Obama e le Olimpiadi di Putin

Sochi 2014Seppur terminati da pochi giorni, i Giochi invernali di Sochi meritano di diritto un posto di primo piano nella storia delle Olimpiadi moderne. Sono almeno tre le ragioni che contribuiscono alla loro importanza.

Innanzitutto, il loro impatto economico e i costi associati all’organizzazione dei Giochi. Stando alle stime più accreditate e più diffuse sulla stampa internazionale, i Giochi di Sochi sono stati a tutti gli effetti l’edizione più costosa delle moderne Olimpiadi. Con un budget di circa 50 miliardi di dollari, la Russia ha speso ben più dei 15 miliardi di dollari spesi per Londra 2012, dei 44 miliardi di dollari dei maestosi Giochi di Pechino 2008 o dei 9 miliardi di dollari spesi per organizzare la precedente edizione delle Olimpiadi invernali, i Giochi di Vancouver 2010. E, al di là della dimensione meramente economica, questo dato è significativo: il bilancio delle Olimpiadi invernali, Giochi considerati di minore importanza perché rivolti ad un pubblico più ristretto, ha superato quello delle Olimpiadi estive.

Da qui muove il secondo punto dell’importanza dei Giochi di Sochi: il pieno reinserimento della Russia di Putin nelle relazioni internazionali. Come molti altri statisti prima di lui, Putin ha identificato nello sport internazionale un utile vettore per legittimare il proprio Stato perché, nelle sue stesse parole, “Le vittorie sportive sono più efficaci di centinaia di slogan politici per rafforzare l’identità nazionale”. Le Olimpiadi diventano perciò la tappa fondamentale di una strategia incentrata sullo sport, che comincia con le Universiadi estive e i mondiali di atletica nel 2013, passa per Sochi 2014, per i mondiali di nuoto del 2015, quelli di hockey nel 2016 e termina con i mondiali di calcio nel 2018. 1 Così, come spesso è accaduto nella storia delle Olimpiadi, anche questa edizione diventa un passaggio importante per ottenere un preciso riconoscimento politico, spendibile sia nelle relazioni internazionali che in politica interna, con buona pace del Comitato Olimpico Internazionale e di chi ritiene – forse troppo ingenuamente – che politica e sport non debbano incontrarsi. Ma se sul piano interno i Giochi di Sochi sembrano poter contribuire alla popolarità di Putin e della Russia in una regione, come quella del Caucaso, dove l’egemonia di Mosca ha sempre trovato resistenze, sul piano delle relazioni internazionali, i mesi che hanno accompagnato i lavori preparatori dei Giochi di Sochi hanno mostrato come l’immagine della Russia sia composta da (poche) luci e (tante) ombre. 2

Quest’ultimo aspetto ci porta al terzo elemento di importanza delle Olimpiadi di Sochi: il suo posto nelle relazioni internazionali e, in particolar modo, nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia. Nei mesi che hanno preceduto l’inaugurazione delle Olimpiadi di Sochi, numerose polemiche hanno attraversato le società occidentali, su tutte quella americana, e hanno portato con una certa frequenza a formulare la richiesta che i governi occidentali boicottassero i Giochi. Tre almeno i temi e le coalizioni che hanno auspicato un boicottaggio. I primi a muoversi sono stati gli attivisti del gruppo “NoSochi2014”. La loro campagna è stata incentrata su una serie di avvenimenti storici legati allo sterminio dei circassi nel 1864 ad opera dell’esercito zarista. Nel luglio 2007, mentre Sochi si stava preparando al voto del CIO per l’assegnazione dei Giochi del 2014, i circassi della diaspora e numerose organizzazioni attive per i diritti umani lanciarono una campagna di sensibilizzazione internazionale che culminò in una serie di appelli rivolti al CIO e agli Stati occidentali affinché la città russa non fosse presa in considerazione come città organizzatrice dei Giochi nell’anno del centocinquantesimo anniversario dello sterminio del popolo circasso. Nello scegliere Sochi, il CIO ha spiegato come le Olimpiadi “siano una forza positiva… che stimolano sviluppi positivi” nei paesi ospitanti”. Da allora, la campagna del comitato NoSochi2014 si è indirizzata verso la richiesta di boicottare queste Olimpiadi. 3 Poi si sono mosse le organizzazioni ambientaliste che hanno denunciato a gran voce la distruzione ambientale nell’area di Sochi. Infine, negli ultimi mesi, organizzazioni attive nel campo dei diritti umani ed esponenti delle comunità LGBT hanno denunciato la politica di controllo e repressione dell’omosessualità attuata da Putin – una politica che ha trovato l’immediata condanna di Obama e della società americana.

