“The peculiar institution”: 12 anni schiavo tra storia e presente

12 years a slave openingCome Shame, il penultimo film del regista britannico Steve McQueen, anche 12 years a slave si apre con un quadro fisso, elegantemente composto nell’estetica quanto evocativo e catching nel contenuto. Un’immagine immobile, il cui completo silenzio è disturbato solo dal canto delle cicale. Allora era il corpo di Michael Fassbender sdraiato di traverso sul letto, ora una desolante e pittoresca fila di schiavi di diverse età, occhi vitrei e spaesati, sovrastati dalle piante di canna da zucchero. Un’esplosione di colori che catapulta nel sud degli Stati Uniti, protagonista involontario della pellicola, al tempo stesso bellissimo e crudele.

Al centro della scena, Solomon Northup, il protagonista del film. Northup, interpretato qui da Chiwetel Ejiofor, era un musicista e carpentiere nero, libero cittadino dello stato di New York. Negli Stati Uniti della metà dell’ottocento vi erano circa 200000 cittadini neri liberi, abitanti nei tredici stati del nord in cui era proibita la schiavitù. Piccoli numeri a confronto dei tre milioni di afroamericani tenuti forzatamente al lavoro nelle piantagioni di cotone e canna da zucchero del sud, sotto il controllo di circa 400000 schiavisti. Il film ripercorre l’incredibile vicenda di Northup, rapito nel 1841 a Washington dopo essere stato raggirato e drogato da due circensi organizzatori di spettacoli, e trasportato in catene in Louisiana per essere venduto come schiavo. Dopo essere rimasto lì per 12 anni, passando per le mani di diversi proprietari, nel 1853 venne individuato e riportato a casa a Saratoga Springs, New York.

La sceneggiatura del film si basa sul racconto autobiografico della vicenda di Northup, 12 anni schiavo. Pubblicato nel 1853, il libro uscì a un anno di distanza da La capanna dello Zio Tom, e come l’opera di Harriet Beecher Stowe divenne subito un bestseller, una testimonianza straziante e potentissima usata dagli abolizionisti per denunciare la vergogna della schiavitù negli Stati del sud. Benché il film si apra con Northup già in Louisiana, McQueen ritorna ripetutamente tramite una serie di flashback sulla vita precedente del protagonista: l’affetto della moglie, il rapporto con i figli piccoli, il rispetto di una comunità sì venata dal razzismo (in una scena Northup, elegante e carismatico cittadino della comunità locale, attira involontariamente l’attenzione di un servo nero, che fa per seguirlo in un negozio prima di essere richiamato all’ordine dal suo padrone) ma comunque capace di garantire dignità e rispetto a tutti i suoi membri. McQueen sottopone lo spettatore a un percorso di immedesimazione progressiva: il risveglio in catene, l’impossibilità di fuggire, il viaggio, l’amarissima presa di coscienza dell’inizio di un incubo.

