“Trasformazioni dello Stato-nazione nel quadro della storia transatlantica” – Relazioni del seminario

Indagare le “trasformazioni dello Stato-nazione nel quadro della storia transatlantica” significa assegnare una nuova centralità a una coppia concettuale situata solitamente ai margini delle prospettive storiografiche che hanno messo a fuoco lo spazio atlantico, in particolare in età moderna. Con questo obiettivo, il 18 aprile alla Facoltà di Scienze Politiche di Bologna si è tenuta la seconda “tappa” della serie di seminari dedicati a “Storia atlantica e storia transatlantica tra modernistica e contemporaneistica”. Una giornata di studio, coordinata da Raffaella Baritono, Tiziano Bonazzi e Mario Del Pero, che segue dunque l’appuntamento dello scorso novembre a Torino, in cui si era discusso di periodizzazioni, confini e concettualizzazioni della storia atlantica e transatlantica, e che preannuncia un seminario il prossimo autunno a Roma.

Tornando alle trasformazioni dello Stato-nazione, il seminario ha puntato a “provincializzare” la matrice europea che si è soliti assegnare a tale concetto. Lo ha fatto sulla base di una ricerca storiografica che, all’incrocio tra storia politica e scienza politica, ha “riscoperto” lo Stato americano a partire dal volume seminale Bringing the State Back In (Evans, Rueschemeyer, Skocpol 1985). Così, nel 2008 William Novak ha messo in luce il mito dello Stato “debole” americano, registrando al contrario le peculiarità del processo di State-building statunitense, che ha dato vita a forme differenti di statualità rispetto al modello europeo, ma non per questo meno rilevanti. Fin dalle origini, come ha sottolineato Raffaella Baritono nella sua introduzione, nello spazio americano convivono d’altronde una logica coloniale e una nazionale, che evidenziano immediatamente un’anomalia rispetto allo spazio europeo. Ma non un’alterità radicale e inconciliabile che non possa essere situata in uno spazio condiviso in cui oltre all’Europa vi è anche l’America Latina. L’Atlantico costituisce allora lo spazio in cui si intersecano progetti e percorsi di statualità che presentano molteplici centri e altrettante prospettive attraverso cui analizzarli.

Gli interventi del seminario, che qui riportiamo sotto forma di note e che saranno pubblicati integralmente a luglio su “Scienza & Politica“, affrontano questa costellazione di temi e di problemi. Antonino De Francesco mette così a tema lo spazio transatlantico delle rivoluzioni settecentesche, rifiutando una visione eurocentrica e valorizzando l’esperienza rivoluzionaria di luoghi solo apparentemente periferici come Haiti. Matteo Battistini colloca le vicende della Rivoluzione americana nel quadro del sistema degli Stati europei, tracciando una storia atlantica della fondazione dello Stato americano che nelle finanze pubbliche e nella tassazione individua i propri meccanismi costitutivi. Tiziano Bonazzi invita invece a guardare al contesto atlantico per rintracciare le origini e lo sviluppo della nazione americana e, in particolare, di indagare la tensione universalistica che emana dalla Dichiarazione di Indipendenza e, al tempo stesso, l’intricato rapporto costruito con l’identità nazionale britannica. Un concetto, quello di nazione, che Nando Fasce legge alla luce della dimensione materiale della storia statunitense, mutuando il concetto di “nazione materiale” proprio da un dibattito che nel secondo dopoguerra si dipana tra le due sponde dell’Atlantico. Spostando il focus dell’analisi sull’America Latina, Loris Zanatta rileva l’onda lunga del modello coloniale spagnolo nei percorsi di costruzione della statualità di quell’area geografica. Infine, la relazione di Maurizio Ricciardi si proietta oltre i confini atlantici e traccia le forme di uno Stato globale che, attraversato da profonde contraddizioni interne, sembra essere anticipato e condizionato dalle strutture incerte dello Stato post-coloniale.

Lo spazio rivoluzionario transatlantico: un confronto storiografico

Antonino De Francesco (Università di Milano)

Il dibattito storiografico sul tema delle rivoluzioni democratiche pone al centro dell’inchiesta una questione fondamentale: è possibile determinare un modello di rivoluzione occorso nella storia come determinante per tutte le altre? E se sì, quale?