La distanza tra Washington e Mosca sui temi legati a queste Olimpiadi non si è ridotta neanche dopo l’inaugurazione dei Giochi. Tutt’altro: il fatto che la prima medaglia dei Giochi sia andata ad uno statunitense, lo snowboarder Sage Kotsenburg; la vittoria della nazionale di hockey americano su quella russa; o la decisione di Putin di scegliere come tedofora l’ex pattinatrice Irina Rodnina (che pochi mesi prima aveva pubblicato su twitter un fotomontaggio razzista che prendeva di mira Obama e sua moglie) hanno contribuito a mantenere vive le polemiche tra Mosca e Washington.

Per questo, non stupisce più di tanto che, a poche settimane dall’inaugurazione dei Giochi, Charles Lane del «Washington Post» abbia addirittura invitato la comunità internazionale a smantellare il carrozzone olimpico. In un articolo di fine gennaio, Lane ha ricordato non solo le condanne che da più parti si sono indirizzate nei confronti dello Stato di Putin, ma anche come numerosi episodi nella storia recente delle Olimpiadi (una storia che è stata segnata da boicottaggi politici, attentati, rivalità nazionali, scandali, corruzione e doping) abbiano indebolito l’appeal e lo spirito di cooperazione internazionale che dovrebbero innervare i Giochi olimpici. E nonostante la storia delle Olimpiadi sia una storia politica (lo stesso De Coubertin non aveva mai pensato a una depoliticizzazione delle sue Olimpiadi, tanto da non volere che i tedeschi vi partecipassero), l’intervento di Lane è un termometro adeguato delle resistenze che, soprattutto in Occidente, si sono manifestate verso le Olimpiadi di Putin. 4

Il segnale più forte è arrivato dalla Casa Bianca. A pochi mesi dall’apertura dei Giochi, Obama ha annunciato che né lui né Biden sarebbero andati a Sochi per le Olimpiadi. E’ questa una decisione dall’alto impatto simbolico, tanto più se si considera che George W. Bush aveva partecipato sia all’inaugurazione delle Olimpiadi di Atene del 2004 sia a quelle di Pechino 2008, mentre Michelle Obama aveva guidato la delegazione americana ai Giochi di Londra 2012.

Tre diversi piani di lettura possono permetterci di capire meglio la decisione di Obama. Innanzitutto, quello della storia olimpica e dei dibattiti che – con una certa frequenza – si sono sviluppati negli Usa circa la possibilità di non partecipare a specifiche edizioni dei Giochi. In secondo luogo, quello delle relazioni – strettamente diplomatiche – tra Washington e Mosca, con numerosi problemi che complicano i rapporti bipolari. Infine, l’impatto della legge contro la propaganda omosessuale firmata da Putin a giugno 2013.

1)

Affissioni pubblicizzanti un incontro pubblico volto a spingere gli Stati Uniti a boicottare le Olimpiadi di Berlino del 1936 (1935).

Affissioni pubblicizzanti un incontro pubblico volto a spingere gli Stati Uniti a boicottare le Olimpiadi di Berlino del 1936 (1935).

