The wolf of wall street

ac9585a9dfb1448cb087e3771249d106Uscito nelle sale statunitensi alla fine del 2013, The Wolf of Wall Street è una commedia grottesca diretta da Martin Scorsese, dedicata a ripercorrere l’ascesa e la caduta, nel breve arco degli anni Novanta del secolo scorso, del finanziere Jordan Belfort, interpretato sullo schermo da un Leonardo DiCaprio in forte odore di Oscar. La vicenda è quella di un giovane broker di Wall Street che, licenziato dal suo primo impiego a seguito del black monday dell’ottobre 1987, rientra in pista fondando la Stratton Oakmont, agenzia di brokeraggio specializzata nella vendita di penny stock, azioni di piccole e oscure società con prospettive di crescita dubbie, alto rendimento e alto margine di rischio. L’uso intensivo di droghe (cocaina e qualuude le preferite) e uno sfrenato attivismo sessuale in ufficio e fuori caratterizzano il modo di operare della Stratton Oakmont, i cui uffici progressivamente si riempiono di nuovo personale mentre Belfort/DiCaprio e i suoi soci si danno alla bella vita tra yacht, auto di lusso e case fiabesche. La festa finisce dopo tre ore, quando sulla base delle indagini dell’FBI, un giudice dichiara truffaldini i metodi di vendita utilizzati dalla Stratton Oakmont e condanna il lupo di Wall Street a scontare ventidue mesi di carcere e a restituire un centinaio di milioni di dollari a una lunga serie di clienti.

Il film è basato sulla vicenda reale della Stratton Oakmont tra il 1990 e il 1998, sia pure filtrata attraverso la prospettiva autobiografica di Belfort (le cui memorie hanno costitutito la base della sceneggiatura) e adattata in alcune parti alle esigenze del grande schermo. Scorsese si confronta con il mondo della finanza con lo stesso approccio adottato per narrare la malavita newyorchese in Goodfellas, la pellicola del 1990 dedicata alle vicende del gangster pentito Henry Hill. Anche nel caso di The Wolf of Wall Street, la sceneggiatura rielabora, senza stravolgere, le memorie del protagonista e affida al protagonista stesso la narrazione, invitando lo spettatore a immedesimarsi con il personaggio. Quella di Scorsese risulta quindi un’operazione diametralmente opposta rispetto a quella di Oliver Stone che con Wall Street (1987), nel catturare il recente rilancio dell’attività finanziaria dopo gli anni del purgatorio keynesiano, costruiva anche, con il Gordon Gekko interpretato da Michael Douglas, uno stereotipo di finanziere gelido, antipatico, elitario. Sebbene in The Wolf of Wall Street Scorsese si diverta a omaggiare il lavoro del collega con una battuta che allude proprio alle pratiche spericolate di Gekko, la sua narrazione del mondo della finanza risulta più scanzonata nella forma ma assai più problematica nella sostanza: l’accumulazione di ricchezza proietta infatti rapidamente Belfort in quel percentile della popolazione statunitense che può permettersi ciò che è precluso agli altri, ma Belfort non è gelido (ha un rapporto affettuoso con il padre, con i soci, con gli amici e, per buona parte del film, anche con la moglie), non è antipatico (nel film si ride abbondantemente) e soprattutto non è elitario (viene dal Bronx e i soci con cui fonda la Stratton Oakmont sono gli amici del quartiere, senza laurea e con esperienze di vendita accumulate principalmente come piccoli spacciatori). La decisione su quanto egli sia ripugnante (o attraente) è lasciata interamente allo spettatore (in modo particolarmente problematico allo spettatore di sesso maschile), chiamato a confrontare il proprio immaginario con quello di un ambizioso trentenne che desidera più soldi, più donne, più emozioni forti. Il dato di fatto, abbondantemente registrato dai reportage giornalistici sulla ricezione del film, è che per almeno una parte del pubblico Belfort risulta una simpatica canaglia, magari eccessiva nei metodi, certo non un alieno. Quanto meno, il film di Scorsese arricchisce di vari gradi di complessità la rappresentazione della finanza affermatasi, soprattutto a sinistra, all’indomani del crollo di Lehman Brothers nel 2008 e dell’avvio della cosiddetta Grande recessione, fondata sulla visione di una cricca di pochi carnefici responsabili per la sorte di molte vittime, come nello slogan di maggior successo del movimento Occupy Wall Street (“we are the 99%“). Per quanto mobilitante e non priva di un certo grado di aderenza alla realtà, tale rappresentazione trascura di fare i conti con le scale di grigi che costituiscono invece l’oggetto primario della riflessione di Scorsese, tanto nell’osservazione delle sovrapposizioni, almeno parziali, tra l’idea di benessere (possesso e consumo) propria del lupo di Wall Street e quella dei suoi numerosi e non necessariamente agiati clienti, quanto nella descrizione dei meccanismi che, negli Stati Uniti post-reaganiani, rendono il primo uno strumento cruciale dell’autorealizzazione dei secondi, almeno finché l’illusione del rialzo senza fine delle quotazioni azionarie non si rivela per ciò che è. Del resto, tra Wall Street e The Wolf of Wall Street sono passati quasi trent’anni (e quindici tra le vicende narrate nei due film), nei quali il reaganismo ha scavato in profondità la società statunitense, prima ancora di diffondersi su scala globale: per Oliver Stone era ancora possibile contrapporre, al motto greed is good esibito da Gekko, l’etica delle rivendicazioni collettive dei lavoratori di una compagnia aerea a rischio di smembramento. Nel film di Scorsese, la lotta di classe c’è ancora ma, per parafrasare Luciano Gallino, va in onda dopo la fine della lotta di classe: l’ascesa economica e sociale di Jordan Belfort si consuma sul terreno imposto dal capitale, sia in termini di strumenti (fotti i giganti di Wall Street vendendo di più e con maggior profitto di loro), sia in termini di immaginario (accumula di più, consuma di più, scopa di più).

