Riflessioni a partire dal caso Martin. Il pugile e la bandiera: Muhammad Ali e Terrell Gausha fra disobbedienza e doppia coscienza

Che cosa si prova a essere un problema?

Con questa domanda l’intellettuale afroamericano W.E.B. Du Bois comincia uno dei capitoli di The Souls of Black Folks (1903, in italiano Le anime del popolo nero), uno dei suoi libri più famosi. È l’incipit che serve a Du Bois per spiegare la sua teoria della doppia coscienza (double consciousness), ossia il convivere di due anime, quella africana e quella americana, all’interno dello stesso corpo. Questa situazione ha generato e continua a creare un continuo dilemma interiore negli afroamericani: qualunque passo in una delle due direzioni sembra un tradimento nei confronti dell’altra. Per essere americani si è a volte costretti a «sbiancarsi la pelle», rinnegando le proprie origini. Per accentuare l’anima africana si rischia di seguire un sentiero che porta alla separazione dalla parte bianca della società.

Du Bois definisce questo problema a partire dalla propria esperienza personale, ma è possibile usare questo concetto anche come chiave interpretativa dell’intera storia degli afroamericani. Personalità emblematiche come Frederick Douglass, Martin Delany, Malcolm X e Martin Luther King sono state di volta in volta descritte come i sostenitori della separazione o dell’integrazione, cercando in tal modo di sottolineare la differenza fra queste due «anime» apparentemente inconciliabili. In realtà le stesse posizioni di questi personaggi risultano a volte più sfumate di quanto si pensi e quindi l’apparente dicotomia perde in parte la sua validità.

Il problema può essere riscontrato in diversi ambiti, fra cui quello dello sport spicca per il volume di casi analizzabili. Sono numerosi gli atleti neri di successo e ognuno ha affrontato in maniera diversa la questione della doppia coscienza. Uno degli sport in cui questo elemento viene più frequentemente messo in luce è il pugilato. Le caratteristiche di questa disciplina portano spesso il pugile a esporsi pubblicamente oltre il tempo dell’incontro. Il pugile non si definisce solo per il suo stile di combattimento. La sua figura prende forma in base a ciò che dice fra un incontro e un altro e in base ai comportamenti che assume di volta in volta.

Non è detto che tutti i pugili parlino di politica, spesso cercano solo il modo migliore per provocare l’avversario. L’uso di questo argomento accomuna però i due protagonisti della nostra riflessione: Muhammad Ali e Terrell Gausha. Il primo è uno degli atleti più famosi della storia. Il secondo è un pugile di medio livello che ha ottenuto recentemente notorietà in seguito ad alcune sue dichiarazioni sull’assoluzione di George Zimmerman, un ispanico accusato di aver ucciso intenzionalmente il diciassettenne afro-americano Trayvon Martin.

Il caso giudiziario in questione è complicato ma, pur senza scendere nei dettagli, cercheremo di esporre sinteticamente i fatti. Il 26 febbraio 2012 George Zimmerman era nella propria macchina quando vide un giovane, Trayvon Martin, che si aggirava nei pressi delle case circostanti. Zimmerman faceva parte di un gruppo di cittadini incaricato di sorvegliare il quartiere, il cosiddetto Neighborhood watching. Se viene rilevata qualche anomalia questo gruppo di volontari non è tenuto a intervenire, ma deve mettersi in contatto con le forze di pubblica sicurezza. Zimmerman effettivamente chiamò la polizia, ma allo stesso tempo decise di seguire il giovane. Da questo momento in poi ci sono versioni differenti su ciò che accadde. Zimmerman sostiene di essere stato aggredito da Martin e di essersi difeso usando la propria pistola, causando la morte di Martin che invece era disarmato.

La corte (18th Judicial Circuit della Florida, giudizio di primo grado) ha creduto a Zimmerman, considerando la sua azione un atto di legittima difesa e provocando grandi proteste nella comunità afroamericana che teme di aver assistito a un altro omicidio effettuato su base razziale.

