La rete nel mondo interdipendente: gli Stati Uniti tra soft power e hard power

Obama Hard Power Soft PowerI cittadini statunitensi non apprezzano pienamente una delle conseguenze della democratizzazione di Internet e del suo utilizzo, ovvero l’attuazione da parte del governo americano di un sistema di sorveglianza delle comunicazioni tra privati che avvengono per telefono (chiamate e messaggi) e tramite la rete (chat, email, blog, social network): lo riporta un’indagine – curata da F. Newport –, apparsa il 12 giugno 2013 sulla rivista online “Gallup”, in cui sono state presentate una serie di tabelle riassuntive per sottolineare, tra le righe, le posizioni contrastanti su questo tema tra democratici, repubblicani e chi preferisce non schierarsi (indipendenti). Dai dati raccolti, emerge che il 53% degli intervistati presi in esame dal sondaggio della rivista è contrario alle misure di controllo avviate dal governo; invece, il 37% lo avverte come necessario e urgente, contro la posizione degli indecisi – il 10% – che non hanno ancora dati sufficienti per esprimersi con convinzione. Di quel 53%, la maggior parte è costituita da repubblicani (63%), mentre democratici e indipendenti sono in numero nettamente inferiore. Se non masticate statistica e i numeri vi fanno più confusione che altro, niente paura: il motivo che spinge i repubblicani ad essere sfavorevoli all’iniziativa del governo sta nel fatto che pochi tollerano un’azione così invadente nella loro vita privata, che traccia mezzi come telefono, cellulari e Internet, messi a disposizione di un pubblico sempre più ampio che non ne può fare a meno; una posizione che non si schioda di un centimetro nemmeno quando il governo afferma che un’attività di questo genere serve come misura di sicurezza per ostacolare il terrorismo 1.

È proprio questa, infatti, la ragione per cui gli Stati Uniti cercano di tenere sotto controllo i nuovissimi mezzi di comunicazione di massa: come scrive C.T. Marsden nel suo articolo sul ruolo della rete – apparso e pubblicato nel 2004 sulla rivista “Emerald Insight” e intitolato Hyperglobalized individuals: the Internet, globalization, freedom and terrorism è accaduto spesso che, nella storia moderna e contemporanea, le nuove tecnologie siano state sottoposte ad un ferreo controllo da parte delle autorità governative e, con loro, le istituzioni e gli individui che se ne servivano. L’intervento sulle modalità di accentuazione dei contatti sembra quindi essere una vecchia storia e nessuna delle invenzioni messe a punto per incrementare la circolarità delle informazioni fra i vari attori sociali ne è stata esentata. La stampa di Gutenberg, il telegrafo, i primi telefoni, la radio, la televisione: nemmeno la rete può sfuggire a quella che sembra essere divenuta una tradizione, soprattutto perché essa nasce già con l’obiettivo di essere globale e interattiva e di superare istantaneamente le distanze geografiche che separano chi ne fa largo uso 2. A maggior ragione, se i contatti tra le cellule terroristiche possono passare tramite la rete, il governo – in  questo caso quello degli Stati Uniti – si sente più che giustificato ad intervenire. È questa una delle implicazioni della democratizzazione di Internet e, in senso più ampio, della rete? Quali responsabilità derivano dalla promozione del soft power? Dove finiscono i confini tra le tattiche di hard power e soft power nell’interdipendenza tra Paesi? Ma, prima ancora, cosa significa, nello specifico, democratizzare la rete 3?

Nella concezione del mondo globalizzato senza apparenti frontiere e confini, che ha iniziato a farsi strada negli anni Ottanta, gli Stati Uniti hanno giocato e stanno ancora giocando un ruolo fondamentale: la rete, fin dalle sue origini, pur vantando i caratteri già citati di interattività e circolarità, ha fatto parte dell’insieme del soft power 4, cioè di quelle pratiche diplomatiche più sottili e persuasive rispetto agli interventi dell’hard power (per esempio, le operazioni militari). Infatti, le prime basi teoriche per la creazione della rete vennero poste da un ricercatore statunitense, Paul Baran, tra il 1960 e il 1962, dunque in un periodo “caldo” della Guerra fredda: per citare solo un episodio, nel 1961 Fidel Castro rese manifesta la sua intenzione di legarsi all’Unione Sovietica in senso economico, politico e militare; Cuba, che fino al 1959 era stata un protettorato statunitense, rappresentava una minaccia comunista poco distante dagli Stati Uniti. L’Unione Sovietica decise di piazzare dei missili proprio a Cuba e, nel 1962, per due settimane, Stati Uniti e Unione Sovietica furono vicini a uno scontro diretto: la crisi dei missili cubani si risolse con un accordo ottenuto tramite la via diplomatica, intrapresa da Robert Kennedy e Anatolij Dobrynin, ambasciatore sovietico a Washington, con cui si stabiliva che l’Unione Sovietica avrebbe rinunciato ai missili a Cuba se gli Stati Uniti avessero tolto i loro missili dalla Turchia 5. Questo il clima in cui, inizialmente, gli Stati Uniti elaborarono il proposito di dotarsi di un apparato non fisico che avrebbe potuto permettere loro di comunicare anche in caso di attacco sovietico 6.

