L’ascesa del ceto medio in Asia e nel mondo arabo: Dai primi passi alle rivolte neoliberiste

* Dalle lezioni di Massimiliano Trentin e Antonio Fiori

L’avvocato col panciotto, il banchiere con il monocolo, l’insegnante di italiano con l’abbecedario sgualcito insieme ai lavoratori specializzati della Ford e agli ingegneri occhialuti delle fabbriche Knauf sono, per lo storico, borghesi. Così la middle class diventa una categoria ampia, inclusiva, che allarga la sezione centrale della piramide sociale. Durante la lezione del professor Trentin e di quella del professor Fiori la riflessione sulla middle class, le sue pareti scivolose, le sue specificità, i suoi movimenti, è stata estesa geograficamente all’Asia orientale. “Si può parlare di middle class in Cina? E in Corea del Sud?”. Questo è stato il quesito a cui la lezione di Fiori ha cercato di rispondere, mentre il professor Trentin si è concentrato sul seguente interrogativo: “Quanto di europeo-occidentale esiste nella middle class araba e quali sono, invece, le specificità di questo soggetto socio-politico?”.

In un percorso cronologico sul Medio Oriente, l’inizio di una serie di fenomeni sociali quali l’accumulazione della ricchezza, la possibilità di fare impresa e l’emergere di nuovi sbocchi commerciali, si ha con il Tanzimat, il cosiddetto periodo di riforma. Così prende forma una classe media caratterizzata da proprietà, educazione e fedeltà al governo, l’effeddiyya. Una sorta di borghesia imperiale, laica e istruita, che include non solo i funzionari di una pubblica amministrazione modellata sull’esempio europeo, ma anche commercianti, liberi professionisti o, dopo la riforma agraria del 1858, i figli dei nuovi imprenditori agricoli.

Con la Prima guerra mondiale, la rivoluzione kemalista e la fine dell’Impero Ottomano questa classe sociale acquisisce anche in tutto il mondo arabo sempre maggior potere e comincia a autodefinirsi tramite modelli di consumo (cosa si fuma, come ci si veste), ideologia politica (nazionalismo arabo e liberalismo) e, soprattutto, attraverso la professione di fede musulmana. Nascono in questo periodo numerosi giornali e riviste e, in tal modo, si ricerca l’omogeneità culturale, linguistica e amministrativa. Nella promozione della nuova leadership della classe media araba sono le donne a giocare un ruolo molto rilevante. Sono, infatti, inserite in movimenti emancipazionisti che sostengono il più delle volte le battaglie liberali della middle class. La borghesia si trova a lavorare nelle amministrazioni pseudo coloniali instaurate dagli europei (gli arabi chiamano questo periodo Mudallaha, colonialismo de iure). In questo frangente l’Europa fornisce modelli di consumo: gesti, riti, comportamenti come, ad esempio, riunirsi nei club.

A partire da questo momento, dunque, comincia quella che può essere definita l’europeizzazione della middle class araba. Tale processo, però, contribuisce anche alla frammentazione e alla disgregazione della società: i “modernisti” (appartenenti alla classe politicamente dominante) si distinguono dagli “indigeni” (legati ai valori tradizionali, sociali e religiosi).

Pubblicità, Egitto, 1950.

Pubblicità, Egitto, 1950.

Dopo la Seconda guerra mondiale, una volta ottenuta l’agognata indipendenza, le nuove (middle class urbana europeizzata) e le vecchie (agrari, autorità tribali) forze sociali si alleano per governare i nuovi Stati. Tra gli anni Quaranta e Cinquanta il modello di consumo occidentale, assieme all’importanza riservata alla proprietà, all’istruzione e alla respectability, divengono elementi caratterizzanti di fette sempre più ampie della società: i figli dei proprietari fondiari, gli amministratori locali, le élites tribali.

Le caratteristiche d’accesso rispecchiano quelle della middle class occidentale, principalmente proprietà e istruzione. Non si può dire lo stesso per i tratti identificativi e autorappresentativi: il linguaggio non è soltanto emancipazionista verso l’interno (dall’autorità ecclesiastica, dai vecchi proprietari fondiari, dai legami familiari e tribali), ma anche nazionalista verso l’esterno, nel tentativo di emanciparsi dall’antico legame di dipendenza (politica o economica) contratto in passato con il mondo europeo. I modelli di consumo sono gli stessi, cioè orientati ai “lussi” europei (sigarette, abiti alla moda, musica, film) ma con la differenza che tutto ciò deve essere prodotto in loco. Questa è la fetta di middle class che finisce nei partiti di massa come il Bath o che sostiene Nasser nella nazionalizzazione del Canale di Suez. L’Occidente, dunque, ha esportato beni di consumo dai porti di Barcellona e Amsterdam e, con essi, desideri e aspirazioni, ma quello che ha contribuito a mettere in moto è stato anche un processo di diversificazione sociale con le sue importanti specificità.