Non è certo questa la prima volta che il tema dei diritti umani ha sviluppato, negli Stati Uniti, una campagna a favore di un boicottaggio olimpico. La prima risale ai Giochi del 1936, quando una coalizione di organizzazioni cattoliche, protestanti ed ebraiche propose alle federazioni sportive americane e al presidente Roosevelt di convincere il Comitato Olimpico Internazionale a spostare i Giochi invernali da Garmisch Partenkirchen e quelli estivi da Berlino, a causa dell’antisemitismo del regime di Hitler. Di questa coalizione, non facevano parte le organizzazioni per i diritti dei cittadini afro-americani che anzi sottolinearono l’ipocrisia di una richiesta di “uguale trattamento per gli ebrei tedeschi” quando erano “tollerate e messe in pratica discriminazioni contro gli atleti neri in patria”. 5 Nello specifico, a partire dal 1933 si iniziò a denunciare come – allontanando gli atleti tedeschi di origine ebraica dalla rappresentativa tedesca – le autorità della Germania nazista avessero violato la Carta olimpica e, quindi, avessero perso ogni diritto ad organizzare i Giochi. La campagna acquistò presto forza, tanto da costringere il presidente Roosevelt a minacciare ufficialmente un boicottaggio qualora le accuse si fossero rivelate fondate. Per questo, il presidente americano diede incarico ad Avery Brundage (a quel tempo alla guida dell’American Olympic Committee poi presidente del Comitato Olimpico Internazionale) di volare in Germania e di preparare un resoconto. Brundage, di tendenze conservatrici, accusato poi di razzismo, antisemitismo e di nutrire simpatie per il regime hitleriano, redasse un rapporto favorevole all’organizzazione nazista dei Giochi olimpici, che spinse Roosevelt a ritirare l’ipotesi di boicottaggio. Sulla base del documento redatto per il Presidente, Brundage pubblicò poi un pamphlet in difesa dell’organizzazione nazista dei Giochi, che accusava i sostenitori del boicottaggio d’essere emanazione di una lobby giudaica e comunista. 6 La campagna per il boicottaggio si riaccese nel 1935, dopo la promulgazione delle leggi di Norimberga. Acquisì presto una tale forza che Hitler fu costretto a reintrodurre due atleti di origine ebraica nella selezione tedesca per i Giochi: la saltatrice Gretel Bergmann (poi nuovamente allontanata per prestazioni non adeguate) e la fiorettista Helene Mayer, che vinse una medaglia d’argento e, dal podio, fece il saluto nazista. La vicenda della Mayer fu fondamentale per placare le polemiche statunitensi sull’antisemitismo delle Olimpiadi di Berlino.

Arrivarono poi le Olimpiadi dei primi decenni della Guerra Fredda. Dall’edizione di Helsinki (1952) a quella di Tokyo (1964), gli USA non minacciarono mai un boicottaggio. Utilizzarono, però, i Giochi olimpici come una piattaforma per denunciare la disumanizzazione dell’atleta sovietico, presentato come una macchina studiata per vincere il maggior numero di medaglie, sottoposto ad allenamenti brutali, a indottrinamento ideologico e al lavaggio del cervello, alla somministrazione forzosa di steroidi e sostanze dopanti, che trasformavano il fisico e androgenizzavano le donne. Nel dibattito pubblico sui successi sovietici nelle competizioni internazionali – hanno recentemente scritto due studiosi – gli steroidi diventarono – “la bomba nucleare dello sport di Guerra Fredda”. 7 Il tema della non partecipazione tornò prepotentemente a galla alla vigilia elle Olimpiadi di Città del Messico del 1968. Questa volta, però, il bersaglio erano gli Stati Uniti stessi. Sin dai Giochi di Melbourne del 1956 e in maniera ancor più forte nei primi anni Sessanta, le Olimpiadi erano diventate un terreno privilegiato per rispondere alla propaganda sovietica sulle discriminazioni razziali americane e mostrare al mondo il contributo fondamentale degli afro-americani ai successi (non solo sportivi) degli Stati Uniti. A partire dal 1964, attraverso l’Olympic Project for Human Rights, il sociologo Harry Edwards aveva proposto un boicottaggio degli eventi sportivi internazionali da parte degli atleti afro-americani, in modo da sensibilizzare l’opinione pubblica americana sul problema e di avviare un processo di reale uguaglianza interna. Tra le varie misure proposte dall’Olympic Project for Human Rights c’era anche l’ipotesi di un boicottaggio afro-americano dei Giochi di Città del Messico. Dopo una serie di dibattiti tra gli atleti e gli esponenti dell’Olympic Project for Human Rights prevalse la tesi di chi riteneva opportuno partecipare ai Giochi del 1968 per poter spiegare al mondo intero la reale situazione degli afro-americani. Molti atleti, infatti, parteciparono ai Giochi con spille e simboli dell’Olympic Project for Human Rights. Altri, come Tommie Smith e Juan Carlos, arrivati primo e terzo alla finale dei 200 metri piani, scelsero di sfidare apertamente le regole del CIO che proibiscono manifestazioni politiche sul podio, salutando la bandiera americana col pugno destro chiuso e fasciato in un guanto nero e il capo reclinato. Per questi furono sospesi dal CIO, espulsi dal villaggio olimpico e invitati a lasciare il Messico. Il giorno della loro espulsione, i corridori afroamericani Lee Evans, Larry James e Ron Freeman salirono sul podio della finale dei 400 metri e manifestarono il loro sostegno a Smith e Carlos. Anche loro furono sospesi e invitati a lasciare il villaggio olimpico. Grazie alla trasmissione satellitare, la loro protesta fece il giro del mondo. Divenne una delle immagini più note e ricorrenti nella storia delle Olimpiadi. Mesi dopo, Brundage si adoperò affinché le immagini di Smith e Carlos non fossero nel libro fotografico edito dal CIO e in quello dell’USOC. Quando poi il comitato organizzatore dei Giochi di Città del Messico rilasciò il filmato ufficiale, di fronte ai fotogrammi di Carlos e Smith, obiettò che “la lurida manifestazione di questi negri contro la bandiera degli Stati Uniti non ha nulla a che fare con lo sport”. 8