Nel 1969 venne dunque creato il sistema Arpanet 7 per iniziativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, sulla base delle teorizzazioni di Baran; dunque, Arpanet, la prima delle reti, nacque attraverso una sperimentazione militare. Questo dato, tuttavia, non deve indurre a pensare che l’impostazione del nuovo supporto fosse stata di chiusura, tutt’altro: la rete, da subito, cambiò le funzioni dei computer – al tempo costosi e giganteschi macchinari che occupavano intere sale dei dipartimenti di ricerca – trasformandoli innanzitutto in strumenti di comunicazione 8. Rapidamente, il Dipartimento della Difesa allargò l’impiego di Arpanet alle università e alle imprese private del territorio nazionale e, nel 1971, venne installato il primo programma di posta elettronica, che riscosse un successo enorme. Successivamente, nel 1983, lo stesso Dipartimento decise di lasciare la prima delle reti a disposizione della comunità civile e creò un proprio canale segreto e privato. Nel frattempo, altre reti erano apparse in Canada, Francia, Inghilterra e, negli anni Ottanta, tutte queste scelsero di unirsi in quella che venne definita la rete delle reti, cioè Internet.

Davanti a questa carrellata storica, Christopher Marsden ha segnalato che, nonostante la promozione della sua apertura da parte delle istituzioni militari e politiche, nel tempo Internet può divenire uno strumento appartenente alla sfera dell’hard power perché il suo utilizzo può essere finalizzato a controllare le comunicazioni a livello globale 9. Secondo questo ricercatore inglese, i risvolti e le problematicità della popolarità di Internet non tarderanno a toccare i singoli utenti più di quanto possa essere stato immaginato negli anni Ottanta: democratizzare Internet e renderlo uno strumento essenziale per la globalizzazione significa attribuire maggior potere anche alle piccole cellule terroristiche, rendendole per l’appunto “empowered” e fornendo loro una maggior possibilità di comunicare senza essere intercettate; inoltre, la democratizzazione di Internet non esclude il fatto che gli stessi Stati che la promuovono cerchino di esercitare un controllo sulle informazioni. In poche parole, il problema che l’indagine di “Gallup” ha fatto emergere. Sotto quest’ottica, interpretare lo spread di Internet in chiave esclusivamente positiva conduce a prevedibili disorientamenti quando il governo mette in atto progetti di controllo minuzioso sui cittadini: un esempio di implicazione negativa è proprio il dominio degli Stati Uniti nella gestione di Internet, fattore che è stato considerato da D. Schiller, nel 1999, come il tentativo di guidare l’egemonia culturale con prodotti americani e, conseguentemente, con valori occidentali 10.

Questa argomentazione aiuta a comprendere il concetto di interdipendenza: proprio dal 1947, infatti, si è assistito a un netto prevalere degli Stati Uniti, pur all’interno di un sistema interdipendente che, per definizione, presume una leadership condivisa e l’assenza di un’egemonia unilaterale. Tale predominio, invece, c’è stato ed è anche stato accettato dalla maggioranza degli Stati occidentali nel secondo Novecento, eccezion fatta per l’Unione Sovietica, dal momento che l’idea di interdipendenza si originò proprio negli Stati Uniti con Woodrow Wilson e con la Società delle Nazioni; gli Stati Uniti, perciò, si sono proposti come i facilitatori dell’agire cooperativo e, in virtù di questa facoltà, si sono sentiti legittimati a rivestire un ruolo di leadership nel mondo interdipendente e a guidare, tramite le strategie di soft power, i mezzi (come la rete) con cui promuovere l’interdipendenza stessa. L’imposizione dell’egemonia occidentale viene tuttavia ostacolata da Paesi non più socialisti o post coloniali tramite forme più o meno accese di contestazione, fino a sfociare negli episodi di terrorismo fondamentalista 11. Secondo Marsden, Internet come strumento tenuto sotto controllo tramite le strategie di soft power ha contribuito a creare una divisione digitale che aggrava la distanza già esistente tra Nord e Sud del mondo 12 e, da quel che “Gallup” ha scritto, l’intromissione del governo nel privato dei cittadini tramite il controllo selettivo della rete somiglia più ad un’azione di hard power.