 

Il nostro obiettivo è ora analizzare la reazione di Terrell Gausha, tentando di raffrontarla con il comportamento di Muhammad Ali in un momento preciso sella sua carriera. Cercheremo di mettere in luce come il concetto di doppia coscienza abbia un influsso differente sui comportamenti dei due atleti.

Prima di arrivare a questo punto sarà però necessario analizzare brevemente il ruolo che gli afroamericani hanno avuto all’interno della storia del pugilato.

 

Il primo campione nero dei pesi massimi, Jack Johnson (Galveston, Texas, 1878 – Raleigh, Carolina del Nord, 1946), amava scandalizzare l’opinione pubblica del primo Novecento, facendosi per esempio vedere spesso in compagnia di donne bianche, tre delle quali finirono per sposarlo. Non aveva nessuna intenzione di seguire un copione già scritto e non si preoccupava nemmeno di scontrarsi contro chi, come Booker T. Washington, vedeva per i neri la possibilità di ritagliarsi uno spazio nella società solo accettando le regole dei bianchi.

In un certo senso però egli subì la costruzione del suo stesso personaggio da parte dell’opinione pubblica. Johnson venne infatti identificato dai bianchi come un personaggio negativo che andava in tutti i modi combattuto da un eroe «buono». Per esempio, l’ex campione bianco James Jeffries (Carroll, Ohio, 1875 – Burbank, California, 1953) decise addirittura di tornare a combattere dopo essersi ritirato per cercare di togliere il titolo «dalle mani dei neri»

Joe Louis (Lafayette, Louisiana, 1914 – Las Vegas, Nevada, 1981), successore a livello sportivo di Johnson, fece una scelta completamente diversa: ebbe cura di non assumere mai comportamenti provocatori. Ciò gli consentì di diventare contemporaneamente un eroe per gli afroamericani e un personaggio gradito ai bianchi. Per i primi ogni vittoria di Louis era una festa. Secondo Malcolm X in queste occasioni il popolo nero aveva la possibilità di mettere in mostra un orgoglio razziale che altrimenti sarebbe rimasto nascosto. Gli incontri di Louis negli anni ’30 con il pugile italiano Primo Carnera (Sequals, Italia, 1906 – Sequals,Italia, 1967) e con il tedesco Max Schmeling (Klein Luckow, Germania, 1905 – Wenzendorf, Germania, 2005) furono considerati la rappresentazione dello scontro fra gli Usa e i due paesi europei.

La stessa scelta di Louis di arruolarsi nell’esercito durante la seconda guerra mondiale contribuì a rafforzare la sua immagine di atleta «americano», tanto da riuscire a essere definito addirittura un ex-nigger. La dicotomia fra il nero cattivo e quello buono, sintetizzata dalla contrapposizione fra Johnson e Louis, diventò così una costante nella storia del pugilato. Questa strategia consentiva di vendere l’incontro a un pubblico che aveva di volta in volta bisogno di trovare un nemico da combattere e un beniamino da sostenere.

 

Muhammad Ali

Muhammad Ali

Fu Cassius Clay (Louisville, Kentucky,1942 –) a sconvolgere questo meccanismo. Il giovane pugile di Louisville non amava essere guidato dagli altri e quindi fin dall’inizio della propria carriera evitò di seguire strade predefinite. Il suo stesso allenatore, Angelo Dundee, non poteva far altro che assecondare il pugile, restio a qualunque modifica del suo eccentrico stile di combattimento.

Clay divenne famoso per le sue abilità atletiche, ma anche per il suo modo di sfiancare l’avversario di turno ben prima dell’incontro attraverso una serie di provocazioni verbali. Emblematico in questo senso fu l’incontro con Sonny Liston (c. 1932 – Las Vegas, Nevada,1970) del 25 febbraio 1964, in cui il giovanissimo Clay riuscì a sorpresa a vincere il titolo mondiale dei pesi massimi. Liston si adattava perfettamente all’idea di «nero cattivo»: aveva contatti con la malavita e il suo stesso aspetto fisico (massiccio, rude) non lo aiutava.