La risposta classica a tale domanda si è sempre focalizzata su un modello eurocentrico di rivoluzione democratica, ispiratrice di ideali a cui ogni popolo oppresso avrebbe dovuto guardare. Campione di questa visione era il parallelo tra la Rivoluzione Americana del 1776 e la Rivoluzione Francese del 1789, i cui valori provenivano dalla medesima matrice europea. Tale visione fu ancor più esaltata con gli avvenimenti del 1989, bicentenario della rivoluzione di Francia e anno simbolo del crollo del comunismo. Si era certi che un percorso comune avesse accompagnato gli eventi della fine del XVIII del XX secolo: una base condivisa rinvenibile negli ideali e nel retaggio storico del Vecchio Continente.

Tale prospettiva fu sfidata dalla “New Atlantic History” che prediligeva un approccio anglocentrico come piattaforma comune alle dinamiche liberali, mettendo dunque in crisi la tradizionale prospettiva eurocentrica. Secondo questa visione, sarebbe piuttosto stata la “Glorious Revolution” del 1688 e non gli avvenimenti del 1789 a far da modello ai successivi sviluppi liberali.

Un esito interessante di questo filone di ricerca è quello che tenta di spiegare gli avvenimenti del 1789 come determinati da caratteristiche più economiche che politiche. Secondo questa lettura fu l’economia francese, all’epoca fortemente proiettata sull’Atlantico, che portò alla rivoluzione. Centrali, per comprendere la successiva fase rivoluzionaria, erano la posizione atlantica della Francia e le conseguenze sull’economia prodotte della guerra dei Sette Anni (1756-1763). In questa prospettiva assume una nuova rilevanza anche la rivoluzione di Haiti, che raggiungerà l’indipendenza dalla Francia nel 1804, e le cui vicende si intrecciano alle dinamiche rivoluzionarie che si sviluppano tra le due sponde dell’Atlantico.

Un nuovo tentativo di comparazione, infine, è quello che si focalizza non tanto sul concetto di rivoluzione atlantica quanto su quello di “repubblica atlantica”. Tale analisi pone al centro della ricerca i principi basilari su cui si costituirono le neonate repubbliche (in America, così come ad Haiti e in Francia), lasciando in secondo piano il focus sulle possibili determinanti comuni che portarono alle rivoluzioni di fine ’700. In questo senso è più utile, ai fini della ricerca, analizzare le “contaminazioni” tra le repubbliche piuttosto che portare avanti un’analisi meramente comparativa. Solo così è possibile comprendere quanto l’identità repubblicana francese sia stata decisiva per gli sviluppi storici sia negli Stati Uniti che ad Haiti (dove il mito napoleonico influenzerà Dessalines).

“A Source of Trust and Confidence”: credito e debito pubblico nella fondazione atlantica degli Stati Uniti d’America

Matteo Battistini (Università di Bologna)

La Rivoluzione americana deve essere collocata al di fuori del limitato spazio nazionale per essere compresa nel sistema internazionale degli Stati europei del XVII e XVIII secolo. In questo senso, la fondazione degli Stati Uniti non può essere considerata se non in stretta relazione con l’Europa. Per questo è necessario delineare una storia atlantica della fondazione dello Stato americano, indagando il significato politico – e non meramente economico – della costruzione del primo schema di credito pubblico nel cosiddetto periodo critico della Rivoluzione americana, negli anni Ottanta del Settecento, quando l’esito della Guerra d’Indipendenza era ancora incerto. Non solo perché il primo schema di credito pubblico fu costruito secondo l’esperienza seicentesca e settecentesca europea, in particolare quella britannica, ma anche perché la fondazione della banca nazionale e l’introduzione della tassazione consente di comprendere la dimensione insieme nazionale, internazionale e transnazionale della formazione dello Stato americano dentro la Rivoluzione.