Sarebbe errato, ad ogni modo, dimenticare l’altra faccia di Internet che, effettivamente, costituisce uno strumento per tutti, dando voce a gruppi che prima non avevano modo di esprimersi e a costi molto bassi. Prova del fatto che la rete sia qualcosa di democratico sono le tre categorie di utenti che, secondo Marsden, oggi costituiscono il popolo di Internet, cioè le cellule terroristiche, le organizzazioni governative e non (come i global social movements 13) e i cittadini che comunicano istantaneamente l’uno con l’altro, anche se distanti geograficamente 14. L’utilizzo dei servizi che la rete mette a disposizione da parte di questi tre gruppi determina una serie di conseguenze che sono oggetto di dibattito nell’arena politica internazionale:

  • il primo tema di discussione riguarda le tecnologie della comunicazione in sé che, da un lato, favoriscono la connessione della produzione, della finanza e della conoscenza, ma, dall’altro, facilitano l’uniformità e l’azzeramento delle differenze culturali;
  • il secondo tema concerne l’iperpotere degli Stati Uniti, il cui ordine economico, finanziario e tecnologico internazionale è diventato dominante;
  • il terzo tema insiste sugli individui iperglobalizzati, definizione di cui Marsden si serve per fare riferimento ad una generazione di studenti e di giovani che viaggia, spedisce email, gestisce siti, network e blog – superando ogni confine spaziale – e che rappresenta, più di ogni altra generazione, il protagonista attuale della rete; tali facoltà permettono ai vari attori sociali di focalizzarsi più abilmente su problemi come le ingiustizie sociali globali e di avviare nuove proteste e nuovi modi di manifestare il dissenso riguardo la gestione dell’energia e le politiche ambientali 15.

Non va dimenticato, inoltre, quanto la rete stia incidendo – negli Stati Uniti e non solo – sul modo di fare politica, a partire innanzitutto dall’organizzazione delle campagne elettorali, come ha dimostrato Barack Obama nelle scorse tornate elettorali. L’obiettivo dell’attuale Presidente degli Stati Uniti, tuttavia, non stava solo nell’impiegare la rete come strumento di propaganda, ma aveva un respiro più ampio: intendeva cioè, tramite la promozione della rete anche a livello politico, rispondere alla crisi dell’interdipendenza innescata dal suo predecessore, George W. Bush, il quale aveva abbracciato una pratica unilaterale aggressiva in politica estera, perdendo il consenso internazionale con l’attacco all’Iraq nel 2003. Difficile, tuttavia, risolvere in un primo mandato otto anni di politica estera fallimentare: è parere di Obama che gli Stati Uniti, nel primo decennio del nuovo millennio, si siano allontanati dal resto del mondo.

La sua linea politica ha conosciuto come campo prioritario la politica interna, ma ha voluto anche rovesciare la dottrina Bush, riaffermando il ruolo delle organizzazioni sovranazionali, nonché delle pratiche multilaterali, e sollecitando la collaborazione degli alleati nella NATO. Nel corso del primo mandato Obama ha affrontato la crisi dell’interdipendenza tramite i principi del soft power, dunque anche attraverso l’utilizzo di Internet. Sembra che gli schemi dell’interdipendenza che stanno riprendendo vigore siano legati in maniera indissolubile ai network informatici e che l’azione della rete – già in passato protagonista del cambiamento riguardante il volto della globalizzazione – non sia più svincolata dalle istituzioni politiche. E dove, se non in particolare negli Stati Uniti, le istituzioni politiche risentono delle prese di posizione dei cittadini per quanto concerne la violazione dei diritti, come quello alla privacy che viene messo pesantemente in discussione?