Clay usò proprio questi argomenti per mettere in difficoltà Liston, cercando di vincere l’incontro prima ancora di iniziare il combattimento. Poche persone, fra cui Malcolm X, riuscirono a vedere una strategia dietro l’atteggiamento di Clay. La maggioranza dell’opinione pubblica rimase spiazzata dal suo comportamento. Se Liston era chiaramente il «nero cattivo», Clay non poteva essere il nero buono. Nessuno dei due contendenti era pienamente accettabile per i bianchi.

La voglia di Clay di seguire una strada diversa dai suoi predecessori venne ulteriormente enfatizzata dopo la vittoria del titolo mondiale. L’indomani Clay rese infatti pubblica la propria appartenenza alla Nation of Islam, un’organizzazione fondata da un uomo di nome Elijah Muhammad che predicava una versione dell’Islam diversa da quella ortodossa e che era spesso considerata dalla stampa una pericolosa setta separatista. Malcolm X era stato a lungo uno degli elementi più in vista dell’organizzazione, ma all’epoca della vittoria di Clay la sua rottura con Elijah Muhammad era ormai definitiva. Muhammad aveva sfruttato una dichiarazione di Malcolm X rilasciata in seguito all’uccisione di John Kennedy per impedire a Malcolm di proseguire il suo lavoro come ministro della Nation of Islam. In questo modo Muhammad voleva indebolire colui che sembrava poterne mettere in discussione la preminenza.

Malcolm X era in questo periodo molto vicino a Clay e gli era stato accanto anche nei giorni dell’incontro. Al contrario Elijah Muhammad aveva sempre sottovalutato le potenzialità del nuovo adepto e solo dopo la vittoria del titolo mondiale si attivò per impedire che fosse Malcolm X a giovarsi della fama di Clay.

A quel punto Muhammad offrì a Clay un onore riservato a poche persone: la possibilità di abbandonare il suo nome «da schiavo» per ottenerne uno nuovo, Muhammad Ali. Clay accettò e di fatto ruppe l’amicizia che lo legava a Malcolm X.

 

In questa fase il tema della doppia coscienza emerse in modo ancora più forte. Oltre alle due anime descritte da Du Bois, Ali dovette fronteggiare le accuse di chi non lo considerava americano a causa della sua appartenenza alla Nation of Islam.

Significativo fu in questo senso l’incontro fra Ali e Floyd Patterson (Waco, Carolina del Nord, 1935 –New Paltz, New York, 2006), già due volte campione del mondo dei pesi massimi. Quest’ultimo nelle settimane precedenti la sfida accusò Ali di volersi separare dal resto della società. Patterson, afroamericano e cattolico, era in quel momento un grande sostenitore del movimento per i diritti civili. Giunse addirittura a considerare una possibile vittoria contro Ali come il proprio personale contributo alla causa integrazionista e definì l’incontro una vera e propria «crociata morale». La dicotomia che abbiamo usato finora come chiave di lettura venne riproposta con successo in questo caso e a Patterson fu affidato il ruolo di eroe positivo da contrapporre ad Ali.

Ali accettò la provocazione e tentò di dimostrare di essere americano tanto quanto Patterson senza dover rinunciare né alla fede musulmana né alla Nation of Islam, sostenendo per esempio che per verificare la sua nazionalità bastava vedere a chi pagava le tasse. Ali accusò a sua volta Patterson di non essere altro che un uncle Tom, un nero venduto ai bianchi. Attraverso questo episodio è così possibile vedere come il problema della doppia coscienza si presentò e venne elaborato in modo diverso dai due atleti.

 

Nel 1967 Muhammad Ali fu chiamato ad arruolarsi nell’esercito. Ali rifiutò, sostenendo che la partecipazione alla guerra del Vietnam andava contro il proprio credo religioso. La sua argomentazione, semplice ma incisiva, è ben riassunta dalla frase seguente: «I ain’t no quarrel with them Vietcong!» (non ho mai avuto niente da ridire con i Vietcong). A differenza di altre sue frasi divenute famose, egli si lasciò andare a questa affermazione in modo spontaneo. È importante notare che se si fosse arruolato Ali non sarebbe finito al fronte, ma con ogni probabilità sarebbe stato utilizzato per mantenere alto il morale dei soldati con delle esibizioni pugilistiche. L’atto di disobbedienza di Ali creò un ampio dibattito che divise l’opinione pubblica: da una parte il pugile venne coinvolto dal movimento pacifista nelle iniziative di protesta, dall’altra venne nuovamente accusato di comportamenti antipatriottici. Ancora una volta il dibattito venne incentrato sulla domanda «chi è più americano?».