Allo scopo di guadagnare credibilità internazionale, gli americani dovevano dimostrare di poter rispettare gli impegni contrattuali assunti definendo un sistema di credito pubblico volto a finanziare la guerra: questo fu il compito svolto dal primo Sovrintendente delle Finanze del Congresso continentale, Robert Morris. Per fare ciò era necessario sottrarre la gestione del debito e delle entrate alle assemblee statali e accentrarla nel Congresso, con l’obiettivo di istituire un debito pubblico su scala nazionale, vincolandolo al pagamento regolare dell’interesse sul debito: questo processo avrebbe attirato credito pubblico e privato, interno ed estero.

Il documento che venne redatto nel 1781 sulla materia del credito pubblico violava però gli Articoli della Confederazione, i quali riconoscevano la sovranità dei singoli Stati, non dell’Unione: il Congresso non poteva riscuotere tasse e quindi non aveva autonomia finanziaria. Quel documento rappresentava dunque un tentativo di avanzare una duplice riforma, politica ed economica. Esso da un lato avviava un accentramento del potere politico, mentre dall’altro, quello economico, portò alla fondazione da parte del Congresso della Bank of North America – un primo esperimento di banca nazionale.

Dal punto di vista del processo di State-building, la definizione del sistema del credito pubblico alimentava un accentramento del potere politico che avrebbe trovato la sua forma legittima nella Costituzione del 1787 e avrebbe garantito una maggiore autorevolezza degli Stati Uniti all’estero. In pratica, l’amministrazione doveva assicurare agli Stati Uniti un’adeguata credibilità sulla scena politica ed economica del mondo atlantico.

Nel suo Report on Public Credit, Hamilton scrisse che la gestione regolare e coerente del debito pubblico attraverso una banca nazionale e una tassazione adeguata serviva per “preservare la fiducia (confidence)” di capitalisti, sia cittadini che stranieri; per promuovere la “rispettabilità del nome dell’America”; per “cementare in modo più stretto l’unione degli Stati; per contribuire alla loro sicurezza contro gli attacchi stranieri; per istituire l’ordine pubblico sulla base di una policy giusta e liberale”. In breve, affermava, “il debito nazionale è l’oggetto tangibile della fiducia (confidence) istituita”.

Alla luce di tutto questo è possibile superare le diverse interpretazioni storiografiche dello scorso secolo, che hanno attribuito al capitalismo americano un carattere “eccezionale” e affermare che il processo politico di costruzione del primo sistema del credito pubblico costituiva una risposta positiva al bisogno di statualità che aveva contraddistinto la storia europea seicentesca e settecentesca.

La parabola della nazione americana nel contesto atlantico del primo Ottocento

Tiziano Bonazzi (Università di Bologna)

Da sempre contrapposto al sentimento nazionale europeo, il nazionalismo statunitense – di cui il patriottismo si può considerare un valido sinonimo – ha costituito il principio fondante la categoria di eccezionalismo americano – combattuta storiograficamente ma ancora viva nel senso comune –, cui si è aggiunta l’idea della fondazione degli Stati Uniti su solidi principi e valori e non su basi etniche o territoriali. Tuttavia, la letteratura scientifica ha evidenziato con sempre più forza la necessaria considerazione del contesto atlantico fin dall’età rivoluzionaria: Gerald Neuman ha efficacemente dimostrato le connessioni tra la riforma inglese del XVII e XVIII secolo con il 1776. Fu proprio la ristrutturazione dello Stato e dei suoi apparati a contribuire alla nascita dello spirito nazionale inglese, cui già la libertà politica e religiosa e la fedeltà alla corona avevano partecipato.

In questo quadro, le colonie americane, percependosi inglesi di seconda classe, diedero vita non a una rivolta nazionale, quanto alla richiesta di uno Stato per non soccombere alla subordinazione imperiale inglese – resasi esplicita per esempio dai Navigation Acts – e aprirsi alla modernità diventando nuovi protagonisti dello scenario atlantico. Alle spalle della rivoluzione americana non si deve dunque leggere una volontà nazionale, quanto l’inizio di una rivolta che si trasformò in rivoluzione una volta fondata la sovranità sul popolo. In questo senso, la Dichiarazione di Indipendenza ha rappresentato un esempio di universalismo illuminista, dipingendo gli americani come insieme di cittadini che avevano saputo raggiungere l’umanità vera, lo Stato Universale, ponendosi come eventuali iniziatori di una rivoluzione mondiale basata sulla condivisione di principi: chiunque, aderendo ai valori americani, poteva diventare americano. Ma la parabola discendente si fermò prima al Trattato di Parigi del 1783, quando emerse l’inconsistenza dell’unità ricercata, date le diversità di etnia, di religione, di interessi economici transatlantici. Le “comunità isole” statunitensi seppero creare incidentalmente un compromesso, il federalismo, con la precisa volontà di lasciare a ognuno la massima autonomia possibile: non ci fu nemmeno in questo caso una riflessione teorica compiuta e condivisa.