Negli anni Settanta, complici le liberalizzazioni e l’apertura delle frontiere, molti appartenenti al ceto medio abbandonano il paese d’origine e si arricchiscono all’estero per poi tornare, importando di nuovo stili di vita, più vicini ai valori occidentali. Questi nuovi ricchi sono rappresentati dalla nuova classe politica al potere che, portatrice di istanze liberali, promotrice di privatizzazioni e dell’apertura apertura ai mercati globali, seguendo le contingenze economiche e politiche contemporanee, metterà fine al vecchio nazionalismo e statalismo. Questa tendenza sarà combattuta dalla effediyya, che continuerà a pretendere di rappresentare la nazione e il popolo, non più tramite i partiti di massa ma con strategie individuali per lo più differenti le une dalle altre, tramite piccole gilde, quali Hamas o i partiti della sinistra radicale. Infatti, mentre i nuovi ricchi portano avanti privatizzazioni, speculazioni edilizie e una progressiva finanziarizzazione dell’economia, la middle class subisce le conseguenze di questi processi, perdendo i suoi tratti distintivi, in primis il lavoro, poi la proprietà della casa e dopo ancora l’istruzione. È questa middle class scontenta, impoverita e assoggettata che diverrà il nerbo dei movimenti di rivolta scoppiati tra il 2010 e il 2012, conosciuti con il nome di Primavera araba.

Strade molto differenti sono state invece prese nella definizione della middle class nei due paesi dell’Asia orientale qui considerati. Una definizione che risulta problematica a causa della difficoltà di stabilire se effettivamente si possa parlare di classe media secondo gli stessi parametri sopra utilizzati.

Come delineato nella lezione del professor Fiori, il primo elemento riscontrabile nel caso cinese risulta essere la totale mancanza di qualcosa di propriamente definibile come “classe media” nel periodo che va dal 1949 – anno in cui Mao Tse-Tung instaura la Repubblica Popolare Cinese – fino alla morte del leader nel 1976. La ragione di tale mancanza risiede nel dominio dell’ideologia politica maoista e nel concetto di equità che il partito unico faceva propria. L’equità si fondava sulla negazione delle disuguaglianze sociali e di classe e si riconosceva nel carattere prevalentemente rurale della società. Le uniche due classi ammesse dal partito erano infatti quella dei lavoratori e quella degli agricoltori, mentre era totalmente assente una porzione centrale della scala sociale. Le ripetute offensive di Mao contro gli intellettuali avevano, inoltre, l’obiettivo di controllare un milieu culturale dal quale potessero giungere sfide a questa visione rigida e programmata della società cinese. Nonostante ciò, non fu solo l’ideologia a contribuire all’assenza di forme di organizzazione sociale identificabili con la middle class. L’eredità lasciata dalla natura arcaica e agraria della società tradizionale, infatti, era molto forte e la Cina e dopo un secolo di umiliazioni e guerre rimaneva un Paese estremamente povero e sottosviluppato, nel quale però le ricette economiche del maoismo non diedero i risultati sperati.

Televisori in esposizione in un grande magazzino di Pechino, 1981.

Televisori in esposizione in un grande magazzino di Pechino, 1981.

Tale situazione di immobilismo mutò nel 1978 quando, dopo la morte di Mao – seguita da una violenta lotta per la successione –, emerse finalmente la personalità di Deng Xiaoping. Il nuovo leader si fece fautore di un processo di rinnovamento riassunto nella cosiddetta teoria delle “quattro modernizzazioni” (della scienza, dell’industria, dell’economia e dell’esercito). Fu questo periodo di riforme che permise la formazione di nuove forme sociali, identificabili soprattutto in un’imprenditoria privata di dimensioni contenute, la cui esistenza fu resa possibile – una volta superate le barriere dell’ideologia – grazie alla parziale privatizzazione dell’industria a capitale statale. L’abbandono dell’ortodossia marxista, inoltre, fece sì che agli agricoltori venisse permesso di trattenere parte del surplus, favorendo la nascita di piccoli proprietari, mentre fino a quel momento il lavoratore era colui che non poteva fare altro che svolgere lavori manuali sia nelle industrie di stato che nello stesso settore agricolo. A ciò si aggiunse – com’era accaduto con la nascita della effeddiyya nel mondo arabo – il raggiungimento di livelli di istruzione più elevati. La modernizzazione diede avvio anche a una parziale apertura economica verso l’esterno, con la creazione di enclaves commerciali nel sud-ovest del Paese che permisero l’afflusso di beni e merci occidentali, inaugurando un trend sempre più liberale nelle politiche commerciali ed economiche, riflesso anche nella trasformazione di usi e consumi della società.

Questi cambiamenti ebbero l’effetto di contribuire al miglioramento nel tenore di vita della popolazione e hanno tutt’oggi l’obiettivo di condurre la Cina, con tassi di crescita sostenuti, in una nuova fase di prosperità e armonia sociale che il premier Hu Jintao nel 2005 ha definito proprio col nome di “società armoniosa”, una formula che coniuga le istanze marxiste del partito alle radice più profonde della concezione tradizionale cinese del mondo e della società.