Le ripercussioni sulla sua carriera furono durissime: Ali perse il titolo mondiale e gli fu ritirata la licenza di pugile, impedendogli così di combattere. Solo una sentenza della Corte Suprema arrivata dopo una lunga procedura giudiziaria gli consentì di evitare la prigione.

La disobbedienza di Muhammad Ali all’ordine dello Stato fu sintetizzata dal suo rifiuto di oltrepassare una linea dipinta sul pavimento nel momento in cui il suo nome veniva pronunciato fra quelli destinati all’esercito USA. Egli conosceva bene i rischi che si stava assumendo, ma decise ugualmente di andare fino in fondo.

 

Cinquant’anni dopo, in una società che dopo l’elezione di Barack Obama alla Presidenza è stata addirittura definita post-razziale, il caso Martin ha colpito l’opinione pubblica statunitense: altri atleti, come per esempio il cestista Dwyane Wade, hanno espresso la loro delusione in seguito alla sentenza e si sono susseguite molte manifestazioni di protesta. Lo stesso Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha dichiarato che avrebbe potuto trovarsi al posto di Martin trentacinque anni fa e ha cercato di spiegare la reazione della comunità afroamericana inserendola all’interno di una lunga storia di discriminazione.

Non è mai facile comparare due eventi lontani nel tempo. Allo stesso tempo, però, le dichiarazioni di Terrel Gausha dopo l’assoluzione di Zimmerman hanno riproposto proprio alcune delle tematiche che erano emerse in seguito al rifiuto di Ali di arruolarsi nell’esercito.

Terrell Gausha

Terrell Gausha

Lo scorso 16 luglio, subito dopo la sentenza, il sito TMZ.com ha riportato delle frasi che Terrell Gausha aveva diffuso attraverso Twitter senza però citare la fonte, facendo così intendere di aver intervistato Gausha. In un primo momento Gausha aveva scritto: «How the f*ck can they make a big Deal out of Mike Vick fighting Dogs and let Zimmerman walk free for killing a young black male?»

Qualche ora dopo Gausha ha aggiunto: «After this fight I will no longer wear Stars and Stripes on my uniform. That’s over with».

TMZ.com ha sicuramente contribuito a creare il caso ma non ha stravolto il senso delle dichiarazioni del pugile.

Queste frasi sono state rapidamente riprese da altri mezzi d’informazione e hanno suscitato opinioni differenti che hanno finito per sottolineare ulteriormente la divisione intorno al caso Trayvon Martin e, ancora una volta, intorno alla questione dell’essere «americano». Molti commenti ai diversi articoli apparsi sulla vicenda e agli stessi messaggi del pugile invitavano Gausha a lasciare gli USA visto che dava l’impressione di non trovarcisi più a suo agio. Altri cercavano invece di sostenere le ragioni del pugile. È importante dire che Gausha, pur senza negare la sua rabbia in seguito alla sentenza, ha in seguito tentato di smorzare l’eco che le sue dichiarazioni avevano avuto, negando in particolare di aver mai detto di vergognarsi di essere americano.

Gausha non ha mai nascosto il desiderio che la propria immagine venisse associata a quella degli Stati Uniti. Non a caso ha spesso indossato durante gli incontri degli indumenti che riproducevano la bandiera americana. Questo comportamento non è originale ed è spesso stato adottato in passato da alcuni pugili afroamericani, come per esempio George Foreman (Marshall, Texas, 1949 –), avversario di Muhammad Ali nel famoso incontro di Kinshasa del 1974. L’obiettivo è quello di inserirsi all’interno di un’ottica genuinamente americana, accettando di limitare il più possibile atteggiamenti che possono essere poco graditi all’opinione pubblica, esattamente come avveniva all’epoca di Louis e Johnson.