Da questo punto di vista, The Wolf of Wall Street risulta piuttosto simile, pur nell’assoluta diversità dello stile narrativo, a Margin Call (2011), il film di J.C. Chandor ispirato alla crisi scoppiata nel 2008, i cui protagonisti rivendicano con orgoglio, per tutta la durata della pellicola, la propria centralità nell’aver permesso per anni la trasformazione in realtà dei sogni, altrimenti irrealizzabili, di milioni di investitori. La morale, se proprio deve essercene una, è che la finanza non è un corpo estraneo alla società statunitense, facile da rimuovere in caso di necessità, ma è incastonata nel cuore del capitalismo statunitense e mondiale, tanto come capacità di colonizzazione dell’immaginario collettivo, quanto come capacità di offrire soluzioni per la realizzazione dei desideri propri di quell’immaginario (sia pure su periodi sempre più brevi e con tendenze alla crisi sempre più catastrofiche, come spiegherebbe il Robert Brenner di The Boom and the Bubble). Spingendosi oltre lo stesso Margin Call, tuttavia, The Wolf of Wall Street cancella qualunque traccia della cosiddetta “economia reale”, l’ancora di salvezza quasi obbligata del sogno americano, il contraltare di Wall Street al quale Hollywood aveva sempre fatto ricorso in ogni film dedicato alla finanza negli ultimi trent’anni. Nel film di Scorsese non ci sono i sindacalisti della compagnia aerea di Wall Street, ma non ci sono nemmeno i simpatici vecchi capitalisti costruttori di navi che difendono i loro cantieri dall’assalto speculativo del Richard Gere di Pretty Woman (chissà poi quali erano le condizioni di lavoro che vigevano in quei cantieri), né il rimpianto del finanziere Eric Dale/Stanley Tucci che in Margin Call ricorda la propria passata carriera di ingegnere costruttore di ponti. La finanza, dice il film di Scorsese, è l’economia reale degli Stati Uniti all’inizio del 21esimo secolo: quando Jordan Belfort viene braccato dall’FBI, picchia la moglie, rischia di uccidere la figlia in un incidente d’auto e tradisce i propri soci e amici per ottenere uno sconto di pena dal giudice, la sensazione è che non vi sia salvezza altrove, perché l’altrove è semplicemente uscito dallo schermo. Può essere una visione cupa, ma non è detto che sia una rappresentazione inverosimile del capitalismo statunitense odierno.

COMMENTI

WORDPRESS: 1
  • comment-avatar
    Leopoldo Nuti 3 anni

    E bravo Duccio! Sono contento che ti sia piaciuto, esattamente come a me, e sono ancora più contento che tu mi abbia spiegato perchè mi è piaciuto, eliminando il senso di colpa che mi veniva da una valutazione molto più istintiva della tua..

  • DISQUS: 0