantite prima dell’11 settembre. Se è difficile non notare il forte impegno retorico nei discorsi presidenziali a tale scopo, almeno fino al 29 gennaio 2002 (ultimo discorso analizzato da Debra Merskin) è impossibile ignorare gli effetti terribili che tale retorica ha causato.

Note:

  1. I. Daraiseh, Effects of Arab American Discrimination Post 9/11 in the Contexts of the WorkPlace and Education, in McNair Research Journal, vol. 4, 2012, http://commons.emich.edu/mcnair/vol4/iss1/3 ultimo accesso il 23 aprile 2014.
  2. M. Khan e K. Ecklund, Attitudes Toward Muslim Americans post-9/11, in Journal of Muslim Mental Health, vol. 7,  2012, http://hdl.handle.net/2027/spo.10381607.0007.101  ultimo accesso il 23 aprile 2014.
  3. Per approfondire gli effetti del post 9/11 sulla società statunitense rimando al testo di Raffaella Baritono ed Elisabetta Vezzosi, con particolare attenzione ai contributi di Marilyn Young, Tiziano Bonazzi, Arnaldo Testi e Stefano Luconi. R. Baritono, E. Vezzosi, Oltre il Secolo Americano, Gli Stati Uniti Prima e Dopo l’11 Settembre, Carocci Editore, Roma, 2011.
  4. R. A. Serrano, Hate Crimes Against Muslims Soar, Report Says, 2002, http://articles.latimes.com/2002/nov/26/nation/na-hate26 ,  Ultimo accesso il 25 aprile 2002.
  5. D. Oswald, Understanding Anti-Arab Reactions Post-9/11: the Role of Threats, Social Categories, and Personal Ideologies, in Journal of Applied Social Psychology, n. 35.9, 2005, pp. 1775–1799.
  6. N. S. Gohil, D. S. Sidhu, Civil Rights in Wartime: The Post 9/11 Sikh Experience, Ashgate, Burlington, 2009.
  7. L. Cainkar, No Longer Invisible: Arab and Muslim Exclusion After September 11, in Middle East Report, n. 224, 2002, pp. 22–29.
  8. D. Merskin, The Construction of Arabs as Enemies: Post-September 11 Discourse of George W. Bush, in Mass Communication & Society, 2004, 7(2), pp. 157–175.
  9. J.G. Shaheen, Our Cultural Demon-The “Ugly Arab”: Ignorance, Economics Create and Unshakeable Stereotype, in Ted Moines Register, 19 agosto 1990, p. A7, vedi D. Merskin, The Contruction of Arabs as Enemies: Post-September 11 Discourse af George W. Bush.
  10. N.B. Jackson, Arab Americans: Middle East Conflicts Hit Home, in P. M. Lester, Images that Injure: Pictorial Stereotypes in the Media, Ashgate Publishing, Westport, 2013, pp. 63–66, vedi D. Merskin, The Construction of Arabs as Enemies: Post-September 11 Discourse of George W. Bush.
  11. George W. Bush, citato da Gerry J. Gilmore, U.S. ‘Will Hunt Down And Punish’ Terrorists, Bush Says,, 2001,  http://www.defense.gov/news/newsarticle.aspx?id=44914 , ultimo accesso il 23 aprile 2014.
  12. A. Kibbey, Editorial: Gender and the American Ideology of War, su Genders Online Journal, n. 37, 2003, vedi D. Merskin, The Contruction of Arabs as Enemies: Post-September 11 Discourse af George W. Bush.
  13. K.R. Spillman, K. Spillman, Some Sociobiological and Psycological aspects of “Images of the Enemy”, in R. Fiebig-von Has, U. Lehmkuhl (eds), Enemy Images in American History, Berghahn Books, Oxford, 1998, pp. 43–64.
  14. George W. Bush, trascritto da M.E. Eidenmuller, AmericanRethoric.com, 2006, http://www.americanrhetoric.com/speeches/gwbush911jointsessionspeech.htm, ultimo accesso il 23 aprile 2014.
  15. M. Hatout, Group Looks to Bridge Gap, in C. Jones, View, 1999, vedi D. Merskin, The Contruction of Arabs as Enemies: Post-September 11 Discourse af George W. Bush.
  16. A. Stephaenson,  Destino manifesto, Feltrinelli, Milano 2004.
  17. S. May, T. Modood, Editorial, in Ethnicities, 2001, pp. 291–294, vedi D. Merskin, The Construction of Arabs as Enemies: Post-September 11 Discourse of George W. Bush.

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