La doppia coscienza continua a essere vissuta come un problema da molti atleti. Non appena Gausha tenta con la sua dichiarazione di crearsi uno spazio autonomo, finisce per esserne travolto, mettendo così in luce la difficoltà e le tensioni ancora esistenti nella presunta America post-razziale di Obama, anche in un ambiente certamente privilegiato come quello sportivo. Per evitare conseguenze sulla sua carriera, Gausha è stato quindi costretto a chiarire e addolcire almeno in parte le sue posizioni.

Ali poteva al contrario fare appello a una forza inesauribile che manifestava sia all’interno sia all’esterno del ring. Essa gli consentiva di essere sempre imprevedibile e lo metteva in condizione di scegliere la strada più difficile senza paura di sbagliare e senza temere il giudizio altrui. Non bisogna però sottovalutare l’influenza che l’atmosfera dell’epoca, caratterizzata da forti movimenti afroamericani, ebbe su Ali. Perfino Bayard Rustin, uno dei più stretti collaboratori di Martin Luther King, sostenne in quella circostanza l’azione del pugile e ne difese i motivi senza smettere di sottolineare le differenze che esistevano fra la Nation of Islam e il movimento per i diritti civili. In ogni caso il problema della doppia coscienza venne affrontato con decisione e si arrivò a una soluzione che, pur non avendo valore universale, metteva Ali in una posizione decisamente particolare fra gli atleti afroamericani. Al contrario Gausha non ha potuto giovarsi di una rete di sostegno che forse gli avrebbe permesso di reggere meglio alle critiche ricevute.

 

Pensando alla storia di Gausha viene in mente l’inizio del bel romanzo di Ralph Ellison Invisible Man (1952, Uomo invisibile nella traduzione italiana) in cui il giovane afroamericano protagonista viene invitato dai ricchi bianchi patrocinatori della scuola in cui si è appena diplomato a tenere un discorso. Questi ultimi in realtà non hanno intenzione di starlo a sentire e, per quanto l’oratore si sforzi, fatica a ottenere l’attenzione del pubblico. A un certo punto però il ragazzo pronuncia l’espressione eguaglianza sociale. Di colpo cala il silenzio. Uno dei bianchi si alza e gli fa ripetere ciò che ha detto, ottenendo immediatamente una «rettifica». La frase seguente che il bianco rivolge al giovane sintetizza bene la situazione: «Noi vogliamo aiutarti, ma tu devi sempre capire qual è il tuo posto».

A cinquant’anni di distanza dal celebre discorso di Martin Luther King, a sessantuno dalla pubblicazione del libro di Ellison e a cinque dall’elezione del primo presidente afroamericano della storia degli USA, sembra quindi difficile sostenere l’idea che gli USA siano diventati una società post-razziale. La doppia coscienza continua a intrappolare e a schiacciare chi non riesce a dominarla.

COMMENTI

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    Mario Del Pero 4 anni

    Bell’articolo, grazie per averlo postato. Solo una precisazione, per chi lo leggerà, ché altrimenti si perde un passaggio: Michael Vick è il quarterback dei Philadelphia Eagles. Divenne, una decina di anni fa, il primo quarterback afro-americano nella storia degli Atlanta Falcons (il quarterback, la testa pensante e il regista del football, è stato a lungo un ruolo esclusivamente riservato ai bianchi; a memoria credo che il primo, e forse ancor oggi unico, quarterback nero a vincer un superbowl sia stato Doug Williams, coi Redskins, verso la fine degli anni Ottanta). Vick è uomo duro e schivo, alla Foreman più che all’Alì o alla Frazer, tanto per rimanere in tema di pugilato. Che aveva organizzato un giro di scommesse su combattimenti, ovviamente illegali, di cani in una sua proprietà in Virginia, per il quale fu condannato e trascorse un paio d’anni in carcere. Senza peraltro seri pentimenti da parte sua, a parte le consuete frasi di circostanza.

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