La nazione statunitense vide la luce appena negli anni Venti del XIX secolo con la progressiva elaborazione del progetto universale di libertà. Proprio la libertà, possibile negli Stati Uniti, lì portò a paragonarsi a Israele, a investirsi di una funzione provvidenziale per mostrare al mondo peccatore che la libertà, esclusivamente americana, esisteva al di fuori dell’Europa corrotta. In questo senso, un contributo fondamentale fu fornito dal cristianesimo evangelico protestante, il cui messaggio di salvezza individuale risultò funzionale a questa costruzione identitaria. Il discorso della nazione fu inoltre nutrito dall’individualismo e dagli individui universali americani, liberi fin dalle origini, insieme all’omogeneità, alla fraternità, alla pace e all’inclusività, che hanno reso gli Stati Uniti una nazione orizzontale. Negli anni Venti e Trenta del XIX secolo avvenne il passaggio da Stato a Stato-nazione, con la ricerca di un senso di comunità in vista della modernizzazione e del progresso in atto. Negli Stati Uniti, contrariamente a casi europei, questo concetto fu elaborato dall’alto e dal basso, e anche in questo caso la costruzione nazionale ricorse, come messo in luce da Renan, alla memoria e all’oblio, di cui sono stati vittime primi tra tutti gli indiani, già nella prima metà dell’Ottocento. Ma la vera conclusione fallimentare di questo percorso di costruzione giunse con la Guerra Civile: fu la schiavitù, diventata concetto divisivo tra Nord e Sud, a spaccare la nazione e la sua interpretazione della libertà così come si era realizzata nel primo Ottocento.

Gli Stati Uniti come nazione materiale fra Otto e Novecento

Ferdinando Fasce (Università di Genova)

Obiettivo della relazione di Fasce è quello di esplorare il processo di costruzione sul piano fisico/materiale e culturale/simbolico della nazione statunitense attraverso politiche produttive, distributive e commerciali. Un’analisi che Fasce effettua adoperando il concetto di “nazione materiale”, introdotto nel lessico dello spazio transatlantico fra le due guerre. Un concetto entrato a far parte della disputa tra “americanismo” e “antiamericanismo” e che puntava a contrappore due immagini stereotipate: il “materialismo” degli Stati Uniti contro lo “spiritualismo” europeo. Nel secondo dopoguerra, in People of Plenty, lo storico David Potter ha individuato il carattere identificativo della nazione americana nella materialità sotto forma dell’abbondanza. L’indicazione di Potter è stata ripresa dalla storiografia economica e dei consumi, tanto che uno dei massimi esperti di storia USA, Klein, ha indicato nei consumi il collante che tiene insieme la società. Il “nazionalismo materiale” costruisce dunque un elemento fondativo dell’identità nazionale che si esprime attraverso le merci.

In questo senso, Fasce va alla ricerca della nazione americana all’interno della sfera materiale della produzione e della distribuzione. L’“American system of manufacturing”, cioè il sistema americano di produzione che spezzava il processo produttivo attraverso la creazione di pezzi intercambiabili, era già una realtà a metà dell’Ottocento. Esso trova la sua espressione più chiara all’Expo Universale di Philadelphia del 1876, che mette in mostra oggetti di consumo orientati alla casa, ma anche macchinari che rappresentano l’eccellenza del sistema produttivo americano. Lo sviluppo tecnologico e meccanico della nazione diventa dunque un fattore identificativo, ma anche lo strumento per “conquistare il controllo dei mercati del mondo”.

