Sulla storia di Assata Shakur e il suo inserimento nella “Top Ten” dei terroristi più ricercati

Assata Autobiography“Il mio nome è Assata Shakur e sono una schiava in fuga del ventesimo secolo”. 1 Queste sono le parole che Assata Shakur, al secolo Joanne Chesimad, utilizzò in una lettera indirizzata a Giovanni Paolo II nel 1998, poco prima dell’arrivo del pontefice a Cuba, dove l’attivista si trova tutt’ora in esilio. La Shakur scrisse quella lettera in risposta alla decisione della governatrice del New Jersey Christine Withman di mettere una taglia sulla sua cattura e fare pressioni sul Vaticano affinché il Papa chiedesse a Fidel Castro l’estradizione dell’attivista negli Stati Uniti. 2 Quella di Assata Shakur – ex membro del Black Panther Party e del Black Liberation Army (BLA) – è una storia vecchia di quarant’anni. Il 2 maggio 1973 l’attivista si trovava in auto con due suoi compagni del BLA, quando venne fermata da una pattuglia della polizia. Quello che accadde dopo non è del tutto chiaro. Ciò che è noto è che si scatenò una sparatoria nella quale rimasero uccisi l’agente Werner Foerster e l’attivista Zayd Malik Shakur. Nello scontro a fuoco la Shakur fu gravemente ferita alle spalle da un proiettile che le ruppe la clavicola e fu successivamente arrestata con l’accusa di aver ucciso il poliziotto con un’esecuzione a sangue freddo. Gli esami balistici hanno dimostrato come sulle dita della Shakur non ci fossero tracce di polvere da sparo e che su nessuna delle pistole utilizzate nello scontro erano presenti le impronte digitali dell’attivista. La difesa sostenne inoltre che la Shakur sarebbe stata colpita mentre aveva le mani in alto e che la clavicola rotta non le avrebbe permesso di sparare. Tuttavia, la giuria – interamente composta da bianchi – la condannò al carcere a vita nel 1977. Il suo caso destò grande clamore non solo per i dubbi sulla sua responsabilità nell’uccisione del poliziotto, ma anche per il trattamento che ricevette in prigione, dato che fu confinata in isolamento in un carcere maschile per ventuno mesi. Il suo caso venne addirittura portato all’attenzione della sezione per i diritti umani delle Nazioni Unite nel 1978. I sette giuristi dell’ONU scrissero nel loro rapporto che il “trattamento crudele e inusuale” riservato all’attivista era assolutamente ingiustificato e che i quasi due anni in cui era stata confinata in un carcere maschile rappresentavano una punizione “totalmente inadeguata”. 3 Nel 1979 riuscì a fuggire di prigione grazie all’aiuto di alcuni compagni 4 e, dopo quasi cinque anni di latitanza, raggiunse Cuba nel 1984 e ottenne l’asilo politico dal governo di Fidel Castro. 5

Il motivo per il quale il suo caso è tornato ad attirare l’attenzione dei media è dovuto alla decisione dell’FBI di inserirla nella lista dei dieci terroristi più ricercati. La data scelta per l’annuncio è stata il 2 maggio scorso, a quarant’anni esatti dall’omicidio del poliziotto. La notizia, ripresa dai giornali di tutto il mondo, ha causato grande stupore soprattutto perché la Shakur è la prima donna ad essere inserita nella lista dei terroristi più ricercati.

La storia di Assata Shakur, che da Cuba si è sempre professata innocente, è il segno evidente di quanto un periodo cruciale della storia statunitense riproponga ancora oggi colpi di coda che  sembrano anacronistici e decontestualizzati. La stagione del Black Power, che ebbe i suoi anni più caldi tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta, si caratterizzò per una radicalizzazione della protesta afro-americana, ma anche per una feroce repressione da parte dell’FBI. In particolare il famigerato Counter Intelligence Program di J. Edgar Hoover fu il responsabile di innumerevoli azioni di spionaggio, atti terroristici e, talvolta, omicidi che coinvolsero quasi tutte le associazioni e le organizzazioni afro-americane dal 1956 in poi. In questo periodo storico deve essere contestualizzata la nascita di organizzazioni paramilitari (come il Black Liberation Army) che consideravano la guerriglia armata di ispirazione guevarista come una vera “guerra di liberazione” dalla repressione dell’FBI. Da quel quadro di emarginazione sociale, politica e culturale nacquero nelle grandi metropoli – principalmente nel Nord e in California – gruppi radicali che ebbero grande influenza tra il proletariato e il sottoproletariato urbano afro-americano e dei quali la Shakur fu un’esponente di spicco.