Infine, anche in vista dei Giochi di Mosca del 1980 – Giochi che furono boicottati dagli USA e da altri 64 Paesi in seguito all’invasione sovietica dell’Afghanistan –  nella seconda metà degli anni Settanta si sviluppò una campagna a favore del boicottaggio delle Olimpiadi a causa delle violazioni dei diritti umani e degli abusi nei confronti dei dissidenti sovietici.

2)

Nella distanza tra Casa Bianca e Cremlino alla vigilia dei Giochi di Sochi giocano un ruolo di primo piano numerosi motivi d’attrito tra Russia e Stati Uniti. Molti di questi esulano dal contesto olimpico ed erano emersi già con l’insediamento di Obama alla Casa Bianca. Nel tentativo di fare chiarezza sullo stato delle relazioni tra i due Paesi, il «Washington Post» ha sottolineato come, dal 2008 ad oggi, ci siano stati diversi slanci cooperativi e ben più numerosi momenti di discordia. 9 Obama, infatti, sembrava aver cominciato la sua politica verso la Russia con ben altri propositi. A meno di un anno di distanza dall’intervento militare russo in Georgia (un intervento che era cominciato in concomitanza con le Olimpiadi di Pechino), Obama aveva dichiarato di voler azzerare e rilanciare le relazioni con Mosca (reset). In breve tempo, i due Stati sembravano poter collaborare, come dimostravano gli impegni nella lotta al terrorismo internazionale e verso l’Afghanistan, l’ingresso di Mosca nel WTO o la firma del new START, l’accordo per la riduzione delle armi nucleari firmato da Obama e Medvedev nell’aprile 2010. Ma, a questi progressi, si contrappongono numerosi fallimenti ed attriti. Solo nell’ultimo anno e mezzo, i problemi sembrano oscurare i momenti di cooperazione. Nel dicembre 2012 il Congresso americano ha approvato il Magnitsky Act, una norma che impedisce l’ingresso nel territorio degli Usa ai cittadini russi responsabili di violazioni dei diritti umani. La risposta russa è arrivata a febbraio 2013, quando Putin ha firmato una legge per impedire le adozioni dei bambini russi da parte di coppie residenti in Stati che riconoscono tale diritto per le coppie omosessuali, tra cui gli Stati Uniti. Ad agosto, Putin ha accolto in Russia Edward Snowden, che ha rivelato al mondo l’esistenza e il funzionamento di Prism, il programma di spionaggio globale dell’NSA, causando imbarazzo, critiche e problemi per Obama. In ritorsione, Obama ha cancellato un vertice con Putin. 10 E poi ancora il conflitto in Siria, dove non solo Stati Uniti e Russia sono su posizioni opposte, ma Putin ha addirittura scritto un editoriale sul «New York Times» per invocare la pace e ammonire gli americani contro la loro “tentazione a sentirsi eccezionali”, criticando Obama che pochi giorni prima aveva ribadito pubblicamente che la determinazione dell’America a punire i crimini di Assad “è ciò che rende gli Stati Uniti diversi … È questo che ci rende eccezionali.” 11 Infine, proprio mentre a Sochi gli atleti di tutto il mondo si riunivano, a moltiplicare le diffidenze tra Washington e Mosca, il dramma ucraino ha toccato un nuovo punto di tensione, trovando la condanna (per lo meno verbale) dell’amministrazione americana, le ambiguità dell’Unione Europea e l’ostentazione di forza neoimperiale di Mosca. In quel complesso intreccio di logiche interne ed internazionali, interdipendenze globali e spinte nazionalistiche che è l’Ucraina, la distanza tra Stati Uniti e Russia sembra crescere ancor di più. 12

