Dov’è la voce dell’America? Recensione di High Hopes, l’ultimo lavoro di Bruce Springsteen

Bruce Springsteen e Pete Seeger.

Bruce Springsteen e Pete Seeger.

Esiste un sottile ma resistentissimo filo conduttore che si può scorgere tra i tanti intrecciati nel caleidoscopico magma delle tradizioni musicali americane, che va da Woodie Guthrie, passa da Pete Seeger, innerva Bob Dylan e si irrobustisce con Bruce Springsteen, senza comunque interrompersi ad Asbury Park. Questo filo è quello di chi ha cercato di cantare l’America nel Novecento, facendolo sempre da un punto di vista alternativo, certamente non senza compromessi, ma sentendosi, anche se solo per parti fugaci della propria vita, connessi a quella che hanno creduto l’essenza più pura della loro homeland.

Pete Seeger è morto lo scorso 27 gennaio. Se n’è andata così una delle figure di maggior spessore e rilievo della musica folk americana e uno dei più grandi interpreti di protest songs statunitensi. Un personaggio che negli anni ’50 fu chiamato a testimoniare di fronte al House Un-American Activities Committee e che ha regalato l’interpretazione regina di quello che è diventato un inno dei civil rights movements, la struggente We Shall Overcome.

Il filo conduttore qui si rivela apertamente e connette direttamente Pete Seeger a Bruce Springsteen, che di We Shall Overcome ne ha fatto la title track di un meraviglioso disco alla riscoperta proprio di quel modo, al contempo personale e comunitario, di entrare in connessione viscerale con la cultura profonda degli Stati Uniti. Ci era già riuscito in precedenza il Boss, elaborando dapprima l’infrangersi dei sogni di gioventù contro una società che non concedeva la via della redenzione alla working class americana (Darkness On the Edge of Town, 1978), proseguendo nelle lancinanti elucubrazioni su un’America in crisi economica, che diventa crisi individuale (Nebraska, 1982) e culminando nella denuncia della ferita aperta di chi, dopo il Vietnam, non ha trovato la riconoscenza di una patria alla fine ingiusta (Born in the U.S.A. 1984). Lo Springsteen “politico” ha poi proseguito attraverso le note di The Ghost of Tom Joad (1995), ha cantato la necessità di rinascita della sua New York post 9/11 in The Rising (2002) ed è arrivato a fare campagna elettorale per Barack Obama nel 2008 e nel 2012.

Si può dunque cogliere l’occasione per parlare dell’ultimo disco del Boss, uscito proprio in queste settimane. Chi però vi ricercasse tracce ed echi dello Springsteen descritto nelle righe precedenti non potrà che rimanerne fondamentalmente deluso.

“High Hopes”, grandi speranze, è il titolo del diciottesimo disco in studio di Bruce Springsteen ed è anche lo stato d’animo che generalmente accompagna ogni nuova fatica discografica del Boss. Questo è probabilmente un lavoro atipico per almeno tre ragioni: comprende diverse cover (ben tre su un totale di dodici brani), cosa inusuale per Springsteen; è principalmente composto da canzoni rimaste escluse dagli album degli ultimi 12 anni (da The Rising del 2002 in poi, per intenderci) e da incisioni in studio di brani eseguiti dal vivo ma mai passati dalla sala di registrazione (è il caso, ad esempio, di American Skin); è fortemente influenzato dalla presenza di Tom Morello, storico chitarrista dei Rage Against the Machine, che da un forte apporto musicale e di arrangiamenti a quasi tutto il lavoro. La collaborazione tra Springsteen e Morello inizia con la sostituzione, da parte di quest’ultimo, del chitarrista storico della E-Street Band, Steve van Zandt, durante la parte australiana del Wrecking Ball World Tour nella primavera del 2013. Ne è scaturita una proficua relazione artistica che si è cristallizzata proprio in High Hopes.

Perchè dunque sembrano perdersi le tracce dello Springsteen intellettualmente più prolifico? La risposta è da ricercarsi probabilmente nella genesi stessa del disco che, come già detto, è una raccolta di brani che non appartengono alla stessa matrice creativa e probabilmente non sono graziati dall’ispirazione più alta del Bruce Springsteen di qualche tempo fa. A onor del vero però due brani spiccano per spessore compositivo e narrativo.

La bellissima American Skin (41 shots), una vera chicca scritta nel 1999 sull’onda dello scalpore che suscitò l’uccisione di un giovane immigrato guineano, Amadou Diallo, da parte di quattro poliziotti a New York. Il giovane era disarmato e questo creò vero e proprio sconcerto.