Chesimard Wanted by the FBIHands Off AssataIn risposta alla scelta dell’FBI di inserire Assata Shakur nella lista dei terroristi più ricercati, si sono scatenate ondate di protesta di organizzazioni progressiste negli Stati Uniti e all’estero. Molti blog e quotidiani online hanno ripreso la lettera aperta che l’attivista scrisse nel 1998 a Papa Wojtyla, nella quale affermava di essere vittima di una riproposizione in chiave moderna del Fugitive Slave Act del 1850. 6 Attivisti e intellettuali afro-americani si sono mossi con una campagna in suo favore – in particolare su Twitter – dal nome “HandsOffAssata”, uno slogan già utilizzato  per   diverse iniziative promosse negli anni sessanta e settanta per chiedere la liberazione di alcuni attivisti neri. Una delle militanti che certamente trasse beneficio dal movimento globale che tra il 1970 e il 1972 si creò per chiedere la sua scarcerazione fu Angela Davis, che all’indomani della decisione dell’FBI ha rinnovato la sua piena solidarietà alla lotta della Shakur. La Davis ha detto che l’unico atto di terrorismo in questa vicenda è quello messo in campo dalla polizia dello stato del New Jersey e dall’FBI, che avrebbero acceso i riflettori sul caso della Shakur per tenere alta la tensione sulla questione del terrorismo e per scoraggiare i giovani dal prendere parte alla militanza politica radicale. Secondo l’avvocato Lennox Hinds, che difese la Shakur negli anni settanta, aumentare la taglia a 2 milioni di dollari per la cattura dell’attivista potrebbe anche spingere qualche fanatico a trasformarsi in giustiziere e a cercare di riportarla con la forza negli Stati Uniti, con conseguenze imprevedibili per la vita della Shakur. 7

In tutto questo, l’FBI tace e ha deciso di non rilasciare ulteriori dichiarazioni ai media. E’ evidente che il clima di tensione innescato dal recente attentato di Boston abbia influito sulla decisione di tenere alta l’attenzione sul terrorismo interno. Nonostante ciò, la scelta dell’FBI di considerare Assata Shakur una terrorista e una fomentatrice d’odio appare per molti versi  incomprensibile. Verrebbe da pensare, con un po’ di sarcasmo, che se l’FBI è arrivata a inserire Assata Shakur tra i terroristi più ricercati, la lotta globale al terrorismo abbia avuto davvero successo. Barack Obama non si è pronunciato sulla questione, ma è difficile pensare che non fosse stato informato della decisione dell’FBI. Nel 2011, tra l’altro, il rapper afro-americano Common (sostenitore del presidente) fu invitato alla Casa Bianca, scatenando le critiche di molti repubblicani per il suo aperto sostegno alla Shakur cantato nella canzone “A Song for Assata”.