Se si identificano questi settori della società che hanno beneficiato finora dell’espansione dell’economia cinese con il concetto di classe media, è necessario però specificare che tale fenomeno sociale è stato strettamente controllato e guidato dal governo e dal Partito comunista. La legittimità stessa del regime risiede nella sua capacità di permettere la continuazione del benessere e l’ampliamento della base sociale che ne beneficia. Nel momento in cui questa dovesse invece impoverirsi o perdere i benefici economici conquistati, le fondamenta del potere comunista in Cina verrebbero messe in discussione.

Come riscontrato anche nell’analisi condotta sulla Corea del Sud, si è notato come la formazione della classe media in Cina e in Corea sia stata un processo fondamentale nella auto-legittimazione del governo: semplificando il fenomeno, i regimi al potere crearono le classi medie al fine di perseguire i propri scopi politici e consentire la continuità del regime stesso, eliminando i tentativi di creare alternative al potere costituito. L’aspetto che caratterizza maggiormente queste comunità sociali è la modalità di consumo dei nuovi beni prodotti resa possibile grazie al possesso della ricchezza, possesso consentito con la finalità di rendere la popolazione mansueta e controllabile e funzionale alla legittimazione del regime.

Nel caso specifico della Corea del Sud fu il governo militare del generale Park a favorire, a partire dal 1961 in poi, il processo di stratificazione sociale che delinea i tratti della classe media coreana. La necessità di ottenere una legittimazione che trascendesse i fattori di forza e violenza caratteristici di una presa di potere militare indusse Park a cercare garanzie di stabilità ed equilibrio governativo attraverso la creazione in vitro e la composizione di fattori sociali ed economici in grado di assicurare una legittimazione sia interna che esterna (solidità, potere regionale e capacità di contrattazione con le grandi potenze). In quest’ottica la classe media coreana venne investita di un ruolo politico funzionale agli obiettivi di stabilizzazione governativa e la poderosa crescita economica fu una via per rafforzare questa investitura: ciò accadeva nel sistema di chaebol. Queste ultime erano conglomerati industriali di enormi dimensioni che svolgevano anche la funzione di “microcosmi di welfare”: se lo Stato coreano creava i presupposti legislativi, le chaebol erano i provider, offrivano cioè lavoro e protezione sociale a fette consistenti della forza lavoro. Il ceto medio inserito in questa peculiare forma di organizzazione economica era simbolicamente raccolto in quartieri residenziali costruiti ad hoc e aveva un’attitudine mansueta e conciliante nei confronti di un regime autoritario che era, però, la garanzia della condizione di relativo benessere. Proprio questo fattore economico, unito alla contrapposizione sociale dei movimenti studenteschi contrari al regime militare di Park, delinea la classe media coreana. Peculiarità di questa fetta di popolazione è, infatti, la mancanza di una coscienza di classe, lacuna allevata con “amore” da un progetto governativo che preferì premere sull’acceleratore economico piuttosto che cambiare marcia su istruzione, educazione e formazione culturale. A conferma di ciò, solo a metà degli anni Ottanta, quando una crisi economica sconvolse il Paese e le rivendicazioni studentesche favorevoli alla liberalizzazione politica presero forza, la classe media coreana ricoprì quel ruolo di elemento di cambiamento sociale ed espressione dell’identità nazionale che aveva già assunto all’epoca dell’instaurazione del regime, diventando ora però promotrice della democrazia. Con le dovute differenze, quello coreano è un percorso che ricorda l’evoluzione della classe media nel mondo arabo ma si distingue nettamente dal caso cinese. La middle class cinese, nel momento in cui ne avrebbe avuto l’opportunità – durante i fatti del 1989 a Tienanmen – non raccolse le rivendicazioni degli studenti e degli intellettuali, così come avvenuto in Corea e, negli ultimi anni, nel mondo arabo con le primavere arabe. La classe media cinese rimase e rimane un ceto consumatore ma non un’espressione del cambiamento sociale. Il professor Fiori, partendo proprio da quest’ultima considerazione, arriva a suggerire che il ceto medio cinese potrebbe fungere da fulcro per la destabilizzazione e il cambiamento della società solo qualora raccogliesse e si facesse portavoce di tali rivendicazioni.

Come sottolineato in precedenza, l’analisi comparata della classe media araba, cinese e coreana porta a concludere che, così come in Occidente, la middle class è concepita come un potente strumento di legittimazione e di coesione sociale.

La comunanza nelle dinamiche di formazione e identificazione delle classi medie mediorientali e asiatiche sembra tuttavia non determinare una stessa comunanza di carattere e attitudine. La reazione alla crisi economica, infatti, presenta forme e declinazioni completamente diverse nelle aree considerate, inducendo a chiedersi cosa abbia a tal punto diversificato le tre esperienze.

Il confronto tra quanto appreso dalle due lezioni conduce a sostenere che per comprendere le classi medie occidentali o orientali e delinearne, così, un processo evolutivo, è necessario analizzare la coscienza che esse hanno del proprio ruolo politico e del potere che esse detengono nell’esercitarlo.

Se da una parte l’inerzia della classe media cinese è facilmente riconducibile all’assenza di tale coscienza, dall’altra la potenza di quella mediorientale è ciò che ha portato a rivendicazioni cosi violente e drammatiche da generare una vera e propria rivoluzione.

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