3)

Se queste sono le due cornici – una storica, l’altra d’attualità – le ragioni contingenti dell’assenza di Obama dai Giochi di Sochi vanno rintracciate nell’irrigidimento omofobico di Putin e nella distanza tra questo e la società americana. Il 30 giugno 2013 Putin ha firmato una legge che prevede il divieto di propaganda rivolta ai minori di “relazioni sessuali non tradizionali”, aprendo così una nuova pagina buia nella storia degli omosessuali e dei loro diritti in Russia. Condannata e bandita dal regime comunista, l’omosessualità ha trovato una limitata tolleranza a partire dagli anni Novanta: prima, nel 1993, con una legge che riconosceva la libertà dell’attività sessuale in privato tra adulti consenzienti poi, nel 1999, con una legge che ha tolto l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali. Nondimeno, manca ancora oggi una legge che vieti la discriminazione sulla base dell’identità o dell’orientamento sessuale. Nei mesi successivi all’approvazione della legge contro la “propaganda omosessuale”, la comunità gay russa ha riportato un aumento delle minacce e delle pratiche omofobe: lesbiche, gay, transgender sono stati oggetto di violenza in più occasioni, con gruppi di “vigilantes” che in svariate occasioni hanno umiliato, picchiato e torturato cittadini russi omosessuali. Un video di fine agosto 2013 mostra una donna transgender che, in un parco, in pieno giorno, viene picchiata da cinque uomini. Pochi giorni prima, l’«Huffington Post» aveva riportato la notizia di un gruppo neonazi che adesca le proprie vittime (giovani gay dell’area di Mosca) su un sito di incontri per poi torturarle. 13

Contro l’odio omofobo cresciuto in Russia, già a settembre 2013 Obama aveva incontrato a Mosca alcuni leader delle associazioni russe in difesa dei diritti degli omosessuali, ribadendo la sua personale indignazione per la legge firmata da Putin. Poi, all’avvicinarsi dei Giochi, ha annunciato che non avrebbe partecipato alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali e, a dicembre, con larga eco in tutto il mondo, ha illustrato la composizione della delegazione in rappresentanza degli Stati Uniti. Guidata da Janet Napolitano, la delegazione include due atlete dichiaratamente gay: Billie Jeane King e Caitlin Cahow. La prima, leggenda vivente del tennis con 39 titoli del Grande Slam vinti e tra i primi atleti a dichiarare la propria omosessualità, è da anni vicina all’amministrazione Obama, tanto che già nel 2009 è stata insignita della Medaglia presidenziale alla libertà e membro del Presidential Council on Fitness, Sport and Nutrition. La seconda, difensore della nazionale femminile di hockey su ghiaccio, ha vinto l’argento olimpico a Vancouver nel 2010 e il bronzo nel 2006, ed è un’attivista per i diritti delle lesbiche.

Obama ha sempre manifestato il proprio sostegno al riconoscimento dei diritti LGBT, sin dalla campagna elettorale del 2008. Da presidente – ha scritto «The Nation» – Obama ha messo “la propria autorità morale a disposizione della lotta centenaria per i diritti dei gay” e, pur ricordando che il suo resta un punto di vista personale e riconoscendo il diritto di ogni Stato americano di legiferare in materia, ha dichiarato che “le coppie dello stesso sesso dovrebbero potersi sposare”; ha firmato la revoca del Don’t Ask, Don’t Tell, la norma del 1993 che impediva agli uomini e alle donne dichiaratamente omosessuali di arruolarsi nell’esercito, e il Matthew Shepard and James Byrd Jr. Hate Crimes Prevention Act, per il contrasto ai crimini motivati da omofobia e transfobia; ha firmato numerosi Ordini esecutivi per estendere diritti e benefici a cittadini omosessuali e transgender (ad esempio: il diritto per i partner dello stesso sesso di accedere alle strutture di cura finanziate con fondi federali e di assumere decisioni sulla salute del compagno o della compagna; l’ampliamento della definizione di “famiglia”, per impedire l’espulsione dei partner dello stesso sesso, privi di regolare permesso di soggiorno, di cittadini americani; il contrasto alla discriminazione basata sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere negli uffici federali e nell’assegnazione degli alloggi federali); ha presentato una memoria scritta alla Corte Suprema chiamata a decidere sull’incostituzionalità della sezione 3 del Defense of Marriage Act (sezione che definisce il matrimonio come unione tra un uomo e una donna e che è stata dichiarata incostituzionale a fine giugno 2013). Ha mostrato, in buona sostanza, come la sua battaglia per estendere i diritti dei gay sia in sintonia con il Congresso, con la Corte Suprema e con la società americana. Stando ad un recente sondaggio del Pew Research Center, infatti, a giungo 2013, più del 50% degli americani guardava con favore al riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. 14 Dati, questi ultimi, che possono aiutarci a comprendere come Obama abbia voluto mostrare la propria distanza da Putin e dalle sue leggi omofobe.