A segnare invece lo spazio della distribuzione è il grande magazzino, esito “naturale” delle capacità produttive americane e luogo deputato ai consumi del ceto medio emergente, fulcro della nazione statunitense. Tuttavia, la capillare distribuzione delle merci necessita di un efficiente sistema di trasporti. All’Expo di Chicago del 1893 non viene dunque celebrato solo il grande magazzino, ma anche la Pennsylvania Railroad (PRR), azienda di trasporti ospitata in un padiglione che rappresenta una stazione come un portico che ricorda la Casa Bianca. All’interno del padiglione c’è un murales che dimostra come la ferrovia abbia  unito l’America. La PRR non è dunque solo una impresa di affari ma una impresa che ha fatto la nazione.

Un afflato nazionalistico che Fasce rinviene anche nelle campagne pubblicitarie. A inizio Noveceneto la famosa agenzia Procter & Gamble pubblicizza la galletta “Uneeda”, che rimanda a un gioco di parole sull’unità e la necessità di ottenerla (la fonetica di “uneeda” richiama da vicino “you need it”). Le differenti versioni di tale pubblicità evidenziano come funziona al suo interno e come si declina la nazione materiale nei differenti contesti. Mentre nelle riviste americane la pubblicità è di impatto e contiene una chiara retorica nazionalista, nella stampa ebraica la galletta “Uneeda” assume un profilo più sobrio e la tensione nazionalistica si affievolisce.

La definizione degli Stati Uniti e dell’identità nazionale del popolo statunitense basata su un minimo di elementi comuni di tipo materiale rappresenta un itinerario di ricerca che merita ulteriori indagini. Ad esempio, valutando la contaminazione dell’idea di nazione materiale rispetto ad altri paesi, così come distinguendo l’intreccio fra materiale ed immaginario.

Lo Stato globale oltre la prospettiva atlantica

Maurizio Ricciardi (Università di Bologna)

L’obiettivo dell’intervento di Ricciardi è stato quello di provare a dare una definizione del concetto di Stato globale, che necessariamente deve confrontarsi con l’idea dello Stato moderno. Seguendo l’invito di Mauro Calise e Theodore Lowi a “bringing the concepts back in” (Hyperpolitics: An Interactive Dictionary of Political Science Concepts, 2010), la definizione di Stato globale è stata costruita in maniera deduttiva, a partire dall’analisi del percorso storico della forma statuale. Il sintagma Stato globale non vuole indicare l’articolazione globale dello Stato occidentale in una prospettiva teleologica, quanto invece sottolineare l’ambiguità di fondo che lo connota: da un lato, infatti, testimonia il successo globale della forma Stato, dall’altro, invece, segna la destrutturazione dei suoi meccanismi costitutivi e, in particolare, il passaggio dal monopolio della sovranità a una sovranità diffusa e praticata da diversi agenti. Lo Stato globale, cioè, si colloca all’interno di una struttura transnazionale di governance, al cui interno attori pubblici e privati detengono e si contendono pezzi di quel potere che un tempo era appannaggio più o meno esclusivo dello Stato cosiddetto moderno. In tal senso, Ricciardi vede nello Stato post-coloniale un’entità politica che ha anticipato lo sviluppo dello Stato globale e ne ha modellato gli elementi costitutivi. Anziché assumere i connotati dello Stato moderno di matrice europea, in vista di un comune destino di democratizzazione e costituzionalizzazione, lo Stato post-coloniale, con le sue insufficienze e intrinseche debolezze, retroagisce in realtà sul concetto di Stato moderno, esibendone l’attuale incapacità/impossibilità amministrativa di fissare l’unità politica del “popolo” e il costante ricorso a pratiche di disciplinamento che tuttavia non seguono più i principi legali-razionali posti da Weber . Tale prospettiva, che guarda alla realtà post-coloniale come ispiratrice di pratiche governamentali adottate ormai anche nelle ex metropoli, mette in luce la centralità dell’Atlantico per ricomprenderla e superarla in una direzione globale.

