Tra “New Jim Crow” e prospettive di cambiamento: cenni sull’incarcerazione di massa degli afro-americani

humanQualcosa si sta muovendo sul fronte della giustizia penale negli Stati Uniti. Lo scorso 11 febbraio il procuratore generale Eric Holder, in occasione di un suo intervento a Georgetown University, ha affrontato un tema particolarmente caro alle minoranze razziali, quello della privazione del diritto di voto ai pregiudicati. Holder, avvocato afro-americano che ha ottenuto l’incarico di procuratore solo pochi giorni dopo l’insediamento di Obama alla Casa Bianca, ha rimarcato la necessità di una riforma del sistema della giustizia penale che permetta agli ex condannati che abbiano scontato la pena di poter votare. Le leggi sul disenfranchisement, la privazione dei diritto di voto, negli Stati Uniti sono particolarmente articolate, attualmente in evoluzione e, soprattutto, variano da stato a stato. Due stati, Vermont e Maine, garantiscono il diritto di voto anche alla popolazione carceraria, tredici escludono dal diritto di voto solo la popolazione carceraria, diciannove anche coloro che sono in libertà condizionata (parole o probation), ben undici – tra cui Arizona, Mississippi e Florida –  negano il diritto di voto a tutti coloro che abbiano una condanna alle spalle. 1

Invitando i singoli stati a prendere seriamente in considerazione la possibilità di una riforma delle loro leggi in materia di diritto di voto, Holder ha sottolineato che 2.2 dei 5.8 milioni di persone escluse dall’elettorato attivo sono afro-americani, e ha aggiunto: «Queste leggi […] fanno riecheggiare le politiche adottate durante un periodo profondamente travagliato del passato americano – quello della discriminazione dopo la guerra civile. Nonostante sia passato ben più di un secolo da quando gli stati nel periodo post-ricostruzione usavano misure per privare gli afro-americani dei loro diritti fondamentali, l’impatto della privazione dei diritti civili per i pregiudicati nelle comunità di colore rimane sproporzionato e inaccettabile». 2 Sebbene la dichiarazione di Holder abbia una valenza esclusivamente indicativa – spetta infatti ai singoli stati il compito di riformare i loro sistemi giudiziari – il fatto che un esponente dell’amministrazione democratica, molto vicino ad Obama, abbia preso una così chiara posizione in merito a un problema cruciale per le minoranze è una questione che merita un’analisi più approfondita.

Non è la prima volta che Holder evidenzia il rapporto tra giustizia penale e discriminazione razziale, in particolare riguardo al sistema delle mandatory minimum sentences, sentenze che prevedono una durata minima di detenzione a seconda del tipo di reato. Lo scorso agosto Holder aveva detto che questo tipo di sentenze erano spesso risultate inefficaci, economicamente insostenibili e razzialmente connotate, e aveva garantito un suo impegno per trovare un compromesso che andasse nella direzione della «sicurezza pubblica e del bene comune». 3 Proprio a causa delle pene detentive minime, d’altronde, centinaia di migliaia di afro-americani negli ultimi trent’anni sono finiti in carcere per lunghi periodi per reati di droga. 4 Nel 2010 Obama aveva mostrato un certo interesse per la questione firmando il Fair Sentencing Act che, tra le altre cose, riduceva la disparità di trattamento per le sentenze relative al crack e quelle relative alla cocaina in un rapporto da 100:1 a 18:1 ed eliminava la pena minima di cinque anni per il possesso di crack. 5 A dicembre dello scorso anno il presidente aveva anche commutato la pena di otto ergastolani – che avevano già scontato quindici anni di carcere – per reati legati all’uso e allo spaccio del crack. 6

Proprio il crack è una delle cause della sproporzionata presenza di afro-americani nelle carceri statali e federali ed è anche una delle ragioni per le quali la popolazione carceraria degli Stati Uniti rappresenta il 25% di quella mondiale. 7 Il crack, una sostanza stupefacente particolarmente economica, arrivò nelle aree povere afro-americane nel 1985, tre anni dopo che l’amministrazione Reagan aveva dichiarato guerra alle droghe, criminalizzandone l’uso. 8 Il crack diventò rapidamente il “male” da estirpare dalla società, le sentenze per il suo consumo e lo spaccio si fecero enormemente più pesanti rispetto a quelle per gli altri tipi di droghe e le mandatory minimum sentences si moltiplicarono. Secondo l’avvocato e attivista Michelle Alexander, «la War on Drugs, rivestita di un linguaggio razzialmente neutrale, offrì ai bianchi che si opponevano alle riforme razziali un’opportunità unica di esprimere la loro ostilità nei confronti dei neri e del loro progresso, senza essere esposti ad accuse di razzismo». 9 La War on Drugs continuò anche negli anni delle amministrazioni di George Bush e di Bill Clinton. Proprio durante il doppio mandato democratico di Clinton – il “primo presidente nero”, secondo la scrittrice premio nobel afro-americana Toni Morrison – si assistette al più alto incremento della popolazione carceraria nella storia degli Stati Uniti. Non solo, il presidente democratico limitò ulteriormente i benefit pubblici per chiunque avesse una condanna penale alle spalle, favorendo così una spirale che di fatto tolse ogni possibilità a chi usciva di prigione – nella stragrande maggioranza poveri di colore – di una reintroduzione nel tessuto sociale. Esclusi dal sistema delle case pubbliche, dai food stamps e impossibilitati a trovare un lavoro perché quasi tutti i datori esigono una fedina penale pulita, agli ex-felons non rimaneva che rientrare nel giro della criminalità o diventare senza fissa dimora. 10 Per avere un’idea dell’impatto che la War on Drugs ha avuto sulla popolazione carceraria, basti pensare che nel 1980 questa era composta da 300 mila persone, nel 2000 da due milioni. 11 Il risultato di queste politiche fu che alla fine del secolo scorso il 90% delle persone in carcere per reati di droga era composto da afro-americani o ispanici. In sostanza, le politiche che hanno aumentato il numero dei condannati per reati di droga sono state efficaci nel marginalizzare economicamente, socialmente e politicamente gli afro-americani e le minoranze quanto lo fu Jim Crow. Non a caso questo sistema di discriminazione legalizzata è stato chiamato “New Jim Crow”.