Note:

  1. N. Sbetti, “Panem Pecuniam et Circenses: la strategia sportiva di Putin”, in AA. VV., La Russia di Sochi 2014, ebook a cura di Cronache Internazionali, Limes e iMerica!, 2014, pp. 125–130.
  2. Una divaricazione – quella tra la percezione dei Giochi di Sochi positiva tra i cittadini russi e negativa all’estero – che è presa in esame da Anna Alekseyeva, “Sochi 2014 and the rhetoric of a new Russia: image construction through mega-events”, East European Politics, forthcoming.
  3. www.nosochi2014.com.
  4. C. Lane, “It Should Be Game Over for the Olympics”, Washington Post, 21 gennaio 2014 http://www.washingtonpost.com/opinions/charles-lane-the-olympics-should-be-on-their-way-out/2014/01/20/cb610d62-820b-11e3-bbe5-6a2a3141e3a9_story.html.
  5. D.C. Large, Le Olimpiadi dei Nazisti. Berlino 1936, Milano, Corbaccio, 2009, p. 125; A. Guttmann, “The Nazi Olympics and the American Boycott Controversy”, in Pierre Arnaud, James Riordan,  Sport and International Politics: The Impact of Fascism and Communism on Sport,New York, E & FN Spon, 1998, pp. 47–62.
  6. Fair Play for American Athletes. A Publication of the American Olympic Committee.
  7. R. Beamish, I. Ritchie, “Totalitarian Regimes and Cold War Sport”, in S. Wagg, D.L. Andrews (eds.), East Plays West. Sport and the Cold War, London-New York, Routledge, 2007, pp. 13–18.
  8. A. Guttmann, The Olympics. A History of the Olympic Games, Champaign, University of Illinois Press, 2002, p. 132.
  9. W. Englund, “U.S. relations with Russia face critical tests in 2014 as Putin, Obama fail to fulfill expectations”, Washington Post, 3 gennaio 2014, http://www.washingtonpost.com/world/europe/us-relations-with-russia-face-critical-tests-in-2014-as-putin-obama-fail-to-fulfill-expectations/2014/01/02/a46c880c-4562-11e3-95a9 3f15b5618ba8_story.html; “High and low points in Obama’s effort to ‘reset’ U.S.-Russian relations”, Washington Post, 3 gennaio 2014, http://www.washingtonpost.com/national/high-and-low-points-in-obamas-effort-to-reset-us-russian-relations/2014/01/02/f68653e6-731d-11e3-8def-a33011492df2_story.html.
  10. P. Baker, S.L. Mayers, “Obama Drops Putin Meeting”, The New York Times, 7 agosto 2013.
  11. V. Putin, “A Plea for caution from Russia”, The New York Times, 11 settembre 2013, http://www.nytimes.com/2013/09/12/opinion/putin-plea-for-caution-from-russia-on-syria.html?pagewanted=all&_r=1&.
  12. M. Del Pero, “Il dramma ucraino e il complesso gioco geopolitico che lo accompagna”, il Messaggero, 21 febbraio 2014.
  13. C. Sieczkwski, “Russian Neonazi Allegedly Lure, Torture Gay Teens with Onlay Dating Scam”, The Huffington Post, 26 luglio 2013, http://www.huffingtonpost.com/2013/07/26/russian-nazi-torture-gay-teens_n_3658636.html.
  14. www.people-press.org/2013/06/06/in-gay-marriage-debate-both-supporters-and-opponents-see-legal-recognition-as-inevitable/. I dati del 2013 vengono messi a confronto con quelli del 2003 e del 2004 mostrando come le opinioni al riguardo siano mutate profondamente in 10 anni.

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