Nel testo i richiami ad alcuni temi cari a Springsteen e anche a Seeger sono evidenti: le difficoltà e le ingiustizie dell’essere immigrati ed emarginati e il senso vero, ultimo, dell’essere americani. Il brano è davvero splendido e leggermente riarrangiato rispetto alla prima versione che debuttò nel reunion tour della E-Street Band del 1999. Sicuramente uno dei picchi della produzione springsteeniana degli ultimi 15 anni e forse di più.

La seconda highlight del disco, la versione decisamente rock di The Ghost of Tom Joad, title-track dell’album omonimo (1995) è uno dei migliori pezzi del catalogo del rocker del New Jersey. Qui la connessione, il filo, con la cultura americana è davvero rivelata: Tom Joad è infatti un brano di Woodie Guthrie, e protagonista del celebre romanzo The Grapes of Wrath (in italiano Furore) di John Steinbeck (1939). Risuona l’eco delle miserie della Great Depression del ’29, che probabilmente fungono da specchio per l’ingiustizia e l’ineguaglianza dell’America d’oggi.

In questa rilettura il cantato è diviso equamente tra Springsteen e Tom Morello, che si lancia in due assoli veramente notevoli (soprattutto il secondo è davvero esplosivo, rispolverando lo stile e i suoni che lo hanno reso inconfondibile con i Rage). La performance nel complesso è solidissima, il tappeto di chitarre acustiche ed elettriche che la accompagna è ammaliante e la produzione è immacolata. Senza dubbio il miglior brano dell’intero lavoro.

Il resto del disco offre però veramente poco sotto il profilo narrativo anche se è abbastanza solido sotto quello musicale.

High Hopes è un brano composto e pubblicato originariamente dagli Havalinas, band californiana, nel 1990. Il pezzo scorre solido, supportato dal pattern di rullante di Max Weinberg e dalla profondità fornita dalla sezione fiati. Tom Morello è bene in vista sin dalle primissime battute e nel complesso si tratta di una performance ottima e coinvolgente.

Harry’s Place, un residuo delle sessioni di incisione di The Rising. Le atmosfere qui si fanno un più urbane, sospese tra un moderno gangsterism e un certo noir. Non indimenticabile anche se la presenza al sassofono del compianto Clarence Clemons, scomparso nel 2011, va comunque sottolineata.

Proseguendo ci si imbatte in Just Like Fire Would, seconda cover dell’album. Il brano è un fortunato singolo pubblicato dalla band punk australiana The Saints nel 1986 e la versione di Springsteen non modifica sostanzialmente la struttura generale del brano. Insomma una buona cover di un bel pezzo.

La successiva Down in the Hole riecheggia tantissimo I’m on fire (splendido brano di Born in the U.S.A.) e si assesta su toni piuttosto cupi, nebbiosi. I suoni sono, paradossalmente, chiari, la produzione è azzeccatissima e il solo centrale di Danny Federici (anch’egli scomparso, nel 2008) è piuttosto intrigante.

Da questo punto in poi arrivano le note veramente dolenti del disco. Il quartetto composto da Heaven’s Wall, Frankie Fell in Love, This  Is Your Sword e Hunter of Invisible Game è decisamente sotto lo standard qualitativo che ci si potrebbe aspettare da Springsteen: assolutamente un riempitivo di scarsa qualità.

Gli ultimi due brani addolciscono decisamente l’atmosfera. The Wall parla di un vecchio amico di Springsteen, musicista della Jersey shore, che rappresentava per il Boss il prototipo della rockstar, e cadde in Vietnam nel 1968. Il brano è molto dolce e il solo finale di tromba lascia trasparire una malinconia sognante e sospesa.

Dream Baby Dream chiude il disco ed è anche l’ultima cover, questa volta dei Suicide (1980), eseguita più volte dal vivo dal Boss. I suoni sono particolarmente caldi, l’apertura di fisarmonica fissa subito il mood del brano, molto dolce e in fondo emozionante.

In conclusione, Springsteen sembra prendersi una pausa dal filo narrativo della sua produzione, lo fa con un buon disco sotto il profilo musicale ma che non si fa carico dell’heritage dei Guthrie, dei Seeger e non può rappresentare una nuova lente interpretativa della realtà americana. Che il Boss stia perdendo il suo sguardo politico? Può bastare la sua passata “militanza” per non rimanere orfani e vittime della rescissione di quel prezioso filo conduttore? Pete sicuramente avrebbe detto no.

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