Sulle differenze tra la linea politica di Obama e quella di Bush, tuttavia, il discorso difficilmente può mantenersi così schematico e manicheo e non può ridursi a spiegazioni e interpretazioni semplicistiche che, infatti, assottiglierebbero le continuità e le contraddizioni interne alle politiche dei due Presidenti. Le interpretazioni sugli eventi che hanno segnato gli Stati Uniti (e non solo) nell’ultimo decennio sono in via di definizione e al centro di un dibattito che continua ad arricchirsi di sfaccettature: generalmente, in ambito accademico, si è portati a ritenere che la politica di Obama, pur registrando degli iniziali successi per via della sua popolarità, sia segnata da numerosi errori a livello amministrativo e incontri costantemente l’ostruzionismo dei repubblicani 16. Per di più, in particolare per quanto riguarda la politica estera, si avverte come Obama si sia configurato, già nel primo mandato, come center rightist, perché incapace di adottare dei provvedimenti politici che segnino veramente una svolta rispetto al suo predecessore 17. Chiare prove di questa posizione sono fornite dagli intenti in Medio Oriente, i quali si sono concretizzati tramite una notevole estensione dell’area geografica oggetto della lotta al terrorismo e il sempre più frequente ricorso ai droni nelle operazioni di guerra. Dall’inaugurazione del secondo mandato, inoltre, il richiamo di Obama al multilateralismo sembra essersi limitatamente tradotto in un ripiegamento politico e militare dell’overstretchment della NATO in Europa e, nel Pacifico, a un build-up militare a pochi chilometri dal Mar della Cina.

Queste analisi mostrano dunque come l’adozione di tecniche di hard power e di soft power costituiscano una costante nelle politiche estere dei due Presidenti, ed è proprio per l’intreccio tra hard power e soft power che la rete è stata ed è, con forme diverse e obiettivi che variano, al centro dell’attenzione delle politiche governative come strumento di propaganda, di influenza e di controllo; un controllo che si fa complesso quando ad esserne protagonisti sono anche i singoli utenti, che si fanno sentire quando una delle caratteristiche della rete, cioè la sua democraticità, viene messa in discussione in modo manifesto.

Note:

  1. F. Newport, Americans Disapprove of Government Surveillance Programs, “Gallup”, 2013, http://www.gallup.com/poll/163043/americans-disapprove-government-surveillance-programs.aspx.
  2. C. T. Marsden, Hyperglobalized individuals: the Internet, globalization, freedom and terrorism, “Emerald insight”, 2004, p. 129.
  3. Ibidem, p. 129.
  4. J. S. Nye Jr, Soft power. The means to success in world politics, New York, 2004, pp. XI-XIII.
  5. M. Del Pero, Libertà e impero. Gli Stati Uniti e il mondo. 1776-2011, Roma, 2008, pp. 332-336.
  6. C. T. Marsden, Hyperglobalized individuals, cit., p. 128.
  7. Ibidem, p. 135.
  8. Ibidem, p. 134.
  9. Ibidem, p. 135.
  10. D. Schiller, Deep Impact: the Web and the Changing Media Economy, in “Info”, Vol. 1, No. 1, pp. 35-52.
  11. Ibidem, p. 133.
  12. Ibidem, p. 135.
  13. K.B. Ghimire (ed.), The Contemporary Global Social Movements. Emergent proposals, Connectivity and Development Implications, “Programme Paper”, XIX, 2005, pp. II-24.
  14. C.T. Marsden, Hyperglobalized individuals, cit., p. 129.
  15. Ibidem, p. 132.
  16. M. Del Pero, L’11 settembre. La sua memoria, il suo significato, Italiani Europei, 3 dicembre 2013, http://mariodelpero.italianieuropei.it/2013/12/l%E2%80%9911-settembre-la-sua-memoria-il-suo-significato/.
  17. M. Cento (a cura di), The day after. Intervista a Marilyn Young, Ceraunavoltalamerica, 8 novembre 2012, http://www.ceraunavoltalamerica.it/2012/11/the-day-after-intervista-a-marilyn-young/; cfr. M. YOUNG, La retorica della libertà da George W. Bush a Barack Obama, in R. BARITONO, E. VEZZOSI (a cura di), Oltre il secolo americano? Gli Stati Uniti prima e dopo l’11 settembre, Roma, 2012, pp. 45-57.

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