La decisione dell’FBI si inserisce in un momento di evoluzione nei rapporti tra Stati Uniti e Cuba. Obama si è mosso sempre con incertezza nei confronti dell’isola, oscillando tra aperture, come nel caso della riapertura della tratte aeree tra la Florida e l’Avana, e indecisioni, come nel caso della mancata chiusura del carcere di Guantanamo (che proprio dai militanti del Black Power era considerato l’ultimo simbolo “dell’imperialismo” statunitense sull’isola). Lo scenario è diventato ancora più complesso dopo che lo scorso 3 maggio un giudice federale ha stabilito che René González, una delle cinque spie cubane arrestate negli Stati Uniti negli anni novanta – e conosciute come i “Cuban Five” 8– sarebbe potuto tornare a Cuba se avesse rinunciato alla cittadinanza statunitense. Secondo il New York Times, la decisione di lasciare tornare González a Cuba, riducendo il periodo di libertà vigilata (dopo che aveva scontato 13 anni di carcere), sarebbe stata presa per cercare di avviare una trattativa per il rilascio di Alan Gross, un contractor statunitense arrestato nel 2009 dalla polizia cubana con l’accusa di aver portato illegalmente materiale informatico sull’isola. 9 Tuttavia, data l’enorme popolarità dei Cuban Five a Cuba e la grande attenzione che il governo cubano ha dedicato alla loro vicenda, la tempistica della decisione su González, arrivata il giorno seguente a quella sulla Shakur, potrebbe anche far pensare a un tentativo di Washington di fare pressione sui fratelli Castro per testare la loro capacità di leadership. Questa ipotesi sembra plausibile soprattutto in considerazione delle precarie condizioni di salute di Fidel e dell’età avanzata del fratello Raúl, cosa che potrebbe rendere imminente un suo passaggio dei poteri. In ogni caso, la vicenda della Shakur è lontana dal giungere a una soluzione e finché Raúl sarà presidente sembra difficile che il governo cubano acconsenta alla sua estradizione: consegnare l’attivista ai vicini “imperialisti” tradirebbe una lunga tradizione di solidarietà con i molti militanti politici statunitensi – afro-americani e non – che si sono rifugiati a Cuba negli anni sessanta e settanta.

Note:

  1. Assata Shakur, “Open Letter from Assata Shakur”, Crossroad, vol. 8, n. 4, May/June 1998, p. 3.
  2. Rosemary Mealy, “The Life of a Revolutionary”, Covert Action Quarterly, n. 65, Fall 1998, p. 35.
  3. Report della commissione per i diritti umani dell’ONU dell’agosto del 1979, cit. in Assata Shakur, Assata: An Autobiography, Chicago, Lawrence Hill Books, 2001, nota p. 66.
  4. Una delle compagne che l’aiutò nella fuga era Silvia Baraldini, un’attivista comunista italiana che tra gli anni settanta e ottanta ha operato con vari gruppi nazionalisti afro-americani. Cfr. Elvio Mancinelli, Il caso Baraldini, Roma, Datanews, 1995.
  5. John T. McQuiston, “Fugitive Murderer Reported in Cuba”, New York Times, 12 ottobre 1987, p. 3.
  6. Shakur, “Open Letter”, cit. Il Fugitive Slave Act del 1850 –  il cui scopo era quello di rafforzare il  Fugitive Slave Clause del 1793 – era una legge che prevedeva che tutti gli schiavi fuggitivi, anche se catturati negli “stati liberi”, dovessero essere riconsegnati ai loro padroni. La legge stabiliva anche delle sanzioni per gli sceriffi e gli ufficiali giudiziari che non avessero arrestato uno schiavo fuggitivo e l’incarcerazione per chiunque avesse aiutato gli schiavi a fuggire o avesse fornito loro qualsiasi tipo di aiuto. Cfr. Fugitive Slave Act, 1850, http://www.usconstitution.net/fslave.html.
  7. Sulle dichiarazioni di Angela Davis e Lennox Hinds, si veda l’intervista di Amy Goodman per Democracy Now!http://www.democracynow.org/2013/5/3/angela_davis_and_assata_shakurs_lawyer.
  8. I Cuban Five sono cinque spie cubane arrestate nel 1998 negli Stati Uniti. Secondo le autorità cubane la loro attività si limitava alle infiltrazioni nei gruppi anti-castristi della Florida. Sui Cuban Five è interessante il documentario di Rolando Almirante “The Trial: The Untold Story of the Cuban Five”, http://vimeo.com/7580775.
  9. Damien Cave, “Judge Says Cuban Who Spied on US Can Stay in Cuba”, New York Times, 4 maggio 2013, p. 10A.

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