La potenza del film sta nel saper combinare un linguaggio di grande impatto visivo con l’attenta ricostruzione del contesto storico-culturale di una delle pagine più oscure della storia americana. Un buon esempio: il momento dell’arrivo di Northup a New Orleans e le pratiche di vendita degli schiavi. McQueen mette insieme la rappresentazione delle fasi di acquisto, con i soggetti nudi, in fila, soggetti a “test fisici” per valutarne le qualità (una scena tipica, in certa misura, qualcosa di analago c’e’ ad esempio in Django Unchained di Tarantino), con la decisione presa da quello che sarà il primo padrone di Northup, William Ford (Benedict Cumberbatch), di acquistare una donna separandola dai suoi figli, troppo cari per le sue tasche. La schiavitù, prima che aberrazione morale, era un complesso sistema di produzione economica. Gli schiavi erano capitale e mezzo di produzione. Ford non può permettersi due ragazzini ma ha bisogno di una donna: non c’è spazio per l’umanità in questo schema (“my sentimentality extends the length of a coin”, la risposta del venditore di schiavi al timido tentativo di Ford di portare con sé almeno la figlia della donna). È sale su una ferita aperta (la nostra di spettatori contemporanei) la banale considerazione pronunciata dalla moglie di Ford all’indirizzo dell’inconsolabile schiava acquistata dal marito: “Che cos’ha questa povera donna? Ah, è stata separata dai figli. Qualcosa da mangiare e un po’ di riposo…..i tuoi figli saranno presto dimenticati.” E corrisponde alla stessa logica, più avanti nel film, la decisione di Ford di liberarsi di Northup. Uno schiavo ribelle, come è Northup all’inizio, era una perdita di denaro, e come tale andava trattato, vendendolo a padroni che sarebbero stati in grado di gestirlo prima che la sua “fama” si diffondesse troppo. E, ancora, sono da leggere in quest’ottica le considerazioni che Bass (Brad Pitt) rivolge a uno dei padroni di Northup, facendogli notare che i suoi schiavi sono tenuti nella condizione “sbagliata” per garantire un buon livello di produzione. Una riflessione che apre su un altro aspetto della schiavitù nel sud degli Stati Uniti, il quale era un sistema di produzione economico, ma anche un modello debole e altamente inefficiente.

I dodici anni in catene di Northup si perdono in un fluire di eventi che non ha precisi contorni temporali. Dal primo, relativamente benevolo, padrone, fino all’incubo della piantagione di Edwin Epps (Michael Fassbender), dove il regista spinge fino all’estremo la rappresentazione della violenza come dimensione quotidiana del sistema schiavista. La vicenda di Patsley (Lupita Nyong’o), oggetto del perverso desiderio sessuale di Epps, è la rappresentazione plastica del male, la completa inversione di senso di un mondo nel quale è lecito che un individuo venga quasi scuoiato a morte per essersi allontanato a scambiare una saponetta.

McQueen non ci risparmia nulla, ed è questo, in ultima analisi, che rende 12 anni schiavo un film eccezionale. La vita degli schiavi è squadernata di fronte ai nostri occhi, andando ad indagare negli anfratti più oscuri e meschini di un sistema sociale ed economico che ha fatto del colore della pelle uno stigma che ancora oggi influenza potentemente la società americana. Non è un caso che 12 anni schiavo abbia suscitato un grande dibattito sui media americani, e può di certo far riflettere il fatto che il film sia stato scritto e diretto da un regista inglese. Il film trascende la specifica vicenda storica, e ha innescato discussioni su tematiche inaspettate, come la schiavitù moderna, una realtà lontana dai riflettori ma dall’impatto sociale ed economico ancora impressionante, ma anche il ruolo fondamentale dell’impero britannico nella creazione del sistema schiavistico, una responsabilità spesso oscurata dalla narrazione patriottica del Regno Unito come prima nazione moderna ad abolire la schiavitù nelle colonie.

Ci si potrebbe aspettare che la liberazione di Solomon Northup dia spazio a un lieto fine, e alla suggestione che la schiavitù, per quanto abominevole, sia una pagina conclusa della storia. E invece il processo di spogliazione della dignità umana a cui è sottoposto Northup, concluso, simbolicamente, dal suo prendere parte al coro di Roll Jordan Roll, è un qualcosa di irreversibile. La ricongiunzione con la moglie e i figli è spiazzante e disperata: come può un individuo, dopo aver visto il lato più malvagio dell’animo umano, tornare alla propria “normalità” e abbandonarsi alla gioia della nascita di un nipote? Da dove prendere l’equilibrio psicologico, la capacita mentale, la forza d’animo per continuare a camminare nel mondo? Ma la domanda vera che ci si porta dietro uscendo dalla sala è un’altra: come si può essere capaci di tanto abominio? Chi è, davvero, l’intelligente ed evoluto animale umano? A 150 anni dall’abolizione della “peculiar institution” (l’eufemismo, particolarmente caro a John Caldwell Calhoun, con cui si faceva riferimento alla schiavitu nei giornali e dibattiti politici del sud schiavista), queste domande sono piu attuali che mai.

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