Nello sviluppo della statualità Ricciardi ha individuato tre fasi:

  1. Lo Stato come teoria. A cavallo tra il XVI e il XVII secolo lo Stato viene concepito come entità teorica garante del contratto sociale, secondo il modello hobbesiano. La dimensione di questo Stato è, per lo più, europea.
  2. Nel XIX secolo, lo Stato diventa contenitore utile per esplicare e organizzare il conflitto, che si presenta all’esterno (attraverso le lotte imperialistiche) e all’interno (tramite la lotta di classe). Lo Stato si presenta come amministrazione che è “utile”, nel senso benthamiano del termine, a questi fini. In questa fase, lo Stato trascende la dimensione europea e transatlantica per aprirsi, tramite gli imperi coloniali, a tutto il mondo.
  3. Focalizzandoci sulla contemporaneità, le richieste allo Stato provenienti dalla società aumentano a tal punto che questo diventa uno strumento inefficiente e non funzionante. In questa fase, lo Stato assume forma globale e diventa poco più di un artificio teorico, incapace di garantire le sue funzioni. E’ uno Stato ossimoro, perché senza sovranità.  Malgrado la sua incompletezza e la mancanza del suo tratto fondativo, lo Stato, sia pure nella sua forma “degenerata” e globale, non sembra tuttavia destinato a un’imminente estinzione e presenta notevoli potenzialità di resistenza e trasformazione.

L’America Latina e l’occidente. L’eterno bivio tra liberalismo e tomismo

Loris Zanatta (Università di Bologna)

Il contributo di Loris Zanatta ha delineato alcune delle strutture storiche di lungo periodo che hanno segnato la costruzione e le successive trasformazioni dello Stato-nazione in America Latina. In particolare, l’analisi proposta ha sottolineato le modalità in cui il rapporto della regione con l’Occidente si sia declinato dando sostanza alla categoria di “Occidente latino”.

Secondo Zanatta, l’America Latina non presenta sostanziali differenze rispetto alle costruzioni statuali europee, perché, da una parte, il modello idealtipico di Stato europeo è stato funzionale alla definizione della latinità e, dall’altra, il modello colonialista spagnolo ha riproposto nelle colonie dinamiche analoghe a quelle dell’Europa latina.

Per comprendere le strutture storiche dell’America Latina è dunque necessario rifarsi non alla categoria di postcolonialismo bensì a quella del colonialismo spagnolo delle Americhe, intrinsecamente diverso dai colonialismi ottocenteschi dai quali emerse lo Stato post o neo coloniale in Africa e Asia.

Dall’analisi di quel “colonialismo di ancien régime”, emergono due universalismi sovrapposti, l’impero e la fede, che inibirono la proiezione di uno Stato-nazione – con un suo modello di civiltà, gestione politica e amministrativa della colonia – e riportarono oltre oceano una conformazione sociale e spirituale organica e conforme agli altri regni dell’impero spagnolo.

La stessa conformazione fisica e spirituale rimase negli stati spagnoli anche dopo l’indipendenza, che cominciò nel tardo medioevo e il cui baricentro non fu la rivoluzione costituzionale e industriale dell’Europa ottocentesca, bensì una modernità specificamente iberica, contrassegnata dal regime di cristianità, da un modello sociale corporativo/comunitario e da un’idea di popolo inteso come comunità organica e omogenea, impermeabile al pluralismo sociale e religioso.

Le idee liberali promosse dalle élites creole americane non produssero dunque una modernità di tipo anglo-sassone o francese e rimasero fondamentalmente circoscritte, vittime della ri-produzione di un immaginario collettivo profondamente radicato e basato su una visione della società e su un sistema di valori nati dal cattolicesimo europeo, che respingevano la mobilità culturale e sociale e ogni tentativo di imposizione di nuove idee dall’esterno.

Come ha fatto notare Zanatta, queste stesse categorie e strutture sono presenti nei regimi contemporanei: la secolarizzazione ha sostituito progressivamente la fede con l’ideologia, ma permangono una concezione antiliberale e corporativa della società, all’interno della quale il popolo è percepito come un’entità omogenea che detiene il monopolio della virtù e della rappresentanza. Ciononostante, gli ultimi trent’anni dimostrano – secondo lo studioso – che le cose possono cambiare: lo Stato, in America Latina, sembra allontanarsi dal populismo per seguire una nuova via verso la democrazia liberale.

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