A proposito di Davis

CCL2_Inside_Llewyn_DavisAll’inizio degli anni Sessanta gli Stati Uniti soffrivano di quelle turbolenze che ogni profondo cambiamento di carattere politico, sociale e culturale fisiologicamente comporta. A Greensboro nascevano nuove nonviolente forme di contestazione; una nuova ondata femminista portava alla legalizzazione dell’uso della pillola abortiva; i freedom riders occupavano le pagine dei giornali con la loro innovativa campagna per la promozione dei diritti civili; da Port Huron gli studenti manifestavano per una società più inclusiva, equa e democratica. Nuovi eroi, inoltre, catturavano l’immaginario collettivo. Kennedy incarnava questa esigenza di rinnovamento e ne traduceva politicamente i bisogni attraverso l’ambiziosa ricerca e conquista di una “nuova frontiera” per la nazione americana. Abbattendo in sei round l’argentino Alex Mitoff, Cassius Clay raffigurava l’orgoglio e la voglia di riscatto di un’ingente parte della popolazione statunitense fino ad allora rimasta esclusa dai benefici della modernità. Con Freewheelin’, infine, Bob Dylan forniva un inno ed una colonna sonora ad un’intera generazione.

Di questa tensione e del travaglio connesso a questa radicale trasformazione in fieri e ancora non del tutto compiuta è parte integrante il protagonista dell’ultimo lavoro dei fratelli Coen, Inside Llewyn Davis. Joel ed Ethan hanno riprodotto, con una mano leggera e un tocco a volte impressionista, l’atmosfera disincantata, volutamente irresponsabile e occasionalmente ipercritica della New York – e del Village in particolare – dell’inizio del 1961, ripercorrendo una settimana nella vita semi-disastrata di un cantante folk in cerca più di sé stesso che del successo.

Sebbene siano stati ignorati dall’Academy hollywoodiana, i due fratelli questa volta hanno messo in piedi una storia allo stesso tempo semplice da un punto di vista narrativo ma articolata da un punto di vista psicologico, le cui molteplici interconnessioni si possono cogliere appieno soltanto tenendo a mente il contesto di profondo mutamento sociale e culturale descritto pocanzi. Il film prende le mosse dalla sfortunata vicenda personale di Dave Van Ronk, che fu un modello per lo stesso Bob Dylan ma che di Dylan non fu certamente in grado di eguagliare successo e popolarità. La pellicola, ad ogni modo, non si colloca nel filone piuttosto trendy dei cosiddetti biopic, ma si affida alla descrizione di una vicenda personale per esplorare invero temi di carattere universale.

Il protagonista è lo squattrinato e talentuoso Llewyn, un cantautore che sembra vivere in simbiosi con la sua chitarra, ripresa in quasi tutte le scene del film tanto da finire col rappresentare una sorta di guscio di tartaruga nel quale il protagonista cerca e trova protezione e riparo da un mondo che gli resta ostile e sordo. La New York in cui Llewyn prova a sbarcare il lunario è ricostruita con poche e semplici pennellate cinematografiche: le Cadillac e le Pontiac parcheggiate ai margini delle strade, i dialoghi colti di un’élite intellettuale rinchiusa nei salotti del West Side di Manhattan, l’oscuro eppure affascinante mondo della non-conformity del Village, la metropolitana coi perduranti segni della segregazione razziale, l’inverno gelido e i bus lasciati all’uso esclusivo degli emarginati della nascente affluent society. Un po’ bohémien e un po’ radical-chic, Llewyn tenta di sopravvivere nei sobborghi della metropoli soprattutto grazie a piccoli espedienti e all’aiuto di parenti e amici ospitali. Ma, per tutto il resto, la realtà gli è avversa.

Dal punto di vista professionale, infatti, la sua carriera sembra non decollare: la sua spalla musicale scompare tragicamente, il suo album da solista non vende, il pubblico sembra preferire la leggerezza e l’evasione all’impegno – soprattutto emotivo – dei suoi testi; l’onta di doversi piegare, per necessità economiche, a registrare con un cantante pop e belloccio, molto ben interpretato da Justin Timberlake, un motivetto orecchiabile, banale e pieno di luoghi comuni come Please Mr. Kennedy; infine lo sconcerto dinanzi alle parole di Bud Grossman, il mitico proprietario di quella fucina di talenti che era a Chicago il Gate of Horn, il quale reagisce alla sua audizione con un gelido e laconico “I don’t see a lot of money here.” Dal punto di vista personale a Llewyn non va certo meglio. L’unico momento di comprensione ed empatia profonda che riesce a provare è assieme a un padre assente e abbandonato in una casa di riposo; una sorella bigotta continua a rifiutarne la compagnia e a condannarne oltre che i modi rudi anche le ambizioni; le relazioni sentimentali duratore e soddisfacenti restano per lui un miraggio; di amici veri, insomma, sembrerebbe restargli solo un gatto, che a un certo punto del film scompare.

La settimana che della vita di Llewyn i fratelli Coen decidono di mettere in scena diviene, dunque, il simbolo stesso di quanto complesso e contrastato un cambiamento radicale possa essere. Llewyn porta su di sé i segni di uno scontro dai contorni epici tra la tenacia, l’ostinazione, la ricerca di un’affermazione prima di tutto culturale da una parte e la persistenza di valori ormai superati e il perdurare di un certo conservativismo dall’altra. Il suo duplice fallimento affonda le proprie radici in una naturale predisposizione al collettivismo, alla compartecipazione, alla condivisione e alla spontaneità rifiutate dal sentire comune, osteggiate e invise all’imperante individualismo, che per converso rimane ancora la via maestra verso il successo e l’affrancamento sociale. Il fatto che Llewyn sia relegato ai margini della società rappresenta una denuncia all’isolamento culturale cui spesso i forerunner, le avanguardie e i promotori del cambiamento sono relegati. Anche e soprattutto nel Village dei primi anni Sessanta.

Cinematograficamente, questo travaglio interiore e questa critica alla conformity non sono esplicitati ma lasciati piuttosto a un costante gioco di luci e di ombre, quasi caravaggesco, che i Coen utilizzano tanto per dare rilievo caratteriale ai personaggi quanto per far emergere in tutta la loro forza espressiva i testi delle numerose canzoni interpretate da Llewyn. Molto interessante, sempre da un punto di vista di resa cinematografica, è anche il ruolo che i registi riservano nel corso del film agli animali, che rappresentano assieme la nemesi e la salvezza di Llewyn e la cui capacità di simpatia e compassione ricorda molto da vicino il pensiero di Wittgenstein che Ethan conosce bene.

Il film si chiude con il protagonista per terra, colpito, sulle note di un giovane Bob Dylan appena arrivato nella city, da un’ombra a malapena riconoscibile e avvolta nell’oscurità di un vicolo. Come ad ammonirlo ancora di quanto crudele il mondo dello spettacolo possa essere. Quasi a voler avvisare Llewyn e assieme a lui tutti i reduci della new left della sorte amara che inevitabilmente attende le utopie.

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