Al sistema di incarcerazione di massa è direttamente legata anche la legge sullo stop and frisk, arbitrariamente utilizzata dalla polizia per fermare e perquisire persone sulla base del sospetto. 12 Dato che le perquisizioni corporee colpiscono in una percentuale dieci volte maggiore gli afro-americani rispetto ai bianchi, stop and frisk non solo ha imposto pene detentive a ragazzi di colore in possesso di modeste quantità di droga, ma soprattutto ha creato un sistema di criminalizzazione preventiva dei giovani maschi neri che è stata corresponsabile dell’uccisione di teen-agers – come Trayvon Martin e Jordan Davis – sulla base del sospetto che potessero essere armati.

Nonostante il Fair Sentencing Act e un rapsodico interesse di Holder per la questione delle pene detentive e del disenfranchisement, l’amministrazione Obama non si è distinta per una sostanziale discontinuità rispetto al passato e alcuni degli uomini più vicini al presidente, come il vicepresidente Joe Biden, erano stati dei ferventi drug warriors. La recente dichiarazione del procuratore generale potrebbe però segnare un’accelerazione dell’amministrazione democratica in materia di riforma del sistema della giustizia penale, anche se la strada resta lunga e impervia. Sia che si tratti della questione del diritto di voto dei pregiudicati, sia che si parli di un ripensamento delle sentenze minime o di stop and frisk, infatti, i movimenti ultraconservatori hanno promesso battaglia contro quello che considerano un atteggiamento eccessivamente tollerante nei confronti della criminalità. A questo vanno aggiunte le attività di lobbying dei penitenziari privati – impegnati a mantenere lo status quo secondo la logica del più condannati più profitto – che sono in grado di esercitare pressioni a livello federale e statale finanziando lautamente le campagne elettorali. 13

La riforma della giustizia penale rimane però una questione estremamente urgente per gli Stati Uniti. Organizzazioni per i diritti civili e per i diritti umani come la NAACP, Sentencing Project, Human Rights Watch e All of Us or None sostengono che senza un cambio di rotta, tutte le politiche e gli sforzi per ridurre la povertà potrebbero risultare inefficaci, soprattutto nelle comunità nere. Se è vero che Obama ha intenzione di portare avanti un’agenda politica più coraggiosa in questi ultimi tre anni di mandato in cui non dovrà preoccuparsi della rielezione, il cambiamento tanto conclamato dovrà necessariamente passare anche per una riforma del sistema della giustizia penale.

Note:

  1. C. Uggen, S. Shannon e J. Manza, State-Level Estimates of Felon Disenfranchisement in the United States, 2010, The Sentencing Project, luglio 2012: http://www.sentencingproject.org/doc/publications/fd_State_Level_Estimates_of_Felon_Disen_2010.pdf.
  2. “Attorney General Eric Holder Delivers Remarks on Criminal Justice Reform at Georgetown University Law Center”: http://www.justice.gov/iso/opa/ag/speeches/2014/ag-speech-140211.html.
  3. http://edition.cnn.com/2013/08/12/politics/holder-mandatory-minimums/.
  4. drug offenders costituiscono quasi la metà della popolazione carceraria statunitense e gli afro-americani vanno in carcere per reati di droga 10 volte più facilmente dei bianchi: http://www.naacp.org/pages/criminal-justice-fact-sheet.
  5. “The Fair Sentences Act of 2010”: http://www.justice.gov/oip/docs/fair-sentencing-act-memo.pdf.
  6. Charlie Savage, “Obama Commutes Sentences for 8 in Crack Cocaine Cases”, New York Times, 19 dicembre 2013,  http://www.nytimes.com/2013/12/20/us/obama-commuting-sentences-in-crack-cocaine-cases.html?_r=0.
  7. http://www.naacp.org/pages/criminal-justice-fact-sheet.
  8. Il primo presidente a dichiarare “guerra” alle droghe fu Richard Nixon nel 1971. Tuttavia, solo a partire dagli anni ottanta la War on drugs ebbe effetti devastanti sulle comunità di colore.
  9. Michelle Alexander, The New Jim Crow: Mass Incarceration in the Age of Colorblindness, New York, The New Press, 2010, p. 54.
  10. A questo proposito è utile ricordare che l’enorme popolazione carceraria – in grandissima maggioranza composta da nullatenenti – è esclusa dalle statistiche sui tassi di povertà.
  11. Alexander, The New, cit. pp. 56-60. Oggi la popolazione carceraria degli Stati Uniti è di circa 2.4 milioni di persone.
  12. Jerome G. Miller, Search and Destroy: African-American Males in the Criminal Justice System, New York, Cambridge University Press, 2011 (2° ed.).
  13. D. Shapiro, Banking on Bondage. Private Prisons and Mass Incarceration, ACLU, Novembre 2011: https://www.aclu.org/files/assets/bankingonbondage_20111102.pdf.

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